Wunderkammer Live!

Qualche anno fa avevo organizzato l’Accademia dell’Incanto, una serie di incontri con antropologi, artisti, anatomopatologi, registi e studiosi di stranezze nella cornice della wunderkammer Mirabilia di Roma.

Ora, in periodo di isolamento, il curatore di Wunderkammer Zurich, Christian D. Link, ha deciso di organizzare qualcosa di simile in live streaming su Facebook: il progetto si chiama Wunderkammer Live!, e prevede due giornate in compagnia di ospiti eccentrici ed eccezionali.

Chris D. Link (Photo by Raisa Durandi)

Le prime due date fissate sono il 18 e il 19 di Aprile, per un totale di dodici ospiti (sei ogni giorno, in diretta a partire dalle 16 fino alle 22).
Il lineup è davvero notevole: oltre al sottoscritto e all’amico Luca Cableri, che ormai conoscete bene se avete visto la mia webserie, il programma include interventi dell’antropologo forense Matteo Borrini, della tassidermista olandese Marjolein Kramer, del collezionista Viktor Wynd (altra vecchia conoscenza per chi segue Bizzarro Bazar), del grande artista svizzero Thomas Ott, del mentalista Luke Jermay, e molti altri.

La diretta streaming avverrà all’interno del gruppo Facebook di Wunderkammer Live!, quindi iscrivetevi; durante queste due settimane che precedono dell’evento avrete anche l’opportunità di conoscere meglio i relatori con dei post di presentazione.

In questo momento è più essenziale che mai tenere vivo il sense of wonder; l’iniziativa di Chris ha proprio lo scopo di ispirare, intrattenere, stupire e condividere le conoscenze eterogenee di alcuni professionisti della meraviglia. E ok, ci sono anch’io tra gli intervistati, ma personalmente non vedo l’ora di sentire cosa ci racconteranno gli altri ospiti.
Vi aspettiamo per un paio di pomeriggi davvero fuori dall’ordinario: ne abbiamo tutti bisogno!

Link, curiosità & meraviglie assortite – 22

∼ SPECIALE PANDEMIA! ∼

Siete costretti a rimanere a casa a causa del virus?

Scorrete più in basso per una caterva di link!

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No, niente link stavolta.

In questo periodo di autoreclusione, sono certo che non avrete problemi a sfruttare il forzato ritiro in maniera ispirata o culturalmente rilevante. Anche perché su internet tutti — TUTTI — stanno condividendo liste infinite di libri e film e serie tv e miriadi di altri modi di impiegare le ore vuote.

Personalmente, rispetto ad altri “creatori di contenuti” (odiosa definizione), in questi giorni sono stato un po’ restio nel proporre suggerimenti di lettura/visioni/ascolti. Continuo a postare sui social network qualche chicca curiosa, come faccio sempre, ma niente liste o consigli per distrarsi.
Sarà perché non mi sentirei a mio agio nel cavalcare l’onda di un evento drammatico (ormai perfino i tutorial di make-up contengono l’hashtag del coronavirus), magari abbassandomi a pubblicizzare un’ennesima volta i miei libri; sarà perché ho l’impressione che stiamo mandando all’aria la possibilità di gustarci un po’ di inedia e di ennui esistenziale, incapaci come siamo di disintossicarci dall’iperstimolazione costante. Finirà che il nostro sarà un isolamento frenetico, più denso e affastellato di cose da fare del solito.

Ma la vera ragione è che viviamo tempi insoliti.
Tempi percorsi da diffuse e serpeggianti inquietudini, dalla sensazione di un’imminente ridefinizione, come se fossimo tutti — vorrei dire: in quanto specie vivente — sull’orlo di un futuro incerto, ben diverso da quello rassicurante e prevedibile che attendeva i nostri nonni o bisnonni quand’erano giovani.
Talvolta avvertiamo che la punta dei nostri piedi è arrivata a toccare questo invisibile confine, questo limen oltre il quale non possiamo sapere cosa ci attende. Tocca, però, decidersi a fare un passo in avanti. E diventa sempre più evidente che quel passo dobbiamo farlo tutti insieme. È quella “solidarietà” che spesso confondiamo con la carità, ma che etimologicamente significa essere “solidi”, compatti — vorrei dire: in quanto specie vivente.

Ciò che ci aspetta è sconosciuto, e l’ignoto è pauroso, eccitante, spiazzante. Questa è la dimensione che da tanti anni cerco di indicare come la vera meraviglia, il thauma originario che è un misto di stupore, incanto e terrore.
Un simile sentimento non è facile, né confortante. Ma è fertile: ne scaturiscono nuovi pensieri, nuove prospettive, persino nuove filosofie. È un’occasione per migliorare.

Viviamo un tempo insolito.
Proprio per questo non intendo proporvi nulla per “ammazzarlo”: perché, se state leggendo queste righe, c’è una buona probabilità che siate voi stessi degli individui insoliti. Persone che ricercano la meraviglia, che meglio di altri si sanno destreggiare tra le attrattive e gli inganni della Vertigine.
Quindi questo è il vostro tempo, il vostro momento. Sintonizzatevi, gustatelo, fatelo fruttare.
Come diceva il buon vecchio Hunter S. Thompson:

Ipnotismo nella morgue

Parte prima: Trance mortale

8 novembre 1909, Opera House di Somerville nel New Jersey.
Il Professor Arthur Everton era un uomo dalle maniere gentili, con una voce soave e un bel paio di mustacchi neri. L’ipnotismo era una sua passione giovanile, e dopo un periodo passato a traslocare pianoforti, era da poco tornato a calcare il palco. Ma non aveva perso lo smalto dei vecchi tempi: dominava ancora la scena con garbo e sicurezza.
Il suo show serale volgeva al termine; fino a quel momento l’ipnotista aveva divertito il pubblico costringendo i suoi soggetti a pescare con una lenza invisibile, e altre amenità del genere. Ora però annunciò il gran finale.

L’elettricità era palpabile mentre i suoi occhi magnetici scrutavano intensamente la platea, fila dopo fila, alla ricerca del soggetto del suo prossimo esperimento. E il pubblico, come sempre in questi casi, era combattuto.
C’erano alcuni, tra gli spettatori e le spettatrici, che abbassavano timidamente lo sguardo per timore d’essere chiamati sul palco, non avendo alcuna intenzione di rendersi ridicoli di fronte a tutti. Altri invece speravano in segreto d’essere scelti: o si figuravano abbastanza lucidi da sfidare il Professore, resistendo all’intensa forza di volontà dell’ipnotista… oppure erano inconsciamente allettati dall’idea di perdere il controllo per qualche minuto, per gioco, senza grosse conseguenze.
Finalmente, un uomo alzò la mano.
“Ah, abbiamo un volontario!”, esclamò Everton.

L’uomo salì sul palco. Si trattava del trentacinquenne Robert Simpson, un rubicondo marcantonio, grande e grosso. Il Professor Everton lasciò che il pubblico applaudesse questo coraggioso sconosciuto, e poi procedette a farlo cadere in uno stato catalettico. Secondo il New York Times

eseguì alcuni passaggi, ordinò a Simpson di diventare rigido, e così fu. Everton poi chiamò gli assistenti per stendere il corpo tra due sedie, la testa appoggiata sull’una e i piedi sull’altra, e salì in piedi sullo stomaco del soggetto per poi discenderne. Due assistenti, sotto suo ordine, alzarono Simpson in posizione eretta ed Everton, battendo le mani, gridò: ‘Rilassati!’.
Il corpo di Simpson si ammorbidì così in fretta da sfuggire alle mani degli assistenti, e la sua testa colpì una delle sedie mentre scivolava giù sul pavimento.

Tutti compresero subito, anche solo guardando la faccia attonita degli assistenti, che quella non era una certo una sceneggiata concordata in anticipo. Il Professor Everton — che in realtà non era nemmeno un vero professore — a questo punto fu preso dal panico. Lui e i suoi collaboratori cercarono di risvegliare dalla trance il malcapitato, scuotendolo in ogni maniera, ma l’uomo non rispondeva a nessuno stimolo.
Everton, sempre più isterico, riuscì a squittire un grido d’aiuto chiedendo se vi fossero medici in sala. Tre dottori, che erano stati invitati allo spettacolo dal manager del teatro, arrivarono in soccorso; ma nemmeno i loro tentativi di rianimare Simpson ebbero fortuna. Il Dr. W. H. Long, medico della contea, alzò lo sguardo dal corpo e fissò serio l’ipnotista.
“Questo è morto stecchito”, sibilò.
“No, è ancora in trance”, replicò Everton, e cominciò a battere le mani vicino alle orecchie di Simpson, e a scuotere il cadavere dell’uomo.

Quando arrivò la polizia, il Professor Everton era ancora intento a cercare di risvegliare il suo volontario. Venne arrestato seduta stante con l’accusa di omicidio colposo.
Mentre lo portavano fuori dall’Opera House, in manette e a testa bassa, i suoi occhi non sembravano più così magnetici, ma soltanto atterriti.

Parte seconda: Lazzaro, vieni fuori

Il giorno successivo, il corpo senza vita di Robert Simpson giaceva coperto da un lenzuolo nero nell’obitorio dell’ospedale di Somerville, in attesa dell’autopsia.
A un tratto la porta si aprì quattro uomini entrarono nella camera mortuaria. Tre di loro erano dottori.
Il quarto si avvicinò al cadavere e liberò dal sudario le livide membra. Respirando a fondo, toccò prima le guance del morto; poi avvicinò il capo sul petto di Simpson come per auscultarlo. Nessun battito. Infine appoggiò delicatamente tre dita sulla fredda pelle dello sterno, pose le labbra all’orecchio della salma e cominciò a parlare.
“Ascolta, Bob, l’azione del tuo cuore è forte… Bob, il tuo cuore sta cominciando a battere.”
Poi si mise di colpo ad urlare: “BOB, RIESCI A SENTIRMI?”
I tre medici si scambiarono un’occhiata perplessa.
La voce dell’uomo ricominciò, stavolta nuovamente sussurrando: : “Il tuo cuore sta ripartendo, Bob…”
Simpson, steso sul tavolo, non si mosse.

La strana scena si protrasse per un bel po’, fino a quando i medici spazientiti non decisero che quella farsa era durata anche troppo.
“Mr. Davenport, direi che è sufficiente.”
“Ma ci siamo quasi…”
“Basta così.”

Parte terza: Death Is Not The End

L’uomo che cercava di resuscitare il morto si chiamava William E. Davenport, ed era un amico del Professor Everton (provenivano entrambi da Newark). Davenport svolgeva ufficialmente la mansione di segretario per il sindaco ma si dilettava anche di ipnotismo e mesmerismo.
Il sedicente Professore in quel momento si trovava in galera “spaventato e scosso”, in attesa che il gran giurì decidesse come procedere con il suo caso. Everton sosteneva — e forse voleva disperatamente convincere anche sé stesso — di aver gettato il suo soggetto in una trance tanto profonda da sconfinare in uno stato di morte apparente. Dicendosi sicuro che Simpson si trovasse in realtà ancora in catalessi, il Professore tanto aveva brigato che era riuscito a convincere le autorità a concedergli quel bizzarro tentativo di rianimazione ipnotica. Essendo confinato in cella, si era accordato per mandare l’amico Davenport nella morgue al suo posto.

Purtroppo quest’ultimo (forse perché era solo un dilettante?) non era riuscito a risvegliare il morto. Per un breve momento si parlò anche di far arrivare un terzo ipnotista da New York per provare a riportare in vita la vittima, ma non se ne fece nulla.
Quindi rimaneva da chiarire se Simpson fosse morto a causa del peso sopportato mentre era in stato catalettico e l’ipnotista gli era salito sulla pancia, oppure se tutto l’incidente non fosse stata una tragica coincidenza.
L’autopsia mise fine alla suspense: Simpson era morto per la rottura dell’aorta, e secondo i medici probabilmente soffriva di quel silente aneurisma da molto tempo. Non c’erano prove conclusive che lo sforzo sopportato durante il numero di ipnotismo fosse la vera causa della morte, che alla fine venne dichiarata naturale.

Everton, ormai al collasso nervoso totale nella sua cella, anche dopo l’autopsia continuava a ripetere che Simpson era vivo. Venne rilasciato su cauzione, e dopo tre settimane il gran giurì decise di non procedere nei suoi confronti.
Fu la fine di un incubo per il Professor Everton, che si ritirò dalle scene, e la chiusura di un caso che aveva tenuto con il fiato sospeso i lettori dei quotidiani — e soprattutto gli altri ipnotisti. In fin dei conti, sarebbe potuto succedere a chiunque di loro.

Ma la reputazione degli ipnotisti non venne danneggiata da questo clamore, anzi; essi acquisirono un fascino ancora più sinistro e conturbante. E seguitarono, come facevano prima, a sfidarsi a suon di esibizioni sempre più spettacolari.
Già l’11 novembre, a soli tre giorni dalla sventurata esibizione di Everton, il New York Times titolava:

IL RIVALE DI EVERTON TRIONFA: Altro ipnotista di Somerville mette TRE uomini sul petto del suo soggetto.

D’altronde, nello show biz, “lo spettacolo deve andare avanti”.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 21

“La mia vanitas ha più teschi della tua!” (Aelbert Jansz. van der Schoor, versione ad alta definizione)

  • Mariano Tomatis racconta la vicenda di Doña Pedegache, mentalista portoghese del Settecento; e come al solito la sua scrittura sorprende e commuove.
  • Visto che siamo in Portogallo, facciamo una visitina alla Capela dos Ossos con questo bel post di Cat Irving.
  • 21 agosto 1945: il fisico Harry Daghlian stava facendo una bella pila di mattoni di carburo di tungsteno attorno a una sfera di plutonio, quando un mattone gli scivolò di mano e portò il nucleo in condizione di supercriticità. Daghlian morì 25 giorni dopo.
    21 maggio 1946: il fisico Louis Slotin stava lavorando su una sfera di plutonio — ma non una qualunque: la stessa sfera che aveva ucciso Daghlian. Per separarne le due metà, ebbe la brutta idea di usare un cacciavite. Il cacciavite scivolò, la parte superiore cadde. Slotin morì 9 giorni dopo.
    La povera sfera di plutonio, da quel momento in poi, non ebbe più una buona reputazione, e si guadagnò pure un nomignolo poco lusinghiero.

  • Ma la storia del nucleare è piena di incidenti incredibili. C’e un aspetto, a proposito del Progetto Manhattan che portò alla creazione delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, di cui non si parla spesso: gli esperimenti umani su cavie non consenzienti. Prendete per esempio Albert Stevens, che sopravvisse alla dose di radiazione più alta mai accumulata nel corpo di un essere umano quando gli scienziati gli iniettarono in vena, a sua insaputa, 131 kBq di plutonio.
  • Tutti a parlar male del povero HAL, ma forse è il caso di rivalutarlo. In 2001: Odissea nello spazio, il famigerato supercalcolatore uccide alcuni astronauti, e viene infine ucciso esso stesso. Ormai che ci siamo, e le intelligenze artificiali sono realtà, tocca cominciare a porsi dei problemi sull’etica dell’assassinio da parte delle macchine, ma anche dell’assassinio delle macchine.
  • Breve storia dei bambini spediti via posta.

  • La sempre eccellente Lindsey Fitzharris (autrice di L’arte del macello) ci delizia con qualche aneddoto sui trucchi di bellezza di un tempo. Per esempio il metodo per rendere attraenti le parrucche settecentesche, cioè cospargerle con il lardo. Attraenti, s’intende, soprattutto per pulci e pidocchi.
  • Un geologo scoprì una caverna antichissima, solo che si accorse subito che non era una cavità naturale. Qualcuno o qualcosa l’aveva scavata. E cos’erano quegli enormi segni di graffi, prodotti da giganteschi artigli, su tutte le pareti…? Quando la realtà supera Lovecraft: ecco i tunnel sotterranei nei quali si aggirava la misteriosa megafauna preistorica.
  • Guardate il dipinto qui sotto. Si intitola Franz de Paula Graf von Hartig e sua moglie Eleanore come Caritas Romana ed è un’opera del 1797 di Barbara Krafft. Quando avete finito di ridere e/o sentirvi a disagio, scoprite cosa significa quel “caritas romana” nel titolo, e gustatevi altri esempi di vecchiardi allattati da giovani fanciulle.

  • Tweet paranormiao.
  • La prossima volta che dovete rifare il bagno, vi suggerisco di prendere spunto da questi WC settecenteschi per bibliofili.
  • C’è chi passa ore a scorrere le foto degli influencer. Io passerei le giornate a guardare il poeta, body builder e futurista russo Vladimir Goldschmidt che ipnotizza un pollo.

  • Soggetto per film d’azione/commedia drammatica.
    Titolo: White Trip.
    Concept: The Revenant incontra Paura e delirio a Las Vegas.
    Plot: Il soldato finlandese Aimo Koivunen, durante la Seconda Guerra Mondiale, sta pattugliando su sci un’area montana quando la sua unità si ritrova all’improvviso sotto il fuoco sovietico. Aimo comincia a scappare dall’imboscata, ma dopo aver sciato per lungo tempo si sente stremato; i nemici sono ancora alle calcagna, e si avvicinano sempre di più. Decide dunque di fare ricorso alle metanfetamine che il comandante gli ha affidato per tenere sveglie le truppe; ma, un po’ per via dei grossi guanti e un po’ perché deve continuare a sciare per salvarsi la pelle, non riesce a tirare fuori la pillola dalla confezione. Al diavolo!, pensa, e ingurgita l’intero barattolo. Di colpo ricomincia a sciare con un’energia inaudita, ma dopo poco tutto diventa sfocato, e Aimo sviene: si risveglia solo nella neve, separato dal suo plotone, senza cibo e in pieno delirio da overdose. Scia all’impazzata, evita altri soldati sovietici. A un certo punto riesce a catturare un uccellino che nella sua allucinazione gli appare come un bel pollo dorato allo spiedo; se lo mangia crudo, piume e tutto. Poi incappa in una mina che lo fa saltare in aria. Ma lui continua a sciare. Dopo aver percorso 400km e aver passato una settimana all’addiaccio, sanguinante e ormai ridotto a pelle e ossa, riesce finalmente a ritornare alle linee finlandesi. Quando lo portano in infermeria, il suo battito cardiaco è ancora il doppio di quello normale. Appena vede il medico Aimo dice: “Ciao caro, mica avresti una camomilla? Mi sento un po’ nervosetto e le tue antenne fanno riderissimo.”
    Tratto da una storia vera. (Grazie, David!)
  • Riflessione filosofica del giorno. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, allora l’anima è una specie di nera voragine, un cratere senza fondo:

  • Benvenuti nella chiesa più spaventosa del mondo. (Grazie, Serena!)
  • Simon Sellars (autore di Ballardismo applicato), ci racconta l’abbacinante bellezza di Google Earth — che non sta tanto nei panorami o nei tour virtuali, quanto piuttosto nei glitch del 3D, negli errori di rendering, negli incastri allineati male che rivelano il collage delle viste 360 creando effetti di percezione distorta. La mappa non sarà il territorio, ma è un territorio mentale.
  • Mi piace immaginare che, quando ormai la specie umana si sarà estinta da lungo tempo, gli archeologi alieni arrivati sulla Terra per studiare chi eravamo trovino come unico indizio questo filmato:

Mors in fabula

La morte ci spaventa perché ci hanno insegnato che deve farlo. Perché ce l’hanno raccontata così.

Se vogliamo sollevare almeno un poco questo pesante tabù, ci sono due cose da fare:
1) capire come e perché è nata la specifica visione della morte che abbiamo ereditato;
2) cominciare a raccontarla in maniera diversa, più creativa e serena, forgiare un nuovo sguardo, ripartire dalla meraviglia.

Usare tutti gli strumenti a nostra disposizione: il corpo, l’arte, la parola, il teatro. È quello che vogliamo fare con Mors in fabula, un evento di due giorni che si svolgerà a Palermo sabato 18 e domenica 19 gennaio.

Cominceremo dal corpo, con una performance dell’artista Gaetano Costa, che da anni esplora in maniera intensa e suggestiva i rapporti tra la materia, la carne e l’identità.

Proseguiremo con l’arte, inaugurando una fantastica mostra collettiva che abbraccerà la scultura, con le scenografiche creazioni di Cesare Inzerillo, ironico omaggio alle mummie delle Catacombe dei Cappuccini; il collage e la fotografia surrealista di Francesco Viscuso; la pittura, con i personaggi grotteschi e le atmosfere macabro/fiabesche di Sergio Padovani; e infine illustrazione e cinema con Stefano Bessoni, attraverso i disegni e i pupazzi utilizzati nei suoi film in stop-motion.

Il secondo giorno ci dedicheremo alla parola con un convegno, in cui oltre al mio intervento parleranno Francesco Romeo (docente di letteratura, sceneggiatura, analisi filmica) ed Eliana Urbano Raimondi (autrice e curatrice); avremo inoltre il piacere di chiacchierare con diversi artisti e studiosi (Stefano Bessoni, Rossana Taormina, Marco Canzoneri, Giuseppe Tarantino), il tutto intervallato da pause di degustazione di prodotti tipici. Questa ricognizione ad ampio raggio terminerà con una narrazione dell’attore Alberto Nicolino riguardo alla morte nelle fiabe popolari.

Per concludere, il teatro: all’interno degli stessi spazi della mostra, in un inedito dialogo con le opere esposte, verrà rappresentata l’opera Cruci e Nuci di Giuseppe Tarantino.

Mors in fabula vuole quindi essere un viaggio alla scoperta delle connessioni tra l’immaginario delle favole e quello della morte, un’esplorazione del registro poetico e fiabesco con cui alcuni artisti si approcciano a questi temi.
D’altro canto, fabula va inteso nel senso più generale di narrazione: saranno due giornate in cui proveremo a “raccontare la morte” in modo inedito.
Ripartendo, appunto, dalla meraviglia.

Per quanto riguarda le info pratiche: Mors in fabula si svolgerà a Palermo, e gli eventi avranno luogo in due sedi (la Sala Astrea di Palazzo Tagliavia e la sede dell’associazione).
È possibile iscriversi ai singoli eventi oppure acquistare tutto il pacchetto (convegno, mostra, performance, spettacolo). Trovate tutte le informazioni sul sito dell’associazione L’Arca degli Esposti, sulla pagina Facebook dell’evento, scrivendo una mail a questo indirizzo oppure chiamando il numero 3663462971.

Un fascino selvaggio (parte seconda)

Nella prima parte di questo speciale abbiamo parlato di cannibali, ma anche più genericamente del concetto del Selvaggio, oggetto di disprezzo e fascinazione nel XIX secolo.
Abbiamo analizzato un racconto di finzione e sottolineato come gli indigeni vennissero spesso usati come puri espedienti letterari per titillare il voyeurismo del lettore. Il tono di superiorità è peraltro lo stesso che si ritrova in molti resoconti di autentiche spedizioni dell’epoca.

Se questo approccio è oggi scomparso, almeno dalle narrative più evidenti, rimane almeno in parte la presunzione di una certa supremazia occidentale rispetto alla supposta arretratezza delle società tradizionali. A poco vale cercare di «sfatare il mito che nelle “società primitive” viga un’economia di sussistenza che a fatica riesce ad assicurare il minimo necessario per garantire la sopravvivenza della società»(1)La citazione viene questo interessante articolo di Andrea Staid sulle società cosiddette “primitive”, estratto dal suo libro Contro la gerarchia e il dominio. Potere, economia e debito nelle società senza Stato (Meltemi 2018).; permane anche l’idea che queste comunità vivano in maniera più “naturale”.
Questo aggettivo può sembrare positivo, addirittura un ammirato apprezzamento, ma sappiamo che il contrapporre la Natura alla Cultura – uno dei principi fondanti del pensiero occidentale – spesso concettualmente serve a separare la civiltà (nostra) dalla barbarie (degli altri).

Come dicevamo, le tribù in cui resistono elementi tradizionali sono ancora oggetto di enorme curiosità. Io stesso ne ho parlato estesamente su queste pagine, anche se ho cercato di descrivere i loro costumi in modo circostanziato.
Una cosa che non molti sanno, però, è che oggi si organizzano numerosi tour in zone remote del globo, per chi se li può permettere, alla scoperta (cito da una brochure) degli “ultimi sistemi di tribù, clan e rituali ancora intatti al mondo”.

È forse uno dei pochi brividi rimasti nella grande macchina del turismo globale, l’estrema frontiera dell’esotismo. Gite esclusive a sfondo più o meno marcatamente etnologico, i cui partecipanti però non sono antropologi ma turisti: e a voler essere cinici viene il dubbio che l’appeal risieda nei selfie con gli indigeni, o nelle danze tradizionali inscenate dalle tribù a beneficio delle fotocamere dell’uomo occidentale.

Però non bisogna fare l’errore di giudicare (o, peggio ancora, indignarsi) sulla base di qualche foto trovata su internet. Cosa si fa davvero in questi tour, come sono organizzati, quali attività propongono? Qual è la filosofia che ne sta alla base? Chi vi partecipa, e perché?

Marco è un lettore di Bizzarro Bazar, e uno di questi viaggi organizzati l’ha provato proprio quest’anno. Dopo aver seguito con interesse il resoconto della sua avventura sui social, gli ho chiesto di raccontarcene i risvolti in maniera più approfondita. L’intervista che mi ha concesso è dunque un’occasione unica per trovare una risposta a questi interrogativi.
(Nota: da questo punto in poi tutte le bellissime foto che vedrete sono opera sua.)

Ci puoi dire in poche parole che tipo di persona sei, di cosa ti occupi, quali sono le tue passioni?

Mi chiamo Marco Mottura, ho trentasei anni e sono di Busto Arsizio. Nella vita di tutti i giorni faccio il grafico, e come secondo lavoro (o, per meglio dire, come hobby pagato) il giornalista videoludico. Proprio i videogiochi sono ovviamente da sempre una delle mie più grandi passioni, insieme ai giochi da tavolo, all’horror a 360°, alla musica crossover e alla mia adorata Juventus.

Mi affascina tutto ciò che è strano, oscuro e macabro. Sono un ateo convinto. Mi vesto sempre di nero o di grigio. Cannibal Holocaust è il mio film preferito di sempre. Sono ossessionato da Il Giardino delle Delizie Terrene di Hieronymus Bosch.

Come sei venuto a conoscenza della possibilità di fare questo viaggio?

La colpa in realtà è indirettamente proprio tua, Dottor Cenzi. Grazie a Bizzarro Bazar qualche anno fa ho scoperto The Last Tuesday Society di Londra, e dopo aver visitato la wunderkammer di Viktor Wynd durante uno dei miei viaggi nella capitale inglese non ho potuto fare a meno di seguire l’eccentrico milionario su Instagram. Un annetto fa ho visto alcuni suoi post mentre era in Papua Nuova Guinea ad assistere alla cerimonia di passaggio in cui i giovani delle tribù del fiume Sepik si trasformano in Uomini-Coccodrillo. Gli ho fatto alcune domande su un riturale così inusuale e cruento, e alla fine della chiacchierata la risposta di Wynd è stata: “Nel 2019 comunque ritornerò da queste parti, se vuoi puoi venire con me.” Lui era serio, io pure… e quindi sono partito per davvero.

Quali erano le opzioni di viaggio?

Si potevano scegliere due diversi viaggi da undici giorni ciascuno, oppure il pacchetto completo (impensabile per quanto mi riguardava, per motivi di budget). La prima parte era incentrata maggiormente sulla natura, con birdwatching ed escursioni a tema floreale, mentre la seconda metà era senza dubbio più estrema, e culminava con la visita alle remotissime mummie di Aseki. Inutile specificare per quale delle due abbia optato io.

Cosa ti aspettavi da questa esperienza? Qual è stata la motivazione che ti ha spinto a decidere di imbarcarti per questa avventura?

Mi sono trovato in una fase particolare della mia vita, in un momento di profonda crisi personale legata a un periodo di depressione e difficoltà di vario genere. Spinto anche dalla mia ragazza, ho deciso di fare qualcosa esclusivamente “per me stesso”: inseguendo l’esotismo estremo che tanto mi affascina (tutti quei Mondo movies visti durante l’adolescenza devono aver lasciato un segno), ho pensato proprio a un viaggio fuori dagli schemi, avventuroso e sì, anche potenzialmente rischioso. Perché nella peggiore delle ipotesi quella che sembrava un po’ la trama di un film horror di serie B mi pareva un finale potenzialmente perfetto per il tipo di esistenza che ho sempre cercato di vivere.

La prospettiva di evadere dalla mia quotidianità, l’idea di guardare in faccia un universo sconosciuto e lontanissimo e di vivere sulla mia pelle uno shock culturale mi affascinavano. Prima di questa esperienza non ero neppure mai stato in campeggio!

Raccontaci brevemente come si è svolto il viaggio: quanti eravate, quali tappe avete fatto, ecc.

La spedizione era aperta a dieci persone provenienti da tutto il mondo, più i due leader. Il primo capogruppo era il già citato Viktor Wynd, l’eccentrico dandy e artista inglese(2)A Viktor Wynd e alla sua wunderkammer londinese ho dedicato un capitolo della mia guida London Mirabilia. presidente della Last Tuesday Society, mentre il secondo era Stewart McPherson, un naturalista tra i massimi esperti al mondo in materia di piante carnivore: un’autorità nel suo campo, con 35 specie scoperte e 25 libri pubblicati sull’argomento.

Otto dei partecipanti erano uomini, quattro le donne: in totale otto Inglesi, due Americani, una Sudafricana e io a rappresentare l’Italia. La più giovane aveva ventotto anni, il più vecchio quarantacinque.

Ci siamo incontrati all’aeroporto della capitale, Port Moresby, e da lì siamo subito partiti per le isole Trobriand. Abbiamo trascorso tre notti da quelle parti, poi ci siamo spostati a Lae, quindi siamo andati in jeep verso la regione delle mummie (facendo tappa a Bulolo, un’isolata città di minatori, e trascorrendo una notte in un villaggio sperduto fra le montagne insieme ai locali). Quindi ritorno di nuovo Lae e poi dritti verso Madang, dove si è concluso il viaggio. In definitiva, una marea di chilometri percorsi – spesso su sentieri quasi impraticabili –, quattro voli aerei interni e tantissimi paesaggi e culture differenti incontrati sul cammino, per quella che è la nazione con maggiore biodiversità sulla Terra.

Quali sono state le esperienze e i dettagli che ti hanno colpito di più?

Difficile riassumere un’avventura del genere in pochi elementi: a colpirti è la poderosa sensazione di trovarti fuori dal tempo e dallo spazio a cui sei abituato. Il buio assoluto della notte nella foresta, una volta celeste così luminosa e mozzafiato da non sembrare nemmeno il tuo stesso cielo, i colori del tramonto, le peculiari capanne che si vedono qua e là. Ma anche gli attimi di puro orrore – come la tartaruga di mare che abbiamo visto pescare e squartare direttamente sul molo appena arrivati alle Trobriand (laggiù c’è un’economia di sussistenza, quel che si cattura si mangia e si usa per fare artigianato) o il ragno gigantesco che mi è sgattaiolato la primissima sera in camera – mi hanno subito scaraventato nell’atmosfera che mi aspettavo dalla Papua Nuova Guinea.

Un momento decisamente magico è stato vedere i “chiamatori” di squali del villaggio di Kaibola, che nel giro di cinque minuti con un sonaglio di cocco hanno letteralmente attirato a sé gli squali, per poi catturarli usando una semplice lenza riavvolta a mani nude. Solo poche decine di persone al mondo sono ancora capaci di eseguire quello strano ed efficacissimo rituale, entrando in completa comunione con il mare per ammaliare la preda. Tornando a riva siamo stati circondati da un branco di delfini giocherelloni, abbiamo mangiato lo squalo appena pescato, e poi esplorato una grotta sotterranea fino ad arrivare a una fonte d’acqua dolce. Il tutto nel giro di un paio di ore.

Ovviamente per me rimangono indimenticabili anche le mummie, così come la già menzionata notte passata in un villaggio nella regione di Aseki, all’interno di una capanna senza elettricità, senza acqua corrente e senza nulla (ma con parecchio alcool portato dalle compagne inglesi!).

C’è stata una differenza culturale che ti ha sorpreso più di altre?

Sicuramente vedere gli effetti che ha noce di Betel sulle condizioni della bocca nei locali. Lì chiunque, dai 6 ai 99 anni, è abituato a masticare il nocciolo di questo frutto verde, delle dimensioni di un’albicocca, mischiandolo con una pianta di senape e con una polvere di conchiglie bruciate che chiamano lime. La combinazione di questi tre elementi determina una reazione chimica fortemente alcalina, che macchia denti e gengive di un color rosso sangue molto intenso… oltre a corrodere tutto l’interno della bocca, con esiti spesso cancerogeni. Nonostante ciò, continuano ad assumere la noce di Betel per i suoi effetti energizzanti e non solo: ho provato anch’io il nocciolo, dal sapore pessimo, i cui effetti sono a metà strada tra l’alcool e le anfetamine, con tanto di potenziale hangover.

Altra grande particolarità sta nei diversi costumi, nel modo di approcciarsi agli altri. Un esempio per tutti: per molti abitanti di villaggi sperduti, lavarsi i denti è una pratica inusuale e incomprensibile. Mentre avevo uno spazzolino in bocca mi è capitato di ritrovarmi fissato da una ventina di persone, radunatesi a pochi metri da me per osservare il mio strano rituale: in quel momento mi sono sentito come un animale allo zoo.

C’è stato qualche episodio spiacevole durante il viaggio?

Assolutamente nessuno. Anzi, la gentilezza della gente è stata spiazzante e commovente. Persone che non hanno letteralmente NULLA e che pure non lesinano mai un sorriso, una cortesia, un gesto di buon cuore. Così, per puro senso dell’ospitalità, senza aspettarsi assolutamente niente in cambio: solo e soltanto felici di incontrare qualcuno di diverso da loro, di strano, di proveniente da chissà dove, accogliendolo a casa con tutta la naturalezza del mondo. Capita che la gente si metta in fila per stringerti la mano, o che persone di ogni età interrompano qualsiasi attività per inseguire di qualche metro il nostro furgoncino.

Sono situazioni che fanno riflettere perfino un convinto nichilista come me, ormai senza più alcuna speranza per il presente e per il futuro: ti confrontano con un contesto abissalmente diverso da quello a cui siamo abituati nella nostra società “civilizzata”.

Qual è stato il rapporto, tuo e dei tuoi compagni di viaggio, con i nativi che hai incontrato? E qual era il loro atteggiamento nei vostri confronti? Sei mai stato a disagio in qualche situazione?

La Papua Nuova Guinea è un paese gigantesco, in cui si parlano 850 lingue, stracolmo di comunità microscopiche e dai mezzi estremamente limitati, ma non è in generale il luogo rimasto all’età della pietra che forse ci si potrebbe immaginare. Per capirci, anche sulle montagne di Aseki, nel bel mezzo della foresta a diverse ore di macchina dalla città, può capitare di imbattersi in qualche sporadica capanna che espone cartelli pubblicitari della Coca Cola o della compagnia di telecomunicazioni Digicel.

Certo, permangono zone particolarmente inaccessibili e popolazioni magari rimaste in qualche modo isolate, ma non era certo nostra intenzione avventurarci alla ricerca di chissà che (anche perché sarebbe stato idiota, irrispettoso e irresponsabile). Detto ciò, fa comunque sorridere sentire gli abitanti delle isole Trobriand parlare di “esplosione del turismo nel 2019” alla luce di un totale di ben settanta persone (noi inclusi) arrivate da quelle parti dall’inizio dell’anno.

Per il resto, mi ha stupito vedere quanto i locali fossero assai poco interessati alla nostra tecnologia: tutti sanno cosa sia uno smartphone o una macchina fotografica, e per quanto vedere la propria immagine catturata susciti ancora un minimo di interesse, nessuno è parso molto attratto dai nostri gingilli hi-tech. Per assurdo, il già citato spazzolino da denti ha fatto di certo più colpo di uno smartwatch.

L’unico momento di disagio, o per meglio dire un momento in cui ho avvertito un leggero senso di non avere il controllo della situazione, è stato al nostro arrivo alle Trobriand: ci siamo ritrovati sulla via principale dell’imbarcadero e tutta la popolazione locale si è ovviamente incuriosita ed è corsa a vedere da vicino i dimdim (gli stranieri). In un baleno ci siamo visti accerchiati da qualche centinaio di persone che cercavano di attirare la nostra attenzione per venderci cibo e manufatti, invadendo un po’ quello che è il nostro concetto di spazio personale. Niente di minaccioso, sia chiaro, ma mentirei se affermassi di non aver provato almeno in minima parte la sensazione che la cosa potesse degenerare da un momento all’altro. In realtà la tensione credo fosse solo nella nostra testa, visti i modi davvero squisiti degli abitanti di quella provincia.

Passiamo alla parte critica. Ne abbiamo parlato, e sai che ho parecchie riserve riguardo a questo tipo di viaggi organizzati. Mi sembrano un po’ la versione, aggiornata al late capitalism, dei colonialismi otto-novecenteschi: certo, abbiamo messo da parte moschetti e fruste, ma è difficile allontanare il sospetto che stiamo ancora “prendendo per la gola” le zone povere, mascherando questo sfruttamento con narrative esotiche e vendendo il pacchetto come “avventura da brivido” per turisti occidentali annoiati. Tu cosa ne pensi?

Non prendiamoci in giro: l’esotismo esasperato, l’elemento di rischio e la fascinazione per i paradisi perduti (senza tralasciare l’immaginario horror) fanno innegabilmente parte dell’equazione. Mentirei spudoratamente se dicessi che sarebbe stata la stessa identica cosa con una destinazione alternativa; il particolare culto dei morti della regione di Aseki, le mummie, l’idea di potercisi avvicinare e volendo anche di toccarle, sono tutti fattori che mi hanno spinto verso questo viaggio. Quindi sì, una sfumatura di dark tourism c’è, non ha senso girarci attorno.

Detto questo, più che una squallida revisione di certe pseudo-imprese colonialiste credo si tratti di una cosa legata più a un’indole da inguaribile thrill-seeker: nessun indigeno è stato “preso per la gola”, anzi al contrario credo che in alcune circostanze siamo stati noi occidentali a venire un po’ fregati! Per poter accedere al sito in cui stavano le mummie del villaggio di Angapena, dopo estenuanti trattative abbiamo dovuto pagare, nell’ordine: 3000 dollari in contanti, un generatore di corrente, due Samsung Galaxy e dosi non trascurabili di viveri. Insomma, le tribù locali non sono certo fatte di sprovveduti pronti ad essere sfruttati, e anzi sembrano aver compreso alla grande come fare affari.

Be’, appunto, gli smartphone scambiati per le mummie degli antenati mi sembrano proprio un esempio di quella logica — Mark Fisher l’aveva battezzata “realismo capitalista”(3)«Il potere del realismo capitalista deriva in parte dal modo in cui il capitalismo sussume e consuma tutta la storia pregressa: è un effetto di quella “equivalenza” che riesce ad assegnare un valore monetario a qualsiasi oggetto culturale, si tratti di icone religiose, pornografia, o Il Capitale di Marx. Provate a passeggiare per il British Museum: vedrete oggetti privati di ogni vitalità riassemblati come sul ponte di qualche astronave alla Predator, e potrete così godervi una potente rappresentazione di questo processo. Nella conversione di pratiche e rituali in puri oggetti estetici, gli ideali delle culture precedenti diventano strumento di un’ironia oggettiva e si ritrovano trasformati in artefatti.» (Mark Fisher, Realismo capitalista, 2018, p. 30). — in cui tutto diventa monetizzabile e perfino il sacro viene trasformato in un semplice prodotto. E d’altronde questa cosa non stupisce se, come sottolineavi tu, la pubblicità della Coca-Cola è arrivata perfino nel fitto della giungla.
Riguardo alla vostra presenza lì, qual era l’approccio degli organizzatori?

Ti assicuro che l’approccio era di rigoroso e indiscusso rispetto per le popolazioni, per le culture e per la flora e la fauna locali (su questi aspetti McPherson, in quanto naturalista, è stato davvero estremamente attento e solerte): non si è mai nemmeno accennato al famigerato cannibalismo, e il termine “cannibale” non è mai stato pronunciato da nessuno. Perché va bene cercare le emozioni forti, o subire il fascino di tradizioni macabre o cruente; ma la realtà in Papua Nuova Guinea non necessita certo di ulteriori forzature. Per fare un esempio, l’uccisione a colpi di bastonate sulla testa di un povero maiale in un villaggio è stata ai limiti del tollerabile, impossibile da comprendere per noi. Non c’era bisogno di aggiungerci storie di cannibalismo.

A giudicare da quanto scrivevi sui social, sei partito convinto che il viaggio potesse essere molto pericoloso. Hai addirittura fatto testamento! Retrospettivamente, secondo te c’era davvero questo elemento di pericolo o il viaggio era più sicuro di quanto ti aspettassi?

Volare da quelle parti è oggettivamente molto più pericoloso che altrove, per via delle condizioni climatiche. Si tratta più in generale di un’esperienza forte e in alcuni passaggi fisicamente stressante (seppur mai davvero impossibile); certamente non sarà un’impresa folle come scalare l’Everest, ma optare per una destinazione simile significa volersi mettere alla prova. Per quanto mi riguarda era tutto preventivato, e personalmente avrei accettato con grande serenità anche un esito tragico. Il fatto di non essere certo di tornare si legava a certe mie tendenze autodistruttive che non voglio negare.

Ritornato a casa sano e salvo, posso affermare che il viaggio si sia rivelato infinitamente meno pericoloso del previsto. Ma d’altronde Stewart McPherson e la sua organizzazione non hanno mai presentato il viaggio come un biglietto di sola andata per aspiranti suicidi. A fare dell’autentico terrorismo psicologico, alimentando falsi miti, sono state semmai altre parti in causa, come ad esempio il sito dell’unità di Crisi della Farnesina, Viaggiare Sicuri: la Papua Nuova Guinea sarà anche un paese povero e pieno di problemi, ma sconsigliare qualsiasi tipo di viaggio non necessario e parlare apertamente di “paese pericoloso ovunque” significa descrivere una realtà esasperata e ben diversa dal contesto che ho avuto modo di vedere con i miei occhi.

Qual è la cosa più bella che ti ha regalato questa esperienza? E più in generale quale sentimento ti ha lasciato?

Un’esperienza simile è piuttosto difficile da spiegare a chi non l’ha vissuta. Ho voluto fare un salto nel buio, ma alla fine sono tornato con un bagaglio di emozioni, di ricordi, di sensazioni che mi hanno davvero stravolto la vita. Certe situazioni ti fanno fare i conti con i tuoi limiti, ti fanno uscire a schiaffoni dalla tua comfort zone, ti legano alle persone che hai vicino: è spiazzante trovarti ad avere a che fare con un universo che è sempre il tuo, ma al tempo stesso non è il tuo. Da un viaggio simile non puoi tornare uguale a com’eri prima di partire: certe cose ti entrano dentro, ti guardano in faccia, ti ribaltano e ti cambiano. E alla fine puoi scoprire che di momenti così, un po’ come succede con la noce di Betel, non ne hai mai abbastanza.

Questa chiacchierata fornisce a mio avviso interessanti spunti di riflessione: in una realtà globalizzata, nulla rimane davvero “intatto”. Ha senso crucciarsene, o fa parte di un processo di cambiamento inarrestabile? Questi tour contribuiscono ad avvicinare la nostra sensibilità a quella di popoli distanti, riducendo così pregiudizi e disinformazione — oppure perpetuano una visione essenzialmente etnocentrista occidentale?

Lascio al lettore il compito di formarsi una sua idea. Da parte mia ringrazio ancora Marco per la sua gentilezza e disponibilità (potete seguirlo su Twitter e Instagram).

Note   [ + ]

1. La citazione viene questo interessante articolo di Andrea Staid sulle società cosiddette “primitive”, estratto dal suo libro Contro la gerarchia e il dominio. Potere, economia e debito nelle società senza Stato (Meltemi 2018).
2. A Viktor Wynd e alla sua wunderkammer londinese ho dedicato un capitolo della mia guida London Mirabilia.
3. «Il potere del realismo capitalista deriva in parte dal modo in cui il capitalismo sussume e consuma tutta la storia pregressa: è un effetto di quella “equivalenza” che riesce ad assegnare un valore monetario a qualsiasi oggetto culturale, si tratti di icone religiose, pornografia, o Il Capitale di Marx. Provate a passeggiare per il British Museum: vedrete oggetti privati di ogni vitalità riassemblati come sul ponte di qualche astronave alla Predator, e potrete così godervi una potente rappresentazione di questo processo. Nella conversione di pratiche e rituali in puri oggetti estetici, gli ideali delle culture precedenti diventano strumento di un’ironia oggettiva e si ritrovano trasformati in artefatti.» (Mark Fisher, Realismo capitalista, 2018, p. 30).

ILLUSTRATI GENESIS: Giornata 7

Sette piccole lezioni per riscoprire il quotidiano.
Sette giorni per la Creazione… di una nuova prospettiva.

 

GIORNO 7 – IL RIPOSO O LA LIBERTÀ

Il dettaglio risaputo: È arrivato il week-end. Finalmente avete due giorni di tempo libero, utili per: 1) fare le pulizie; 2) impostare il pagamento online delle ultime bollette; 3) organizzare quella cena di lavoro, per la settimana prossima; 4) sgomberare il lavello dove si sono accumulati i piatti; 5) andare al concerto anche se non ne avete voglia, ma ormai avete comprato i biglietti; 6) studiare le nuove offerte dei gestori telefonici; 7) fare visita ai vicini per mantenere i rapporti (sono settimane che rimandate); 8) fare la spesa; 9) mettervi in pari con lavatrici e sessioni di stiratura arretrate; 10) varie ed eventuali. I due giorni passano in un batter d’occhio. La domenica sera, per scacciare quell’ombra che incombe nel retro della vostra mente, vi mettete a guardare quel filmato divertente su internet che in ufficio hanno visto tutti tranne voi. Un video tira l’altro, e alle tre di notte state ancora al computer. È già lunedì, e siete più stanchi di prima.

Il retroscena: Anche durante il tempo libero capita di sentirsi tutt’altro che liberi. Ingabbiati come siamo in uno scadenziario, in un tempo parcellizzato scandito esclusivamente da doveri pianificati e ineluttabili, anche quando non abbiamo nulla da fare tendiamo a riempire le nostre ore di stimoli e a mantenere la mente in movimento; altrimenti ci sembra di perderlo, il nostro tempo. Piuttosto che restare con le mani in mano, ci mettiamo a giocare a un mini-game sul cellulare: smettere di fare, oggi, è sempre più un tabù. La macchina del cosiddetto late-stage capitalism, il “capitalismo terminale”, pretende da noi che produciamo costantemente (o che diventiamo noi stessi dei prodotti). L’eccitazione non si ferma un secondo, non c’è davvero riposo, non esiste noia. Forse basterebbe imparare l’antica arte cinese del “fare senza sforzo”. Un esempio è quello del macellaio provetto, che non affila mai il coltello perché sa come sfruttare gli spazi all’interno della carne, la sua lama passa nelle intercapedini tra le ossa e non si spunta mai; eppure se gli chiedi come fa a tagliare in modo così perfetto forse non sa nemmeno spiegartelo. Istintivamente, e grazie alla pratica, questo macellaio-ninja ha imparato a riconoscere il vuoto e il pieno, sa quando affondare il coltello e quando ritirarlo, è conscio che il segreto sta nell’alternanza tra sforzo e rilassamento, tra il fare e il non fare. Lo stesso Dio della Genesi, quando il settimo giorno si concede un po’ di relax dopo le fatiche della creazione, non si sta solo riposando. Sta portando a compimento la sua opera tramite il riposo. La stasi è un momento essenziale del creare (e del creato), una parte così fondamentale che questo è l’unico giorno che Dio definisce sacro. Fare senza fare, completare col riposo: tutto questo è molto bello sulla carta, ma come applicarlo alla nostra quotidianità? Un aiuto ci arriva da uno stato d’animo spesso frainteso: la noia. Uno studio condotto nel 2013 dalla University of Central Lancashire suggerisce che svolgere un compito ripetitivo e poco stimolante può a volte influenzare in maniera positiva la creatività. A un gruppo di 40 soggetti venne affidato un lavoro monotono consistente nel copiare dei numeri di telefono da una rubrica; a un gruppo di controllo, invece, non fu richiesto nulla. Successivamente gli psicologi presentarono a entrambi i gruppi delle tazze di polistirolo, chiedendo ai partecipanti di inventarsi il maggior numero di utilizzi possibili per questi oggetti. Coloro che si erano annoiati copiando i numeri telefonici trovarono soluzioni creative decisamente più originali. La noia dà alla mente l’occasione di riposarsi, ma anche di fantasticare. Gli scienziati sono convinti che sognare a occhi aperti (mind wandering) sia essenziale per l’apprendimento, lo sviluppo del pensiero creativo, la risoluzione di problemi, la pianificazione e la simulazione degli eventi futuri, dunque per prendere decisioni.

La Settima Lezione: Visto che non siamo più capaci di smettere semplicemente di fare, ecco un esercizio sostitutivo. Provate a dedicarvi a un compito lungo, ripetitivo e soprattutto noioso. Può essere qualsiasi cosa: spolverare la vostra vecchia collezione di action figure, lavare i piatti a mano, dipingere una parete – meglio ancora se è un’attività del tutto inutile. Fatelo senza musica, senza notifiche dal cellulare, dimenticandovi del risultato e gustandovi appieno questa antica sensazione. Un po’ di noia fa bene all’organismo, alla mente e perfino alla filosofia (molti pensatori, da Giacomo Leopardi a Bertrand Russell, l’hanno annoverata tra i più sublimi sentimenti umani). Rivendicatela dunque come un lusso o, meglio, un diritto inalienabile! Quando il lunedì mattina i colleghi vi chiederanno cosa avete fatto nel week-end, potrete dire con orgoglio: «Mi sono annoiato, ed è stato bellissimo».

 


Questo post conclude la serie ILLUSTRATI GENESIS:
Primo e secondo giorno
Terzo giorno
Quarto giorno
Quinto giorno
Sesto giorno
– Settimo giorno (questo articolo)

Link, curiosità & meraviglie assortite – 20

Il lunedì mattina, secondo Gustave Doré.

Innanzitutto qualche aggiornamento sulle mie prossime attività.

  • Il 1 novembre sarò ospite, assieme all’amico Luca Cableri, del Trieste Science+Fiction Festival. Parleremo di wunderkammer e spazio, in una conferenza intitolata The Space Cabinet of Curiosities. — 1 Novembre, ore 10 am, Teatro Miela in piazza L. Amedeo Duca degli Abruzzi 3, Trieste.
  • Il 3 novembre parlerò al Sadistique, il party BDSM organizzato ogni prima domenica del mese da Ayzad. Il titolo del mio intervento: “I dolori sono la mia delizia”: Erotica del martirio. Ovviamente, visto il contesto privato, l’accesso è vietato ai curiosi e a chi non ha intenzione di partecipare alla festa. Consultate prezzi, regole di comportamento e dress code sulla pagina ufficiale. — 3 Novembre dalle 15 alle 20, Nautilus Club, via Mondovì 7, Milano.
    [Ayzad ha di recente lanciato un podcast intitolato Esploratori del sesso insolito, potete ascoltarlo su Spreaker, Spotify, iTunes]
  • Il 14 novembre invece vi ricordo che inaugureremo la collettiva REQVIEM presso la Galleria Mirabilia di Giano Del Bufalo. La mostra, organizzata dall’Arca degli Esposti e curata da Eliana Urbano Raimondi e dal sottoscritto, vedrà esposte opere di 10 artisti internazionali all’interno dell’unica wunderkammer romana. — 14 Novembre ore 19, Galleria Mirabilia, via di San Teodoro 15, Roma.

E senz’altro indugio partiamo con i link e le stramberie!

  • Nell’enciclopedia di storia naturale di Felix A. Pouchet, L’univers. Les infiniment grands et les infiniments petits (1865) si racconta questo caso avvenuto nel 1838 sulle Alpi francesi: “Una bambina di cinque anni, chiamata Marie Delex, stava giocando con una delle sue compagne su un pendio muschioso della montagna, quando all’improvviso un’aquila le piombò addosso e la portò via nonostante le grida e la presenza dei suoi giovani amici. Alcuni contadini, sentendo le sue urla, si affrettarono sul posto ma cercarono invano la bambina, poiché non trovarono altro che una delle sue scarpe sul bordo di un precipizio. La bambina non era stata portata nel nido, dove furono viste soltanto le due aquile circondate da cumuli di ossa di capra e di pecora. Ci vollero due mesi perché un pastore scoprisse il cadavere di Marie Delex, spaventosamente mutilato, che giaceva su una roccia a mezza lega da dove era stata portata via.
  • Lo speciale di Halloween che causò la morte di un ragazzo, tanto da spingere la BBC a fingere di non averlo mai trasmesso: un bel video in inglese ne racconta la storia. (Grazie Johnny!)
  • Funghi che trasformano gli insetti in zombi: ne ho già parlato qualche anno fa nel mio piccolo ebook (ve lo ricordate?). Ma questo video sul simpatico Entomophthora muscae ha immagini davvero spettacolari.

  • Sigilla tuo nonno in un cubo di vetro, mettilo sul prato al posto degli gnomi da giardino; oppure usa la sua testa “come un fermacarte o come fermaporta“. Un brevetto del 1903 che stranamente non ha avuto successo.
  • Se per natura siete un po’ paranoici, non leggete la frase seguente: uno stalker giapponese che molestava una pop star è risalito all’indirizzo della donna studiando i riflessi nelle sue pupille ogni volta che lei postava un selfie.
  • La più famosa femme fatale del cinema muto americano era anche una darkettona: il fascino goth di Theda Bara.
  • Quando l’ossessione per le scarpe diventa arte: ecco alcune delle sculture in vetroresina di Costa Magarakis. (Grazie, Eliana!)
  • La creatività italiana sa sempre superarsi quando c’è di mezzo una truffa. Un’utilitaria investe un cinghiale nella campagna gallurese, la forestale viene allertata in modo da poter chiedere il rimborso dei danni al comune. Peccato che il cinghiale fosse surgelato. (via Batisfera)
  • Nel 1929, lo scrittore australiano Arthur Upfield stava progettando la stesura di un romanzo giallo e chiacchierando con un amico riuscì a escogitare un metodo per l’omicidio perfetto. Così perfetto che il romanzo non poteva neanche funzionare, perché il detective protagonista della storia non avrebbe mai risolto il caso. Andava trovata una falla, un dettaglio che avrebbe smascherato il colpevole. Per uscire dall’impasse lo scrittore, frustrato, si mise a discuterne in giro con varie persone. Non sapeva che uno di questi ascoltatori avrebbe di lì a poco deciso di testare il metodo, uccidendo tre uomini.
  • Ogni tanto ripenso a un libretto in francese che avevo da ragazzo, Idées Noires di Franquin. Qui sotto un esempio dello humor nerissimo del fumettista belga.

“La legge è formale: chiunque uccida una persona avrà la testa tagliata.”

  • Già che stiamo parlando di teste mozze, questa qui sopra è una foto che ho scattato al Kriminalmuseum di Vienna. Si tratta della testa del criminale Frank Zahlheim, e sulle implicazioni culturali di questo genere di reperti l’anno scorso ho scritto un pezzo che potreste rileggere se vi avanzano cinque minuti.
  • Greta Thunberg diventa lo spunto per fare chiarezza su autismo e Asperger, di cui spesso parliamo senza davvero sapere cosa siano.
  • Un tempo, in Inghilterra, quando in famiglia c’era un lutto la prima cosa da fare era avvisare le api.
  • Per concludere in bellezza, vi lascio con la foto di un bel fallo egiziano mummificato (circa 664-332 a.C.). Alla prossima!

La terribile tucandeira

Il rito di iniziazione della tucandeira è tipico del popolo Sateré Mawé stanziato lungo il Rio delle Amazzoni al confine tra gli stati di Amazonas e di Pará del Brasile.
Il rituale prende il nome da una formica di grandi dimensioni (la Paraponera clavata) la cui dolorosissima puntura, 30 volte più velenosa di quella di un’ape, causa gonfiore, arrossamento, febbre e violenti brividi.

Questa prova di coraggio e di resistenza sancisce l’ingresso nell’età adulta: ogni adolescente che voglia diventare un vero guerriero vi si deve sottoporre.

La tucandeira si svolge nei mesi dell’estate amazzonica (da ottobre a dicembre).
Per prima cosa si catturano le formiche, prelevandole dai formicai ubicati alla base di alberi cavi, e le si rinchiudono in un bambù vuoto chiamato tum-tum. Viene poi preparata una mistura di acqua e foglie di cajú, e le formiche vengono immerse e lasciate in questa “zuppa” anestetizzante.

Una volta che sono addormentate, vengono inserite a una a una nell’ordito di un guanto di paglia, con i temibili pungiglioni rivolti verso l’interno. Si aspetta poi che si risveglino dal loro torpore: rendendosi conto di essere intrappolate, le formiche cominciano ad agitarsi, sempre più rabbiose.

Quando finalmente arriva l’ora del rituale vero e proprio, tutto il villaggio di riunisce per osservare e incoraggiare gli adolescenti che si sottopongono all’iniziazione. È il tanto temuto momento della prova. Riusciranno a resistere al dolore?

Colui che conduce la danza intona il canto, adattando le parole alla circostanza. Le donne siedono davanti al gruppo degli uomini e accompagnano la melodia. Alcuni candidati si dipingono le mani di nero con le bacche del genipapo e poi bevono un liquore molto forte detto taruhà, a base di manioca fermentata, utile per attenuare il dolore e darsi forza nell’affrontare il rito. Chi affronta la tucandeiraper le prime cinque volte deve assoggettarsi a determinate diete. Quando le formiche si risvegliano, inizia il rito vero e proprio. Il direttore della danza fa scivolare i guanti sulle mani dei candidati e soffia del fumo di tabacco nei guanti, per irritare ulteriormente le formiche. Poi i suonatori attaccano a suonare rudimentali tubi di legno mentre i ragazzi iniziano a danzare.

(A. Moscè , I Sateré Mawé e il rito della tucandeira, in “Etnie”, 23/01/2014)

Le formiche inferocite cominciano a pungere le mani dei giovani, che vengono fatti ballare per distrarsi dal male. In poco tempo le mani e le braccia si paralizzano; per superare la prova, il candidato deve indossare i guanti per almeno dieci minuti.


Passato questo lasso di tempo, i guanti vengono rimossi e il dolore ricomincia a manifestarsi. Ci vorranno ventiquattro ore perché l’effetto delle neurotossine inoculate si plachi; il giovane sarà vittima di dolori lancinanti e talvolta preda di tremori incontrollabili anche nei giorni successivi.
E questo per lui è solo l’inizio: per essere completo, il rito andrà ripetuto altre 19 volte.

Attraverso questo rituale, un Sateré Mawé riconosce le proprie origini, leggi e usanze; e dall’adolescenza in poi dovrà ripeterlo almeno una ventina di volte per poterne trarre i benefici effetti. Tutta la popolazione partecipa al rito e osserva come i candidati lo affrontano. È un momento importante per conoscersi, incontrarsi, contrarre futuri matrimoni.
La tucandeira è anche un rito propiziatorio, attraverso il quale l’indio può diventare un buon pescatore e cacciatore, avere fortuna nella vita e nel lavoro, essere un uomo forte e coraggioso. La gente si riunisce molto volentieri per questo rituale, che oltre all’aspetto festivo e ludico è anche l’occasione per rievocare il mito cosmogonico dell’origine delle stelle, del sole, della luna, dell’acqua, dell’aria e di tutti gli esseri viventi.

(A. Moscè, Ibid.)

In questo video del National Geographic sulla tucandeira, il capo tribù riassume in maniera mirabile il senso ultimo di queste pratiche:

“Se vivi la tua vita senza alcun tipo di sofferenza, o senza sforzo, non varrà nulla.”

(Grazie, Giulio!)

 

Arte e meraviglia: L’Arca degli Esposti

Su queste pagine ho sempre dato ampio spazio alle arti visive, e anche chi segue il blog in maniera distratta sa bene quali sono i miei gusti in materia: prediligo un tipo di arte (preferibilmente figurativa, ma non solo) che sia in qualche modo crudele nei confronti dell’osservatore.
Non sto parlando delle finte e superficiali provocazioni della cosiddetta shock art; se uno vuole traumatizzarsi da solo, la rete è piena di immagini ben più estreme di quello che si può trovare in una galleria. Mi riferisco piuttosto al bisogno di essere scossi e intimamente toccati dall’opera, a una crudeltà in senso artaudiano: per raggiungere quel tipo di carica emozionale, l’artista deve avere una preparazione e una sensibilità del tutto particolari.

Se negli anni passati ho proposto di tanto in tanto qui sul blog alcuni artisti che mi avevano impressionato, adesso c’è una grossa novità.
Da quest’anno Bizzarro Bazar diventa davvero parte attiva nella promozione dell’arte “strana, macabra e meravigliosa”!

È nata infatti L’Arca degli Esposti, associazione artistico-culturale con sede a Palermo che ho fondato assieme alla curatrice Eliana Urbano Raimondi.
L’Arca ha come missione quella di dare visibilità a quegli artisti eccentrici ed “eretici” rispetto ai sistemi di massa.

Cito dalla presentazione sul sito:

Gli “esposti”, dunque, sono gli artisti promossi dall’associazione in virtù della loro indipendenza stilistica e dell’iconografia coraggiosa e unica che propongono. Esposti, in quanto selezionati per le mostre organizzate dall’associazione; esposti come i neonati illegittimi abbandonati sulle ruote degli ospedali; esposti perché hanno l’audacia di manifestare la propria posizione eterodossa rispetto alle mode di mercato.

Con tale intento quasi adottivo, L’Arca degli Esposti dichiara la propria vocazione alla custodia elitaria dei “mirabilia”: la stessa che ha dato linfa alle wunderkammer – nel logo simboleggiate dal nautilus, creatura marina la cui conchiglia è basata sull’infinita ruota/spirale di crescita aurea, itinerante per le acque come un vascello verso nuovi mondi.

L’Arca degli Esposti, come ho detto, ha sede a Palermo ma opera su tutto il territorio nazionale.
La nostra prima stagione autunnale parte il 12 ottobre con Il sogno di Circe, mostra collettiva che vedrà esposte nella sede palermitana una selezione di opere di Ettore Aldo Del Vigo, Adriano Fida e Fabio Timpanaro.

Quello che accomuna questi tre straordinari artisti contemporanei è la trasfigurazione onirica della figura umana; per questo, come nume tutelare, abbiamo evocato la Dea Circe e le sue visioni ipnagogiche che sfumano e trascendono la natura del corpo.
Ecco qualche esempio dalla loro produzione:

Il 14 novembre invece ci sposteremo a Roma nella sontuosa wunderkammer del mio amico Giano Del Bufalo, con cui ho organizzato in passato diversi eventi.


Qui per due settimane potrete ammirare la collettiva REQVIEM, mostra incentrata sulla morte e la corruzione del corpo.

In REQVIEM le opere pittoriche, scultoree e fotografiche di dieci artisti internazionali intratterranno un dialogo con le stranezze e le mirabilia presenti nella galleria.
La selezione di artisti è di alto profilo: Agostino Arrivabene, Philippe Berson, Nicola Bertellotti, Pablo Mesa Capella, Tiziana Cera Rosco, Pierluca Cetera, Gaetano Costa, Olivier De Sagazan, Sicioldr e Nicola Vinci.

Assieme con Eliana Urbano Raimondi — al cui brillante lavoro, sarò sincero, va la massima parte di credito per questo sogno divenuto realtà — abbiamo già in cantiere numerose mostre, convegni e seminari incentrati sulla cultura weird, dark e alternativa; stiamo anche cercando di portare per la prima volta in Italia alcuni grossi nomi, e devo dire che la prospettiva mi eccita molto… ma vi aggiornerò a tempo debito.

Per il momento vi invito a seguire le inziative dell’Arca sul sito internet, la pagina Facebook e il profilo Instagram; e, se siete nei paraggi, vi aspetto a questi primi due, fantastici appuntamenti!