La morte di David Cronenberg

Il cortometraggio The Death of David Cronenberg, reso pubblico il 19 settembre 2021, dura solo 56 secondi.
Ma sono 56 secondi disturbanti, toccanti e indimenticabili.

Firmato da Cronenberg stesso assieme a sua figlia, la fotografa Caitlin Cronenberg, si tratta di una scarna scena incentrata sul confronto con la propria mortalità.

The Death of David Cronenberg è, nelle parole del regista, «un piccolo pezzo metaforico su una persona che abbraccia la propria morte. La abbraccio, in parte perché non ho scelta: questo è il destino dell’essere umano.»

Una breve ed essenziale visione che è anche intimamente personale.
Gli ultimi anni del regista, infatti, sono stati segnati da due lutti difficili: nel 2020 è morta Denise Cronenberg, sua amata sorella nonché costumista nella maggior parte dei suoi film, e tre anni prima si era spenta sua moglie Carolyn Zeifman.
«È morta in quella casa, in un letto, e quando è morta mi è sembrato in parte di morire io stesso, e ancora mi sento così. Quel cadavere per me è mia moglie. […] Si tratta di un film sull’amore e l’aspetto transitorio dell’essere uomo.»

Questa dimensione di confronto personale emerge anche dalla peculiare genesi di questo cortometraggio.
Tutto è nato dalla proposta da parte di sua figlia Caitlin di realizzare un cortometraggio da tokenizzare come NFT.
Pensando a un possibile progetto, al regista è tornato in mente un episodio accadutogli sul set della serie SLASHER, prodotta da Shudder.
Come ha raccontato Cronenberg stesso, mentre lavorava sulla quarta stagione della serie «un bel giorno i ragazzi degli effetti speciali mi dicono, abbiamo una sorpresa per te; mi hanno presentato il mio stesso cadavere, ed è stato fantastico.»
Così, ripensando a quel corpo prostetico in silicone, Cronenberg ha contattato la Black Spot FX di Toronto per chiederlo in prestito, perché «ho ancora dei conti in sospeso con questa versione morta di me stesso.»

Una volta portato a casa (ben coperto, in modo da non allertare i vicini!), il corpo è stato piazzato nel letto d’infanzia di Caitlin. Cronenberg non era immediatamente sicuro di cosa farci: «L’ho lasciato lassù per un paio di giorni, e di tanto in tanto andavo a guardarlo. Per me aveva una risonanza emotiva.»

In un certo senso, il cortometraggio rispecchia dunque in modo schietto la situazione reale dell’autore, che in quei giorni era chiuso in casa con il simulacro di un cadavere con le proprie fattezze. Una sorta di bizzarra terapia d’urto, come conferma Cronenberg in tono scherzoso: «essere in grado di baciare sé stessi da morti è senza dubbio fantastico. Credo che ognuno dovrebbe farlo. Tutti dovrebbero avere un cadavere creato da una ditta di effetti speciali!»

Il cinema di David Cronenberg, nella sua interezza, propone una complessa riflessione artistico-filosofica che è assieme surreale e materialista: per il regista canadese l’esplorazione della psiche umana passa necessariamente attraverso il corpo, le cui incessanti e imprevedibili mutazioni sono espressione di una vertigine identitaria.
Non stupisce quindi che anche la sua meditazione sulla morte e sull’impermanenza sia resa, in questa brevissima ma incisiva visione, in termini drammaticamente concreti, fisici.

E al tempo stesso il film si concentra sul paradosso di non poter immaginare la propria morte: anche se provo a figurarmi come sarà il mio funerale, ho bisogno di un ipotetico osservatore, perché non esiste immagine senza un punto di vista.
Anche la morte degli altri non è meno sfuggente, perché non è empirica ma al contrario si traduce in uno scacco dei sensi. Posso raffigurare nella mia mente la presenza di una persona ma non la sua scomparsa, che si esplicita solo “per procura”, cioè in un’assenza sensoriale (tutti quei momenti in cui era normale la presenza del defunto).

Da sempre l’arte figurativa — pittorica, plastica, fotografica — ha cercato di superare questa impasse. Come scrive Mirko Orlando,

La morte può esistere soltanto all’interno del circuito aperto della vita […] perché la sua esperienza è un esperire che non riguarda il defunto (chi muore) bensì la comunità dei superstiti che lo rimpiange (chi sopravvive). La morte è immagine perché anzitutto immaginata, perché la si può incontrare solo all’orizzonte del suo riflesso; alle soglie del cadavere, delle tracce fotochimiche o pittoriche, dei confini imprecisi dei ricordi o nei labirinti della dimensione onirica. Solo lì posso incontrare l’estinto, soltanto nel suo doppio perché è chiaro che null’altro mi è permesso fin quando sono vivo.

(M. Orlando, Ripartire dagli addii, 2010)

Ecco allora che l’operazione di Cronenberg è anche un inno alla potenza del cinema: ogni opera artistica è rappresentazione, e questa messa in scena permette di manifestare l’impossibile. Grazie al cinema, Cronenberg si concede perfino di visualizzare il doppio più inafferrabile e inconcepibile: il proprio cadavere, il proprio futuro “non esserci”.
Infine, idea ancora più sovversiva, quel cadavere egli lo accetta, lo bacia, lo coccola.
In un’epoca in cui al centro di ogni preoccupazione vi è il corpo sano, i cui cedimenti (vecchiaia, malattia, morte) non vengono ammessi o tollerati, questa è un’immagine particolarmente spiazzante e — cosa rara nel suo cinema — colma di dolcezza.

 

6 commenti a La morte di David Cronenberg

  1. Giorgia ha detto:

    Alla fine la morte è l’unica cosa di cui non potremo mai aver coscienza.
    Possiamo pensarla, accettarla -o rifiutarla-, prenderne semplicemente atto ma “tenendola a distanza”. Possiamo “girarle le spalle”. Svuotare il corpo che ci sta di fronte da ogni contenuto emozionale e considerarlo, per l’appunto, solo più un corpo. E non nostra nonna, nostro padre…
    Sarà sempre la “perfetta sconosciuta”.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Esatto. E possiamo rappresentarla all’infinito, nel tentativo di renderla familiare, ma alla fine resta inconcepibile.

      • Giorgia ha detto:

        Direi che si possa davvero definire l’ultima meraviglia. Nel bene e/o nel male.
        E la trovo una cosa bellissima.
        La conoscenza di ogni cosa, morte compresa, toglierebbe fascino all’esistenza

  2. Andrè Santapaola ha detto:

    Il momento in cui ha toccato il suo stesso cadavere mi è sembrato di vedere uno di quei video di animali (elefanti, primati superiori o anche corvidi) che interagiscono con un proprio simile defunto. Un gesto atavico, primitivo e primordiale. Se, in qualche modo, noi ormai siamo abituati a confrontarci con la morte degli altri, il confronto con la propria morte è un gesto completamente inesplorato. Quella non è recitazione, è sicuramente un atto reale.

  3. Alberto ha detto:

    Meraviglioso… affascinante…
    Commovente..

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