Un segno dal cielo

1954. Quella mattina di fine novembre l’aria era particolarmente limpida e fredda nella località dell’Alabama chiamata Oak Grove, una manciata di case sparse tra gli alberi in periferia di Sylacauga.
Sembrava una mattinata come tante. Eppure un oggetto extraterrestre, che non proveniva da questo mondo, si apprestava a fare violentemente irruzione in quella piccola realtà contadina.

Ann E. Hodges, 34 anni, quel giorno non si sentiva troppo bene. Era a casa da sola perché suo marito Eugene, operaio, era uscito presto per recarsi al lavoro. Così verso l’ora di pranzo la signora Hodges decise di stendersi un po’ sul sofà per riposare. Mentre s’infilava sotto la trapunta, di sicuro non immaginava che quel sonnellino le avrebbe cambiato la vita per sempre.
Poco dopo un fracasso pauroso scosse la casa e una fitta lancinante al fianco la svegliò di soprassalto.

Più o meno alla stessa ora, il Dr. Moody Jacobs uscì dal suo ufficio per andare a mangiare un boccone. Camminando gettò un’occhiata al cielo terso, e si accorse che era tagliato in due da una striscia di fumo nero. Che fosse un aeroplano in avaria? Mentre stringeva le palpebre per vedere meglio, il silenzio fu squarciato da un enorme boato e la scia scura si aprì in una corolla di lingue di fumo bianco. Se si trattava davvero di un aeroplano, doveva essere esploso in volo.
Rientrato al suo ufficio verso l’una, il Dr. Jacobs ricevette una chiamata di soccorso: a quanto pareva, la signora Hodges era stata “colpita da una cometa”.
Probabilmente, salendo in macchina, il dottore dovette pensare a uno scherzo: sapeva bene che la casetta bianca dove abitavano gli Hodges stava proprio di fronte cinema di Oak Grove… che si chiamava, guarda caso, Comet Drive-In Theater e la cui insegna al neon mostrava una stella cadente.

Quando il medico arrivò sul posto, la signora Hodges era sotto shock. Mentre dormiva sul divano — raccontò la donna — una roccia grande come una noce di cocco aveva sfondato il soffitto e, dopo aver centrato la radio fracassandola, era rimbalzata verso di lei colpendola al fianco e a una mano.

La notizia si diffuse immediatamente, tanto che al rientro dal lavoro il signor Eugene Hodges dovette farsi largo tra la folla di curiosi assembrati di fronte a casa sua.
Il geologo George Swindel, che stava effettuando dei rilievi nelle vicinanze, avanzò l’ipotesi che la roccia fosse un meteorite; ma poiché in tempi di guerra fredda era meglio essere sicuri, la polizia portò la pietra alle autorità della Air Force Intelligence. Confermato che si trattava proprio di una condrite, cominciò un circo mediatico senza precedenti per la piccola comunità di Oak Grove: Ann era la prima vittima accertata di un evento così straordinario, in epoca moderna. E di conseguenza, il Dr. Jacobs divenne l’unico medico ad aver curato un trauma da meteorite.

Ann era sicura che quella pietra piovuta dallo spazio fosse un segno divino: «Dio voleva che il meteorite fosse mio. Dopo tutto, ha colpito me!»
Anche suo marito Eugene era convinto di poter fare una fortuna grazie a quel dono celeste. Furibondo perché la polizia aveva aveva portato via la roccia per le analisi, ingaggiò un avvocato in modo da averlo indietro. Nel frattempo rifiutò perfino una generosa offerta dello Smithsonian Institute, deciso com’era a far fruttare il più possibile quel meteorite: le loro vite, se lo sentiva, stavano per cambiare.
E in effetti cambiarono — purtroppo non per il meglio.

Giornali e televisioni diedero l’assalto alla coppia, e Ann venne addirittura invitata nella trasmissione I’ve Got A Secret, in cui delle celebrità dovevano indovinare il “segreto” dell’ospite di turno.
Subito dopo però la coppia si trovò invischiata in una causa legale: infatti i due vivevano in affitto e la proprietaria della casa, Birdie Guy, seccata di aver dovuto sborsare i soldi per riparare il tetto, reclamava il possesso della pietra spaziale caduta sulla sua proprietà. La signora Guy vinse in numerosi appelli, e alla fine gli Hodges le corrisposero la cifra non indifferente di $500 per il possesso del meteorite.
Ma il processo era stato così lungo che quando finalmente la roccia tornò nelle loro mani, l’interesse dei media era già svanito da un pezzo. Gli Hodges si ritrovarono più poveri e più inaciditi di prima.
Divorziarono nel 1964.

Il meteorite finì per essere usato come fermaporta, finché Ann Hodges non decise di sbarazzarsene una volta per tutte donandolo al Museo di Storia Naturale dell’Alabama, a Tuscaloosa, dove è tuttora esposto.
A detta del marito e di chi la conosceva, la donna non si riprese mai emotivamente da tutta questa storia; la pietra caduta dal cielo lasciò su di lei dei segni ben più profondi di quelli fisici. Morì a 52 anni, nel 1972, per collasso renale.

Forse, dopotutto, quel pezzo di roccia — formatosi assieme al sistema solare, e che aveva viaggiato nello spazio per milioni e milioni di anni prima di finire la sua traiettoria nel salotto della Signora Hodges — era davvero un segno del cielo. Una metafora del Fantastico che, quando meno ce lo aspettiamo, fa breccia nella risaputa quotidianità sconvolgendo gli equilibri, ricordandoci la nostra stessa aleatorietà. Un simbolo di quanto le nostre minuscole storie individuali, e i nostri destini, siano intimamente legati allo sconfinato cosmo, là fuori.

O, forse, il segno divino indicava qualcos’altro ancora.
Sì, perché questa non è la vera fine della storia.

Infatti il meteoroide, al passaggio nell’atmosfera, si era diviso in due.
Come abbiamo visto il primo frammento aveva impattato sulla signora Hodges, rovinandole la vita. Ma il secondo frammento era stato trovato a qualche chilometro di distanza da un contadino afroamericano di nome Julius Kempis McKinney mentre guidava il suo carretto carico di legna. I muli si erano fermati recalcitrando davanti a una strana pietra sul bordo della strada, McKinney aveva spostato la roccia e continuato verso casa; ma quella sera, dopo aver sentito cos’era capitato agli Hodges, era tornato indietro e aveva raccolto il sasso.

A differenza degli Hodges, McKinney lo vendette subito allo Smithsonian Institute; e anche se non rivelò mai l’importo guadagnato, fu abbastanza per comprare alla sua famiglia una macchina e una casa nuova.

Quella pietra proveniente dallo spazio profondo aveva portato fortuna soltanto a un’umile e povera famiglia di braccianti neri, nell’Alabama del 1954; lo stesso anno in cui la Corte Suprema aveva dichiarato, con una storica sentenza, che la segregazione razziale nelle scuole pubbliche era incostituzionale.

(Grazie, Cristina!)

Wunderkammer Live!

Qualche anno fa avevo organizzato l’Accademia dell’Incanto, una serie di incontri con antropologi, artisti, anatomopatologi, registi e studiosi di stranezze nella cornice della wunderkammer Mirabilia di Roma.

Ora, in periodo di isolamento, il curatore di Wunderkammer Zurich, Christian D. Link, ha deciso di organizzare qualcosa di simile in live streaming su Facebook: il progetto si chiama Wunderkammer Live!, e prevede due giornate in compagnia di ospiti eccentrici ed eccezionali.

Chris D. Link (Photo by Raisa Durandi)

Le prime due date fissate sono il 18 e il 19 di Aprile, per un totale di dodici ospiti (sei ogni giorno, in diretta a partire dalle 16 fino alle 22).
Il lineup è davvero notevole: oltre al sottoscritto e all’amico Luca Cableri, che ormai conoscete bene se avete visto la mia webserie, il programma include interventi dell’antropologo forense Matteo Borrini, della tassidermista olandese Marjolein Kramer, del collezionista Viktor Wynd (altra vecchia conoscenza per chi segue Bizzarro Bazar), del grande artista svizzero Thomas Ott, del mentalista Luke Jermay, e molti altri.

La diretta streaming avverrà all’interno del gruppo Facebook di Wunderkammer Live!, quindi iscrivetevi; durante queste due settimane che precedono dell’evento avrete anche l’opportunità di conoscere meglio i relatori con dei post di presentazione.

In questo momento è più essenziale che mai tenere vivo il sense of wonder; l’iniziativa di Chris ha proprio lo scopo di ispirare, intrattenere, stupire e condividere le conoscenze eterogenee di alcuni professionisti della meraviglia. E ok, ci sono anch’io tra gli intervistati, ma personalmente non vedo l’ora di sentire cosa ci racconteranno gli altri ospiti.
Vi aspettiamo per un paio di pomeriggi davvero fuori dall’ordinario: ne abbiamo tutti bisogno!

I draghi delle Alpi

Articolo a cura del guestblogger Giovanni Savelli

In una montagna sempre più civilizzata, antropizzata e turisticamente affollata, si fa fatica a trovare il bizzarro. I mostri si sono ritirati verso luoghi ancora inaccessibili. Una migrazione teratologica che ha riguardato le Alpi, ancor prima di zone di confine come i Carpazi o le catene montuose della Norvegia settentrionale; dove ancora qualche sparuto gruppo di troll sopravvive a stento di fronte all’allargarsi dell’areale umano, temporaneo o stanziale che sia.

Eppure per secoli, e comunque fino a metà del Settecento, la più imponente e grandiosa catena montuosa d’Europa è stata un oggetto naturale da osservare a distanza. Se possibile una distanza commisurata alla potenza di binocoli o di osservazioni naturali che non implicassero un pericoloso avvicinamento all’oggetto osservato. La passione moderna per le altezze, e l’ancora più recente accanimento a mettere piede sulle cime più alte del mondo, non interessava affatto né i viaggiatori né i naturalisti dell’epoca. Nel bel mezzo della civilizzata Europa, le Alpi e le sue cime più elevate erano osservate con una certa indifferenza dagli esploratori, e con totale diffidenza da parte di chi, con quelle cime, doveva farci i conti ogni sacrosanto giorno.

Una vicinanza scomoda e foriera di guai per chi abitava le valli di Chamonix o il vicino villaggio di Courmayeur nel corso della Piccola Era glaciale, quando le lingue dei ghiacciai si erano fatte più invadenti e insidiose.
Questa percezione di pericolo e paura è confermata dalla stessa toponomastica con i suoi nomi tutt’altro che rassicuranti, Maudit o Dolant, a indicare oggetti naturali che suscitavano nel migliore dei casi diffidenza, nel peggiore un cieco terrore.

Incisione di H. G. Willink – Wilderwurm Gletscher (1892)

Come ci ricorda Elisabetta Dall’Ò (I draghi delle Alpi. Cambiamenti climatici, in Antropocene e immaginari di ghiaccio), la ragione è da ricercarsi nel progressivo allungamento, a partire dal XV secolo, delle lingue glaciali fino a ridosso dei villaggi alpini, con conseguenze spesso fatali per gli abitanti. Il distaccamento di giganteschi blocchi di ghiaccio provocava frequenti e letali ostruzioni dei corsi d’acqua con conseguenti allagamenti. La progressiva estensione dei ghiacciai sottraeva terreno fertile per l’agricoltura e pascoli per l’allevamento. È in questo contesto ecologico e socio-economico che prendono forma e si delineano le leggende di draghi e mostri. Un folklore che affonda le sue radici nell’etimologia stessa della parola drago associata all’acqua: sia nella sua forma liquida che solida. I draghi delle Alpi affollano l’immaginario alpino come mostri capaci di distruggere in una sola notte interi villaggi. I ghiacciai che scendono a valle diventano lingue di drago minacciose e imprevedibili. Imprevedibili tanto per il superstizioso abitante dei villaggi alpini, quanto per scienziati e naturalisti che fino alla fine del Seicento si sono ben guardati da mettere piede sulle fredde lande alpine. Meglio dedicarsi all’esplorazione di isole esotiche e sperdute: meteorologicamente più accoglienti.

Draghi e acqua, dicevamo; ed ecco che qua e là nelle Alpi incontriamo il termine dragonàre col significato (in epoca napoleonica) di allagare, oppure la parola dracare come sinonimo di grossa nevicata. La faccenda dei draghi nelle Alpi è comunque storia vecchia, visto che anche le regioni pedemontane conservano tracce di draghi nel loro ciclo fondativo. È un drago a minacciare l’antica Augusta Taurinorum ed è un toro (rosso) a sconfiggerlo. È sempre un drago a mettere in pericolo la sopravvivenza del vallone di Loo (siamo in Val d’Aosta) ed è ancora un torello a metterlo in fuga.

Ma torniamo ai draghi propriamente alpini, che è l’argomento che ci interessa. Così come, per un certo periodo, ha interessato fior fiore di naturalisti e studiosi settecenteschi che hanno raccolto nel corso della loro carriera più di una testimonianza di avvistamenti di draghi. Ce ne dà una sommaria classificazione Edward Topsell, chierico inglese vissuto a cavallo tra Seicento e Settecento nella sua opera The History of Serpents. Nella sezione dedicata ai draghi leggiamo infatti che:

Vi sono draghi che hanno ali e nessuna zampa, altri hanno sia zampe che ali, e altri ancora né zampe né ali, ma sono distinti dal tipo comune di serpenti unicamente in virtù della cresta che cresce sulle loro teste, e dalla barba sotto le loro guance.

“Consulente” scientifico di Topsell, fu un certo Conrad Gessner, guarda caso originario della regione alpina; nato in Svizzera, a Zurigo nel 1516, e autore di alcuni dei disegni che compaiono nell’opera. Il fatto che Topsell credesse davvero nell’esistenza di queste creature sembra poco probabile, ma ciò che conta è la bizzarra e, per nostra fortuna, attenta descrizione di animali (reali), accanto a mostri e bizzarrie naturalistiche che si traducono, in altri luoghi, nella realizzazione delle wunderkammer.

Il fatto che Edward Topsell non abbia mai messo un piede sulle Alpi lo rende, nella nostra storia dei draghi alpini, se non sospetto, perlomeno poco attendibile; almeno rispetto a naturalisti ed esploratori come Johann Jakob Scheuchzer che vanta un’affinità con il panorama alpino ben più stringente. Nato e cresciuto in terra elvetica, fu membro della Royal Society e intraprese i primi viaggi scientifici delle Alpi a partire dal 1693. Non esente da cantonate colossali, come la sua attribuzione dei fossili a resti del Diluvio Universale, fu comunque esploratore attento e curioso che nella sua ricerca non mancò di annotare i terribili e pittoreschi racconti dei draghi che all’epoca popolavano le Alpi.
A riprova di questo troviamo nella sua opera del 1723 (Itinera per Helvetiae alpinas regiones) una serie di curiose e intriganti rappresentazioni di draghi montani che mostrano indubbie somiglianze con la classificazione dracologica presente nell’opera di Topsell. È lo stesso Scheuchzer a parlarci nel suo libro dei due draghi più comuni, stando alle testimonianze raccolte, dell’arco alpino: il Tatzelwurm e il Lindworm.

A meno che non siate esperti di draghi, può essere utile ricapitolare le morfologie dragonesche affrontate finora:

  • Tatzelwurm: corpo di serpente, lunga coda, due o quattro zampe;
  • Lindworm: serpe drago con due zampe e senza ali;
  • Iaculo: corpo di serpente e due ali;
  • Viverna: corpo di serpente con ali e due zampe;
  • Anfittero: drago alato e senza zampe.

I primi due sembrano essere, in base alle testimonianze orali raccolte, i più comuni nell’arco alpino; gli altri tre li trovate localizzati nei film di Hayao Miyazaki, nei libri di George R. R. Martin e ai piedi dei colli bolognesi nel libro di Ulisse Aldrovandi Serpentum et Draconum historiae libri duo, pubblicato a Bologna nel 1604. Se non avete mai sentito parlare dell’Aldrovandi, vale la pena dare un’occhiata all’articolo a lui dedicato su Bizzarro Bazar, scritto da Dario Carere. Se volete vedere il famoso drago di Bologna da lui descritto, seguite questo link (la creatura in questione è a pagina 404).

E visto che Ulisse Aldrovandi non è certo tipo che si risparmia nel rappresentare figure mostruose e straordinarie, sempre nel suo Serpentum ed Draconum historiae, ci regala una serie di quattro disegni di draghi alati, bipedi e non.

Ulisse Aldrovandi è figura tipica del Seicento, in cui la curiosità scientifica si unisce a un più ampio interesse per tutto ciò che è bizzarro, mostruoso e stupefacente. Un’attitudine da cui appare anni luce distante il naturalista e scienziato svizzero Horace Bénédict de Saussure che, infatti, nelle sue numerose esplorazioni delle montagne alpine, di draghi non ne vide neppure uno. È a partire dalla seconda metà del Settecento che l’immaginario alpino, in fatto di draghi, subisce un lento e inesorabile impoverimento. Là dove un tempo fiorivano mostri e temibili lingue di drago pronte a inghiottire interi villaggi, la curiosità scientifica del de Saussure incontra solo oggetti naturali e fenomeni che devono essere compresi, studiati e, se possibile, spiegati.
Curiosità scientifica che si accompagna alle prime incursioni turistiche verso uno dei più grandi e temibili draghi delle Alpi: il ghiacciaio di Chamonix. È all’estate del 1741 che possiamo far risalire la scoperta della Mer de Glace, nell’avventurosa ascesa di un drappello di scapestrati inglesi che dopo ore di cammino giungono in vista di un ghiacciaio che fino a pochi anni prima era popolato da draghi e demoni. Gli stessi descritti negli anni venti del Settecento da Jakob Scheuchzer.

È l’inizio del turismo glaciologico che avrebbe, nei decenni a venire, resa celebre la località francese di Chamonix tra gli appassionati della montagna. I draghi delle Alpi si ritirano, lasciando spazio poco a poco alle folle di turisti e ai primi alpinisti, e assistono, a distanza, alla nascita di alberghi, funivie e strutture ricettive. Certo, il loro territorio fa ancora paura, suscitando terrore e meraviglia in chi capita da quelle parti. Sul ghiacciaio della Mer de Glace, Mary Shelley, che lo visitò in compagnia del marito nel 1816, avrebbe ambientato una scena del suo Frankestein. Ma è un fascino paragonabile, con le dovute proporzioni, a quello suscitato dalla funivia del Monte Bianco in chi osservi l’imponente ghiacciaio dall’alto delle sue cabine. Ben diverso dall’imprevedibile paura di ciò che non può essere spiegato e neppure controllato.
Nell’arco di un secolo il territorio alpino sarebbe mutato così radicalmente che oggi si fatica anche solo a pensare come un tempo quei luoghi fossero popolati da draghi e demoni. Naturale far coincidere a questo punto il ritiro dei draghi con le condizioni attuali in cui versano i ghiacciai alpini. Naturale, certo, ma anche necessario, perché immaginare il Monte Bianco senza neve può servire a comprendere dove siano andati a finire i temibili draghi delle Alpi. È così che folklore, leggende e tradizioni si legano all’ecologia di un territorio che, mutando, muta anche la rappresentazione che i suoi abitanti ne fanno.
I draghi, dalle Alpi, sono scomparsi; e non solo loro.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 21

“La mia vanitas ha più teschi della tua!” (Aelbert Jansz. van der Schoor, versione ad alta definizione)

  • Mariano Tomatis racconta la vicenda di Doña Pedegache, mentalista portoghese del Settecento; e come al solito la sua scrittura sorprende e commuove.
  • Visto che siamo in Portogallo, facciamo una visitina alla Capela dos Ossos con questo bel post di Cat Irving.
  • 21 agosto 1945: il fisico Harry Daghlian stava facendo una bella pila di mattoni di carburo di tungsteno attorno a una sfera di plutonio, quando un mattone gli scivolò di mano e portò il nucleo in condizione di supercriticità. Daghlian morì 25 giorni dopo.
    21 maggio 1946: il fisico Louis Slotin stava lavorando su una sfera di plutonio — ma non una qualunque: la stessa sfera che aveva ucciso Daghlian. Per separarne le due metà, ebbe la brutta idea di usare un cacciavite. Il cacciavite scivolò, la parte superiore cadde. Slotin morì 9 giorni dopo.
    La povera sfera di plutonio, da quel momento in poi, non ebbe più una buona reputazione, e si guadagnò pure un nomignolo poco lusinghiero.

  • Ma la storia del nucleare è piena di incidenti incredibili. C’e un aspetto, a proposito del Progetto Manhattan che portò alla creazione delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, di cui non si parla spesso: gli esperimenti umani su cavie non consenzienti. Prendete per esempio Albert Stevens, che sopravvisse alla dose di radiazione più alta mai accumulata nel corpo di un essere umano quando gli scienziati gli iniettarono in vena, a sua insaputa, 131 kBq di plutonio.
  • Tutti a parlar male del povero HAL, ma forse è il caso di rivalutarlo. In 2001: Odissea nello spazio, il famigerato supercalcolatore uccide alcuni astronauti, e viene infine ucciso esso stesso. Ormai che ci siamo, e le intelligenze artificiali sono realtà, tocca cominciare a porsi dei problemi sull’etica dell’assassinio da parte delle macchine, ma anche dell’assassinio delle macchine.
  • Breve storia dei bambini spediti via posta.

  • La sempre eccellente Lindsey Fitzharris (autrice di L’arte del macello) ci delizia con qualche aneddoto sui trucchi di bellezza di un tempo. Per esempio il metodo per rendere attraenti le parrucche settecentesche, cioè cospargerle con il lardo. Attraenti, s’intende, soprattutto per pulci e pidocchi.
  • Un geologo scoprì una caverna antichissima, solo che si accorse subito che non era una cavità naturale. Qualcuno o qualcosa l’aveva scavata. E cos’erano quegli enormi segni di graffi, prodotti da giganteschi artigli, su tutte le pareti…? Quando la realtà supera Lovecraft: ecco i tunnel sotterranei nei quali si aggirava la misteriosa megafauna preistorica.
  • Guardate il dipinto qui sotto. Si intitola Franz de Paula Graf von Hartig e sua moglie Eleanore come Caritas Romana ed è un’opera del 1797 di Barbara Krafft. Quando avete finito di ridere e/o sentirvi a disagio, scoprite cosa significa quel “caritas romana” nel titolo, e gustatevi altri esempi di vecchiardi allattati da giovani fanciulle.

  • Tweet paranormiao.
  • La prossima volta che dovete rifare il bagno, vi suggerisco di prendere spunto da questi WC settecenteschi per bibliofili.
  • C’è chi passa ore a scorrere le foto degli influencer. Io passerei le giornate a guardare il poeta, body builder e futurista russo Vladimir Goldschmidt che ipnotizza un pollo.

  • Soggetto per film d’azione/commedia drammatica.
    Titolo: White Trip.
    Concept: The Revenant incontra Paura e delirio a Las Vegas.
    Plot: Il soldato finlandese Aimo Koivunen, durante la Seconda Guerra Mondiale, sta pattugliando su sci un’area montana quando la sua unità si ritrova all’improvviso sotto il fuoco sovietico. Aimo comincia a scappare dall’imboscata, ma dopo aver sciato per lungo tempo si sente stremato; i nemici sono ancora alle calcagna, e si avvicinano sempre di più. Decide dunque di fare ricorso alle metanfetamine che il comandante gli ha affidato per tenere sveglie le truppe; ma, un po’ per via dei grossi guanti e un po’ perché deve continuare a sciare per salvarsi la pelle, non riesce a tirare fuori la pillola dalla confezione. Al diavolo!, pensa, e ingurgita l’intero barattolo. Di colpo ricomincia a sciare con un’energia inaudita, ma dopo poco tutto diventa sfocato, e Aimo sviene: si risveglia solo nella neve, separato dal suo plotone, senza cibo e in pieno delirio da overdose. Scia all’impazzata, evita altri soldati sovietici. A un certo punto riesce a catturare un uccellino che nella sua allucinazione gli appare come un bel pollo dorato allo spiedo; se lo mangia crudo, piume e tutto. Poi incappa in una mina che lo fa saltare in aria. Ma lui continua a sciare. Dopo aver percorso 400km e aver passato una settimana all’addiaccio, sanguinante e ormai ridotto a pelle e ossa, riesce finalmente a ritornare alle linee finlandesi. Quando lo portano in infermeria, il suo battito cardiaco è ancora il doppio di quello normale. Appena vede il medico Aimo dice: “Ciao caro, mica avresti una camomilla? Mi sento un po’ nervosetto e le tue antenne fanno riderissimo.”
    Tratto da una storia vera. (Grazie, David!)
  • Riflessione filosofica del giorno. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, allora l’anima è una specie di nera voragine, un cratere senza fondo:

  • Benvenuti nella chiesa più spaventosa del mondo. (Grazie, Serena!)
  • Simon Sellars (autore di Ballardismo applicato), ci racconta l’abbacinante bellezza di Google Earth — che non sta tanto nei panorami o nei tour virtuali, quanto piuttosto nei glitch del 3D, negli errori di rendering, negli incastri allineati male che rivelano il collage delle viste 360 creando effetti di percezione distorta. La mappa non sarà il territorio, ma è un territorio mentale.
  • Mi piace immaginare che, quando ormai la specie umana si sarà estinta da lungo tempo, gli archeologi alieni arrivati sulla Terra per studiare chi eravamo trovino come unico indizio questo filmato:

ILLUSTRATI GENESIS: Giornata 6

Sette piccole lezioni per riscoprire il quotidiano.
Sette giorni per la Creazione… di una nuova prospettiva.

 

GIORNO 6 – GLI ANIMALI DELLA TERRA

Il dettaglio risaputo: Un vostro amico pubblica su Facebook una notizia allarmante: a causa del sovrappopolamento, il numero dei vivi avrebbe ormai superato quello dei morti. A voi sembra francamente un’esagerazione, però siete curiosi: quante persone sono vissute e morte, in tutta la storia dell’umanità?

Il retroscena: Questo è un calcolo empirico piuttosto controverso (1)Un ottimo studio sulla storia del computo dei morti, e sulle sue implicazioni socio-politiche, è How Many People Have Lived on Earth?, di Oded Carmeli, Haaretz, 11 ottobre 2018., dal momento che si presta a essere interpretato a fini politici (nonché distorto all’occorrenza per azzardare previsioni più o meno plausibili sul futuro dell’umanità). Inoltre vi sono intrinseci problemi metodologici: più ci si spinge indietro nel tempo, più difficile è stimare la popolazione effettiva, la crescita demografica e l’aspettativa di vita, per non parlare della preistoria più remota in cui lo stesso concetto di homo sapiens viene a sfumare. Ma se vogliamo indicare un numero di riferimento, possiamo ricordare uno studio del Population Reference Bureau pubblicato nel 2018, secondo il quale il numero di esseri umani viventi (7 miliardi e mezzo all’epoca della stima) costituirebbe circa il 6,9% delle persone nate in tutta la storia. Il totale degli esseri umani apparsi sul Pianeta sarebbe dunque di 108,6 miliardi, di cui 101 miliardi già morti. L’aldilà, è il caso di dirlo, è piuttosto affollato e le sue schiere si ingrossano ogni secondo che passa. (2)Se volete conoscere i dati aggiornati in tempo reale, fate un salto su worldometers.info.

Ma queste cifre impallidiscono se si riflette su quanti animali e quante piante ci sono al mondo.
Il nostro pianeta ha un raggio di 6371 km; la porzione che consente la vita, partendo dall’aria (gli strati bassi dell’atmosfera), passando per la superficie e arrivando al sottosuolo, è di appena 20 km.
Dunque la biosfera è solo un finissimo strato che ricopre la Terra, eppure ospita un numero inconcepibile di creature viventi.

È stato stimato che le specie viventi siano approssimativamente 8,7 milioni, di cui 370.000 sono piante, 23.000 pesci, 8700 uccelli, 6300 rettili, 4500 mammiferi, 3000 anfibi, 900.000 insetti e 500.000 appartengono ad altri gruppi tassonomici.
Di tutte queste specie, siamo riusciti a scoprire e catalogare solo una minima parte: l’86% delle creature terrestri e il 91% di quelle marine sono tuttora ignoti. E molte di queste lo saranno per sempre, perché attualmente i cambiamenti climatici accelerano i processi di estinzione: numerosissime specie stanno scomparendo in questo preciso istante, senza che noi ci siamo mai accorti della loro esistenza.


Se già il numero di specie è impressionante, le cifre diventano ancora più inconcepibili se affrontiamo il numero di esemplari per ogni specie.
Concentriamoci per esempio sugli animali: quanti sono? Ancora una volta non possiamo saperlo con certezza, ma basta dare un’occhiata agli insetti per farci un’idea approssimativa. Le formiche sono circa 10.000 milioni di miliardi. Basandosi su questa cifra, alcuni scienziati stimano che il totale degli insetti ammonti a 10 quintilioni, vale a dire 10 miliardi di miliardi. Questi sono gli insetti, a cui vanno aggiunti tutti gli altri animali – dall’aquila al calamaro, dall’uomo al rettile – tutte le piante, i funghi, i protozoi, i cromisti, i batteri…

I numeri vanno al di là della comprensione e stiamo sempre e solo parlando di creature viventi.
Ora provate a immaginare quante piante e quanti animali sono morti, dal momento in cui la vita è apparsa sulla Terra… se ci riuscite.

La Sesta Lezione: Smontare la fake news sul sovrappopolamento è facile, ma spalanca la vertigine dei numeri. La biosfera di cui siamo parte è al tempo stesso una ‘thanatosfera’: si rimane senza fiato nel contemplare la quantità incommensurabile di morte che sostiene il pullulare della vita e con essa si confonde. Per contro, nessuna delle creature che hanno abitato il Pianeta nei milioni di anni precedenti se n’è mai andata davvero, sono tutte ancora in circolo. Questa vita è già un aldilà.

 


Questo post fa parte della serie ILLUSTRATI GENESIS:
Primo e secondo giorno
Terzo giorno
Quarto giorno
Quinto giorno
– Sesto giorno (quest oarticolo)

Note   [ + ]

1. Un ottimo studio sulla storia del computo dei morti, e sulle sue implicazioni socio-politiche, è How Many People Have Lived on Earth?, di Oded Carmeli, Haaretz, 11 ottobre 2018.
2. Se volete conoscere i dati aggiornati in tempo reale, fate un salto su worldometers.info.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 20

Il lunedì mattina, secondo Gustave Doré.

Innanzitutto qualche aggiornamento sulle mie prossime attività.

  • Il 1 novembre sarò ospite, assieme all’amico Luca Cableri, del Trieste Science+Fiction Festival. Parleremo di wunderkammer e spazio, in una conferenza intitolata The Space Cabinet of Curiosities. — 1 Novembre, ore 10 am, Teatro Miela in piazza L. Amedeo Duca degli Abruzzi 3, Trieste.
  • Il 3 novembre parlerò al Sadistique, il party BDSM organizzato ogni prima domenica del mese da Ayzad. Il titolo del mio intervento: “I dolori sono la mia delizia”: Erotica del martirio. Ovviamente, visto il contesto privato, l’accesso è vietato ai curiosi e a chi non ha intenzione di partecipare alla festa. Consultate prezzi, regole di comportamento e dress code sulla pagina ufficiale. — 3 Novembre dalle 15 alle 20, Nautilus Club, via Mondovì 7, Milano.
    [Ayzad ha di recente lanciato un podcast intitolato Esploratori del sesso insolito, potete ascoltarlo su Spreaker, Spotify, iTunes]
  • Il 14 novembre invece vi ricordo che inaugureremo la collettiva REQVIEM presso la Galleria Mirabilia di Giano Del Bufalo. La mostra, organizzata dall’Arca degli Esposti e curata da Eliana Urbano Raimondi e dal sottoscritto, vedrà esposte opere di 10 artisti internazionali all’interno dell’unica wunderkammer romana. — 14 Novembre ore 19, Galleria Mirabilia, via di San Teodoro 15, Roma.

E senz’altro indugio partiamo con i link e le stramberie!

  • Nell’enciclopedia di storia naturale di Felix A. Pouchet, L’univers. Les infiniment grands et les infiniments petits (1865) si racconta questo caso avvenuto nel 1838 sulle Alpi francesi: “Una bambina di cinque anni, chiamata Marie Delex, stava giocando con una delle sue compagne su un pendio muschioso della montagna, quando all’improvviso un’aquila le piombò addosso e la portò via nonostante le grida e la presenza dei suoi giovani amici. Alcuni contadini, sentendo le sue urla, si affrettarono sul posto ma cercarono invano la bambina, poiché non trovarono altro che una delle sue scarpe sul bordo di un precipizio. La bambina non era stata portata nel nido, dove furono viste soltanto le due aquile circondate da cumuli di ossa di capra e di pecora. Ci vollero due mesi perché un pastore scoprisse il cadavere di Marie Delex, spaventosamente mutilato, che giaceva su una roccia a mezza lega da dove era stata portata via.
  • Lo speciale di Halloween che causò la morte di un ragazzo, tanto da spingere la BBC a fingere di non averlo mai trasmesso: un bel video in inglese ne racconta la storia. (Grazie Johnny!)
  • Funghi che trasformano gli insetti in zombi: ne ho già parlato qualche anno fa nel mio piccolo ebook (ve lo ricordate?). Ma questo video sul simpatico Entomophthora muscae ha immagini davvero spettacolari.

  • Sigilla tuo nonno in un cubo di vetro, mettilo sul prato al posto degli gnomi da giardino; oppure usa la sua testa “come un fermacarte o come fermaporta“. Un brevetto del 1903 che stranamente non ha avuto successo.
  • Se per natura siete un po’ paranoici, non leggete la frase seguente: uno stalker giapponese che molestava una pop star è risalito all’indirizzo della donna studiando i riflessi nelle sue pupille ogni volta che lei postava un selfie.
  • La più famosa femme fatale del cinema muto americano era anche una darkettona: il fascino goth di Theda Bara.
  • Quando l’ossessione per le scarpe diventa arte: ecco alcune delle sculture in vetroresina di Costa Magarakis. (Grazie, Eliana!)
  • La creatività italiana sa sempre superarsi quando c’è di mezzo una truffa. Un’utilitaria investe un cinghiale nella campagna gallurese, la forestale viene allertata in modo da poter chiedere il rimborso dei danni al comune. Peccato che il cinghiale fosse surgelato. (via Batisfera)
  • Nel 1929, lo scrittore australiano Arthur Upfield stava progettando la stesura di un romanzo giallo e chiacchierando con un amico riuscì a escogitare un metodo per l’omicidio perfetto. Così perfetto che il romanzo non poteva neanche funzionare, perché il detective protagonista della storia non avrebbe mai risolto il caso. Andava trovata una falla, un dettaglio che avrebbe smascherato il colpevole. Per uscire dall’impasse lo scrittore, frustrato, si mise a discuterne in giro con varie persone. Non sapeva che uno di questi ascoltatori avrebbe di lì a poco deciso di testare il metodo, uccidendo tre uomini.
  • Ogni tanto ripenso a un libretto in francese che avevo da ragazzo, Idées Noires di Franquin. Qui sotto un esempio dello humor nerissimo del fumettista belga.

“La legge è formale: chiunque uccida una persona avrà la testa tagliata.”

  • Già che stiamo parlando di teste mozze, questa qui sopra è una foto che ho scattato al Kriminalmuseum di Vienna. Si tratta della testa del criminale Frank Zahlheim, e sulle implicazioni culturali di questo genere di reperti l’anno scorso ho scritto un pezzo che potreste rileggere se vi avanzano cinque minuti.
  • Greta Thunberg diventa lo spunto per fare chiarezza su autismo e Asperger, di cui spesso parliamo senza davvero sapere cosa siano.
  • Un tempo, in Inghilterra, quando in famiglia c’era un lutto la prima cosa da fare era avvisare le api.
  • Per concludere in bellezza, vi lascio con la foto di un bel fallo egiziano mummificato (circa 664-332 a.C.). Alla prossima!

La terribile tucandeira

Il rito di iniziazione della tucandeira è tipico del popolo Sateré Mawé stanziato lungo il Rio delle Amazzoni al confine tra gli stati di Amazonas e di Pará del Brasile.
Il rituale prende il nome da una formica di grandi dimensioni (la Paraponera clavata) la cui dolorosissima puntura, 30 volte più velenosa di quella di un’ape, causa gonfiore, arrossamento, febbre e violenti brividi.

Questa prova di coraggio e di resistenza sancisce l’ingresso nell’età adulta: ogni adolescente che voglia diventare un vero guerriero vi si deve sottoporre.

La tucandeira si svolge nei mesi dell’estate amazzonica (da ottobre a dicembre).
Per prima cosa si catturano le formiche, prelevandole dai formicai ubicati alla base di alberi cavi, e le si rinchiudono in un bambù vuoto chiamato tum-tum. Viene poi preparata una mistura di acqua e foglie di cajú, e le formiche vengono immerse e lasciate in questa “zuppa” anestetizzante.

Una volta che sono addormentate, vengono inserite a una a una nell’ordito di un guanto di paglia, con i temibili pungiglioni rivolti verso l’interno. Si aspetta poi che si risveglino dal loro torpore: rendendosi conto di essere intrappolate, le formiche cominciano ad agitarsi, sempre più rabbiose.

Quando finalmente arriva l’ora del rituale vero e proprio, tutto il villaggio di riunisce per osservare e incoraggiare gli adolescenti che si sottopongono all’iniziazione. È il tanto temuto momento della prova. Riusciranno a resistere al dolore?

Colui che conduce la danza intona il canto, adattando le parole alla circostanza. Le donne siedono davanti al gruppo degli uomini e accompagnano la melodia. Alcuni candidati si dipingono le mani di nero con le bacche del genipapo e poi bevono un liquore molto forte detto taruhà, a base di manioca fermentata, utile per attenuare il dolore e darsi forza nell’affrontare il rito. Chi affronta la tucandeiraper le prime cinque volte deve assoggettarsi a determinate diete. Quando le formiche si risvegliano, inizia il rito vero e proprio. Il direttore della danza fa scivolare i guanti sulle mani dei candidati e soffia del fumo di tabacco nei guanti, per irritare ulteriormente le formiche. Poi i suonatori attaccano a suonare rudimentali tubi di legno mentre i ragazzi iniziano a danzare.

(A. Moscè , I Sateré Mawé e il rito della tucandeira, in “Etnie”, 23/01/2014)

Le formiche inferocite cominciano a pungere le mani dei giovani, che vengono fatti ballare per distrarsi dal male. In poco tempo le mani e le braccia si paralizzano; per superare la prova, il candidato deve indossare i guanti per almeno dieci minuti.


Passato questo lasso di tempo, i guanti vengono rimossi e il dolore ricomincia a manifestarsi. Ci vorranno ventiquattro ore perché l’effetto delle neurotossine inoculate si plachi; il giovane sarà vittima di dolori lancinanti e talvolta preda di tremori incontrollabili anche nei giorni successivi.
E questo per lui è solo l’inizio: per essere completo, il rito andrà ripetuto altre 19 volte.

Attraverso questo rituale, un Sateré Mawé riconosce le proprie origini, leggi e usanze; e dall’adolescenza in poi dovrà ripeterlo almeno una ventina di volte per poterne trarre i benefici effetti. Tutta la popolazione partecipa al rito e osserva come i candidati lo affrontano. È un momento importante per conoscersi, incontrarsi, contrarre futuri matrimoni.
La tucandeira è anche un rito propiziatorio, attraverso il quale l’indio può diventare un buon pescatore e cacciatore, avere fortuna nella vita e nel lavoro, essere un uomo forte e coraggioso. La gente si riunisce molto volentieri per questo rituale, che oltre all’aspetto festivo e ludico è anche l’occasione per rievocare il mito cosmogonico dell’origine delle stelle, del sole, della luna, dell’acqua, dell’aria e di tutti gli esseri viventi.

(A. Moscè, Ibid.)

In questo video del National Geographic sulla tucandeira, il capo tribù riassume in maniera mirabile il senso ultimo di queste pratiche:

“Se vivi la tua vita senza alcun tipo di sofferenza, o senza sforzo, non varrà nulla.”

(Grazie, Giulio!)

 

ILLUSTRATI GENESIS: Giornata 5

Sette piccole lezioni per riscoprire il quotidiano.
Sette giorni per la Creazione… di una nuova prospettiva.

GIORNO 5 – GLI ANIMALI DELL’ACQUA E DEL CIELO

Il dettaglio risaputo: Verso aprile-maggio, quando le piante tornano rigogliose dopo il letargo invernale, per molte persone ricomincia il calvario: riniti, asma, congiuntiviti. Se non conoscete nessuno che sia allergico ai pollini, forse lo siete voi: in Italia all’incirca una persona su cinque soffre di questa malattia cronica.


Il retroscena: I pollini causano la maggior parte delle allergopatie, ma sbaglieremmo a pensare che questi minuscoli granellini siano gli unici a volare trasportati dal vento.

Già nel 1910 alcuni studiosi tedeschi trovarono alghe viventi nell’aria; negli anni ’60 Malcolm Brown dell’Università di Austin, Texas si accorse che alcuni tipi di nuvole contenevano determinate specie di alghe assieme a molti altri microbi.
Un bel cielo che ci appare sereno non è in realtà attraversato soltanto dagli stormi di uccelli: a oggi sono state individuate nell’aria 1000 specie di batteri (con una concentrazione di circa 500/m³), 40.000 varietà di spore fungine e centinaia di alghe, muschi, protozoi ed epatiche.
Tutto questo senza tenere conto dei più minuscoli insetti o di quei ragni che producono un filo di ragnatela e lo lasciano oscillare finché una corrente d’aria li solleva in volo per poi depositarli a chilometri di distanza.

Gli aerobiologi, che studiano tutta questa biodiversità fremente nell’atmosfera, chiamano l’insieme di particelle organiche in sospensione ‘aeroplankton’, per analogia con gli organismi acquatici che galleggiano trasportati dalle correnti del mare o negli specchi d’acqua dolce.
Aeroplankton significa letteralmente “che vagabonda nell’aria”: benché incapaci di volare autonomamente, alcuni di questi esseri viventi mangiano, scaricano e addirittura si riproducono in cielo.


La Quinta Lezione: Provate a immaginare che il cielo sia come il mare. Alberi e piante crescono attaccati al fondale, i mammiferi e le altre creature terrestri vi strisciano e camminano sopra. Anche noi stiamo lì, sommersi sotto migliaia di metri di una sostanza eterea, in cui si agitano innumerevoli e minuscole creature. Al di sopra della superficie di questo enorme oceano che tutto ricopre, rimane soltanto il freddo siderale.
Questa immagine – che non è poi così visionaria, come abbiamo appreso – magari non sarà un sollievo per i sintomi dell’allergia… ma i nostri piccoli problemi quotidiani assumono un peso meno gravoso se guardati in prospettiva, tenendo a mente che siamo parte di una strana, assurda, gigantesca bolla in cui tutto è impregnato di vita.


Questo post fa parte della serie ILLUSTRATI GENESIS:
Primo e secondo giorno
Terzo giorno
Quarto giorno
– Quinto giorno (questo articolo)

10 anni di Bizzarro Bazar!

Oggi Bizzarro Bazar compie 10 anni.
Vorrei evitare le autocelebrazioni esagerate, ma un po’ ci sta perché è un bel traguardo — per tutti noi.

Agosto 2009.
Una stanza semibuia. Un trentenne scrive al computer.

Internet era un posto diverso, tanto da sembrare quasi un altro secolo.
Meno di due mesi prima era morto Michael Jackson, mandando in crash tutti i principali siti mondiali. Facebook stava cominciando a superare per numero di utenti il colosso MySpace. Con gli amici si comunicava tramite SMS — ma con parsimonia, perché costavano; in Italia forse una decina di persone stavano provando questa nuova diavoleria esoterica chiamata Whatsapp.
La rete faceva ben sperare. Si era convinti che internet fosse la chiave per migliorare le cose, annullando confini e distanze, promuovendo la solidarietà, forgiando una nuova umanità più connessa e dunque cooperativa.

Un elemento fondamentale per l’imminente rivoluzione sociale (tutti ne erano certi) sarebbero stati i blog, cioè i principali strumenti di comunicazione “dal basso”, in cui la cultura veniva democratizzata, messa gratuitamente a disposizione di tutti.
Se all’epoca ne aveste cercato uno dedicato al macabro e al meraviglioso, vi sareste imbattuti sicuramente nel glorioso Morbid Anatomy, allora al suo picco di popolarità; c’era qualche buon sito tematico ma poco altro, e comunque nulla in italiano.


Così quel pomeriggio del 20 agosto registrai su WordPress il nome di questo blog, scrissi un post di benvenuto (che per non prendersi sul serio citava i Monty Python), e inviai una mail a una decina di amici invitandoli a dare un’occhiata. La speranza era che almeno qualcuno di loro sarebbe rimasto interessato per un mesetto o due. Avevo bisogno di raccontare a qualcuno quanto incredibile, terribile e stupefacente mi sembrasse questa realtà che spesso diamo per scontata. Quanti tesori inaspettati si nascondano dietro alle cose che più ci atterriscono, se si ha la voglia di capire.

STACCO. Agosto 2019.
Una stanza semibuia, un quarantenne scrive al computer.

Il magico mondo di internet ha cambiato volto, non è più così magico. È quotidiano, risaputo.
In molti si sentono imbrigliati dai suoi ubiqui tentacoli che stritolano ogni cellula di tempo e di vita. Gli utenti sono divenuti clienti, e non occorre essere un hacker per sapere che la rete è piena di insidie, di trappole. Internet è oggi il mezzo privilegiato per chi vuole diffondere paura e odio, annullare il difforme e il diverso, rafforzare barriere e confini invece di superarli. A una prima occhiata sembrerebbe che il sogno sia stato ucciso.
Eppure io sono ancora qui, a scrivere sullo stesso blog. Internet è rimasto per tanti versi un posto straordinario in cui si organizzano iniziative inedite, si scoprono punti di vista differenti, in cui capita addirittura di cambiare idea.

Cosa c’entra tutto questo con un piccolo blog che parla di morte, tabù, freakshow, collezioni bizzarre e stranezze storiche?
In un certo senso credo che qui, io e voi, stiamo facendo resistenza. Non tanto politica — la polis è interessata a ciò che succede dentro o attorno alle mura cittadine — quanto più genericamente culturale. Una resistenza, potremmo dire, all’appiattimento, alla riduzione di complessità. Chi ama queste pagine è un individuo che predilige le domande alle risposte, e che vuole esplorare posti sempre più strani.

 

A dispetto delle incalcolabili ore spese a studiare, a scrivere, a rispondere a tutte le domande dei lettori (e a risolvere le magagne del server, grr!), Bizzarro Bazar è sempre rimasto gratuito, privo di pubblicità e di censure.
Con i suoi 850 post, nati anche dalle segnalazioni dei lettori, assomiglia ormai a una specie di mini-enciclopedia del meraviglioso. E a rileggere qua e là, vedo il mio stile affinarsi poco a poco grazie ai vostri consigli e alle vostre critiche.

Di questo percorso, portato avanti con passione e qualche sacrificio, è un’evoluzione fondamentale la web serie che ha debuttato quest’anno su YouTube. Ci abbiamo investito tanto impegno, tante risorse, e la vostra risposta è stata entusiasta.
Molti di voi hanno espresso la speranza che si facesse una seconda stagione, quindi eccoci al punto: per la prima volta Bizzarro Bazar chiama alle armi il suo esercito di pazzi ed eretici freak!

Abbiamo iniziato una campagna di crowdfunding su produzionidalbasso.com per finanziare la nuova stagione.
Ecco a voi il video di presentazione del progetto:

Questa è l’unica possibilità che abbiamo al momento per tenere in vita la serie web italiana più anomala e fuori dal coro. Ma in realtà significa molto di più.
Se ci aiuterete, quella che vedrà la luce non sarà più “la serie di Bizzarro Bazar”, ma la vostra serie.

La pagina della nostra campagna è a QUESTO LINK.
Shortlink da copiare e condividere con gli amici:   bit.ly/bizzarrobazar

Nota: per noi il metodo migliore per ricevere una donazione è mediante carta di credito/bonifico, perché PayPal ci salassa con commissioni molto alte, ma shhhh, io non vi ho detto niente. 😉

Grazie a tutti per questi dieci anni incredibili, grazie a chi sarà così generoso da donare qualcosa nelle sue possibilità… e a chi spammerà senza vergogna il progetto tra i conoscenti.

Ancora e sempre, vive la résistance — in altre parole,

Il Circo delle Pulci

Un, due, tre!
All’erta gli elefanti in piedi
saltino le pulci avanti
attenti, passa il domatore!

Vinicio Capossela, I pagliacci (2000)

Pulci che tirano carrozze e palafreni, che si tuffano in un bicchiere d’acqua dall’alto di un trampolino, che si sfidano a duello con piccole spade, che addirittura si fanno sparare da un cannone in miniatura proprio come i più celebri proiettili umani.

Il circo ha sempre vissuto di estremi, di sfide impossibili, escludendo a priori soltanto l’ordinario. È naturale dunque che ai domatori classici – al cui volere si piegavano fiere pericolose ed enormi animali – facessero da contraltare altri domatori, che riuscivano a far compiere gesta eccezionali alle creature più microscopiche.
Per questo il Circo delle Pulci è uno dei più duraturi (e misconosciuti) numeri da sideshow di tutto il mondo.

Sgomberiamo innanzitutto il campo dalla domanda che inevitabilmente vi starete ponendo: in questi show le pulci ci sono davvero, o si tratta di un’illusione ottica?

La risposta breve è che sì, un tempo si usavano pulci vere; poi gradualmente il numero è scivolato nell’ambito dell’illusionismo.
Vale la pena però gustarsi la risposta lunga, cioè ripercorrere l’affascinante storia di questo strano circo entomologico – inventato, tra l’altro, da un italiano.

Breve storia del circo microscopico

Tutto ebbe inizio quando nel 1578 Mark Scalliot, un fabbro londinese, per dare prova della sua abilità costruì un minuscolo lucchetto in ferro, acciaio e ottone completo di chiave, per il peso complessivo di “un grano d’oro”. Forgiò poi una catenella d’oro composta di 43 anelli, così sottile da poter essere legata attorno al collo di una pulce. L’insetto si tirava appresso il lucchetto e la chiave.

Quasi due secoli dopo, replicando la trovata pubblicitaria di Scalliot, un orologiaio di nome Sobieski Boverick costruì una mini-carrozza in avorio “con sei figure di cavalli collegate a esso – un cocchiere sulla cassetta, un cane tra le sue gambe, quattro persone all’interno, due valletti sul retro e un postiglione sul cavallo di testa, i quali erano tutti trainati da una singola pulce”.

Negli anni ’30 dell’Ottocento, prendendo spunto da questi due predecessori, l’emigrato genovese Luigi Bertolotto impiegò per la prima volta i piccoli parassiti in un contesto circense, facendo esibire a Regent Street le sue pulci ammaestrate.
Come aveva già fatto Boverick, anche lui proponeva il numero della pulce che tirava una carrozza coi cavalli – elemento che sarebbe in seguito diventato un caposaldo del genere – ma il suo spettacolo si spingeva ben oltre: con il tipico gusto italiano per il teatro, Bertolotto aveva trasformato le sue pulci in veri e propri attori.

 

Aveva confezionato minuscoli abiti su misura, e dilettava il pubblico con diversi tableau viventi che coinvolgevano numerose pulci allo stesso tempo. C’era innanzitutto la scena araba che vedeva protagonista il Sultano, con il suo harem e le odalische; entravano poi gli emuli ematofagi di Don Chisciotte e Sancho Panza.
Uno dei momenti clou era quello in cui gli insetti proponevano una rilettura “tascabile” della battaglia di Waterloo, e gli spettatori impazzivano nel riconoscere Napoleone, il Duca di Wellington e il prussiano Blücher in uniforme. Un altro momento dello spettacolo era il ballo d’alta società, in cui una coppia di insetti vestiti in abiti sfarzosi danzavano accompagnati da un’orchestra di 12 elementi.
Il pubblico stupiva e rideva, perché la satira era evidente: ecco il bel mondo con i suoi fasti, reso di colpo buffo e infinitesimale; ecco i grandi eroismi guerreschi, impersonati dagli animali più infimi del creato. Perfino l’Imperatore poteva essere schiacciato con un dito.

Bertolotto divenne la prima (e ultima) vera superstar delle pulci; la sua fortuna fu tale che partì per un tour internazionale, stabilendosi infine in Canada. Cominciarono presto a spuntare imitatori, che non raggiunsero mai la sua fama ma diffusero la figura del domatore di pulci in tutto il mondo.
La varianti erano molte, e andavano dal baracchino da strada, in cui una semplice valigia serviva da palcoscenico su cui le pulci eseguivano stunt elementari, fino a versioni più elaborate.

L’ultimo grande impresario di pulci fu con tutta probabilità William Heckler, un circense che all’inizio del Novecento lasciò la carriera di “uomo forzuto” per dedicarsi a tempo pieno alle pulci. Dopo aver girato gli Stati Uniti in lungo e in largo, nel 1925 entrò a far parte, in pianta stabile, dell’Hubert’s Museum a Times Square, un vero e proprio freakshow.

Qui per pochi dollari si potevano ammirare Prince Randian l’uomo bruco (che avrebbe poi recitato in Freaks di Tod Browning), Olga la donna barbuta, Suzie la ragazza dalla pelle di elefante, nonché l’incantatrice di serpenti Principessa Sahloo. Un’altra, più piccola principessa si esibiva nella cantina del museo: Princess Rajah, la pulce che interpretava il ruolo di danzatrice orientale nel circo del Professor Heckler.

Oltre alle tradizionali imprese atletiche, come saltare nel cerchio o calciare un pallone, le pulci di Heckler sapevano suonare uno xilofono (che si diceva fosse fatto di unghie tagliate), fare numeri da giocoliere con piccole palline, e inscenare incontri di boxe su un ring in miniatura. Heckler continuò a far lavorare il suo mini-cast fino agli anni ’50: all’apice del successo il suo show poteva fruttare più di $250 al giorno, l’equivalente odierno di 3000 €.

L’infernale disciplina, ovvero: Come ti ammaestro una pulce

Le pulci dell’uomo, a dispetto delle fastidiose punture e del fatto che possono divenire pericolosi vettori di peste e altre malattie, sono in realtà degli insetti davvero straordinari.

Immaginate di poter saltare più di 90 metri in verticale, scavalcando con un balzo la Statua della Libertà, e 230 metri in orizzontale. Questa, in proporzione, è l’abilità della pulex irritans.
I muscoli delle zampe posteriori non sono i soli responsabili dell’incredibile forza propulsiva: essi infatti preparano il salto comprimendo e distorcendo lentamente un cuscinetto elastico composto di resilina, che durante questa fase di “carica” viene tenuto bloccato da un tendine e può così immagazzinare l’energia muscolare. Al momento del salto, il tendine scatta liberando il cuscinetto. La pulce decolla con una vertiginosa accelerazione di 100 volte la forza di gravità. Sempre per fare un paragone con l’uomo, pensate che una persona può sopportare un’accelerazione verticale di soli 5g prima di svenire.

Già solo da queste brevi informazioni si comprende come il primo e il principale problema che un ammaestratore doveva risolvere fosse convincere le pulci a non saltare via dalla scena.

A tale scopo gli insetti venivano tenuti a lungo in una provetta, finché a forza di testate sul vetro non imparavano che saltare non conveniva. Un rimedio più drastico poteva essere quello di incollarle sul palcoscenico o legarle a qualche oggetto, ma questo poteva funzionare solo per quegli elementi del “cast” che dovevano rimanere fermi (ad esempio i suonatori d’orchestra).
Per tutte le altre pulci, che dovevano compiere azioni più complesse, si doveva selezionare quelle che mostravano un carattere più docile (di solito le femmine); la briglia veniva assegnata solo a quelle più lente, destinate a tirare carrozze e carretti, mentre le più vispe diventavano giocatori di calcio o tuffatori. Tutto questo, ovviamente, se dobbiamo credere alla letteratura dell’epoca sull’argomento.

Fatto sta che per costringere questi piccoli stuntman a eseguire le loro acrobazie si utilizzavano varie tecniche – trucchi che, a essere sinceri, è un po’ difficile chiamare “ammaestramento”.
Se lo si guarda dal punto di vista della pulce, il circo appare infatti come un luogo di tortura e terrore, in cui un sadico e gigantesco carceriere obbliga i prigionieri a un’interminabile sequela di sevizie.

Le pulci da traino erano imbrigliate con un sottilissimo filo di stoffa o di metallo passato attorno al capo; una volta posizionato, questo cordoncino sarebbe rimasto lì per tutta la vita dell’insetto. La difficoltà stava anche nell’esercitare la giusta pressione di legatura, perché se il filo veniva stretto troppo la pulce non poteva più deglutire, e moriva.
Alle pulci spadaccine si incollavano invece due piccoli pezzi di metallo agli arti anteriori; naturalmente gli insetti cercavano di liberarsene, scuotendo invano le zampette, dando così l’impressione di duellare tra di loro.


I calciatori erano selezionati tra le pulci che saltavano più in alto: la pallina imbevuta di repellente per insetti (spesso olio di citronella, o un disinfettante come il Listerine) veniva spinta verso di loro mentre erano tenuti verticali, ed essi la respingevano con uno scatto delle zampe posteriori.
Simile il trucco usato per le pulci giocoliere che, fissate o incollate sulla schiena, zampe all’aria, cercavano di liberarsi della pallina tossica che veniva piazzata sopra di loro, finendo per per farla roteare in aria.

Per quanto riguarda i musicisti e i danzatori, un articolo del 1891 descrive nel dettaglio lo spettacolo. Due pulci “ballerine” sono incollate ciascuna a un estremo di un pezzetto di carta dorata:

Sono posizionate in posizione opposta – una guarda da una parte, l’altra guarda dall’altra. Legate così, sono piazzate in una specie di arena sopra a un carillon; a un’estremità del carillon c’è l’orchestra composta da pulci, ognuna legata alla sua sedia, e con la riproduzione di uno strumento musicale attaccato alle zampe. Il carillon viene fatto suonare, l’ammaestratore tocca ognuno dei musicisti con un bastoncino, e tutti cominciano a gesticolare e agitarsi, come se stessero eseguendo un’elaborata partitura. Le due pulci attaccate alla carta dorata avvertono le vibrazioni del carillon sotto di loro, e cominciano a correre in tondo, più veloce che possono. Questo è chiamato il Valzer delle Pulci.

Per bilanciare tutto questo orrore, ricordiamo che l’ammaestratore di pulci nutriva personalmente con il suo sangue tutti i suoi preziosi professionisti. Per i parassiti si trattava di una vita di certo movimentata, ma almeno la cena non mancava mai.

Now you see me, now you don’t:
pulci illusorie e Zeitgeist

Non esiste, a quanto pare, un’ampia letteratura in materia di pulci finte.
Certo è che i circhi-delle-pulci-senza-pulci cominciarono ad affiancarsi a quelli autentici già a partire dagli anni ’30. Questa traslazione che portò il numero circense verso l’ambito dell’illusionismo e della magia arrivò a compimento negli anni ’50, quando cominciarono ad apparire versioni particolarmente elaborate del trucco. 

Michael Bentine, uno dei membri del gruppo comico britannico The Goons, ne proponeva una in cui le pulci inesistenti sembravano spingere palline lungo piani inclinati, saltare su un tavolo ricoperto di sabbia (l’illusione era data dallo sbuffo che si sollevava a ogni salto), salire una scala “premendo” un gradino alla volta, e tuffarsi in un bicchiere d’acqua. Altri finti ammaestratori usavano magneti e fili per far cadere gli ostacoli presumibilmente colpiti dalle pulci, trucchi elettrici o meccanici per azionare i trapezi o far avanzare le pulci equilibriste sul filo; alcuni mentalisti sfruttavano persino le invisibili “pulci telepatiche” per leggere nel pensiero degli spettatori.

Oggi abbiamo notizia di un solo circo che ancora utilizza le pulci vere: si tratta del Floh Circus, che fa la sua apparizione ogni anno all’Oktoberfest.
Il resto dei pochi circhi in circolazione sono tutti basati sull’illusione: uno dei più famosi è l’Acme Miniature Flea Circus, gestito da Adam Gertsacov. A sentire lui, questo tipo di spettacolo è il più puro e adatto ai nostri tempi, proprio perché si basa sull’incertezza:

La gente guarda e dice, ‘Cosa sto vedendo veramente?’ Questo mi piace. Non hai davvero visto un circo di pulci se non sei stato raggirato dall’imbonitore. Sarebbe interessante vedere delle vere pulci ammaestrate, ma solo per tre o quattro minuti. Non è abbastanza, al giorno d’oggi, quando puoi cercare gli insetti su Google e vederli che si accoppiano, da vicino e in dettaglio. Il mio show sta tutto nella bravura nell’intrattenere.

Forse questi finti circhi delle pulci fanno appello a un tipo di ingenuità che non esiste più.
Eppure è vero che, in un’epoca in cui la nostra visione è continuamente messa sotto scacco, questi ingannevoli marchingegni assumono un significato simbolico inaspettato. Sono pensati per divertire in maniera innocua, ma si basano sullo stesso principio dei ben più minacciosi deep fake e di tutte le narrative di odio e paura che ci vengono propinate quotidianamente: ogni illusione funziona davvero solo se vogliamo crederci.

E mentre Gertsacov e i suoi colleghi continuano a sostenere la superiorità dell’arte affabulatoria rispetto alla mera realtà, le pulci – quelle vere – ringraziano.

La maggior parte delle informazioni in questo articolo provengono da Dr Richard Wiseman, Staging a Flea Circus, che contiene molte altre curiosità (ad esempio sul difficoltoso approvvigionamento di pulci), e da Ernest B. Furgurson, A Speck of Showmanship, in The American Scholar, 3 giugno 2011.
Una buona directory di studio sulle pulci e sulla loro storia è The Flea Circus Research Library.