Link, curiosità & meraviglie assortite – 23

Benvenuti alla raccolta di risorse online pensata per fornirvi tanti simpatici spunti di conversazione in questo torrido ferragosto. Parleremo di gente morta male, di mestruazioni, di riti vudù, di ortaggi sessualmente eccitanti e del fatto che la realtà non esiste.

  • Cominciamo con un’ottima lista di videogame che hanno come tema centrale la morte.
  • Una mia idea per una serie TV post-apocalittica di sapore ballardiano.
    Sulla Terra, dopo la catastrofe ecologica, sono rimaste soltanto poche centinaia di abitanti. I superstiti sono distinti in due fazioni in guerra tra loro: da una parte i discendenti dei ricchi capitalisti, chiamati “Travis”, dall’altra gli ultimi rappresentanti di quella che un tempo era la classe media, che chiamano sé stessi “Talbot”. (Le fasce più povere, senza mezzi per proteggersi, sono state le prime a estinguersi.) Le risorse naturali sono limitate, quindi le due tribù hanno costruito due città limitrofe, in costante tensione bellica.
    La guerra fredda tra i Travis e i Talbot, che dura ormai da decenni, raggiungerà il punto di rottura con l’arrivo di un allucinato straniero, sopravvissuto alle tempeste di sabbia, che sostiene di aver visto al di là del deserto un’oasi immensa in cui gli uomini sono mutati in ibridi a sangue freddo…
    Ok, con la storia sono arrivato solo fino a qui. Però la cosa bella è che non occorre nemmeno costruire i set, perché sono già pronti.
    Ecco la cittadella dei Talbot:

E questa invece è la città dei Travis, composta unicamente da piccoli castelli che dovrebbero rimarcare la loro antica superiorità economica:

Questi due luoghi stranianti sono Pardis, vicino a Teheran, e il villaggio fantasma di Burj Al Babas in Turchia.

  • Ma aspettate, ho qui pronto un altro concept favoloso per una serie! Un prete esorcista, esoterista e investigatore del paranormale che negli anni ’40 costruisce una wunderkammer in un piccolo paesino del Chianti senese.
    Poi ditemi se Netflix non dovrebbe assumermi all’istante. (Grazie, Paolo!)
  • Visto che abbiamo parlato di scenari apocalittici, quale animale ha le migliori probabilità di sopravvivere a un olocausto nucleare? Probabilmente uno scarafaggio. Perché? Be’, per dire, intanto quel furfantello può andare avanti tranquillo per settimane dopo essere stato decapitato.
  • Ok, siamo arrivati all’angolo della filosofia.
    Il nostro cervello, intrappolato nel cranio, crea una rappresentazione delle cose basata sulla percezione, ed è in quella “mappa” desunta dagli stimoli che viviamo.
    «Là fuori non c’è nessun suono. Se un albero cade nella foresta e non c’è nessuno che possa sentirlo, esso crea dei cambi nella pressione dell’aria e delle vibrazioni nel suolo. Il rumore è un effetto che succede nel cervello. Se sbatti il mignolo e senti il dolore pulsare, anche quello è un’illusione. Quel dolore non è nel tuo dito, ma nel tuo cervello. Là fuori non esiste nemmeno il colore. Gli atomi non sono colorati.»
    La citazione viene da questo articolo che è una breve ma chiara introduzione alla natura allucinatoria della realtà.
    Il problema è stato discusso a lungo dai migliori pensatori, però alla fine ci si potrebbe chiedere: cosa cambia che il dolore sia nel mio dito, nel mio cervello, o in un ipotetico software alieno che sta simulando l’universo? Sbattere il piede fa comunque un male cane.
    Questa perlomeno è la mia interpretazione del famoso aneddoto che vede protagonista Samuel Johnson: «Dopo essere usciti dalla chiesa, ci fermammo a parlare per qualche tempo dell’ingegnoso sofisma formulato dal Vescovo Berkeley per dimostrare la non-esistenza della materia e che ogni cosa nell’universo è solo ideale. Io osservai che, per quanto sicuri della non verità della sua dottrina, non siamo in grado di confutarla. Io non dimenticherò mai con quanta prontezza Johnson, tirando con forza un calcio ad un grosso sasso sino a farlo rimbalzare via, rispose “Io la confuto così!»
    (Questo per dire che da giovane ero intrigato da quale fosse la realtà “là fuori”, ora penso sempre più spesso al mignolo dolorante di Samuel Johnson.)

  • L’immagine qui sopra nasconde una storia triste e macabra ormai dimenticata. Sul “prigioniero di Mondovi” ha indagato Alessandro Calzolaro in questo articolo. (Grazie, Storvandre!)
  • La foto qui sotto, invece, venne scattata quella volta che, nel 1941, un noto occultista e un gruppo di “giovani idealisti” cercarono di uccidere Hitler… con una maledizione vudù.

  • I titoli giornalistici che ci piacciono.
  • «Vespe truccate, anni Sessanta / Girano in centro sfiorando i novanta», cantavano più di vent’anni fa i Lùnapop.
    Che pivellini.
    In Indonesia c’è una comunità di rider mattoidi che ha ridefinito il concetto di “truccare una Vespa”.  (Grazie, Cri!)

  • Finalmente un video essay, ironico e sornione, sulla valenza spirituale delle teste esplose al cinema.
  • E qui c’è un’interessante lettura esoterica, alchemica e iniziatica del cinema di David Lynch.
  • Londra, 1876. Un falegname con problemi di soldi affitta un appartamento, poi una sera viene visto tornare a casa con due grandi assi di legno e una doppia lama simile a quelle usate per conciare la pelle. Ma i vicini, come da buona tradizione, non ci fanno caso. L’articolo del Police Illustrated News racconta l’epilogo così:
    Lunedì la scoperta del suo suicidio, la testa tagliata da una ghigliottina. Le due assi erano state usate come montanti in cima ai quali era posta la lama. Delle scanalature intagliate sul lato interno delle assi hanno consentito al coltello di scorrere facilmente e due pesanti pietre sono state legate al lato superiore della lama come zavorra. Per mezzo di una carrucola il suicida ha innalzato il coltello e lo ha lasciato cadere sulla gola, tranciandosi di netto la testa.

  • E chiudiamo con uno dei report psichiatrici più incredibili di sempre: il caso, documentato nel 2005, di un uomo che soffriva contemporaneamente della sindrome di Cotard (la convinzione allucinatoria di essere morti) e di licantropia clinica.
    Per quanto la situazione di questo sfortunato individuo sia tutto fuorché comica, bisogna ammettere che i risultati della perizia rappresentano un piccolo e insuperabile capolavoro di surrealismo medico: “Un paziente che soddisfa i criteri DSM-IV per disturbo bipolare, tipo misto con psicosi, aveva la convinzione delirante di essersi trasformato in cane. Era anche convinto di essere morto. Era irrequieto e provava un pesante senso di colpa riguardo a un suo precedente contatto sessuale con una pecora.

È tutto, alla prossima!

Un segno dal cielo

1954. Quella mattina di fine novembre l’aria era particolarmente limpida e fredda nella località dell’Alabama chiamata Oak Grove, una manciata di case sparse tra gli alberi in periferia di Sylacauga.
Sembrava una mattinata come tante. Eppure un oggetto extraterrestre, che non proveniva da questo mondo, si apprestava a fare violentemente irruzione in quella piccola realtà contadina.

Ann E. Hodges, 34 anni, quel giorno non si sentiva troppo bene. Era a casa da sola perché suo marito Eugene, operaio, era uscito presto per recarsi al lavoro. Così verso l’ora di pranzo la signora Hodges decise di stendersi un po’ sul sofà per riposare. Mentre s’infilava sotto la trapunta, di sicuro non immaginava che quel sonnellino le avrebbe cambiato la vita per sempre.
Poco dopo un fracasso pauroso scosse la casa e una fitta lancinante al fianco la svegliò di soprassalto.

Più o meno alla stessa ora, il Dr. Moody Jacobs uscì dal suo ufficio per andare a mangiare un boccone. Camminando gettò un’occhiata al cielo terso, e si accorse che era tagliato in due da una striscia di fumo nero. Che fosse un aeroplano in avaria? Mentre stringeva le palpebre per vedere meglio, il silenzio fu squarciato da un enorme boato e la scia scura si aprì in una corolla di lingue di fumo bianco. Se si trattava davvero di un aeroplano, doveva essere esploso in volo.
Rientrato al suo ufficio verso l’una, il Dr. Jacobs ricevette una chiamata di soccorso: a quanto pareva, la signora Hodges era stata “colpita da una cometa”.
Probabilmente, salendo in macchina, il dottore dovette pensare a uno scherzo: sapeva bene che la casetta bianca dove abitavano gli Hodges stava proprio di fronte cinema di Oak Grove… che si chiamava, guarda caso, Comet Drive-In Theater e la cui insegna al neon mostrava una stella cadente.

Quando il medico arrivò sul posto, la signora Hodges era sotto shock. Mentre dormiva sul divano — raccontò la donna — una roccia grande come una noce di cocco aveva sfondato il soffitto e, dopo aver centrato la radio fracassandola, era rimbalzata verso di lei colpendola al fianco e a una mano.

La notizia si diffuse immediatamente, tanto che al rientro dal lavoro il signor Eugene Hodges dovette farsi largo tra la folla di curiosi assembrati di fronte a casa sua.
Il geologo George Swindel, che stava effettuando dei rilievi nelle vicinanze, avanzò l’ipotesi che la roccia fosse un meteorite; ma poiché in tempi di guerra fredda era meglio essere sicuri, la polizia portò la pietra alle autorità della Air Force Intelligence. Confermato che si trattava proprio di una condrite, cominciò un circo mediatico senza precedenti per la piccola comunità di Oak Grove: Ann era la prima vittima accertata di un evento così straordinario, in epoca moderna. E di conseguenza, il Dr. Jacobs divenne l’unico medico ad aver curato un trauma da meteorite.

Ann era sicura che quella pietra piovuta dallo spazio fosse un segno divino: «Dio voleva che il meteorite fosse mio. Dopo tutto, ha colpito me!»
Anche suo marito Eugene era convinto di poter fare una fortuna grazie a quel dono celeste. Furibondo perché la polizia aveva aveva portato via la roccia per le analisi, ingaggiò un avvocato in modo da averlo indietro. Nel frattempo rifiutò perfino una generosa offerta dello Smithsonian Institute, deciso com’era a far fruttare il più possibile quel meteorite: le loro vite, se lo sentiva, stavano per cambiare.
E in effetti cambiarono — purtroppo non per il meglio.

Giornali e televisioni diedero l’assalto alla coppia, e Ann venne addirittura invitata nella trasmissione I’ve Got A Secret, in cui delle celebrità dovevano indovinare il “segreto” dell’ospite di turno.
Subito dopo però la coppia si trovò invischiata in una causa legale: infatti i due vivevano in affitto e la proprietaria della casa, Birdie Guy, seccata di aver dovuto sborsare i soldi per riparare il tetto, reclamava il possesso della pietra spaziale caduta sulla sua proprietà. La signora Guy vinse in numerosi appelli, e alla fine gli Hodges le corrisposero la cifra non indifferente di $500 per il possesso del meteorite.
Ma il processo era stato così lungo che quando finalmente la roccia tornò nelle loro mani, l’interesse dei media era già svanito da un pezzo. Gli Hodges si ritrovarono più poveri e più inaciditi di prima.
Divorziarono nel 1964.

Il meteorite finì per essere usato come fermaporta, finché Ann Hodges non decise di sbarazzarsene una volta per tutte donandolo al Museo di Storia Naturale dell’Alabama, a Tuscaloosa, dove è tuttora esposto.
A detta del marito e di chi la conosceva, la donna non si riprese mai emotivamente da tutta questa storia; la pietra caduta dal cielo lasciò su di lei dei segni ben più profondi di quelli fisici. Morì a 52 anni, nel 1972, per collasso renale.

Forse, dopotutto, quel pezzo di roccia — formatosi assieme al sistema solare, e che aveva viaggiato nello spazio per milioni e milioni di anni prima di finire la sua traiettoria nel salotto della Signora Hodges — era davvero un segno del cielo. Una metafora del Fantastico che, quando meno ce lo aspettiamo, fa breccia nella risaputa quotidianità sconvolgendo gli equilibri, ricordandoci la nostra stessa aleatorietà. Un simbolo di quanto le nostre minuscole storie individuali, e i nostri destini, siano intimamente legati allo sconfinato cosmo, là fuori.

O, forse, il segno divino indicava qualcos’altro ancora.
Sì, perché questa non è la vera fine della storia.

Infatti il meteoroide, al passaggio nell’atmosfera, si era diviso in due.
Come abbiamo visto il primo frammento aveva impattato sulla signora Hodges, rovinandole la vita. Ma il secondo frammento era stato trovato a qualche chilometro di distanza da un contadino afroamericano di nome Julius Kempis McKinney mentre guidava il suo carretto carico di legna. I muli si erano fermati recalcitrando davanti a una strana pietra sul bordo della strada, McKinney aveva spostato la roccia e continuato verso casa; ma quella sera, dopo aver sentito cos’era capitato agli Hodges, era tornato indietro e aveva raccolto il sasso.

A differenza degli Hodges, McKinney lo vendette subito allo Smithsonian Institute; e anche se non rivelò mai l’importo guadagnato, fu abbastanza per comprare alla sua famiglia una macchina e una casa nuova.

Quella pietra proveniente dallo spazio profondo aveva portato fortuna soltanto a un’umile e povera famiglia di braccianti neri, nell’Alabama del 1954; lo stesso anno in cui la Corte Suprema aveva dichiarato, con una storica sentenza, che la segregazione razziale nelle scuole pubbliche era incostituzionale.

(Grazie, Cristina!)

Danzare con la Morte

Durante le grandi ondate di peste nel Medioevo sorsero due grandi motivi allegorici, il Trionfo della Morte e la Danza Macabra: cosa possono insegnarci oggi?

Ecco un video che ho realizzato per l’Università di Padova nell’ambito del progetto Catalogo delle Perdite e dei Ritrovamenti in Tempi di Covid (tutti gli interventi sono liberamente consultabili sul sito dell’Università).

Visioni del Retrofuturo

Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita
di una bellezza nuova; la bellezza della velocità.

Un automobile da corsa col suo cofano adorno
di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo…
un automobile ruggente, che sembra correre
sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.
(Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, 1909)

Con l’arrivo del XX° Secolo, il mondo stava cambiando volto.
Nelle città, si poteva uscire anche di notte grazie all’elettricità che aveva cominciato a illuminare le strade; da poco erano state inventate le cineprese; nel 1901 grazie al suo telegrafo senza fili Guglielmo Marconi aveva lanciato il primo segnale radio transoceanico.

Soprattutto il settore dei trasporti stava facendo passi da gigante.
Il numero delle automobili aumentava ogni giorno, le catene di montaggio velocizzavano sempre più i tempi di produzione; Parigi e Berlino stavano dotandosi di sistemi di trasporto metropolitano sotterraneo, come Londra.
Non solo, si iniziavano a costruire ferrovie addirittura sospese sopra le case: nel 1901 nella cittadina tedesca di Wuppertal venne realizzata la Wuppertailer Schewebebahn, lunga 13,3 km con doppio binario e 23 fermate, ancora oggi in funzione. Un’opera audace e innovativa, che come vedremo ebbe un immediato impatto sull’immaginario collettivo.

Ma nemmeno il cielo sembrava più così impossibile da conquistare.
Nel 1900 il tedesco Ferdinand Von Zeppelin aveva sorvolato il Lago di Costanza con il suo nuovo dirigibile rigido che, a differenza delle mongolfiere, poteva essere controllato e guidato.
Da oltreoceano, poi, arrivavano notizie di alcuni spericolati ingegneri che stavano provando a lanciarsi in aria su nuovi tipi di velivoli dotati di ali e timoni.

Tutte queste innovazioni contribuirono ad alimentare fantasie utopiche di un futuro radioso e ipertecnologico che attendeva l’umanità. Come sarebbero state le città di domani?

Ci è possibile gettare uno sguardo a questo futuro possibile, a questo futuro sognato, grazie alle cartoline che circolavano a inizio secolo. Stefano Emilio, lettore di Bizzarro Bazar, ne ha raccolto diversi esempi: si tratta di fotografie reali di varie città – da Genova a San Francisco – reinventate in chiave avveniristica, a cui venivano aggiunti aerostati, aeroplani, navi volanti. Come potrete notare, la ferrovia sospesa nello stile di quella di Wuppertal è una costante, dato che evidentemente si era impressa nella fantasia popolare come emblema della trasformazione urbana.

Szombathely

Miskolcz

Atlantic City

Boston

Genova

Leominster

Boston

Revere Beach

Ma queste visioni erano davvero così ingenue e utopiche? In realtà esaminando meglio le immagini ci si accorge che in moltissimi casi viene rappresentato anche qualche tipo di incidente: pedoni investiti, macchine che si scontrano.

Le cartoline avevano dunque un doppio intento: da una parte proponevano la meraviglia inaudita di una città affollata di mezzi fantascientifici, dall’altra avevano un intento satirico (notate la nave intenta a coprire la tratta Genova-Marte!). Insomma, gran parte di queste immagini sembrano chiedersi, ironicamente, “con tutte queste diavolerie dove andremo a finire?”

La linea Marte-Genova

Un’ultima curiosità riguarda un incidente vero, accaduto proprio sulla ferrovia sospesa di Wuppertal.
Il 21 luglio 1950 il direttore del Circo Althoff ebbe la trovata, per farsi pubblicità, di far viaggiare sulla Wuppertailer Schewebebahn un elefantino femmina di quattro anni. Mentre il treno sospeso passava sopra il fiume, l’animale cominciò a barrire e a correre all’interno del vagone, causando il panico tra i passeggeri. Terrorizzato, sfondò una finestra e precipitò nelle acque del Wupper, dopo una caduta di 12 metri. Fortunatamente l’elefantina si salvò, e da allora venne chiamata Tuffi (proprio dall’italiano “tuffo”). Il direttore del circo e l’ufficiale che aveva permesso la corsa vennero multati, ma in compenso Tuffi divenne una piccola celebrità: ancora oggi è dipinta sulla facciata di una casa di fronte alla ferrovia, e l’ufficio del turismo vende un assortimento di souvenir relativi all’elefante.
Venne prodotta l’immancabile cartolina, con un fotomontaggio che ricostruisce l’incidente.

Oggi il futuro illustrato dalle cartoline di inizio Novecento può far sorridere, ma rimane un elemento fondamentale dell’immaginario sci-fi che ha permeato tutto il resto del secolo, da Metropolis (1927) fino alla sottocultura steampunk e al retrofuturismo vero e proprio.

I dirigibili solcano ancora i cieli in Blade Runner (1982).

(Grazie, Stefano Emilio!)

I gadget di Bizzarro Bazar!

In questo periodo complicato anche il mio lavoro, come quello di tante persone, ha subito una battuta d’arresto piuttosto pesante (editoria bloccata, conferenze e manifestazioni saltate, ecc.).

Visto che in molti me lo chiedevano da tempo, ho deciso di aprire uno shop online appoggiandomi alla piattaforma on demand Hoplix: contiene già un bel po’ di gadget e goodies di vario genere, dalla T-shirt alla tazza, dal cuscino alla mascherina.
Mi sembra un modo divertente per sentire il vostro supporto, offrendo qualcosa di simpatico in cambio, che possiate usare per sfoggiare con orgoglio il vostro lato weird!

Se la cosa vi piace, continuerò ad aggiornare l’offerta creando gadget nuovi e grafiche inedite. Per il momento potete dare un’occhiata ai prodotti disponibili seguendo questo link o cliccando sull’immagine qui sopra. Grazie!

Wunderkammer Live!

Qualche anno fa avevo organizzato l’Accademia dell’Incanto, una serie di incontri con antropologi, artisti, anatomopatologi, registi e studiosi di stranezze nella cornice della wunderkammer Mirabilia di Roma.

Ora, in periodo di isolamento, il curatore di Wunderkammer Zurich, Christian D. Link, ha deciso di organizzare qualcosa di simile in live streaming su Facebook: il progetto si chiama Wunderkammer Live!, e prevede due giornate in compagnia di ospiti eccentrici ed eccezionali.

Chris D. Link (Photo by Raisa Durandi)

Le prime due date fissate sono il 18 e il 19 di Aprile, per un totale di dodici ospiti (sei ogni giorno, in diretta a partire dalle 16 fino alle 22).
Il lineup è davvero notevole: oltre al sottoscritto e all’amico Luca Cableri, che ormai conoscete bene se avete visto la mia webserie, il programma include interventi dell’antropologo forense Matteo Borrini, della tassidermista olandese Marjolein Kramer, del collezionista Viktor Wynd (altra vecchia conoscenza per chi segue Bizzarro Bazar), del grande artista svizzero Thomas Ott, del mentalista Luke Jermay, e molti altri.

La diretta streaming avverrà all’interno del gruppo Facebook di Wunderkammer Live!, quindi iscrivetevi; durante queste due settimane che precedono dell’evento avrete anche l’opportunità di conoscere meglio i relatori con dei post di presentazione.

In questo momento è più essenziale che mai tenere vivo il sense of wonder; l’iniziativa di Chris ha proprio lo scopo di ispirare, intrattenere, stupire e condividere le conoscenze eterogenee di alcuni professionisti della meraviglia. E ok, ci sono anch’io tra gli intervistati, ma personalmente non vedo l’ora di sentire cosa ci racconteranno gli altri ospiti.
Vi aspettiamo per un paio di pomeriggi davvero fuori dall’ordinario: ne abbiamo tutti bisogno!

Link, curiosità & meraviglie assortite – 22

∼ SPECIALE PANDEMIA! ∼

Siete costretti a rimanere a casa a causa del virus?

Scorrete più in basso per una caterva di link!

↓ ↓

↓ ↓

↓ ↓

↓ ↓

↓ ↓ ↓

↓ ↓ ↓

↓ ↓ ↓

↓ ↓ ↓ ↓

↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓

↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓

↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓

↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓

↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓

↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓

↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓

↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓

No, niente link stavolta.

In questo periodo di autoreclusione, sono certo che non avrete problemi a sfruttare il forzato ritiro in maniera ispirata o culturalmente rilevante. Anche perché su internet tutti — TUTTI — stanno condividendo liste infinite di libri e film e serie tv e miriadi di altri modi di impiegare le ore vuote.

Personalmente, rispetto ad altri “creatori di contenuti” (odiosa definizione), in questi giorni sono stato un po’ restio nel proporre suggerimenti di lettura/visioni/ascolti. Continuo a postare sui social network qualche chicca curiosa, come faccio sempre, ma niente liste o consigli per distrarsi.
Sarà perché non mi sentirei a mio agio nel cavalcare l’onda di un evento drammatico (ormai perfino i tutorial di make-up contengono l’hashtag del coronavirus), magari abbassandomi a pubblicizzare un’ennesima volta i miei libri; sarà perché ho l’impressione che stiamo mandando all’aria la possibilità di gustarci un po’ di inedia e di ennui esistenziale, incapaci come siamo di disintossicarci dall’iperstimolazione costante. Finirà che il nostro sarà un isolamento frenetico, più denso e affastellato di cose da fare del solito.

Ma la vera ragione è che viviamo tempi insoliti.
Tempi percorsi da diffuse e serpeggianti inquietudini, dalla sensazione di un’imminente ridefinizione, come se fossimo tutti — vorrei dire: in quanto specie vivente — sull’orlo di un futuro incerto, ben diverso da quello rassicurante e prevedibile che attendeva i nostri nonni o bisnonni quand’erano giovani.
Talvolta avvertiamo che la punta dei nostri piedi è arrivata a toccare questo invisibile confine, questo limen oltre il quale non possiamo sapere cosa ci attende. Tocca, però, decidersi a fare un passo in avanti. E diventa sempre più evidente che quel passo dobbiamo farlo tutti insieme. È quella “solidarietà” che spesso confondiamo con la carità, ma che etimologicamente significa essere “solidi”, compatti — vorrei dire: in quanto specie vivente.

Ciò che ci aspetta è sconosciuto, e l’ignoto è pauroso, eccitante, spiazzante. Questa è la dimensione che da tanti anni cerco di indicare come la vera meraviglia, il thauma originario che è un misto di stupore, incanto e terrore.
Un simile sentimento non è facile, né confortante. Ma è fertile: ne scaturiscono nuovi pensieri, nuove prospettive, persino nuove filosofie. È un’occasione per migliorare.

Viviamo un tempo insolito.
Proprio per questo non intendo proporvi nulla per “ammazzarlo”: perché, se state leggendo queste righe, c’è una buona probabilità che siate voi stessi degli individui insoliti. Persone che ricercano la meraviglia, che meglio di altri si sanno destreggiare tra le attrattive e gli inganni della Vertigine.
Quindi questo è il vostro tempo, il vostro momento. Sintonizzatevi, gustatelo, fatelo fruttare.
Come diceva il buon vecchio Hunter S. Thompson:

Ipnotismo nella morgue

Parte prima: Trance mortale

8 novembre 1909, Opera House di Somerville nel New Jersey.
Il Professor Arthur Everton era un uomo dalle maniere gentili, con una voce soave e un bel paio di mustacchi neri. L’ipnotismo era una sua passione giovanile, e dopo un periodo passato a traslocare pianoforti, era da poco tornato a calcare il palco. Ma non aveva perso lo smalto dei vecchi tempi: dominava ancora la scena con garbo e sicurezza.
Il suo show serale volgeva al termine; fino a quel momento l’ipnotista aveva divertito il pubblico costringendo i suoi soggetti a pescare con una lenza invisibile, e altre amenità del genere. Ora però annunciò il gran finale.

L’elettricità era palpabile mentre i suoi occhi magnetici scrutavano intensamente la platea, fila dopo fila, alla ricerca del soggetto del suo prossimo esperimento. E il pubblico, come sempre in questi casi, era combattuto.
C’erano alcuni, tra gli spettatori e le spettatrici, che abbassavano timidamente lo sguardo per timore d’essere chiamati sul palco, non avendo alcuna intenzione di rendersi ridicoli di fronte a tutti. Altri invece speravano in segreto d’essere scelti: o si figuravano abbastanza lucidi da sfidare il Professore, resistendo all’intensa forza di volontà dell’ipnotista… oppure erano inconsciamente allettati dall’idea di perdere il controllo per qualche minuto, per gioco, senza grosse conseguenze.
Finalmente, un uomo alzò la mano.
“Ah, abbiamo un volontario!”, esclamò Everton.

L’uomo salì sul palco. Si trattava del trentacinquenne Robert Simpson, un rubicondo marcantonio, grande e grosso. Il Professor Everton lasciò che il pubblico applaudesse questo coraggioso sconosciuto, e poi procedette a farlo cadere in uno stato catalettico. Secondo il New York Times

eseguì alcuni passaggi, ordinò a Simpson di diventare rigido, e così fu. Everton poi chiamò gli assistenti per stendere il corpo tra due sedie, la testa appoggiata sull’una e i piedi sull’altra, e salì in piedi sullo stomaco del soggetto per poi discenderne. Due assistenti, sotto suo ordine, alzarono Simpson in posizione eretta ed Everton, battendo le mani, gridò: ‘Rilassati!’.
Il corpo di Simpson si ammorbidì così in fretta da sfuggire alle mani degli assistenti, e la sua testa colpì una delle sedie mentre scivolava giù sul pavimento.

Tutti compresero subito, anche solo guardando la faccia attonita degli assistenti, che quella non era una certo una sceneggiata concordata in anticipo. Il Professor Everton — che in realtà non era nemmeno un vero professore — a questo punto fu preso dal panico. Lui e i suoi collaboratori cercarono di risvegliare dalla trance il malcapitato, scuotendolo in ogni maniera, ma l’uomo non rispondeva a nessuno stimolo.
Everton, sempre più isterico, riuscì a squittire un grido d’aiuto chiedendo se vi fossero medici in sala. Tre dottori, che erano stati invitati allo spettacolo dal manager del teatro, arrivarono in soccorso; ma nemmeno i loro tentativi di rianimare Simpson ebbero fortuna. Il Dr. W. H. Long, medico della contea, alzò lo sguardo dal corpo e fissò serio l’ipnotista.
“Questo è morto stecchito”, sibilò.
“No, è ancora in trance”, replicò Everton, e cominciò a battere le mani vicino alle orecchie di Simpson, e a scuotere il cadavere dell’uomo.

Quando arrivò la polizia, il Professor Everton era ancora intento a cercare di risvegliare il suo volontario. Venne arrestato seduta stante con l’accusa di omicidio colposo.
Mentre lo portavano fuori dall’Opera House, in manette e a testa bassa, i suoi occhi non sembravano più così magnetici, ma soltanto atterriti.

Parte seconda: Lazzaro, vieni fuori

Il giorno successivo, il corpo senza vita di Robert Simpson giaceva coperto da un lenzuolo nero nell’obitorio dell’ospedale di Somerville, in attesa dell’autopsia.
A un tratto la porta si aprì quattro uomini entrarono nella camera mortuaria. Tre di loro erano dottori.
Il quarto si avvicinò al cadavere e liberò dal sudario le livide membra. Respirando a fondo, toccò prima le guance del morto; poi avvicinò il capo sul petto di Simpson come per auscultarlo. Nessun battito. Infine appoggiò delicatamente tre dita sulla fredda pelle dello sterno, pose le labbra all’orecchio della salma e cominciò a parlare.
“Ascolta, Bob, l’azione del tuo cuore è forte… Bob, il tuo cuore sta cominciando a battere.”
Poi si mise di colpo ad urlare: “BOB, RIESCI A SENTIRMI?”
I tre medici si scambiarono un’occhiata perplessa.
La voce dell’uomo ricominciò, stavolta nuovamente sussurrando: : “Il tuo cuore sta ripartendo, Bob…”
Simpson, steso sul tavolo, non si mosse.

La strana scena si protrasse per un bel po’, fino a quando i medici spazientiti non decisero che quella farsa era durata anche troppo.
“Mr. Davenport, direi che è sufficiente.”
“Ma ci siamo quasi…”
“Basta così.”

Parte terza: Death Is Not The End

L’uomo che cercava di resuscitare il morto si chiamava William E. Davenport, ed era un amico del Professor Everton (provenivano entrambi da Newark). Davenport svolgeva ufficialmente la mansione di segretario per il sindaco ma si dilettava anche di ipnotismo e mesmerismo.
Il sedicente Professore in quel momento si trovava in galera “spaventato e scosso”, in attesa che il gran giurì decidesse come procedere con il suo caso. Everton sosteneva — e forse voleva disperatamente convincere anche sé stesso — di aver gettato il suo soggetto in una trance tanto profonda da sconfinare in uno stato di morte apparente. Dicendosi sicuro che Simpson si trovasse in realtà ancora in catalessi, il Professore tanto aveva brigato che era riuscito a convincere le autorità a concedergli quel bizzarro tentativo di rianimazione ipnotica. Essendo confinato in cella, si era accordato per mandare l’amico Davenport nella morgue al suo posto.

Purtroppo quest’ultimo (forse perché era solo un dilettante?) non era riuscito a risvegliare il morto. Per un breve momento si parlò anche di far arrivare un terzo ipnotista da New York per provare a riportare in vita la vittima, ma non se ne fece nulla.
Quindi rimaneva da chiarire se Simpson fosse morto a causa del peso sopportato mentre era in stato catalettico e l’ipnotista gli era salito sulla pancia, oppure se tutto l’incidente non fosse stata una tragica coincidenza.
L’autopsia mise fine alla suspense: Simpson era morto per la rottura dell’aorta, e secondo i medici probabilmente soffriva di quel silente aneurisma da molto tempo. Non c’erano prove conclusive che lo sforzo sopportato durante il numero di ipnotismo fosse la vera causa della morte, che alla fine venne dichiarata naturale.

Everton, ormai al collasso nervoso totale nella sua cella, anche dopo l’autopsia continuava a ripetere che Simpson era vivo. Venne rilasciato su cauzione, e dopo tre settimane il gran giurì decise di non procedere nei suoi confronti.
Fu la fine di un incubo per il Professor Everton, che si ritirò dalle scene, e la chiusura di un caso che aveva tenuto con il fiato sospeso i lettori dei quotidiani — e soprattutto gli altri ipnotisti. In fin dei conti, sarebbe potuto succedere a chiunque di loro.

Ma la reputazione degli ipnotisti non venne danneggiata da questo clamore, anzi; essi acquisirono un fascino ancora più sinistro e conturbante. E seguitarono, come facevano prima, a sfidarsi a suon di esibizioni sempre più spettacolari.
Già l’11 novembre, a soli tre giorni dalla sventurata esibizione di Everton, il New York Times titolava:

IL RIVALE DI EVERTON TRIONFA: Altro ipnotista di Somerville mette TRE uomini sul petto del suo soggetto.

D’altronde, nello show biz, “lo spettacolo deve andare avanti”.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 21

“La mia vanitas ha più teschi della tua!” (Aelbert Jansz. van der Schoor, versione ad alta definizione)

  • Mariano Tomatis racconta la vicenda di Doña Pedegache, mentalista portoghese del Settecento; e come al solito la sua scrittura sorprende e commuove.
  • Visto che siamo in Portogallo, facciamo una visitina alla Capela dos Ossos con questo bel post di Cat Irving.
  • 21 agosto 1945: il fisico Harry Daghlian stava facendo una bella pila di mattoni di carburo di tungsteno attorno a una sfera di plutonio, quando un mattone gli scivolò di mano e portò il nucleo in condizione di supercriticità. Daghlian morì 25 giorni dopo.
    21 maggio 1946: il fisico Louis Slotin stava lavorando su una sfera di plutonio — ma non una qualunque: la stessa sfera che aveva ucciso Daghlian. Per separarne le due metà, ebbe la brutta idea di usare un cacciavite. Il cacciavite scivolò, la parte superiore cadde. Slotin morì 9 giorni dopo.
    La povera sfera di plutonio, da quel momento in poi, non ebbe più una buona reputazione, e si guadagnò pure un nomignolo poco lusinghiero.

  • Ma la storia del nucleare è piena di incidenti incredibili. C’e un aspetto, a proposito del Progetto Manhattan che portò alla creazione delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, di cui non si parla spesso: gli esperimenti umani su cavie non consenzienti. Prendete per esempio Albert Stevens, che sopravvisse alla dose di radiazione più alta mai accumulata nel corpo di un essere umano quando gli scienziati gli iniettarono in vena, a sua insaputa, 131 kBq di plutonio.
  • Tutti a parlar male del povero HAL, ma forse è il caso di rivalutarlo. In 2001: Odissea nello spazio, il famigerato supercalcolatore uccide alcuni astronauti, e viene infine ucciso esso stesso. Ormai che ci siamo, e le intelligenze artificiali sono realtà, tocca cominciare a porsi dei problemi sull’etica dell’assassinio da parte delle macchine, ma anche dell’assassinio delle macchine.
  • Breve storia dei bambini spediti via posta.

  • La sempre eccellente Lindsey Fitzharris (autrice di L’arte del macello) ci delizia con qualche aneddoto sui trucchi di bellezza di un tempo. Per esempio il metodo per rendere attraenti le parrucche settecentesche, cioè cospargerle con il lardo. Attraenti, s’intende, soprattutto per pulci e pidocchi.
  • Un geologo scoprì una caverna antichissima, solo che si accorse subito che non era una cavità naturale. Qualcuno o qualcosa l’aveva scavata. E cos’erano quegli enormi segni di graffi, prodotti da giganteschi artigli, su tutte le pareti…? Quando la realtà supera Lovecraft: ecco i tunnel sotterranei nei quali si aggirava la misteriosa megafauna preistorica.
  • Guardate il dipinto qui sotto. Si intitola Franz de Paula Graf von Hartig e sua moglie Eleanore come Caritas Romana ed è un’opera del 1797 di Barbara Krafft. Quando avete finito di ridere e/o sentirvi a disagio, scoprite cosa significa quel “caritas romana” nel titolo, e gustatevi altri esempi di vecchiardi allattati da giovani fanciulle.

  • Tweet paranormiao.
  • La prossima volta che dovete rifare il bagno, vi suggerisco di prendere spunto da questi WC settecenteschi per bibliofili.
  • C’è chi passa ore a scorrere le foto degli influencer. Io passerei le giornate a guardare il poeta, body builder e futurista russo Vladimir Goldschmidt che ipnotizza un pollo.

  • Soggetto per film d’azione/commedia drammatica.
    Titolo: White Trip.
    Concept: The Revenant incontra Paura e delirio a Las Vegas.
    Plot: Il soldato finlandese Aimo Koivunen, durante la Seconda Guerra Mondiale, sta pattugliando su sci un’area montana quando la sua unità si ritrova all’improvviso sotto il fuoco sovietico. Aimo comincia a scappare dall’imboscata, ma dopo aver sciato per lungo tempo si sente stremato; i nemici sono ancora alle calcagna, e si avvicinano sempre di più. Decide dunque di fare ricorso alle metanfetamine che il comandante gli ha affidato per tenere sveglie le truppe; ma, un po’ per via dei grossi guanti e un po’ perché deve continuare a sciare per salvarsi la pelle, non riesce a tirare fuori la pillola dalla confezione. Al diavolo!, pensa, e ingurgita l’intero barattolo. Di colpo ricomincia a sciare con un’energia inaudita, ma dopo poco tutto diventa sfocato, e Aimo sviene: si risveglia solo nella neve, separato dal suo plotone, senza cibo e in pieno delirio da overdose. Scia all’impazzata, evita altri soldati sovietici. A un certo punto riesce a catturare un uccellino che nella sua allucinazione gli appare come un bel pollo dorato allo spiedo; se lo mangia crudo, piume e tutto. Poi incappa in una mina che lo fa saltare in aria. Ma lui continua a sciare. Dopo aver percorso 400km e aver passato una settimana all’addiaccio, sanguinante e ormai ridotto a pelle e ossa, riesce finalmente a ritornare alle linee finlandesi. Quando lo portano in infermeria, il suo battito cardiaco è ancora il doppio di quello normale. Appena vede il medico Aimo dice: “Ciao caro, mica avresti una camomilla? Mi sento un po’ nervosetto e le tue antenne fanno riderissimo.”
    Tratto da una storia vera. (Grazie, David!)
  • Riflessione filosofica del giorno. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, allora l’anima è una specie di nera voragine, un cratere senza fondo:

  • Benvenuti nella chiesa più spaventosa del mondo. (Grazie, Serena!)
  • Simon Sellars (autore di Ballardismo applicato), ci racconta l’abbacinante bellezza di Google Earth — che non sta tanto nei panorami o nei tour virtuali, quanto piuttosto nei glitch del 3D, negli errori di rendering, negli incastri allineati male che rivelano il collage delle viste 360 creando effetti di percezione distorta. La mappa non sarà il territorio, ma è un territorio mentale.
  • Mi piace immaginare che, quando ormai la specie umana si sarà estinta da lungo tempo, gli archeologi alieni arrivati sulla Terra per studiare chi eravamo trovino come unico indizio questo filmato:

Mors in fabula

La morte ci spaventa perché ci hanno insegnato che deve farlo. Perché ce l’hanno raccontata così.

Se vogliamo sollevare almeno un poco questo pesante tabù, ci sono due cose da fare:
1) capire come e perché è nata la specifica visione della morte che abbiamo ereditato;
2) cominciare a raccontarla in maniera diversa, più creativa e serena, forgiare un nuovo sguardo, ripartire dalla meraviglia.

Usare tutti gli strumenti a nostra disposizione: il corpo, l’arte, la parola, il teatro. È quello che vogliamo fare con Mors in fabula, un evento di due giorni che si svolgerà a Palermo sabato 18 e domenica 19 gennaio.

Cominceremo dal corpo, con una performance dell’artista Gaetano Costa, che da anni esplora in maniera intensa e suggestiva i rapporti tra la materia, la carne e l’identità.

Proseguiremo con l’arte, inaugurando una fantastica mostra collettiva che abbraccerà la scultura, con le scenografiche creazioni di Cesare Inzerillo, ironico omaggio alle mummie delle Catacombe dei Cappuccini; il collage e la fotografia surrealista di Francesco Viscuso; la pittura, con i personaggi grotteschi e le atmosfere macabro/fiabesche di Sergio Padovani; e infine illustrazione e cinema con Stefano Bessoni, attraverso i disegni e i pupazzi utilizzati nei suoi film in stop-motion.

Il secondo giorno ci dedicheremo alla parola con un convegno, in cui oltre al mio intervento parleranno Francesco Romeo (docente di letteratura, sceneggiatura, analisi filmica) ed Eliana Urbano Raimondi (autrice e curatrice); avremo inoltre il piacere di chiacchierare con diversi artisti e studiosi (Stefano Bessoni, Rossana Taormina, Marco Canzoneri, Giuseppe Tarantino), il tutto intervallato da pause di degustazione di prodotti tipici. Questa ricognizione ad ampio raggio terminerà con una narrazione dell’attore Alberto Nicolino riguardo alla morte nelle fiabe popolari.

Per concludere, il teatro: all’interno degli stessi spazi della mostra, in un inedito dialogo con le opere esposte, verrà rappresentata l’opera Cruci e Nuci di Giuseppe Tarantino.

Mors in fabula vuole quindi essere un viaggio alla scoperta delle connessioni tra l’immaginario delle favole e quello della morte, un’esplorazione del registro poetico e fiabesco con cui alcuni artisti si approcciano a questi temi.
D’altro canto, fabula va inteso nel senso più generale di narrazione: saranno due giornate in cui proveremo a “raccontare la morte” in modo inedito.
Ripartendo, appunto, dalla meraviglia.

Per quanto riguarda le info pratiche: Mors in fabula si svolgerà a Palermo, e gli eventi avranno luogo in due sedi (la Sala Astrea di Palazzo Tagliavia e la sede dell’associazione).
È possibile iscriversi ai singoli eventi oppure acquistare tutto il pacchetto (convegno, mostra, performance, spettacolo). Trovate tutte le informazioni sul sito dell’associazione L’Arca degli Esposti, sulla pagina Facebook dell’evento, scrivendo una mail a questo indirizzo oppure chiamando il numero 3663462971.