Mors in fabula

La morte ci spaventa perché ci hanno insegnato che deve farlo. Perché ce l’hanno raccontata così.

Se vogliamo sollevare almeno un poco questo pesante tabù, ci sono due cose da fare:
1) capire come e perché è nata la specifica visione della morte che abbiamo ereditato;
2) cominciare a raccontarla in maniera diversa, più creativa e serena, forgiare un nuovo sguardo, ripartire dalla meraviglia.

Usare tutti gli strumenti a nostra disposizione: il corpo, l’arte, la parola, il teatro. È quello che vogliamo fare con Mors in fabula, un evento di due giorni che si svolgerà a Palermo sabato 18 e domenica 19 gennaio.

Cominceremo dal corpo, con una performance dell’artista Gaetano Costa, che da anni esplora in maniera intensa e suggestiva i rapporti tra la materia, la carne e l’identità.

Proseguiremo con l’arte, inaugurando una fantastica mostra collettiva che abbraccerà la scultura, con le scenografiche creazioni di Cesare Inzerillo, ironico omaggio alle mummie delle Catacombe dei Cappuccini; il collage e la fotografia surrealista di Francesco Viscuso; la pittura, con i personaggi grotteschi e le atmosfere macabro/fiabesche di Sergio Padovani; e infine illustrazione e cinema con Stefano Bessoni, attraverso i disegni e i pupazzi utilizzati nei suoi film in stop-motion.

Il secondo giorno ci dedicheremo alla parola con un convegno, in cui oltre al mio intervento parleranno Francesco Romeo (docente di letteratura, sceneggiatura, analisi filmica) ed Eliana Urbano Raimondi (autrice e curatrice); avremo inoltre il piacere di chiacchierare con diversi artisti e studiosi (Stefano Bessoni, Rossana Taormina, Marco Canzoneri, Giuseppe Tarantino), il tutto intervallato da pause di degustazione di prodotti tipici. Questa ricognizione ad ampio raggio terminerà con una narrazione dell’attore Alberto Nicolino riguardo alla morte nelle fiabe popolari.

Per concludere, il teatro: all’interno degli stessi spazi della mostra, in un inedito dialogo con le opere esposte, verrà rappresentata l’opera Cruci e Nuci di Giuseppe Tarantino.

Mors in fabula vuole quindi essere un viaggio alla scoperta delle connessioni tra l’immaginario delle favole e quello della morte, un’esplorazione del registro poetico e fiabesco con cui alcuni artisti si approcciano a questi temi.
D’altro canto, fabula va inteso nel senso più generale di narrazione: saranno due giornate in cui proveremo a “raccontare la morte” in modo inedito.
Ripartendo, appunto, dalla meraviglia.

Per quanto riguarda le info pratiche: Mors in fabula si svolgerà a Palermo, e gli eventi avranno luogo in due sedi (la Sala Astrea di Palazzo Tagliavia e la sede dell’associazione).
È possibile iscriversi ai singoli eventi oppure acquistare tutto il pacchetto (convegno, mostra, performance, spettacolo). Trovate tutte le informazioni sul sito dell’associazione L’Arca degli Esposti, sulla pagina Facebook dell’evento, scrivendo una mail a questo indirizzo oppure chiamando il numero 3663462971.

11 commenti a Mors in fabula

  1. gaberricci ha detto:

    Ah, se solo foste un po’ più vicini…:-) Contate di replicare l’iniziativa?

    P.S.: riguardo la tua introduzione: la mia impressione (ma non ho dati solidi con cui confortarla: è, appunto, solo un’impressione) è che, più che la morte in se, ci facciano paura i corpi dei morti; credo, per un’estensione del fatto che ci fa paura il corpo, nel momento in cui viene riportato alla sua condizione di insieme di materia “vile”, non diversa dal fango (con cui siamo stati forgiati secondo la Bibbia) o, che so, dall’acqua stagnante di un fosso. Tu che ne pensi?

    • bizzarrobazar ha detto:

      Guarda Gabriele, che il cadavere sia tabù non ci piove, ma un tempo lo era molto meno; secondo te, perché il cadavere fa più paura oggi che in passato? E’ solo questione di familiarità/abitudine, o c’è di più?

      Va ricordato che la paura della morte è composita, complessa, e se non bastasse cambia pure nel tempo. Se la salma è diventata così scandalosa, è proprio perché a monte c’è stata una secolarizzazione, uno shift nella sensibilità ma anche nella concezione del mondo.
      La paura della morte infatti non si limita alla nostra poca familiarità con il corpo di un defunto, ma vi si aggiungono altri tipi di insicurezze e inquietudini esistenziali. Tutto è relativo alla nostra visione ontologica, a come ci inseriamo nel cosmo, a quale aldilà prevediamo, se lo prevediamo, ecc. Questa narrativa non è influenzata solo dalla teologia o dalla filosofia, ma da mille rielaborazioni e influenze occorse nei secoli, e in questo hanno un ruolo anche l’arte o il folklore.
      All’interno della cristianità stessa, per esempio, trovi visioni della morte contrapposte: quella del Qohelet, essenzialmente disperata, in cui morte = mancanza di senso, ma anche quella di San Francesco in cui invece la morte è sorella, quindi i giusti non hanno nulla da temere. La paura culturale della morte nel Medioevo non era già più legata all’impermanenza paventata dell’Ecclesiaste (“oddio di me non resterà nulla”) ma piuttosto quella del giudizio (“oddio andrò in Purgatorio”)… e quindi vai di cilicio! E pensa infatti al successo della manualistica stile Ars moriendi. Anche dal punto di vista iconografico ci sono stati mille modi di approcciare le allegorie relative alla morte.

      E’ dunque questione di immaginario, ne sono convinto, prima ancora di arrivare al vero e proprio contatto fisico con le spoglie. E’ questione di come pensiamo al defunto (come carne morta? come antenato?, ecc.) e, soprattutto, di geopolitica dell’aldilà. 🙂

  2. gaberricci ha detto:

    Interessante questo tuo approfondimento, grazie per avermelo regalato :-). Dovrò rifletterci su…

  3. Martina ha detto:

    Quel che non mi piace della morte é che prima devi farti un mazzo cosí. 😣

  4. conteslad ha detto:

    “La morte ci spaventa perché ci hanno insegnato che deve farlo. Perché ce l’hanno raccontata così.”

    e l’hanno fatto per instillarci l’urgenza di vivere, l’imperativo di non sprecare il poco tempo concesso. Non va bene essere a proprio agio con la morte.

  5. conteslad ha detto:

    Certo, tutti ne hanno bisogno. E’ l’esatto motivo per cui si spaventa chi si vuole avvertire. Sui cartelli di pericolo di morte vengono rappresentati un teschio e due femori incrociati (simbolo universalmente riconosciuto) non una lunga e dettagliata spiegazione su perchè venire folgorati non va bene.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Non ci stiamo capendo. Tu dici “se non ho più paura della morte, attraverso la strada senza guardare”. E ok, siamo d’accordo, quella paura lì serve e ci tiene in vita.
      Io sto parlando del tabù culturale della morte. La paura di parlarne, perfino di ammettere che esista.

      Il mio è un invito a rifletterci, affrontarla, discuterne. Fare finta che non ci sia, non volerla neanche sentire nominare – ecco, quello sì che rischia di farci sprecare tempo prezioso e talvolta comporta perfino dei terribili rimpianti. Se invece tieni ben presente che questo tempo (il tuo, ma anche quello delle persone che ami) non è infinito, allora cerchi di renderlo più significativo.

  6. conteslad ha detto:

    “Ci hanno insegnato a temere la morte perchè deve farlo. Ecco perchè ce l’hanno raccontata così.”
    Messa così mi sembra un po’ più clemente e giusta verso i millenni di storia che ci hanno preceduti. Capisco benissimo l’interesse nell’analizzare i motivi culturali e antropologici, le scelte iconografiche e tutto il resto. Volevo solo spezzare una lancia in favore di chi ha creato una visione della morte orrorifica per educare rapidamente le nuove generazioni aspettando che fossero abbastanza grandi per capire.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Sì, ma in questi anni la sensibilità è cambiata, (per esempio è anche sorto il movimento DeathPositive, di cui ho parlato a più riprese su queste pagine). L’idea è quella di sollevare il divieto sociale rispetto all’argomento, e di cercare nuove narrative – più adatte al nostro tempo – per affrontare il tema.
      Quanto ai millenni di storia che ci precedono, in realtà non sono mai stati così compatti nel fornirci una “visione orrorifica” della morte. Spesso risulta tale solo a un livello superficiale, ma se si studia un po’ la simbologia si scopre che era in realtà una prospettiva salvifica, inquadrata in un’ottica fideistica, ecc. Non voglio risultare pedante, ma la paura totalizzante della morte storicamente è apparsa solo all’inizio del Ventesimo secolo, con la Grande Guerra e la medicalizzazione del fine vita. E’ qualcosa, insomma, di molto recente. Possiamo ancora modificare questo sentimento, affrontando il tabù a viso aperto, e credo che questo sia un processo salutare. “La morte ci spaventa perché ci hanno insegnato che deve farlo”: ma non è vero, non deve per forza farlo. La morte è un processo naturale, non siamo infiniti. Negare l’evidenza è una strategia che a lungo termine provoca più danni che vantaggi, come tutti gli studi psicologici al riguardo sembrano confermare.

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