Il cervello del Poeta

Cosa ci fa il poeta Walt Whitman vicino a un manuale per autopsie?

Ecco un post su un libro curioso, e su un mistero durato più di un secolo.

IL LIBRO

Qualche giorno fa ho aggiunto alla mia biblioteca un testo che cercavo da tempo: una prima edizione, del 1903, di Post Mortem Pathology del Dr. Henry Ware Cattell.

Si tratta di un manuale autoptico piuttosto conosciuto all’epoca, e corredato da numerose fotografie che dettagliano i metodi usati alla fine dell’Ottocento per svolgere gli esami post-mortem.

Sul frontespizio campeggia una gustosa citazione in italiano dalla Divina Commedia:

I versi vengono dal Canto XXVIII dell’Inferno, e descrivono la pena inflitta a Maometto (parafrasi: «tagliato dal mento fin dove si scorreggia. / Gli pendevano le interiora tra le gambe; / si vedevano gli organi interni e il ripugnante sacco / che trasforma in merda ciò che si mangia»), qui chiaramente riportata per alludere alle autopsie, che offrono un analogo spettacolo macabro.

Post Mortem Pathology è un libro interessante per almeno due motivi storici.

Per prima cosa, contiene dei “consigli” su come ottenere dai parenti del morto il consenso per procedere all’autopsia; ma sarebbe più giusto dire che Cattell dà indicazioni su come raggirare i famigliari del defunto, ottenendo il consenso per esempio da qualcuno di «collegato alla famiglia, ma non necessariamente il parente più stretto», guardandosi bene dallo specificare quali parti anatomiche si vogliono preservare, ecc.
Il Dr. Cattell lamenta anche la mancanza di una legge che permetta di fare autopsie su tutti coloro che muoiono negli ospedali, indistintamente.

Come scrive James R. Wright, queste sono

«informazioni uniche e importanti sulla “pratica” locale del consenso all’autopsia a Filadelfia negli anni ottanta del 1800, che […] permetteva ai patologi di passarla liscia praticando autopsie senza consenso legale all’ospedale di Blockley. […] Questi approcci discutibili e altamente paternalistici al consenso dell’autopsia, sebbene ora moralmente incomprensibili, permisero notevoli correlazioni clinico-patologiche che fecero di Blockley un eccellente ambiente di insegnamento.» (1)James R. Wright Jr., Henry Ware Cattell and Walt Whitman’s Brain, in Clinical Anatomy, 31:988–996 (2018)

In secondo luogo il libro di Cattell descrive la procedura, sviluppata originariamente dal ginecologo Howard Kelly, per eseguire la rimozione degli organi interni per vaginam, per rectum, e per perineum.(2)Julius P. Bonello, George E. Tsourdinis, Howard Kelly’s avant-garde autopsy method, Hektoen International Journal of Medical Humanities (2020)

Il metodo consisteva nell’incidere la vagina, nelle donne, o l’ano negli uomini; infilando il braccio fino alla spalla all’interno del corpo, si procedeva a perforare il diaframma e sfilare cuore, polmoni, fegato, reni e il resto degli organi attraverso quell’unico taglio.

Perché tutta questa fatica?, ci si potrebbe chiedere.

La risposta è purtroppo legata a quanto detto sopra: si trattava di un trucco per eseguire un’autopsia in assenza di consenso legale; gli organi venivano tolti senza turbare l’aspetto esteriore della salma, in modo che i parenti non si accorgessero di nulla.

Ma la vera curiosità legata a questo libro è un’altra, e cioè il fattaccio in cui fu implicato il suo autore.

IL MISTERO DEL CERVELLO SCOMPARSO

Nel 1892 uno dei più famosi e celebrati poeti americani, Walt Whitman, morì.

Alla fine dell’Ottocento la frenologia era già stata screditata, eppure si credeva ancora che l’encefalo dei “geni” potesse mostrare qualche differenza rispetto a quello di una persona normale; per questo motivo anche a Philadelphia, come in altre città, esisteva un Brain Club, nomignolo per la Anthropometric Society, una sorta di loggia segreta di medici e patologi che si occupava di preservare i cervelli dei grandi uomini. (Ovviamente maschi, non donne, ma OK.)

Il famoso patologo William Osler, membro del “Brain Club”, conduce un’autopsia cerebrale all’obitorio di Bockley, Filadelfia.

Riunione di anatomisti a Filadelfia.

Henry Cattell ne faceva parte, e all’epoca della morte di Whitman vi rivestiva la carica di prosettore, cioè colui che eseguiva il “lavoro sporco” di aprire e dissezionare il corpo.
Fu lui dunque a occuparsi del cadavere del poeta durante l’autopsia che si svolse proprio a casa di Whitman a Mickle Street il 27 marzo 1892, sotto la supervisione del prof. Francis Dercum.

Il cervello dell’immortale cantore del “corpo elettrico” venne rimosso e affidato a Cattell perché raggiungesse quelli degli altri importanti intellettuali preservati in liquido dalla Anthropometric Society.

Solo che a questo punto qualcosa andò orribilmente storto, e il prezioso organo scomparve nel nulla.

Questo enigmatico incidente cambiò per sempre la vita di Cattell, facendolo dubitare delle sue doti di patologo tanto che egli decise di rarefare sempre più i suoi impegni in sala autoptica, e di dedicarsi alle pubblicazioni scientifiche. Post Mortem Pathology rappresenta, appunto, la prima delle uscite della sua casa editrice.

Ma cos’era successo davvero?

La prima testimonianza al riguardo venne pubblicata nel 1907 in un paper del Dr. Edward Spitzka, che si basava a quanto pare sulle confidenze fatte da Cattell ad alcuni membri della Società. Spitzka scrisse che «il cervello di Walt Whitman, assieme al vaso di vetro in cui era stato riposto, a quanto si dice venne fatto cadere per terra da un assistente distratto. Sfortunatamente, non se ne salvarono nemmeno dei pezzi.» (3)Edward Spitzka, A study of the brains of six eminent scientists and scholars belonging to the American Anthropometric Society, together with a description of the skull of Professor E. D. Cope, in Trans Am Philos Soc 21:175–308 (1907)

La notizia fece un certo scalpore, tanto da entrare evidentemente nell’immaginario comune: si dice che fosse proprio questo episodio l’ispirazione per la scena di Frankenstein (1931) in cui l’assistente del Dottore, introdottosi all’università in cerca di un cervello per la Creatura, lascia cadere il vaso con quello “normale” e ruba quello “anormale”.

Ma, come scrive ancora James R. Wright, «quello che non si capiva era perché i frammenti fossero stati buttati, visto che ci sarebbe comunque stato qualche interesse nell’esaminarli. Ancora meno chiaro era se fosse stato un assistente oppure lo stesso Cattell ad aver distrutto il cervello di Walt Whitman.»

Comunque sia, in assenza di altri indizi, per più di un secolo questa rimase la versione ufficiale. Poi, nel 2012, fece la comparsa all’asta su eBay il diario segreto di Cattell.

Henry W. Cattell durante la Prima Guerra Mondiale.

Il diario non menziona direttamente l’autopsia, ma da quando venne eseguita nel marzo 1892 fino a ottobre dello stesso anno gli appunti di Cattell hanno un tono ottimista – era, insomma, un periodo lavorativamente e finanziariamente positivo.

Poi, a partire dal 14 ottobre, le voci nel diario si fanno cupe e preoccupate: Cattell sembra di colpo dubitare delle sue stesse capacità, arrivando ad avere perfino dei pensieri suicidi.

Qui sotto la cronologia degli appunti, che delineano una storia ben diversa da quella dell’assistente che lascia cadere in terra il preparato:

13 ottobre 1892 — «Preparare i pezzi anatomici per la Società»

14 ottobre 1892 — «Sono un idiota.»

16 ottobre 1892 — «Vorrei saper tenere meglio traccia del mio lavoro. Spesso mi sembra di essere un tale smemorato, eppure riesco a ricordarmi certe cose che agli altri sfuggono.»

13 aprile 1893 — «Per molti versi sono un tipo strano. Perché mi sono liberato di Edwards? Con ogni probabilità perché ero geloso di lui.»

15 maggio 1893 — «Sono un idiota, un dannato idiota, incosciente e senza memoria, inadatto a qualsiasi posizione di rilievo. Ho lasciato che il cervello di Walt Whitman si rovinasse perché non ho chiuso il vaso per bene. Scoperto questa mattina. Questa sarà la mia rovina con la Anthropometric Society, ma anche agli occhi di Allen, forse di Pepper, Kerlin, e gli altri. E poi come sono finito in questi problemi finanziari, non lo so nemmeno io. Quando ho rotto con Edwards avrei dovuto dirgli di andare all’inferno. Ho preso in prestito ancora $500 da papà e mamma. Sono buoni e gentili. Mi sarei ucciso una dozzina di volte prima di adesso, se non fosse stato per loro.»

18 settembre 1893 — «Dovrei essere felice e suppongo di esserlo in un certo senso. Eccetto che per i miei genitori, potrei andarmene in Africa o morire e nessuno sentirebbe la mia mancanza.»

30 settembe 1893 — «Guardo indietro alla fiducia e all’autocontrollo che avevo l’anno scorso come fossero qualcosa di meraviglioso. Adesso finalmente so di non conoscere abbastanza la patologia per la posizione che occupo.»

Ecco dunque la verità: Cattell aveva sigillato male il vaso contenente il cervello di Whitman; il liquido era probabilmente evaporato, e l’organo si era seccato, decomposto oppure era stato intaccato da qualche muffa. Cattell aveva incolpato l’assistente Edwards, il quale a seguito del licenziamento aveva probabilmente cominciato a ricattarlo minacciando di dire la verità; questa estorsione, oltre ai problemi finanziari che l’avevano costretto a chiedere prestiti ai suoi genitori, aveva gettato Cattell in uno stato di depressione e sfiducia nelle sue capacità.

Pubblicando gli estratti del diario di Cattell per la prima volta nel 2014, Sheldon Lee Gosline scriveva:

«Eppure, perché confidare a un diario queste prove incriminanti, a rischio di essere pubblicamente smascherato? Chiaramente Cattell voleva lasciare una confessione che un giorno diventasse pubblica – cosa che ora, 120 anni dopo, è finalmente successa.» (4)Gosline, Sheldon Lee. “I am a fool”: Dr. Henry Cattell’s Private Confession about What Happened to Whitman’s Brain. Walt Whitman Quarterly Review 31 (2014), 158-162.

EPILOGO

9 giugno 1924.

Cattell aveva ormai 61 anni, e ne erano passati 32 dalla sfortunata autopsia di Whitman.

All’epoca, come ricorda Gosline, Cattell «non soltanto poteva contare sullo stipendio dell’università, ma faceva pagare gli assistenti per il privilegio di assisterlo in privato, forniva pareri e testimonianze da esperto di post-mortem su parcella, dirigeva una rivista medica profittevole, era un autore lodato e di successo. Tutto questo era possibile perché aveva evitato di cadere in disgrazia con l’incidente Whitman.»

Se la sua fortuna era dovuta all’aver taciuto la sua incompetenza nel preservare il cervello di un poeta, è con una poesia che, appropriatamente, il patologo conclude i suoi diari. Questi versi suonano come una sorta di bilancio della sua intera vita. E l’immagine che emerge è quella di un animo roso dal senso di colpa, convinto che tutta la sua onorata carriera sia stata guadagnata con la frode; un uomo diviso tra la piacevole sicurezza economica, a cui non riesce a rinunciare, e il bisogno di confessare la sua impostura.

Forse l’unico a sorridere di tutta questa faccenda sarebbe stato lo stesso Walt Whitman, conscio che il corpo individuale (contenitore di “moltitudini”) non è altro che mera espressione transitoria dell’universale: «Perché ogni atomo che appartiene a me, appartiene anche a voi.» (5)Walt Whitman, “Il canto di me stesso”, Foglie d’erba (1855)

Note

1 James R. Wright Jr., Henry Ware Cattell and Walt Whitman’s Brain, in Clinical Anatomy, 31:988–996 (2018)
2 Julius P. Bonello, George E. Tsourdinis, Howard Kelly’s avant-garde autopsy method, Hektoen International Journal of Medical Humanities (2020)
3 Edward Spitzka, A study of the brains of six eminent scientists and scholars belonging to the American Anthropometric Society, together with a description of the skull of Professor E. D. Cope, in Trans Am Philos Soc 21:175–308 (1907)
4 Gosline, Sheldon Lee. “I am a fool”: Dr. Henry Cattell’s Private Confession about What Happened to Whitman’s Brain. Walt Whitman Quarterly Review 31 (2014), 158-162.
5 Walt Whitman, “Il canto di me stesso”, Foglie d’erba (1855)

14 commenti a Il cervello del Poeta

  1. alfatau47 ha detto:

    E’ possibile acquistare il libro o copia di esso ?

  2. Angelica ha detto:

    Bellissimo e ricchissimo articolo, grazie

  3. Gerlanda ha detto:

    Grazie! I tuoi articoli sono sempre interessantissimi!

  4. MaSe Pa ha detto:

    Articolo davvero gustosissimo! Grazie e complimenti

  5. Gery ha detto:

    Quindi il mistero alla fine è stato svelato, aveva lasciato il vaso con il coperchio aperto! ma dove aveva messo la testa! in questo caso… in tutti i sensi :P…
    Sempre belli i tuoi articoli!

  6. gaberricci ha detto:

    La storia è incredibile, ed aveva ragione Orson Wells (era lui? Mi pare) quando diceva che “la realtà ha più fantasia di noi”.

    Devo poi confessare che articoli come questo mi gettano sempre un po’ nell’imbarazzo: il lavoro che faccio è basato pesantemente sull’opera di questi insigni dottori (Kelly ha inventato la ginecologia moderna, Osler è considerato il padre della medicina…), e loro facevano queste cose… d’altronde, non esisterebbe l’anatomia senza Vesalio, che morì durante un pellegrinaggio cui partecipava per aver dissezionato un vivo. Per non parlare del fatto che le migliori tavole anatomiche in circolazione sono state disegnate anche grazie agli studi condotti da scienziati nazisti. Mi piace pensare che stiamo utilizzando queste opere, al minimo controverse (quando non criminali) per il meglio… ma non so se Cattel e colleghi aggissero per il bene dei pazienti, o per il proprio, magari appena mascherato dalla parola scienza.

    • bizzarrobazar ha detto:

      L’imbarazzo va bene, è spesso fruttuoso. Ma alla fine la storia è piena di eventi aberranti che hanno avuto *anche* conseguenze che reputiamo positive, e viceversa. Molte volte ho l’impressione che il vero motore del nostro disagio sia scoprire che le cose non seguono pedissequamente quello che Watts chiamava “il gioco del bianco e del nero”, cioè il nostro modello di pensiero binario e dicotomico. Non esiste un evento buono o cattivo in assoluto. Forse perché nessun evento è scollegato da ciò che viene prima e che arriva dopo, dalle cause e dalle reazioni che a sua volta mette in moto. Tutti condanniamo gli esperimenti o i lager nazisti, e ci mancherebbe, ma da quel dolore è nato un amore e una coesione – una conoscenza, in senso ampio – che forse non ci sarebbero stati altrimenti. Le questioni etiche sono sempre più sfaccettate di quanto sembrino a prima vista. Ne tiriamo fuori una bussola relativa, sperando di migliorare o perlomeno di evitare il più possibile di fare nuovi macroscopici passi falsi.

  7. gaberricci ha detto:

    (Scusa se scrivo un commento nuovo, ma no riesco a metterli “a nidiata”).

    Hai ragione. Tutto sommato dipende da che uso fai di quello che hai ricevuto “in dono”: è forse anche questa un’incarnazione del vecchio, vecchissimo adagio sul coltello, che può essere usato per tagliare la gola ad un uomo o per salvarlo da un’appendicite. E d’altro canto, tutto sommato forse è fare il peggiore degli sberleffi al nazismo, usare le scoperte che hanno fatto dissezionando crudelmente i loro prigionieri per salvare altri esseri umani.

    P.S.: sei tu che sei un appassionato di Ursula Le Guin? O mi confondo con Filo Sottile? Perché mi sta venendo in mente, rileggendo il tuo commento, una frase che mi pare fosse sua, e che dice: la luce è la mano sinistra delle tenebre. Mi sembra un ottimo riassunto.

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