Link, curiosità & meraviglie assortite – 19

“Che barba, che noia. Per fortuna c’è la nuova raccolta di link di Bizzarro Bazar.” (Foto: Tim Walker)

Lasciate perdere le granite: per combattere il caldo, niente di meglio che un bel po’ di link ghiacciati e agghiaccianti, direttamente dalla mia cella frigorifera!

  • James Hirst (1738-1829) come cavalcatura usava un toro che aveva ammaestrato; teneva volpi e orsi come animali domestici; costruì una carrozza di vimini così grande da contenere un letto matrimoniale e un’intera cantina di vino; installò una vela sul suo carro, in modo da navigare su strada, e alla prima curva finì volando attraverso la finestra di una sartoria; si salvò da un duello all’ultimo sangue mandando avanti un manichino al posto suo; si fece donare dozzine di giarrettiere dalle nobildonne inglesi in cambio del privilegio di entrare per un minuto nell’eccentrica bara che si era auto-costruito; rifiutò un invito del Re perché era troppo impegnato a insegnare a una lontra l’arte della pesca. (Io invece oggi ho passato l’aspirapolvere.)
  • Jason Shulman usa esposizioni lunghissime per fotografare interi film. Il risultato è spettacolare: un “riassunto” della pellicola in un’unica immagine, 130.000 fotogrammi compressi in un singolo scatto. “Ognuna di queste foto — dice Shulman — è il codice genetico di un film, il suo DNA visivo“. Ed è affascinante riconoscere i contorni delle inquadrature ricorrenti (che quindi restano impresse in maniera meno sfumata delle altre): i finestrini del furgoncino di Non aprite quella porta, le statiche scenografie di Méliès, i riflessi dei lampioni in Taxi Driver. E io personalmente non ci avevo mai riflettuto, ma i primi piani di Linda Lovelace in Gola profonda devono essere davvero tanti, per riuscire a far comparire quel volto fantasmatico… (Grazie, Eliana!)

  • Restiamo nell’ambito fotografico parlando delle manipolazioni di Giovanni Bortolani. Nella sua serie Fake Too Fake si diverte ad affettare e rimontare il corpo di bei modelli e modelle, come nell’esempio qui sopra. L’estetica della foto di moda incontra il bancone di macelleria, con risultati surreali e disturbanti.
  • Guai a parlare di masturbazione femminile: e allora parliamone.
    Un bell’articolo su L’Indiscreto racconta la storia dell’autoerotismo femminile, pratica un tempo considerata patologica e oggi indicata addirittura come terapia. Ma, ancora e comunque, guai a parlarne.
  • E già che ci siamo, perché non riguardare il bel cartone animato della Disney sulle mestruazioni?
  • Pensavo di aver trovato il gadget perfetto per l’estate, ma ho scoperto che è fuori produzione. Quindi niente spiaggia per me quest’anno. (Grazie, Marileda!)

  • Torni nel tuo villaggio natio, ma scopri che tutti quanti se ne sono andati o sono morti. Quindi, per rendere l’atmosfera del paesino fantasma meno creepy, cosa ti inventi? Ovvio: lo popoli di bambolotti di pezza a grandezza naturale che se ne stanno immobili e silenziosi nei campi, siedono sulle panchine, riempiono le aule scolastiche, aspettano l’autobus che non passerà. E dai ai fantocci le fattezze dei defunti. Uhm. La signora Ayano Tsukimi è tanto carina, intendiamoci, e la sua solitudine ha commosso il mondo, ma non ho ancora deciso se la sua opera sia davvero “allegra” e poetica, oppure grottesca e inquietante. Decidete voi.
  • Se avete voglia di una lettura un po’ impegnativa ma affascinante, c’è un bellissimo studio  di Giuditta Failli sull’irruzione del meraviglioso nella cultura medievale a partire dal XII secolo, tra mostri, armate di scheletri, apparizioni di demoni e spettri. Ecco la prima parte e la seconda parte. (Grazie, Pasifae!)

  • Cos’è questo strano schema qui sopra? È la dimostrazione che si può sempre uscire dagli schemi.
    Benvenuti nel mondo delle notazioni musicali eterodosse.
  • Ma d’altronde la musica è gioco, sperimentazione, alchimia nel vero senso del termine — usare gli elementi del mondo per trascenderli attraverso la manipolazione e la fusione dei loro suoni. A ricordarcelo arriva un altro grande anticonformista, Hermeto Pascoal, che in questo video è intento a suonare una laguna.
  • Me ne vado alla ricerca di un grande forse“, disse François Rabelais in punto di morte.
    Sto per intraprendere il mio ultimo viaggio, un grande salto nel buio“, mormorò Thomas Hobbes.
    Le ultime parole vanno bene per gli sciocchi che non hanno detto abbastanza in vita” profferì con l’estremo fiato Karl Marx.
    E voi, vi siete preparati un’ultima, romantica, memorabile frase? Be’, peccato che molto probabilmente non riuscirete a dirla. Ecco un interessante articolo su cosa si dice davvero in punto di morte, e perché potrebbe essere importante studiare il modo in cui si comunica durante gli ultimi istanti.
  • A proposito, una delle frasi che preferisco è quella pronunciata da John Sedgwick il 9 maggio 1864 durante la battaglia di Spotsylvania. L’eroico generale esortò i suoi soldati a non ritirarsi: “Mi vergogno di voi, scappare in questo modo. Non saprebbero colpire un elefante a questa distanza“.
    Manco aveva finito, che un proiettile lo raggiunse sotto l’occhio sinistro, stroncandolo sul colpo.

Sedgwick: 0 – Karma: 1.

  • La sempre ottima Nuri McBride sulla Great Stink of London, ovvero quell’epoca in cui il Tamigi era, nelle parole di un legislatore, “una pozza dello Stige, che puzza di orrore ineffabile e intollerabile“.
  • A proposito di profumi, avete presente quel buon odore che ha un prato tagliato di fresco?
    È perché ogni filo d’erba sta gridando in agonia. Prego, non c’è di che.
  • Almeno le foglie secche hanno smesso di soffrire, e l’artista Susanna Bauer le usa per cucire delle opere strabilianti.
  • Qui invece una serie di splendide illustrazioni ottocentesche di animali e gente che muore male.
  • Sinceramente, non credo che scriverò mai più un tweet all’altezza di questo.

  • È qui la festa?” Questi allegri e gioviali signori, intenti con ammirevole entusiasmo a farsi saltare fuori gli occhi dalle orbite coi coltelli, stanno celebrando l’Urs festival, manifestazione che si tiene ogni anno ad Ajmer nel Rajasthan per commemorare la morte del maestro sufi Moʿinoddin Cishti. Trovate altre foto della simpatica usanza in questo articolo.
  • E infine ecco un cortometraggio davvero meraviglioso, suggeritomi dall’amico Ferdinando Buscema. Gustatevelo, perché è il riassunto di tutto ciò che c’è di bello nell’uomo: la capacità di infondere senso alla vita a partire dalle cose minute, attraverso il lavoro e la creazione, la volontà di riconoscere l’universale anche negli  oggetti più umili e all’apparenza risaputi.

 

Hatari

Articolo a cura della guestblogger Verina Romagna

L’edizione 2019 dell’Eurovision Song Contest è aperta, il pubblico agita le proprie bandiere in platea o collassa sul divano di casa grazie alla diretta televisiva: tutti sono storditi dai glitter, dai sorrisi di una schiera di bellocci canterini, dalle canzonette orecchiabili che ripetono ossessivamente love, love, love.
Viene il turno dell’Islanda, piccolo concorrente che non annovera troppi successi o sorprese, e all’improvviso il palco di dipinge di rosso sangue. Con un beat aspro e metallico, la scena si rivela: una gabbia, un gruppo di creature androgine vestite in pelle e latex; uno dei cantanti è steso come morente su una gradinata; l’altro non canta, urla. Con un growl che non è selvaggio o liberatorio, quanto piuttosto gelido e allucinato, le parole pronunciate sono HATRIÐ MUN SIGRA, “l’odio prevarrà”.

“Questo cos’è? E soprattutto, com’è potuto succedere?”, si domanda il pubblico dell’Eurovision.
Facciamo un passo indietro.


Quattro anni fa, in una luminosa sera d’estate, mentre il sole di mezzanotte splendeva, due ragazzi passeggiavano per Reykjavík contemplando l’ascesa del populismo, la rovina operata dal capitalismo e i crimini dell’individualismo crescente in Europa. La risposta logica, ovviamente, era una sola: Hatari.

Meet the band

Hatari dall’islandese si traduce come haters, “odiatori”. La band si autodefinisce un “premiato gruppo artistico performativo, anticapitalista, antisistema, industrial, techno-distopico, BDSM” modificando e aggiungendo a piacere gli aggettivi . Hatari è un progetto multimediale, presieduto da un’azienda nebulosa dal sospetto nome di Svikamylla ehf. (“Implacabile Truffa/Rete di Menzogne & Co.”).

Il progetto si fonda sulla band musicale che i due ragazzi del racconto, i cantanti Klemens Hannigan e Matthías Tryggvi Haraldsson, formano insieme al loro “batterista schiavo” Einar Hrafn Stefánsson. Al trio si aggiunge una variabile squadra di performer, ballerini, coreografi, visual artist e stilisti indipendenti responsabili di un curatissimo guardaroba fetish, nonché di una serie di tute da ginnastica con logo per i momenti di relax dei membri del gruppo.

La leggenda della fondazione di Hatari è una sfacciatissima e ironica mistificazione, regolarmente rifilata da Klemens e Matthías ai giornalisti, ma ci sono fatti inconfutabili: Hatari ha ricevuto davvero diversi premi, e la maggior parte del gruppo proviene effettivamente dall’Accademia d’Arte di Reykjavík. Matthías, coi suoi venticinque anni, ha già un riconoscimento come drammaturgo esordiente ed è particolarmente coinvolto nella stesura dei testi nichilisti delle canzoni di Hatari. Klemens è carpentiere e scenografo, Einar suona anche nella band indie-pop Vök.

Ma che genere di musica fa Hatari? Domanda difficile, soprattutto perché il gruppo si affretta a reinventare il proprio stile ogni volta che qualcuno rischia di capirlo. Se si chiede direttamente a Klemens o a Matthías, parte ancora un lungo elenco di aggettivi creati a soggetto, che inizia con parole quasi calzanti come “techno-punk”, prosegue con “pop”, “bondage” e “giorno del giudizio”, poi sfuma in “cabaret” e “bonanza”. Fra le influenze musicali dichiarate appaiono i Rammstein, i Die Antwoord, i Rage Against The Machine, gli Abba (“se fossero stati più marxisti“), le Spice Girls, Naomi Kline, Noam Chomsky, Donald Trump e Theresa May.

Di fatto le canzoni di Hatari hanno una base ritmica elettronica, arricchita dalla batteria live di Einar, e due voci a contrasto: il growl di Matthías per la parte principale e una parte melodica affidata al canto soave, implorante e lamentoso di Klemens. Un canto che diventa addirittura un falsetto nel brano Hatrið mun sigra presentato all’Eurovision.

La musica, comunque, è solo un elemento nella performance di Hatari, una singola espressione delle idee alla base del progetto: inscenare una distopia autoritaria fascistoide ambientata alla fine dell’umanità, smascherare l’implacabile truffa della vita quotidiana, smantellare il capitalismo… e magari vendere un po’ di CD e di t-shirt nel frattempo. Dopotutto, osservano i membri della band, “smantellare il capitalismo non è gratis“.

Il perno di Hatari è proprio la contraddizione, il paradosso, il contrasto. Il BDSM negli abiti e nella messa in scena è necessario, perché il BDSM “ti libera mentre allo stesso tempo ti costringe, come il capitalismo“.
Ma prima ancora il contrasto emerge dal dualismo tra i cantanti Klemens e Matthías, infinitamente giocato ed esibito, vero punto focale dell’intero progetto.

I personaggi di Hatari

Matthías, il leader del gruppo, interpreta il ruolo di dominatore nonché dittatore assoluto nella distopia di Hatari. È bruno, algido e imponente, e la sua voce ha un timbro solenne e cavernoso. Il tiranno Matthías è caratterizzato da rigidità, movimenti repressi e trattenuti, inespressività. Sul palco si muove a malapena e apostrofa il pubblico con pochi gesti controllati, secchi e teatrali, di ispirazione nazista. Le sue urla rabbiose scaturiscono da un volto granitico, assente, perso in un delirio di odio e autoaffermazione. Anche quando non sta cantando, Matthías mantiene la sua apatica compostezza; se pronuncia frasi ironiche e paradossali, lo fa evitando ogni accenno di ilarità.

Klemens è il braccio destro di Matthías, un innocente che il dittatore martirizza e sottomette. Si tratta di una vittima il cui tormento diviene oscena estasi: Klemens rappresenta il becchino compassionevole dell’umanità morente. È piccolo, biondo (o talvolta tinto di un rosso acceso), frizzante ed efebico. Come Matthías, espone la bislacca retorica di Hatari con la massima serietà, ma non segue la medesima autodisciplina. Nel linguaggio del corpo e nella gamma espressiva si ispira, a seconda dell’estro, a un’infinità di ruoli tradizionalmente femminili: l’angelo tenero e fragile, la smorfiosa lolita dallo sguardo sfacciato, la prostituta insofferente, la vamp sonnolenta e vorace.

Alle spalle di un Matthías impalato, Klemens barcolla senza pace lungo il palco e balla al ritmo delle canzoni. Le sue braccia si sollevano, le anche ondeggiano, il corpo si disarticola morbido mantenendo il bacino come centro di gravità. Tra costumi costumi succinti e gemiti orgasmici, Klemens diventa il portavoce dell’elemento erotico nella performance di Hatari: è luce, vita, sesso contro le tenebre e l’aridità di Matthías.

Einar, il batterista schiavo, è un personaggio muto. D’altronde indossa una maschera di pelle borchiata che nasconde la metà inferiore del volto, limitando le sue possibilità comunicative. Lenti a contatto anneriscono la sclera, o restringono la pupilla, sicché la fisionomia è irriconoscibile e risalta soltanto la sua statura gigantesca.

Durante le esibizioni Einar picchia sulla batteria con l’impassibilità di un metronomo, o fa volteggiare una mazza ferrata. O, ancora, veglia immobile alle spalle del gruppo e punta uno sguardo fisso sul pubblico, come un temibile Golem mascherato da sex toy. L’unica frase che ha pronunciato finora, con l’ausilio di una zip sulla bocca generosamente abbassata da Klemens, è il titolo profetico della canzone Hatrið mun sigra.

Completano il quadro alcuni ballerini che collaborano alle performance di Hatari: l’elegante e allampanato schiavo Sigurður Andrean Sigurgeirsson e le pallide, robotiche dominatrici Sólbjört Sigurðardóttir e Ástrós Guðjónsdóttir. Le ballerine non sono meno vestite degli uomini, e se pure capita che interagiscano con i performer maschi, non lo fanno mai in maniera allusiva: nelle coreografie di Hatari la sensualità rimane esclusivamente omoerotica e maschile.

Scalata e scandalo all’Eurovision

E allora, come ha potuto questo freakshow arrivare all’Eurovision?
Il primo passo è stato vincere il Söngvakeppnin, la competizione musicale islandese che ogni anno decreta il rappresentante nazionale all’Eurovision.
La partecipazione della band a un concorso pop televisivo fa sensazione, non solo per il salto rispetto ai circuiti underground che finora ha frequentato il gruppo, ma anche perché Hatari in teoria si è appena sciolto – con tanto di concerto d’addio e di dichiarazione su Iceland Music News (il “più onesto canale informativo dell’Islanda”, in realtà un’altra loro compagnia fittizia). L’abbandono delle scene viene motivato con il fallimento del progetto, “per non essere riusciti ad abbattere il capitalismo nei due anni che ci eravamo dati“. E dura appena dieci giorni.
La partecipazione al Söngvakeppnin viene annunciata con un video promozionale pensato per rassicurare il pubblico pop della kermesse: il gruppo, sorridente in abiti borghesi (Einar per la prima volta senza maschera) si riunisce a mangiare una torta. Per rendere più intimo il quadretto famigliare, partecipano anche la figlioletta di Klemens e quella di Einar e Sólbjört, che nel privato sono fidanzati.
Hatari è diventata una band family-friendly e borghese? Non esattamente: il copione del video è identico alla campagna elettorale di Bjarni Benediktsson, politico controverso che si dedica al cake design per cercare di ripulire la sua immagine.

Quando, al momento della premiazione, Hatari trionfa cogliendo tutti di sorpresa, Matthías annuisce condiscendente e ripete il leitmotiv di Hatari: “Va tutto secondo il piano“. Il capitalismo verrà smantellato partendo dall’Eurovision, giacché avere Hatari come rappresentante nazionale provocherà perlomeno il crollo dell’economia islandese. È già pronta la lettera di scuse al governo, in caso di vittoria.

E quindi eccoli arrivati all’Eurovision, festival che sostiene, almeno negli intenti, la pace e l’amicizia fra i popoli. L’edizione del 2019 si svolge in Israele, a Tel Aviv, nello scenario di un’occupazione per niente pacifica e inclusiva.
Candidato ideale per sfruttare questo paradosso, già dalle prime esternazioni pubbliche Hatari diventa il concorrente scomodo. Il gruppo si presenta spalleggiato da uno sponsor immaginario, l’acqua gassata SodaDream – che riecheggia il nome della israeliana SodaStream ma che, viene precisato, al contrario di quest’ultima “non ha mai operato in nessun genere di territorio occupato“.
Compare un video in cui la band sfida il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu a un incontro di glíma (wrestling islandese), con in palio territori islandesi o israeliani da colonizzare a piacimento dal vincitore.

Nel cuore dell’EBU, l’Unione europea di radiodiffusione che organizza l’Eurovision, cresce l’ansia riguardo alle esibizioni e alle interviste di Hatari: quale sarà “il piano” di cui il gruppo continua a parlare? Non avranno forse in mente di violare le regole del concorso, che vietano di mostrare vessilli politici sul palco?
Ammonito dall’EBU, Hatari concorda di cambiare atteggiamento: passa a un look tamarro a tinte fluo ed evade qualunque intervista che (così afferma) possa essere interpretata politicamente, incluse domande sui propri cibi preferiti. D’altronde, il brano Hatrið mun sigra non vuole davvero incitare all’odio, bensì ispirare il medesimo spirito di unione che sta alla base dell’Eurovision: ricordatevi di amare, prima che la distopia di Hatari si avveri.

La tensione inizia a placarsi. In fondo Hatari è solo una cricca di simpatici burloni, i fenomeni da baraccone che non possono mancare a ogni edizione dell’Eurovision. Al gran finale della gara, è chiaro ormai che non combineranno niente, che “il piano” non esiste. Anche quell’idea di porre termine al capitalismo non è altro che uno scherzo.

Ma quando arriva il momento dell’attribuzione del punteggio in classifica, ecco che succede l’impensabile. Mentre il gruppo è nella green room dell’Eurovision, in diretta, un attimo prima di venire inquadrato Matthias scambia un rapido cenno con Klemens.
Quindi estrae da uno dei suoi kinky boots alcune sciarpe con la bandiera palestinese, che la band si è procurata di nascosto dai presidi militari israeliani.

Mentre viene annunciato il decimo posto per l’Islanda, tra i fischi del pubblico, la sicurezza irrompe per sequestrare le sciarpe. Nel frattempo sul profilo Instagram di Hatari compare una gigantesca bandiera della Palestina, mentre su YouTube viene pubblicato un nuovo videoclip girato nel deserto di Gerico, in collaborazione con l’artista gay palestinese Bashar Murad.

Intimità maschile, la provocazione definitiva

Al di là di questa trasparenza nello schieramento politico, e all’iconoclastia di ricordare proprio all’Eurovision che non viviamo nel migliore dei mondi possibili, Hatari assesta anche un’ultima provocazione – più sottile ma insidiosa, destinata a dividere e turbare perfino i fan. Si tratta della particolare sintonia emotiva e fisica fra Klemens e Matthías.

Nelle apparizioni pubbliche Klemens e Matthías coordinano perfettamente tra di loro gesti e parole, alternandosi o addirittura parlando in sincrono. Eppure talvolta la dinamica di dominazione e sottomissione esibita nelle performance musicali sembra quasi capovolgersi: durante le interviste è Klemens che, in una gag ormai divenuta di repertorio, sussurra qualcosa nell’orecchio del “padrone” Matthías, che poi si limita a riferire impassibile.

Ma non è nemmeno questa inversione dei ruoli a confondere davvero il pubblico, quanto piuttosto l’intimità tra i due personaggi.
Non di rado Klemens si appoggia contro Matthías e reclina la testa sulla sua spalla; Matthías, dal canto suo, tiene l’amico stretto al petto, lo avvolge fra le braccia con atteggiamento protettivo.


I due cantanti affermano di avere un rapporto speciale, intenso e di lunga data: Klemens sostiene e incoraggia lo stoico Matthías a esprimere tutto sé stesso, Matthías è invece lo scudo e il porto sicuro per quella “creatura emotiva senza freni“. Sono due opposti che sanno completarsi, il femminile e il maschile, lo Yin e lo Yang.
Eppure, e qui sta il dettaglio che fa esplodere i pregiudizi di genere, i due cantanti sono cugini, amici d’infanzia e soprattutto eterosessuali.

Le reazioni sono di sgomento. “Impossibile! Sono forse bisex? È tutta una messinscena? Devono per forza essere amanti!”
Sembra che il pubblico preferisca immaginare un incesto omosessuale, piuttosto che ammettere che tra due maschi eterosessuali possa esistere una simile fiducia e rilassatezza nel contatto fisico; l’affetto e la tenerezza che Klemens e Matthias mostrano durante le loro effusioni è un tabù ancora più forte della relazione omosessuale, e sembra mettere in discussione il tradizionale e fin troppo fragile concetto di mascolinità.

Ecco allora che a dispetto di tutto l’armamentario da trickster consumati, delle fumisterie parodistiche, e nonostante l’estetica cruda e tenebrosa, il vero messaggio di Hatari sta nella dinamica di gruppo proposta come vero e proprio antidoto. Sta nel darsi reciprocamente forza e coraggio, infondersi calma e sicurezza l’un l’altro, abbandonare consapevolmente il proprio corpo in mani altrui, amalgamare i lati più spregiudicati di ciascuno come fossero gli ingredienti di una torta “piena d’amore, ma un po’ appiccicosa“.

La donchisciottesca lotta al capitalismo di Hatari è forse solo un’ennesima burla; eppure per combattere il mondo tossico e mortifero che il gruppo mette in scena gli unici strumenti sono l’empatia, la fiducia, il rispetto, i legami personali.
È sufficiente qualcuno che ci accetti, ci sostenga e – perché no – ci coccoli senza paura di risultare ridicolo o poco virile; qui risiede la forza per esprimere noi stessi.
E quando c’è espressione di sé, creatività, vitalità, allora l’odio non prevale.

ILLUSTRATI GENESIS: Giornata 4

Sette piccole lezioni per riscoprire il quotidiano.
Sette giorni per la Creazione… di una nuova prospettiva.

GIORNO 4 – IL SOLE, LA LUNA E LE STELLE

Il dettaglio risaputo: È l’alba. La sveglia suona come ogni mattina alle sette e mezzo: mentre dormivamo, il tempo ha continuato a scorrere. Ci siamo lasciati alle spalle un altro giorno e adesso dobbiamo alzarci, per affrontare il futuro che ci aspetta.

Il retroscena: Quando pensiamo allo scorrere del tempo, nella nostra testa visualizziamo una specie di strada o di nastro che si dipana all’interno di un paesaggio figurato. Davanti a noi c’è il futuro, e dietro il passato. Il tutto è in costante movimento: noi avanziamo sulla linea temporale (“ci stiamo avvicinando alla fine dell’anno”), ma in realtà il flusso è continuo e quindi anche lo scenario scivola inesorabilmente nella nostra direzione (“la fine dell’anno sta arrivando”).
Sia che l’osservatore si muova lungo il panorama, sia che il panorama gli venga incontro, parliamo sempre del tempo usando metafore spaziali. Ma sbaglieremmo a ritenere che queste nostre metafore siano le uniche possibili; gli antropologi e i linguisti che hanno studiato culture diverse si sono trovati a dover comprendere modelli temporali molto lontani dal nostro.
In numerose culture africane, per esempio, il tempo è relativo agli eventi. Dunque passa solo se sta succedendo qualcosa:

Gli europei sbagliano quando pensano che nelle società tradizionali africane le persone sedute sotto un albero senza far nulla stiano “sprecando tempo”. Quando gli africani non fanno nulla, non producono eventi, né marcatori di ritmo, né ‘tempo’. […] Quando la concezione del tempo è legata agli eventi, vuol dire che se non c’è evento non c’è tempo. Non c’è nulla da ‘sprecare’ e nulla da ‘risparmiare’. […] Una logica conseguenza è che il taxi-brousse (il bus che opera nella savana) partirà non a un momento prefissato del giorno, ma quando è pieno, quando ha abbastanza passeggeri che pagano il biglietto, così da permettere il viaggio. Allo stesso modo, una riunione comincerà “quando le persone (o la maggior parte di esse) sono arrivate”, non in un momento prestabilito su un orologio astratto. È l’evento – “è pieno” o “le persone sono arrivate” – che fa scattare l’azione, non un momento deciso secondo uno standard temporale misurabile.(1)

Non è universale nemmeno l’idea che il futuro stia davanti a noi e il passato dietro.
Per i malgasci è esattamente l’opposto: il futuro si trova alle spalle, e il passato davanti agli occhi. L’osservatore rimane fermo, e il tempo lo raggiunge da dietro. Quando i malgasci si fanno gli auguri di buon anno, l’espressione comune è arahaba fa tratry ny taona (“congratulazioni per essere stato raggiunto dal nuovo anno”).
In questo modello, il passato sta davanti agli occhi perché esso è conosciuto, dunque visibile; invece il futuro deve per forza essere dietro le spalle, perché nessuno può vederlo.

Un concetto simile è presente nella lingua aymara, parlata negli altopiani andini di Bolivia, Perù e Cile. Essa utilizza il termine nayra, che indica ciò che sta di fronte, per parlare del passato. Analogamente la parola ‘indietro’, qhipa, indica anche il futuro. Questa concezione deriva in parte

dalla forte enfasi che la lingua aymara pone sulla percezione visiva come fonte di conoscenza. Il linguaggio aymara distingue precisamente la fonte di conoscenza di ogni informazione riportata, imponendo grammaticalmente una distinzione tra conoscenza personale e non-personale, e contrassegnandole con un’inflessione verbale o apposite strutture sintattiche. […] Quindi, in aymara, se un oratore dice “Ieri mia madre ha cucinato le patate”, dovrà indicare se la fonte della conoscenza è personale o non-personale. L’oratore dovrà specificare se intendeva “Ha cucinato le patate, ma non l’ho vista farlo”.

E dunque non dovrebbe sorprendere scoprire che

chi parla la lingua aymara tende a parlare più spesso e in modo più dettagliato del passato che del futuro. Anzi, spesso gli anziani si rifiutano semplicemente di parlare del futuro, sulla base del fatto che si può dire poco o nulla di sensato al riguardo.(2)

La Quarta Lezione: L’idea del tempo è nata dall’alternarsi del sole e delle stelle, della luce e della notte. Come tutte le idee, è relativa e cambia a seconda dell’epoca storica, delle latitudini e del linguaggio. E allora perché non provare un piccolo esperimento? Dopo aver spento la vostra sveglia, immaginate che il nuovo giorno sia alle vostre spalle. Non potete affrontarlo perché non è di fronte a voi. Non potete sapere cosa porterà, ma sentite che è lì dietro, in agguato. L’idea fa un po’ paura, ma è anche liberatoria: non c’è altro da fare se non arrendersi, e lasciare che il futuro vi raggiunga.

Questo post è dedicato a due lettori del blog, Angela e Giuseppe, che da domani aspetteranno assieme il futuro pronto a sorprenderli alle spalle: vi auguro che sia spettacolare e pieno di meraviglia!
Le prime tre giornate di ILLUSTRATI GENESIS sono pubblicate qui e qui.

NOTE:
1) Ø. Dahl, “When The Future Comes From Behind: Malagasy and Other Time Concepts and Some Consequences For Communication”, in International Journal of Intercultural Relations, 19:2 (1995), pp. 197-209
2) R.E. Núñez ed E. Sweetser, “With the Future Behind Them: Convergent Evidence From Aymara Language and Gesture in the Crosslinguistic Comparison of Spatial Construals of Time”, in Cognitive Science, 30 (2006), pp. 401–450

La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 10

Nel decimo e ultimo episodio della web serie di Bizzarro Bazar: la psichedelica storia dei fautori della trapanazione cranica; un feticcio africano che nasconde un oscuro segreto; il Club con il rito di iniziazione più macabro del mondo.

E così siamo arrivati alla conclusione… per lo meno di questa prima stagione.
Ce ne sarà un’altra? Chi lo sa?

Per il momento godetevi l’ultima puntata e iscrivetevi al canale se non l’avete ancora fatto. Buona visione!

Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
Prodotto da Ivan Cenzi, Francesco Erba, Theatrum Mundi & Onda Videoproduzioni

Cool 3D World

Internet ha coniato un nuovo vocabolario, ha dato vita alle sue proprie istanze espressive, ha perfino elaborato un tipo di umorismo senza precedenti. Anche per quanto riguarda il weird, la rete ha avuto una palestra d’eccezione: la app-piattaforma Vine, ormai defunta. Qui, soprattutto in virtù del limite di 6 secondi di durata consentita per i video, si è formata un’estetica inedita e molto complessa. Per risultare incisivo, un video così breve doveva per forza puntare su espedienti narrativi spiazzanti: così molti dei vine facevano un brillante uso del fuori-scena, dei riferimenti incrociati, del climax interrotto, nonché di shock e sorpresa.

Questo è l’humus in cui è nato Cool 3D World, progetto di enorme successo e assouta originalità firmato dal musicista e artista digitale newyorkese Brian Tessler e dal suo complice Jon Baken.

Tutti i video di Cool 3D World presentano situazioni stranianti, in cui mostruosi esseri compiono azioni esoteriche e incomprensibili. Attraverso la distorsione parossistica dei tratti somatici dei loro personaggi (stirati o compressi al limite delle possibilità della modellazione, con effetti che normalmente sarebbero considerati errori nell’animazione 3D classica) e grazie all’accumulo di situazioni illogiche, Tessler & Baken ci immergono in atmosfere malsane in cui tutto può succedere. In questo universo, un dettaglio sgradevole è sempre pronto a spalancare di colpo abissi mistico-psichedelici. Una realtà allucinata, esilarante, perturbante ma non priva di momenti in cui il delirio lascia il posto a qualche tocco di inaspettata poesia.

Rispetto ad altri artisti provenienti dal “weird side” di internet, quello che contraddistingue il duo di Cool 3D World è la cura per l’aspetto visivo, sempre volutamente in bilico tra il professionale e l’amatoriale, e per il reparto sonoro curato da Tessler.
Il risultato è una versione animata della letteratura weird di questo millennio, cioè quella Bizarro Fiction di cui avevo parlato in questo post; ogni nuovo video pubblicato alza l’asticella del precedente per follia e — pur nell’evidente tentativo di confezionare il prodotto perfetto per diventare virale — la ricerca di Cool 3D World non si appiattisce mai in una meccanica ripetitiva.

Oggi Cool 3D World è un canale YouTube, un account Instagram e una pagina Facebook. Di recente Tessler & Baken hanno anche siglato una partnership con Adult Swim, cominciando a sperimentare formati più lunghi.
Se non conoscete ancora questo universo nonsense e grottesco, ecco una selezione di alcuni dei loro migliori lavori.

La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 7

Nel settimo episodio della web serie di Bizzarro Bazar: la drammatica e sorprendente vicenda delle Sorelle Sutherland; un pezzo di Luna caduto sulla terra; una creatura a metà strada tra il regno animale e quello vegetale.

Se la puntata vi piace iscrivetevi al canale, e soprattutto passate parola. Buona visione!

Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
Prodotto da Ivan Cenzi, Francesco Erba, Theatrum Mundi & Onda Videoproduzioni

ILLUSTRATI GENESIS: Giornata 3

Sette piccole lezioni per riscoprire il quotidiano.
Sette giorni per la Creazione… di una nuova prospettiva.

GIORNO 3 – LA TERRA

Il dettaglio risaputo: Apriamo Google Maps, un atlante geografico o una qualsiasi cartina del mondo. Riconosciamo le proporzioni tra i vari Paesi, la posizione dei continenti, la conformazione del globo terracqueo.

Proiezione di Mercatore della Terra, Daniel R. Strebe 2011.

Il retroscena: La mappa che tutti conosciamo è una menzogna. O meglio, è uno strumento utilissimo ma inaccurato, come la maggior parte delle cartine geografiche. Il problema è che, proiettando su un foglio bidimensionale la superficie sferica del nostro pianeta, per forza di cose l’immagine risulta distorta. La proiezione più famosa e risaputa è opera di Gerhard Kremer detto Mercatore, astronomo e cartografo fiammingo che la mise a punto nel 1569: deve la sua fortuna al fatto che rappresenta le linee di rotta costante come segmenti dritti che conservano gli angoli con i meridiani, quindi facilita la navigazione; ma per ottenere questo risultato le dimensioni si distorcono sempre di più in prossimità dei poli. Questo significa che l’Antartide o la Groenlandia risultano molto più grandi di quanto siano in realtà, mentre gli elementi più vicini all’equatore sono rimpiccioliti.

Ma la proiezione di Mercatore non è l’unica alternativa. Nel 1973 Arno Peters pubblicò una cartina ottenuta scomponendo il mondo in 100 parti orizzontali e 100 verticali in modo da mantenere le proporzioni corrette fra i vari continenti. Qui l’Africa è allungata, ma il Sud America risulta correttamente più grande del Nord America.

Proiezione di Gall-Peters della Terra, Daniel R. Strebe 2011.

La cosa curiosa è che Peters era in realtà uno storico, e non un geografo: questa mappa si inseriva nel suo progetto più ampio di ripensare interamente la nostra concezione della storia umana. Nel suo volume Storia del mondo otticamente sincronica (1952), raccontava gli eventi accaduti in Grecia o nell’antica Roma mettendoli in parallelo con quelli relativi ai popoli africani, asiatici e precolombiani, ponendo tutte le culture sullo stesso piano proprio per combattere l’idea che il bacino del Mediterraneo fosse la culla della civiltà. Questo preconcetto è anche il motivo per cui nelle mappe l’Europa è sempre raffigurata al centro.

Ma, proseguendo il ragionamento, un’altra domanda è inevitabile: chi ha deciso che il Polo Nord debba per forza stare in alto? I poli sono semplicemente gli estremi immaginari dell’asse di rotazione, ma nella realtà non stanno né in basso né in alto, visto che nello spazio qualsiasi orientamento è relativo.
Eppure anche i punti cardinali hanno implicazioni politiche e psicologiche, tanto quanto mettere l’Europa al centro del mondo.
Molti studi hanno dimostrato come l’asse nord-sud finisca per essere quasi sempre connotato da pregiudizi. In Italia il Settentrione è associato con l’idea di ricchezza e prosperità, all’opposto del Meridione; in Gran Bretagna o in Francia è vero il contrario, le aree più a nord vengono ritenute generalmente più povere e disagiate. Su scala mondiale, l’emisfero settentrionale rappresenta ancora la parte ‘migliore’ del mondo. Secondo alcuni studi, spesso è sufficiente rovesciare una mappa perché questo bias cognitivo scompaia nell’osservatore.

Mappa dell’Europa con il Sud in alto, Tyrannus Mundi 2012.

Il valore metaforico e politico delle carte geografiche è un aspetto a cui non sempre si pensa, ma che è presente da secoli. Nel Medioevo, per esempio, erano diffuse le mappe orbis terrae che mostravano il mondo conosciuto come una grande lettera O in cui era inscritta una T a rappresentare il Mediterraneo che divideva l’Europa dall’Asia e dall’Africa. Al centro di queste mappe veniva posta la città più importante per la cristianità: Gerusalemme. Un significato simbolico opposto è invece veicolato dalla cartina del mondo che compare nel logo dell’ONU, contornata da due rametti d’ulivo. In questo caso si tratta di una proiezione detta “azimutale equidistante”, centrata sul polo Nord, ed è stata scelta proprio per non dare prominenza ad alcuno stato specifico.

Mappa orbis tearrae tratta dalle Etimologie di Sant’Isidoro di Siviglia, 1472, e una versione ottenuta con cartografie moderne.

La Terza Lezione: Se ogni cartina geografica è distorta, lo sono anche le mappe mentali che usiamo ogni giorno. Secondo il pensatore Alfred Korzybski, tutte le astrazioni che compiamo per rendere la realtà più comprensibile funzionano solo finché teniamo a mente che si tratta, appunto, di semplificazioni. La lingua stessa è un sistema di segni che non va confuso con gli oggetti che indica: la parola ‘neve’ non è bianca, la mappa non è il territorio, giudicare una persona ‘cattiva’ sulla base delle sue azioni è estremamente riduttivo. Come accade per la proiezione di Mercatore, avere una “visione del mondo” ben definita – distinguere sempre nord e sud, giusto e sbagliato, bianco e nero – può essere utile e pratico a patto di non crederci troppo, rischiando di dimenticarci della vasta complessità del reale.

Le prime due giornate di ILLUSTRATI GENESIS sono pubblicate qui.

La perversione di Aristotele

I signori qui sopra stanno praticando il gioco di ruolo sessuale chiamato pony-play, in cui uno dei due partecipanti assume il ruolo del cavallo e l’altro del fantino. Si tratta di una pittoresca nicchia nelle relazioni di dominazione/sottomissione, eppure secondo l’esperto di sessualità alternative Ayzad

gli appassionati possono raggiungere livelli di specializzazione impressionanti: c’è chi predilige la cura del portamento e chi organizza vere gare su pista, chi vive la cosa come variante sessuale e chi si concentra solo sull’esperienza psicologica. Le ponygirl riferiscono spesso di amare questo gioco perché permette loro di regredire a una percezione primordiale del mondo, in cui ogni sensazione è vissuta con maggiore intensità: molte descrivono il ritorno alla “condizione umana” come oneroso e sgradevole. Benché non ci siano rilevamenti precisi al riguardo, si ritiene che le persone che praticano concretamente ponyplay nel mondo non siano più di 2.000, mentre tale fantasia è apprezzata da un numero enormemente maggiore di simpatizzanti.

Ayzad, XXX. Il dizionario del sesso insolito, Edizione Kindle.

Pochi sanno però che questa messinscena erotica ha un antesignano illustre: il primo ponyboy della storia, suo malgrado, fu nientemeno che il massimo filosofo dell’antichità, Aristotele!

(Be’, non veramente. Ma cos’è la verità, caro Aristotele?)

Agli inizi del 1200 nacque una curiosa leggenda: raccontava dell’amore segreto di Aristotele per Fillide, moglie di Alessandro il Macedone (che del grande filosofo era allievo).
Fillide, donna bellissima e scaltra, decise di sfruttare l’infatuazione di Aristotele nei suoi confronti per insegnare una lezione al marito, che la trascurava per passare giornate intere con il suo mentore. Così disse ad Aristotele che gli avrebbe concesso i suoi favori se egli avesse acconsentito a farsi cavalcare sulla schiena. Accecato dalla passione, il filosofo accettò e Fillide fece in modo che Alessandro Magno assistesse, non visto, alla comica scena di umiliazione.

La storiella, menzionata per la prima volta in un sermone di Jacques de Vitry, ebbe subito un enorme successo nell’iconografia popolare, tanto da essere rappresentata in litografie, sculture, oggetti di arredamento, ecc. Per comprenderne la fortuna dobbiamo concentrarci per un attimo sui suoi due protagonisti principali.

Innanzitutto, Aristotele: perché è lui la vittima della vis satirica del quadretto? Perché proprio un filosofo e non per esempio un Re o un Papa?
La barzelletta funzionava su diversi livelli: i più colti potevano leggerci uno sberleffo della dottrina aristotelica dell’enkráteia, la temperanza, ovvero il saper giudicare i pro e i contro dei piaceri, il sapersi trattenere e dominare, la capacità di mantenere pieno possesso di sé e dei propri valori etici.
Ma anche i meno educati vedevano bene che la storia ironizzava sull’ipocrisia dei filosofi in generale – sempre pronti a fare la morale, a disquisire di virtù, a propugnare il distacco dai piaceri e dalle bassezze. Metteva insomma alla berlina quei bellimbusti che amano piazzarsi su un piedistallo per insegnare la rettitudine ai propri simili.

Dall’altra parte c’era Fillide. Qual era la sua funzione all’interno della storiella?
A una prima occhiata l’aneddoto può sembrare un classico exemplum medievale pensato per mettere in guardia dalla pericolosa, infida natura delle donne. Una favoletta morale che dimostrava quanto la femmina potesse essere manipolatrice, tanto da sottomettere con le sue arti di seduzione perfino le menti più eccellenti.
Ma forse le cose non sono così semplici, come vedremo.

Infine, l’atto di farsi cavalcare implica ulteriori ambiguità, di natura questa volta sessuale: questo tipo particolare di umiliazione nascondeva forse un’allusione erotica? Poteva rimandare a una fantasia di dominazione, o simboleggiava invece un’accettazione cavalleresca di servire la donna amata?

Per capire meglio il contesto della storia di Fillide e Aristotele, dobbiamo iscriverla nel più ampio topos medievale del “Potere delle donne” (Weibermacht in tedesco), conosciuto anche nella saggistica anglosassone come “Woman on Top”.
Per esempio, un aneddoto molto simile è quello che vede Virgilio innamorato di una donna, talvolta chiamata Lucrezia, che gli concede un appuntamento notturno calando un cesto di vimini dalla finestra per farlo salire; salvo poi issare il cesto solo fino a metà del muro, lasciando Virgilio intrappolato ed esposto al pubblico ludibrio la mattina seguente.

Anche Giuditta che decapita Oloferne, Giaele che conficca il chiodo nella tempia di Sisara, Salomè con la testa del Battista o Dalila che sconfigge Sansone fanno parte di quelle figure femminili che risultano vittoriose sui maschi, e che furono riproposte infinite volte nell’iconografia e nella letteratura medievale. A queste si aggiungono le varie scene buffe di mogli che comandano i mariti — la cosiddetta “battaglia dei pantaloni”.
Di volta in volta lascive o perfide, queste donne dimostrano di avere un pericoloso potere sul maschio, eppure al tempo stesso esercitano una forte attrazione sull’immaginario, anche erotico.

Le scene più divertenti – come Aristotele trasformato in cavallo o Virgilio nella cesta – erano pensate per suscitare il riso sia negli uomini che nelle donne, e probabilmente venivano anche messe in scena da attori comici: in effetti l’inversione dei ruoli ha un impianto carnascialesco. Nel presentare una situazione paradossale, avevano forse l’effetto di rinforzare la struttura gerarchica in una società dominata dai maschi.
Eppure la prof. Susan L. Smith, esperta della questione, si dice convinta che il messaggio veicolato non fosse così univoco:

il “Woman on Top” è da intendersi non come una semplice manifestazione dell’antifemminismo medievale, quanto piuttosto come un luogo di confronto attraverso il quale potevano venire espresse idee opposte e conflittuali sui ruoli di genere.

Susan L. Smith, Women and Gender in Medieval Europe: An Encyclopedia (2006)

Il fatto che la storiella di Fillide e Aristotele si prestasse a una lettura più complessa è ribadito anche da Amelia Soth:

Era un’epoca in cui la convinzione che le donne fossero intrinsecamente inferiori si scontrava con la realtà delle regnanti femmine, come la Regina Elisabetta, Maria I Tudor, Maria Stuarda, Caterina d’Asburgo e le arciduchesse dell’Olanda, che dominavano la scena europea. […] Eppure l’immagine rimane ambigua. La sua popolarità non può essere spiegata semplicemente con la misoginia e la diffidenza per il potere femminile, perché il fatto che essa fosse inclusa nei pegni d’amore e nelle canzoni licenziose tradisce un elemento di delizia per l’inaspettato rovesciamento, per la trasformazione del saggio in una bestia da soma.

Insomma, forse anche nel Medioevo, e all’inizio dell’età moderna, la dinamica tra i generi non era poi così monolitica. La storia di Fillide e Aristotele ebbe così tanto successo proprio perché era suscettibile di interpretazioni diametralmente opposte: di volta in volta poteva essere usata per mettere in guardia dalla lussuria oppure, al contrario, come aneddoto piccante ed erotico (tanto che la coppia veniva spesso rappresentata nuda).

Per tutti questi motivi, il topos non è mai veramente sparito del tutto ma si è incarnato in molte varianti nei secoli successivi, di cui lo storico Darin Hayton riporta alcuni gustosi esempi.

Nel 1810 il manuale di giochi di società Le Petit savant de société descriveva il gioco del “Cavallo d’Aristotele”, una penitenza vagamente cuckold: il gentiluomo che doveva scontarla era obbligato a mettersi a quattro zampe e a portare sulla schiena una dama, la quale riceveva un bacio da tutti gli altri maschi posti in cerchio.

La cavalcata “alla Aristotele” fa la sua comparsa anche nei manifesti degli ipnotisti, perfetto esempio delle stravaganze a cui erano costretti coloro che si prestavano agli esperimenti di ipnosi. (A proposito di sovversione delle regole, si notino nel poster a sinistra i due uomini sullo sfondo, costretti a baciarsi tra loro.)

Nel 1882 un altro grande filosofo, Friedrich Nietzsche, portò in scena una sua versione di Fillide e Aristotele vestendo in prima persona i panni del “cavallo”. Nelle fotografie lui e il suo amico Paul Rée sono alla mercé della frusta impugnata da Lou von Salomé (la donna di cui Nietzsche era follemente innamorato).

E torniamo infine ai giorni nostri, e ai tizi vestiti da pony che abbiamo visto all’inizio.
Oggi la “perversione di Aristotele”, lungi dall’essere ancora un monito sulla perdita di controllo, è arrivata a significare l’esatto opposto: è diventata un modo per lasciare briglia sciolta (la metafora ippica qui s’impone!) alla fantasia erotica.

Ogni anno in Louisiana si tiene il Ponies on the Delta, un festival per i fan del ponyplay, che raduna qualche centinaio di appassionati impegnati in gare di trotto, corse a ostacoli e attività simili davanti a una giuria di esperti. Esistono negozi online specializzati nella vendita di zoccoli e tute da cavallo, decine e decine di account dedicati sui social, e perfino una rivista underground chiamata Equus Eroticus.

Chissà cos’avrebbe detto il severo Aristotele, se avesse saputo che il suo nome sarebbe stato associato a tali follie.
In un certo senso, la figura dello Stagirita è stata davvero “pervertita”: il filosofo ha dovuto sottomettersi non all’immaginaria Fillide, ma alla leggenda apocrifa di cui è divenuto – suo malgrado – protagonista.

La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 4

Nel quarto episodio della web serie di Bizzarro Bazar parliamo dei più incredibili automi della storia, del fondoschiena di una ragazza di nome Fanny, e di un parassita unico al mondo.

Se la puntata vi piace iscrivetevi al canale, e soprattutto passate parola. Buona visione!

Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
Prodotto da Ivan Cenzi, Francesco Erba, Theatrum Mundi & Onda Videoproduzioni

ILLUSTRATI GENESIS: Giornate 1 & 2

Sono andato in libreria e ho chiesto alla commessa, ‘Dov’è la sezione di auto-aiuto?’.
Mi ha risposto che se me l’avesse detto, avrebbe vanificato il mio intento.
(Steven Wright)

Quest’anno i sette numeri del magazine #ILLUSTRATI di Logos Edizioni si ispirano ognuno a una giornata della Genesi.
Anche la mia rubrica sulla rivista dovrà attenersi a questa linea; ho deciso quindi di proporre ai lettori sette lezioni di self-help, facendo il verso a quei libri e corsi di “crescita personale” che — nonostante siano spesso risibili — pare piacciano tanto.
In ogni numero partirò da un dettaglio risaputo per cercare di re-incantarlo, svelando un retroscena sorprendente che si cela dietro quella banalità.

Le prime due “giornate” sono già state pubblicate; ve le propongo qui, riunite in un post doppio.

Sette piccole lezioni per riscoprire il quotidiano.
Sette giorni per la Creazione… di una nuova prospettiva.

GIORNO 1 – E LA LUCE FU

Il dettaglio risaputo: Accendiamo la luce nella stanza: un gesto scontato, automatico, ripetuto ogni giorno. Nemmeno guardiamo più quell’interruttore, e la lampadina che illumina la stanza non è in fondo nulla di speciale.

Thomas Edison e George Westinghouse.

Il retroscena: L’elettricità trasmessa è detta a corrente continua (DC) quando procede soltanto in una direzione, o alternata (AC) quando il flusso scorre avanti e indietro, cambiando direzione molte volte al secondo. Alla fine degli anni ’80 dell’Ottocento, Thomas Edison aveva messo a punto il sistema a corrente continua, che era affidabile ma aveva un grosso problema: poteva viaggiare solo fino a un miglio dalla centrale che aveva prodotto l’energia elettrica. La corrente alternata di George Westinghouse, invece, poteva essere trasmessa economicamente su lunghe distanze, ma il sistema era ancora complesso, sperimentale e non ancora ben compreso dagli stessi ingegneri.
Per assicurarsi il nascente mercato, la compagnia di Edison e quella di Westinghouse avviarono una propaganda senza esclusione di colpi, battezzata dalla stampa la “Guerra delle correnti”. Ognuno dei due sosteneva che la sua soluzione fosse migliore e più sicura dell’altra; durante questa controversia un ingegnere elettrico di nome Harold Brown (di cui nessuno aveva sentito parlare prima di allora) decise di schierarsi lanciando una crociata anti-AC. Al fine di dimostrare la pericolosità della corrente alternata, pagò dei ragazzini perché catturassero centinaia di cani randagi dalle strade che poi lui uccise a uno a uno, collegandoli a un generatore del tipo usato da Westinghouse. A sentire lui, i risultati dimostravano senza ombra di dubbio i rischi connessi all’uso della AC – ma in realtà alla base del suo studio non c’era alcuna metodologia scientifica. Brown decise di organizzare una dimostrazione pubblica delle sue ‘scoperte’ e il 30 luglio 1888 somministrò a un cane diverse scariche di corrente continua fino a 1000 volt (per provare che l’animale sarebbe sopravvissuto). Quando invece gli trasmise una scarica di corrente alternata a 330 volt, l’animale morì con un ultimo, terribile latrato. Lo spettacolo fu però un boomerang per Brown, perché sortì l’unico effetto di scandalizzare il pubblico: non soltanto l’esperimento era inutilmente crudele, ma per di più, quando il cane aveva ricevuto la scossa fatale, era già esausto per quelle inflitte in precedenza – quindi la brutale messinscena non serviva affatto a dimostrare quale tipo di elettricità fosse più pericoloso. Così, quattro giorni più tardi, Brown ripeté la sua dimostrazione, uccidendo questa volta tre cani con una scarica di AC da 330 volt. Ma nemmeno questo tentativo valse a influenzare l’opinione pubblica, perché di lì a poco si scoprì che Harold Brown non era in realtà un ricercatore indipendente, ma era stato assoldato da Edison proprio per screditare il concorrente.
La Guerra delle correnti giunse all’apice quando nel 1890 lo stato di New York votò a favore della sostituzione dell’impiccagione con la sedia elettrica. Su pressione di Edison, venne deciso che la AC sarebbe diventata la “corrente della morte”. Un brutto colpo per Westinghouse, che però nel frattempo era riuscito ad assicurarsi il brevetto messo a punto da Nikola Tesla per un motore a induzione polifase. Grazie a questi e altri perfezionamenti tecnici, fu Westinghouse a vincere la battaglia e a ultimare, nel 1895, un’enorme centrale elettrica sulle cascate del Niagara.
Edison non si rassegnò mai alla sconfitta subita. Nel 1903 si offrì volontario per giustiziare con la corrente alternata l’elefantessa Topsy, colpevole a quanto si diceva di aver ucciso due guardiani del circo. Il 4 gennaio alle 2.45 pm il pachiderma venne fulminato con una scossa da 6600 volt, mentre le cineprese di Edison filmavano l’esecuzione. Ma nemmeno quest’ultimo, macabro exploit servì a mettere in cattiva luce la corrente alternata, che ormai era già diventata lo standard sia negli USA sia in Europa. E che ancora oggi accende le nostre lampadine.

Il momento dell’esecuzione di Topsy.

La Prima Lezione: La corrente è “cosa buona e giusta”, perfino essenziale, ma è costata il sacrificio di molti animali caduti in maniera insensata solo per vincere una guerra di brevetti. Questo ci suggerisce un pensiero un po’ scomodo ma essenziale – il fatto che spesso a una luce corrisponda un’ombra, e che per ogni chiarore sia inevitabile una parte di oscurità. Come canta Bob Dylan, “dietro ogni cosa bella, c’è stato qualche tipo di dolore”.

 

GIORNO 2 – IL FIRMAMENTO

Il dettaglio risaputo: Usciamo la mattina per andare al lavoro, buttiamo un’occhiata veloce al cielo, per controllare se c’è qualche nuvola. Sappiamo chi siamo e cosa dobbiamo fare. Ogni sera rientriamo a casa mentre comincia a fare buio, proprio quando appaiono le prime stelle. Alle stelle, alla loro assurdità, non pensiamo. Abbiamo lavorato, dunque sappiamo chi siamo.

Campo ultra profondo di Hubble, 2014.

Il retroscena: È facile dimenticarsi che l’universo rimane un mistero assoluto. Che forma ha, com’è iniziato, come finirà, cosa c’era prima, cosa verrà in seguito: questi sono essenzialmente campi di speculazione.
Nonostante l’enorme quantità di dati raccolti e analizzati, e a dispetto delle molte teorie sviluppate, astrofisici e cosmologi non di rado rimangono interdetti di fronte a ciò che vedono. Si potrebbe dire che in astronomia la sorpresa è la norma.
La materia che riusciamo a osservare, attraverso i nostri telescopi e gli altri strumenti di rilevazione, si comporta talvolta in modo così imprevisto che per spiegarne le dinamiche è necessario ipotizzare l’esistenza di qualcos’altro.
In altre parole, visto che quello che osserviamo “non torna”, dev’esserci qualcosa di più – e non si tratta di poca cosa, stiamo parlando del 95% in più: gli studiosi, cioè, hanno congetturato che quanto possiamo vedere costituisca soltanto il 5% dell’intero universo.

Uno dei fenomeni più complessi da interpretare è l’espansione dell’universo.
Subito dopo l’esplosione iniziale, il cosmo è cresciuto in maniera rapidissima; ma la gravità esercitata dalle galassie tra di loro ha agito da freno e, come un palloncino quando è ormai gonfio, il cosmo ha cominciato a rallentare la sua espansione. Questa decelerazione faceva supporre agli astronomi che in un futuro lontanissimo tutto si sarebbe fermato e raffreddato. Questa era la fine prospettata per l’universo a meno che, raggiunto un certo punto, il processo non si fosse invertito portando al cosiddetto Big Crunch (il movimento opposto al Big Bang).
Questa visione rimase pressoché immutata per tutto lo scorso secolo, finché nel 1998 due diversi team di scienziati, indipendentemente l’uno dall’altro, arrivarono a una scoperta sconcertante. Sembra che l’universo abbia continuato a rallentare la sua espansione per circa metà della sua vita. Ma poi, 6 o 7 miliardi di anni fa, a sorpresa ha ricominciato ad accelerare. Oggi le galassie schizzano via in ogni direzione molto più velocemente di un tempo. Com’è possibile che d’un tratto abbiano preso a muoversi così in fretta? Cosa le sta spingendo alla deriva?
Dato che non c’è alcuna spiegazione apparente, gli astronomi hanno ipotizzato che esista una forza che non vediamo, chiamata energia oscura, responsabile di questa accelerazione. Se questa forza motrice esiste, deve trattarsi di un’energia di entità straordinaria per sviluppare la pressione necessaria a spostare intere galassie. Per far “tornare i conti”, l’energia oscura dovrebbe costituire circa il 68% dell’intera energia del cosmo; se a questa aggiungiamo la materia oscura (altra massa la cui esistenza abbiamo dovuto presupporre), ecco che si arriva a quel 95% – la percentuale dell’universo formata da elementi costitutivi che non si palesano nemmeno ai migliori dei nostri strumenti.
L’idea che là fuori, tutto intorno al nostro piccolo pianeta, vi sia un’immensa e invisibile ‘forza’ oscura che gioca a biglie con le galassie potrebbe inquietare gli animi più sensibili. Ma nemmeno l’alternativa è molto rassicurante. Infatti quegli studiosi che rifiutano l’ipotesi dell’energia oscura sostengono qualcosa di ancora più paradossale, almeno per la mente del profano: in realtà il cosmo non starebbe affatto accelerando, ma sarebbe il tempo a rallentare. Secondo questa interpretazione, l’accelerazione sarebbe solo un’illusione ottica percepita da un osservatore che, come noi, si trovi all’interno di uno spaziotempo che sta lentamente fermandosi.

Ma le cose sono in realtà ancora più bizzarre. Dobbiamo infatti considerare che quanto detto finora parte dal presupposto che le leggi fisiche siano sempre identiche, immutabili; e fino a poco tempo fa tutto lasciava supporre che il cosmo avesse sempre ‘funzionato’ alla medesima maniera. Poi, nel 2010, uno studio australiano ha messo in discussione questo assunto. Alcune misurazioni effettuate dal Very Large Telescope Project dell’ESO sembrerebbero mostrare una variazione nel tempo della cosiddetta costante di struttura fine – un parametro fondamentale dell’elettromagnetismo che, come suggerisce il nome stesso, dovrebbe rimanere invariato. Questa scoperta, se confermata, implicherebbe che le leggi universali della fisica (gravità, tempo, spazio, velocità della luce, ecc.) non sono forse così universali, ma potrebbero cambiare nel tempo o magari perfino a seconda della ‘zona’ dell’universo.

La Seconda Lezione: Viviamo in una specie di grande enigma, un paradosso in cui l’unica certezza è l’assenza di certezze. Se non capiamo nemmeno in che razza di strano posto siamo capitati, come possiamo sapere sempre con convinzione quello che dobbiamo o non dobbiamo fare, cos’è giusto e cosa sbagliato? Forse, come ricordava Chuang-Tzu, a essere sicuri di tutto sono solo gli stolti, che “credono d’essere desti, e sanno minuziosamente se sono principi o pecorai”. E che, tornati a casa dal lavoro, non hanno dubbi su chi sono, su cosa ci si aspetta da loro, né pensano mai all’assurdità delle stelle.