Ipnotismo nella morgue

Parte prima: Trance mortale

8 novembre 1909, Opera House di Somerville nel New Jersey.
Il Professor Arthur Everton era un uomo dalle maniere gentili, con una voce soave e un bel paio di mustacchi neri. L’ipnotismo era una sua passione giovanile, e dopo un periodo passato a traslocare pianoforti, era da poco tornato a calcare il palco. Ma non aveva perso lo smalto dei vecchi tempi: dominava ancora la scena con garbo e sicurezza.
Il suo show serale volgeva al termine; fino a quel momento l’ipnotista aveva divertito il pubblico costringendo i suoi soggetti a pescare con una lenza invisibile, e altre amenità del genere. Ora però annunciò il gran finale.

L’elettricità era palpabile mentre i suoi occhi magnetici scrutavano intensamente la platea, fila dopo fila, alla ricerca del soggetto del suo prossimo esperimento. E il pubblico, come sempre in questi casi, era combattuto.
C’erano alcuni, tra gli spettatori e le spettatrici, che abbassavano timidamente lo sguardo per timore d’essere chiamati sul palco, non avendo alcuna intenzione di rendersi ridicoli di fronte a tutti. Altri invece speravano in segreto d’essere scelti: o si figuravano abbastanza lucidi da sfidare il Professore, resistendo all’intensa forza di volontà dell’ipnotista… oppure erano inconsciamente allettati dall’idea di perdere il controllo per qualche minuto, per gioco, senza grosse conseguenze.
Finalmente, un uomo alzò la mano.
“Ah, abbiamo un volontario!”, esclamò Everton.

L’uomo salì sul palco. Si trattava del trentacinquenne Robert Simpson, un rubicondo marcantonio, grande e grosso. Il Professor Everton lasciò che il pubblico applaudesse questo coraggioso sconosciuto, e poi procedette a farlo cadere in uno stato catalettico. Secondo il New York Times

eseguì alcuni passaggi, ordinò a Simpson di diventare rigido, e così fu. Everton poi chiamò gli assistenti per stendere il corpo tra due sedie, la testa appoggiata sull’una e i piedi sull’altra, e salì in piedi sullo stomaco del soggetto per poi discenderne. Due assistenti, sotto suo ordine, alzarono Simpson in posizione eretta ed Everton, battendo le mani, gridò: ‘Rilassati!’.
Il corpo di Simpson si ammorbidì così in fretta da sfuggire alle mani degli assistenti, e la sua testa colpì una delle sedie mentre scivolava giù sul pavimento.

Tutti compresero subito, anche solo guardando la faccia attonita degli assistenti, che quella non era una certo una sceneggiata concordata in anticipo. Il Professor Everton — che in realtà non era nemmeno un vero professore — a questo punto fu preso dal panico. Lui e i suoi collaboratori cercarono di risvegliare dalla trance il malcapitato, scuotendolo in ogni maniera, ma l’uomo non rispondeva a nessuno stimolo.
Everton, sempre più isterico, riuscì a squittire un grido d’aiuto chiedendo se vi fossero medici in sala. Tre dottori, che erano stati invitati allo spettacolo dal manager del teatro, arrivarono in soccorso; ma nemmeno i loro tentativi di rianimare Simpson ebbero fortuna. Il Dr. W. H. Long, medico della contea, alzò lo sguardo dal corpo e fissò serio l’ipnotista.
“Questo è morto stecchito”, sibilò.
“No, è ancora in trance”, replicò Everton, e cominciò a battere le mani vicino alle orecchie di Simpson, e a scuotere il cadavere dell’uomo.

Quando arrivò la polizia, il Professor Everton era ancora intento a cercare di risvegliare il suo volontario. Venne arrestato seduta stante con l’accusa di omicidio colposo.
Mentre lo portavano fuori dall’Opera House, in manette e a testa bassa, i suoi occhi non sembravano più così magnetici, ma soltanto atterriti.

Parte seconda: Lazzaro, vieni fuori

Il giorno successivo, il corpo senza vita di Robert Simpson giaceva coperto da un lenzuolo nero nell’obitorio dell’ospedale di Somerville, in attesa dell’autopsia.
A un tratto la porta si aprì quattro uomini entrarono nella camera mortuaria. Tre di loro erano dottori.
Il quarto si avvicinò al cadavere e liberò dal sudario le livide membra. Respirando a fondo, toccò prima le guance del morto; poi avvicinò il capo sul petto di Simpson come per auscultarlo. Nessun battito. Infine appoggiò delicatamente tre dita sulla fredda pelle dello sterno, pose le labbra all’orecchio della salma e cominciò a parlare.
“Ascolta, Bob, l’azione del tuo cuore è forte… Bob, il tuo cuore sta cominciando a battere.”
Poi si mise di colpo ad urlare: “BOB, RIESCI A SENTIRMI?”
I tre medici si scambiarono un’occhiata perplessa.
La voce dell’uomo ricominciò, stavolta nuovamente sussurrando: : “Il tuo cuore sta ripartendo, Bob…”
Simpson, steso sul tavolo, non si mosse.

La strana scena si protrasse per un bel po’, fino a quando i medici spazientiti non decisero che quella farsa era durata anche troppo.
“Mr. Davenport, direi che è sufficiente.”
“Ma ci siamo quasi…”
“Basta così.”

Parte terza: Death Is Not The End

L’uomo che cercava di resuscitare il morto si chiamava William E. Davenport, ed era un amico del Professor Everton (provenivano entrambi da Newark). Davenport svolgeva ufficialmente la mansione di segretario per il sindaco ma si dilettava anche di ipnotismo e mesmerismo.
Il sedicente Professore in quel momento si trovava in galera “spaventato e scosso”, in attesa che il gran giurì decidesse come procedere con il suo caso. Everton sosteneva — e forse voleva disperatamente convincere anche sé stesso — di aver gettato il suo soggetto in una trance tanto profonda da sconfinare in uno stato di morte apparente. Dicendosi sicuro che Simpson si trovasse in realtà ancora in catalessi, il Professore tanto aveva brigato che era riuscito a convincere le autorità a concedergli quel bizzarro tentativo di rianimazione ipnotica. Essendo confinato in cella, si era accordato per mandare l’amico Davenport nella morgue al suo posto.

Purtroppo quest’ultimo (forse perché era solo un dilettante?) non era riuscito a risvegliare il morto. Per un breve momento si parlò anche di far arrivare un terzo ipnotista da New York per provare a riportare in vita la vittima, ma non se ne fece nulla.
Quindi rimaneva da chiarire se Simpson fosse morto a causa del peso sopportato mentre era in stato catalettico e l’ipnotista gli era salito sulla pancia, oppure se tutto l’incidente non fosse stata una tragica coincidenza.
L’autopsia mise fine alla suspense: Simpson era morto per la rottura dell’aorta, e secondo i medici probabilmente soffriva di quel silente aneurisma da molto tempo. Non c’erano prove conclusive che lo sforzo sopportato durante il numero di ipnotismo fosse la vera causa della morte, che alla fine venne dichiarata naturale.

Everton, ormai al collasso nervoso totale nella sua cella, anche dopo l’autopsia continuava a ripetere che Simpson era vivo. Venne rilasciato su cauzione, e dopo tre settimane il gran giurì decise di non procedere nei suoi confronti.
Fu la fine di un incubo per il Professor Everton, che si ritirò dalle scene, e la chiusura di un caso che aveva tenuto con il fiato sospeso i lettori dei quotidiani — e soprattutto gli altri ipnotisti. In fin dei conti, sarebbe potuto succedere a chiunque di loro.

Ma la reputazione degli ipnotisti non venne danneggiata da questo clamore, anzi; essi acquisirono un fascino ancora più sinistro e conturbante. E seguitarono, come facevano prima, a sfidarsi a suon di esibizioni sempre più spettacolari.
Già l’11 novembre, a soli tre giorni dalla sventurata esibizione di Everton, il New York Times titolava:

IL RIVALE DI EVERTON TRIONFA: Altro ipnotista di Somerville mette TRE uomini sul petto del suo soggetto.

D’altronde, nello show biz, “lo spettacolo deve andare avanti”.

Cineforum bizzarro a Roma!

Sono entusiasta nell’annunciarvi che a Roma sta arrivando Bizzarro Cinema Gallery, una rassegna di cinema cult, weird e di confine, curata dal sottoscritto.

Follie di celluloide!

Film d’autore dalla poesia scatenata e irriverente; registi punk e maledetti; B-movies in cui l’assenza di un vero budget garantisce una libertà d’espressione che il mainstream non si può permettere; pellicole estreme, che sperimentano i limiti di ciò che è concesso rappresentare su uno schermo; produzioni cinematografiche talmente bislacche e scriteriate che “fanno il giro”, e spuntano dalla parte del sublime.

Le visioni che ho selezionato per Bizzarro Cinema Gallery saranno di volta in volta sconcertanti, disturbanti, esilaranti: titoli “non allineati” che – mettendo alla prova il nostro occhio e, talvolta, il nostro stomaco – ci ricordano come il cinema sia ancora capace di trasportarci in mondi in cui ogni ordinarietà è bandita, e in cui le stesse regole del linguaggio cinematografico vengono fatte esplodere.
Perché mai come in una sala buia, dove sfarfallano i fantasmi della nostra fantasia, si concretizza la massima di William S. Burroughs: «Nulla è vero. Tutto è permesso.»

Più che un cineforum!

Grazie all’impegno e alla passione dei ragazzi che mi hanno coinvolto in quest’avventura (Alessia, Emanuele, Giacomo, Andrea), saremo in grado di offrire delle serate davvero speciali: la quota di partecipazione include bibite e popcorn durante la proiezione, ma non solo… alla fine del film, niente fantozziane discussioni da cineforum ma un po’ di stuzzichini davanti ai quali chiacchierare di ciò che si è visto.

Save the (strange) date!

Il film inaugurale sarà Ballata dell’0dio e dell’amore (2010) di Alex De La Iglesia con Carlos Areces, Antonio de la Torre e Carolina Bang.
Questo primo appuntamento è fissato per una data numerologicamente irripetibile: il 20.02.2020 alle ore 20.

Una location segreta!

Anche la modalità di partecipazione non poteva non essere particolare. Ci si può iscrivere alla serata su EventBrite seguendo questo link. La location esatta, che si trova nel quartiere di San Lorenzo a Roma, sarà svelata qualche giorno prima dell’evento.

I posti non sono molti, quindi se volete partecipare vi consiglio di prenotare con un po’ di anticipo.
Vi aspettiamo… Keep the world weird!

Link, curiosità & meraviglie assortite – 21

“La mia vanitas ha più teschi della tua!” (Aelbert Jansz. van der Schoor, versione ad alta definizione)

  • Mariano Tomatis racconta la vicenda di Doña Pedegache, mentalista portoghese del Settecento; e come al solito la sua scrittura sorprende e commuove.
  • Visto che siamo in Portogallo, facciamo una visitina alla Capela dos Ossos con questo bel post di Cat Irving.
  • 21 agosto 1945: il fisico Harry Daghlian stava facendo una bella pila di mattoni di carburo di tungsteno attorno a una sfera di plutonio, quando un mattone gli scivolò di mano e portò il nucleo in condizione di supercriticità. Daghlian morì 25 giorni dopo.
    21 maggio 1946: il fisico Louis Slotin stava lavorando su una sfera di plutonio — ma non una qualunque: la stessa sfera che aveva ucciso Daghlian. Per separarne le due metà, ebbe la brutta idea di usare un cacciavite. Il cacciavite scivolò, la parte superiore cadde. Slotin morì 9 giorni dopo.
    La povera sfera di plutonio, da quel momento in poi, non ebbe più una buona reputazione, e si guadagnò pure un nomignolo poco lusinghiero.

  • Ma la storia del nucleare è piena di incidenti incredibili. C’e un aspetto, a proposito del Progetto Manhattan che portò alla creazione delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, di cui non si parla spesso: gli esperimenti umani su cavie non consenzienti. Prendete per esempio Albert Stevens, che sopravvisse alla dose di radiazione più alta mai accumulata nel corpo di un essere umano quando gli scienziati gli iniettarono in vena, a sua insaputa, 131 kBq di plutonio.
  • Tutti a parlar male del povero HAL, ma forse è il caso di rivalutarlo. In 2001: Odissea nello spazio, il famigerato supercalcolatore uccide alcuni astronauti, e viene infine ucciso esso stesso. Ormai che ci siamo, e le intelligenze artificiali sono realtà, tocca cominciare a porsi dei problemi sull’etica dell’assassinio da parte delle macchine, ma anche dell’assassinio delle macchine.
  • Breve storia dei bambini spediti via posta.

  • La sempre eccellente Lindsey Fitzharris (autrice di L’arte del macello) ci delizia con qualche aneddoto sui trucchi di bellezza di un tempo. Per esempio il metodo per rendere attraenti le parrucche settecentesche, cioè cospargerle con il lardo. Attraenti, s’intende, soprattutto per pulci e pidocchi.
  • Un geologo scoprì una caverna antichissima, solo che si accorse subito che non era una cavità naturale. Qualcuno o qualcosa l’aveva scavata. E cos’erano quegli enormi segni di graffi, prodotti da giganteschi artigli, su tutte le pareti…? Quando la realtà supera Lovecraft: ecco i tunnel sotterranei nei quali si aggirava la misteriosa megafauna preistorica.
  • Guardate il dipinto qui sotto. Si intitola Franz de Paula Graf von Hartig e sua moglie Eleanore come Caritas Romana ed è un’opera del 1797 di Barbara Krafft. Quando avete finito di ridere e/o sentirvi a disagio, scoprite cosa significa quel “caritas romana” nel titolo, e gustatevi altri esempi di vecchiardi allattati da giovani fanciulle.

  • Tweet paranormiao.
  • La prossima volta che dovete rifare il bagno, vi suggerisco di prendere spunto da questi WC settecenteschi per bibliofili.
  • C’è chi passa ore a scorrere le foto degli influencer. Io passerei le giornate a guardare il poeta, body builder e futurista russo Vladimir Goldschmidt che ipnotizza un pollo.

  • Soggetto per film d’azione/commedia drammatica.
    Titolo: White Trip.
    Concept: The Revenant incontra Paura e delirio a Las Vegas.
    Plot: Il soldato finlandese Aimo Koivunen, durante la Seconda Guerra Mondiale, sta pattugliando su sci un’area montana quando la sua unità si ritrova all’improvviso sotto il fuoco sovietico. Aimo comincia a scappare dall’imboscata, ma dopo aver sciato per lungo tempo si sente stremato; i nemici sono ancora alle calcagna, e si avvicinano sempre di più. Decide dunque di fare ricorso alle metanfetamine che il comandante gli ha affidato per tenere sveglie le truppe; ma, un po’ per via dei grossi guanti e un po’ perché deve continuare a sciare per salvarsi la pelle, non riesce a tirare fuori la pillola dalla confezione. Al diavolo!, pensa, e ingurgita l’intero barattolo. Di colpo ricomincia a sciare con un’energia inaudita, ma dopo poco tutto diventa sfocato, e Aimo sviene: si risveglia solo nella neve, separato dal suo plotone, senza cibo e in pieno delirio da overdose. Scia all’impazzata, evita altri soldati sovietici. A un certo punto riesce a catturare un uccellino che nella sua allucinazione gli appare come un bel pollo dorato allo spiedo; se lo mangia crudo, piume e tutto. Poi incappa in una mina che lo fa saltare in aria. Ma lui continua a sciare. Dopo aver percorso 400km e aver passato una settimana all’addiaccio, sanguinante e ormai ridotto a pelle e ossa, riesce finalmente a ritornare alle linee finlandesi. Quando lo portano in infermeria, il suo battito cardiaco è ancora il doppio di quello normale. Appena vede il medico Aimo dice: “Ciao caro, mica avresti una camomilla? Mi sento un po’ nervosetto e le tue antenne fanno riderissimo.”
    Tratto da una storia vera. (Grazie, David!)
  • Riflessione filosofica del giorno. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, allora l’anima è una specie di nera voragine, un cratere senza fondo:

  • Benvenuti nella chiesa più spaventosa del mondo. (Grazie, Serena!)
  • Simon Sellars (autore di Ballardismo applicato), ci racconta l’abbacinante bellezza di Google Earth — che non sta tanto nei panorami o nei tour virtuali, quanto piuttosto nei glitch del 3D, negli errori di rendering, negli incastri allineati male che rivelano il collage delle viste 360 creando effetti di percezione distorta. La mappa non sarà il territorio, ma è un territorio mentale.
  • Mi piace immaginare che, quando ormai la specie umana si sarà estinta da lungo tempo, gli archeologi alieni arrivati sulla Terra per studiare chi eravamo trovino come unico indizio questo filmato:

Mors in fabula

La morte ci spaventa perché ci hanno insegnato che deve farlo. Perché ce l’hanno raccontata così.

Se vogliamo sollevare almeno un poco questo pesante tabù, ci sono due cose da fare:
1) capire come e perché è nata la specifica visione della morte che abbiamo ereditato;
2) cominciare a raccontarla in maniera diversa, più creativa e serena, forgiare un nuovo sguardo, ripartire dalla meraviglia.

Usare tutti gli strumenti a nostra disposizione: il corpo, l’arte, la parola, il teatro. È quello che vogliamo fare con Mors in fabula, un evento di due giorni che si svolgerà a Palermo sabato 18 e domenica 19 gennaio.

Cominceremo dal corpo, con una performance dell’artista Gaetano Costa, che da anni esplora in maniera intensa e suggestiva i rapporti tra la materia, la carne e l’identità.

Proseguiremo con l’arte, inaugurando una fantastica mostra collettiva che abbraccerà la scultura, con le scenografiche creazioni di Cesare Inzerillo, ironico omaggio alle mummie delle Catacombe dei Cappuccini; il collage e la fotografia surrealista di Francesco Viscuso; la pittura, con i personaggi grotteschi e le atmosfere macabro/fiabesche di Sergio Padovani; e infine illustrazione e cinema con Stefano Bessoni, attraverso i disegni e i pupazzi utilizzati nei suoi film in stop-motion.

Il secondo giorno ci dedicheremo alla parola con un convegno, in cui oltre al mio intervento parleranno Francesco Romeo (docente di letteratura, sceneggiatura, analisi filmica) ed Eliana Urbano Raimondi (autrice e curatrice); avremo inoltre il piacere di chiacchierare con diversi artisti e studiosi (Stefano Bessoni, Rossana Taormina, Marco Canzoneri, Giuseppe Tarantino), il tutto intervallato da pause di degustazione di prodotti tipici. Questa ricognizione ad ampio raggio terminerà con una narrazione dell’attore Alberto Nicolino riguardo alla morte nelle fiabe popolari.

Per concludere, il teatro: all’interno degli stessi spazi della mostra, in un inedito dialogo con le opere esposte, verrà rappresentata l’opera Cruci e Nuci di Giuseppe Tarantino.

Mors in fabula vuole quindi essere un viaggio alla scoperta delle connessioni tra l’immaginario delle favole e quello della morte, un’esplorazione del registro poetico e fiabesco con cui alcuni artisti si approcciano a questi temi.
D’altro canto, fabula va inteso nel senso più generale di narrazione: saranno due giornate in cui proveremo a “raccontare la morte” in modo inedito.
Ripartendo, appunto, dalla meraviglia.

Per quanto riguarda le info pratiche: Mors in fabula si svolgerà a Palermo, e gli eventi avranno luogo in due sedi (la Sala Astrea di Palazzo Tagliavia e la sede dell’associazione).
È possibile iscriversi ai singoli eventi oppure acquistare tutto il pacchetto (convegno, mostra, performance, spettacolo). Trovate tutte le informazioni sul sito dell’associazione L’Arca degli Esposti, sulla pagina Facebook dell’evento, scrivendo una mail a questo indirizzo oppure chiamando il numero 3663462971.