Il libro pornografico dell’autore di Bambi

Oggi è l’anniversario del film Bambi, uscito nelle sale 80 anni fa.
Per questo motivo oggi parleremo di… pedopornografia.

Il capolavoro della Disney è infatti un adattamento dell’omonimo libro per bambini di Felix Salten; di questo prolifico (anche se tutto sommato mediocre) autore austriaco, mi pare doveroso su queste pagine ricordare invece un altro romanzo, quel Josefine Mutzenbacher che oggi probabilmente non potrebbe mai vedere la luce.

Pubblicato anonimo nel 1906, il libro racconta in forma di autobiografia le peripezie di una prostituta viennese. Nulla di originale in questo, le memorie di cortigiane, etère e meretrici erano già un filone classico della letteratura erotica; ma il romanzo di Salten si concentra esclusivamente sulle esperienze infantili e adolescenziali della protagonista, concludendosi proprio al momento in cui Josefine, divenuta quattordicenne, decide di fare del suo corpo una fonte di reddito.

Partiamo con il dire che il libro non è certo un capolavoro, ma ha diversi aspetti interessanti dal punto di vista letterario. Rispetto ad altri testi coevi, spesso intrisi di sofisticati rimandi classici, Salten si pone su un livello volutamente “basso”. Non solo perché scrive un libro apertamente pornografico, ma anche perché decide di ambientarlo non in qualche sospesa nostalgia ellenistica, ma nei quartieri proletari di Vienna, quelli dimenticati dalla letteratura aulica, colorando i suoi dialoghi di espressioni dialettali o volgari, e scegliendo il registro della commedia.(1)Cfr. Luigi Reitani, Pedagogia sexualis: Gli anni d’apprendistato di Josephine Mutzenbacher fra commedia popolare ed estetica della trasgressione, in F. Salten, Josephine Mutzenbacher, Edizione CDE, 1991.

Ma quello che ancora oggi può scandalizzare il lettore è la leggerezza gioiosa con cui vengono raccontate le esplorazioni sessuali di questa bambina, sia in compagnia di suoi coetanei che con adulti, nei sobborghi popolari della capitale fin de siècle.

Prima di gridare alla pedofilia, però, è importante tenere a mente il contesto della pubblicazione di una simile opera.

Quelli erano gli anni dei rivoluzionari studi di Freud sulla sessualità infantile, che fino ad allora non era stata minimamente presa in considerazione. Ma era anche l’epoca della sensualità efebica dei dipinti e degli schizzi erotici di Klimt, e di tutta una serie di produzioni letterarie (Schnitzler, Hofmannsthal, Altenberg) in cui la prima adolescenza veniva esaltata come apice del fascino sessuale. (2)Cfr. Scott Messing, Schubert in the European Imagination, vol. 2, University of Rochester Press 2007. Sulla mitizzazione dell’età dei quattordici anni: pp.160-163.

In questa temperie tardo-ottocentesca nasceva il paradigma estetico del Kindweib, cioè la donna-bambina: un mito che in poco tempo divenne onnipresente, tanto da influenzare anche la moda femminile, e sintomatico proprio del peso che il dibattito sulla sessualità assunse in quel tempo. (3)Ricordo en passant che la donna-bambina si riscontra in innumerevoli romanzi, perfino nei più insospettabili: ad esempio il personaggio di Weena ne La macchina del tempo (1985) di H.G. Wells.

Il termine Kindweib fu popolarizzato nel 1907 da Fritz Wittels in un famoso articolo omonimo che circolò diffusamente nei circoli intellettuali viennesi, in cui si affermava:

Sembra che la bellezza femminile sia più attraente per l’uomo di oggi se rinuncia alla maternità e decide di fare l’eterna bambina […]. Le donne appaiono come bambine, con le ginocchia scoperte, i capelli a caschetto, la carnagione morbida, la bocca rotonda e invitante di un’infante e i grandi occhi stupiti, resi artificialmente più grandi e più stupiti come se fossero ancora interessate a guardare il mondo come fa una scolaretta. Imitano un tipo raro in natura, la donna-bambina, che per ragioni costituzionali deve rimanere bambina per tutta la vita […]. La base più o meno patologica della donna-bambina è la comparsa precoce del sex appeal. Quando una bambina è attraente a un’età in cui gli altri bambini stanno ancora saltando la corda, cessa di essere una bambina. Dall’interno nasce una sessualità precocemente risvegliata, e dall’esterno gli sguardi ammirati la infiammano. Essere desiderata è un’idea così assoluta per questa donna, che ella non continua il suo sviluppo. Dobbiamo quindi aggiungere alla nostra osservazione, che essa cessa di essere una bambina, anche il fatto che rimane una bambina per sempre. Questo contrasto all’interno della stessa persona produce il suo fascino.(4)Citato in Messing, op. cit., p.159.

L’ideale della donna-bambina è dunque bifronte fin dal nome: infantile e adulta, innocente e sensuale, narcisista e innocente.
Per certi versi è una figura che esalta come virtù desiderabili in una femmina il candore, la dolcezza, la spensieratezza, contrapponendosi così alle donne che, in quegli anni, pretendono di fare le intellettuali, addirittura di laurearsi, fare carriera o… di votare.
Dall’altra parte, però, la donna-bambina possiede anche una potente carica sovversiva. La sua sensualità radicale, il disinibito poliandrismo, la sua pansessualità sono caratteristiche che la rendono una “forza della natura” capace si spazzare via d’un solo colpo tutte le istituzioni sociali: essa rifiuta la maternità, la famiglia, la fedeltà, la dipendenza dal maschio. È interessata solo a sé stessa e al gioco della seduzione, simbolo dell’istinto che emerge irrefrenabile, facendo crollare gli argini costruiti nei secoli dalla società.

Anche nel romanzo, Josefine vive le sue esperienze senza l’ombra di un vero trauma, e fa esplodere le convenzioni con la disinvoltura d’una bambina che sta “solo” giocando. Per Salten questa sessualità senza freni non rappresenterebbe dunque una minaccia ma una liberazione.

Sì, ma liberazione di chi?
La donna-bambina è un ideale liberatorio per le donne, o per gli uomini?

Secondo Scott Messing, il fatto che in molti casi (come nel romanzo in questione) questa figura sia una prostituta proverebbe quanto il mito del Kindweib fosse essenzialmente una scusa per giustificare le relazioni asimmetriche con giovani adolescenti che diversi artisti intrattenevano all’epoca:

La costruzione di questo tipo di donna contribuì a produrre una teoria seducente per scrittori come Kraus e Altenberg, entrambi i quali sostenevano che la prostituzione fosse un’esperienza liberatoria per chi la praticava, anche se ne ignoravano le conseguenze sociali, e i quali godevano essi stessi di relazioni indiscriminate con scarsa attenzione per il destino delle loro partner. […] La teoria di Wittels accoglieva il richiamo dell’adolescenza femminile e la libertà dal senso di colpa morale in qualsiasi transazione sociale successiva […]. (5)In Messing, id., p.160.

Nel mio ebook gratuito La donna anatomica parlavo di quanto, almeno fin dal Medioevo, la portata distruttrice e minacciosa dell’eros femminile fosse stata riconosciuta (vale a dire: fabbricata) nonché osteggiata; ma anche l’ideale di una femminilità “libera”, quando è plasmato dalla fantasia maschile, può essere altrettanto subdolo.

Josefine Mutzenbacher resterà, se si escludono poche novelle, l’unica incursione di Salten nell’erotismo.

Già pochi anni dopo l’autore diventerà una firma importante del giornalismo, “con un posto fisso sulle colonne della «Neue Freie Presse», il più importante quotidiano austriaco. La svolta conservatrice di Salten si è ormai compiuta, parallelamente al suo ingresso nelle istituzioni culturali. Nel dopoguerra egli conta tra gli uomini di cultura più influenti della Repubblica Austriaca. […] Nel 1923 era anche giunto l’agognato successo letterario, con la pubblicazione di Bambi. Una storia del bosco, a cui faranno seguito altri titoli nel campo della letteratura per l’infanzia. Costretto a emigrare per la sua origine ebrea dopo l’annessione dell’Austria alla Germania nazista (1938), Salten troverà asilo in Svizzera, dove morirà nel 1945 a Zurigo. Tre anni prima Walt Disney aveva reso celebre il soggetto di Bambi con una spettacolare riduzione cinematografica.(6)Luigi Reitani, Op. cit.

Note

Note
1 Cfr. Luigi Reitani, Pedagogia sexualis: Gli anni d’apprendistato di Josephine Mutzenbacher fra commedia popolare ed estetica della trasgressione, in F. Salten, Josephine Mutzenbacher, Edizione CDE, 1991.
2 Cfr. Scott Messing, Schubert in the European Imagination, vol. 2, University of Rochester Press 2007. Sulla mitizzazione dell’età dei quattordici anni: pp.160-163.
3 Ricordo en passant che la donna-bambina si riscontra in innumerevoli romanzi, perfino nei più insospettabili: ad esempio il personaggio di Weena ne La macchina del tempo (1985) di H.G. Wells.
4 Citato in Messing, op. cit., p.159.
5 In Messing, id., p.160.
6 Luigi Reitani, Op. cit.

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