Wunderkammer Live!

Qualche anno fa avevo organizzato l’Accademia dell’Incanto, una serie di incontri con antropologi, artisti, anatomopatologi, registi e studiosi di stranezze nella cornice della wunderkammer Mirabilia di Roma.

Ora, in periodo di isolamento, il curatore di Wunderkammer Zurich, Christian D. Link, ha deciso di organizzare qualcosa di simile in live streaming su Facebook: il progetto si chiama Wunderkammer Live!, e prevede due giornate in compagnia di ospiti eccentrici ed eccezionali.

Chris D. Link (Photo by Raisa Durandi)

Le prime due date fissate sono il 18 e il 19 di Aprile, per un totale di dodici ospiti (sei ogni giorno, in diretta a partire dalle 16 fino alle 22).
Il lineup è davvero notevole: oltre al sottoscritto e all’amico Luca Cableri, che ormai conoscete bene se avete visto la mia webserie, il programma include interventi dell’antropologo forense Matteo Borrini, della tassidermista olandese Marjolein Kramer, del collezionista Viktor Wynd (altra vecchia conoscenza per chi segue Bizzarro Bazar), del grande artista svizzero Thomas Ott, del mentalista Luke Jermay, e molti altri.

La diretta streaming avverrà all’interno del gruppo Facebook di Wunderkammer Live!, quindi iscrivetevi; durante queste due settimane che precedono dell’evento avrete anche l’opportunità di conoscere meglio i relatori con dei post di presentazione.

In questo momento è più essenziale che mai tenere vivo il sense of wonder; l’iniziativa di Chris ha proprio lo scopo di ispirare, intrattenere, stupire e condividere le conoscenze eterogenee di alcuni professionisti della meraviglia. E ok, ci sono anch’io tra gli intervistati, ma personalmente non vedo l’ora di sentire cosa ci racconteranno gli altri ospiti.
Vi aspettiamo per un paio di pomeriggi davvero fuori dall’ordinario: ne abbiamo tutti bisogno!

Curiosa autobiografia d’un sacerdote extrapervertito

Qualche giorno fa ho pubblicato sui social network un paio di estratti dai Pervertimenti sessuali (1900) del Prof. Cav. Pietro Fabiani, edito dalla Società Editrice Partenopea. Dato che hanno suscitato un certo interesse, e che mi è stato richiesto da più parti di pubblicarne l’appendice, la presento qui con qualche precisazione storica.

Sul Prof. Cav. Fabiani non sono riuscito a trovare molte informazioni (viene anzi citato come “oscuro medico napoletano” in Homosexuality in Italian Literature, Society, and Culture, 1789-1919 a cura di Lorenzo Benadusi, Paolo L. Bernardini, Elisa Bianco).

L’unico dato a cui sono risalito è che all’inizio del XX° secolo egli gestiva la Casa di Salute sita in via S. Rocco di Capodimonte a Napoli. Le menzioni dei casi di perversione curati nel suo eccellente sanatorio si ripetono in effetti in maniera martellante, per evidenti scopi di autopromozione, lungo tutto questo libriccino.

Un secondo volume dello stesso autore venne pubblicato qualche anno dopo per la medesima casa editrice, ed ebbe a quanto pare più fortuna: si tratta di Inversioni sessuali, un trattato sulle disastrose conseguenze dell’omosessualità e sulle possibilità di cura di una simile “terribile depravazione”.

La Società Editrice Partenopea non era specializzata in testi medici, tutt’altro. Nel suo catalogo abbondavano i titoli sullo spiritismo, la magia, l’occulto; assieme a questi, l’altro filone della linea editoriale era costituita dai libri “pruriginosi”.

Il proprietario della casa editrice Giuseppe Garibaldi Rocco (che si fregiava d’essere amico di Oscar Wilde e Lord Douglas) aveva pubblicato nel 1899 il romanzo L’uomo-femmina, forse l’unico romanzo ottocentesco italiano ad avere come protagonista un “invertito”; in seguito Rocco avrebbe prefazionato il resoconto degli atti del processo per oscenità a Pitigrilli. La Società Editrice Partenopea venne probabilmente chiusa dal regime fascista con l’accusa di immoralità.

Il nostro Pervertimenti sessuali, dunque, è uno di quei testi tipici di inizio secolo che si situano a metà strada fra la letteratura osé e quella medica; scritto da un vero dottore, ma pubblicato da un editore “pulp”, è in continuo equilibrio tra la facciata scientifica e i toni scandalistici pensati per titillare le curiosità morbose del grande pubblico. Grande abbondanza di punti esclamativi, dunque, di aggettivi iperbolici e di dettagli in bilico sull’osceno — mitigati dalle occasionali considerazioni scientifiche, che “raffreddano” la prosa con la loro pretesa oggettività.

La necrofilia, descritta con grande misura e aplomb.

 

Altri passaggi molto misurati.

Per inciso, il trucco di parlare di argomenti tabù utilizzando l’inattaccabile registro medico-scientifico sarà usato anche più tardi al cinema, per aggirare le maglie della censura: negli anni ’50 e ’60, assieme all’avvento dei nudie cuties (film abientati in campi nudisti), apparirono anche numerosi presunti documentari che con la scusa del valore didattico si permettevano di mostrare nudità integrali e immagini conturbanti. Perfino la storia dei filmati di educazione sessuale, spesso finanziati da ambienti conservatori, è piena di casi ambigui in cui queste pellicole risultano paradossalmente più esplicite della “oscenità dilagante” che si proponevano di combattere.

Quando il politically correct non esisteva.

 

Il sodomizzatore di polli per causa di forza maggiore.

 

Come parlare di Sade in un’epoca in cui nessuno l’aveva letto – evidentemente neanche tu.

La gustosa appendice del libro è annunciata nell’indice come Curiosa autobiografia di un sacerdote extrapervertito per fantasmi erotici, ed è presentata come una vera lettera inviata all’autore.
Sull’autenticità di questa missiva avanzerei più di qualche dubbio: la storia del prete che, traviato nell’infanzia da un “nano deforme”, attraversa nel corso della sua vita tutte le perversioni immaginabili, fa abbastanza sorridere.
Dal punto di vista stilistico poi, se si esclude il ricorso alle desinenze latineggianti nell’indicativo imperfetto (“io mi stendeva al suolo, mi faceva salire sul petto una bambina di circa tre anni…”), lo stile dello scritto è esattamente quello di tutto il resto del libro. Il sospetto che l’autore di questo racconto programmatico sia in realtà lo stesso Prof. Cav. Fabiani emerge fino dalle prime righe, in cui il sacerdote protagonista si spertica nel lodare lo straordinario lavoro, guarda un po’… del Prov. Cav. Fabiani.

In ogni caso è uno scritto molto divertente, che testimonia di un’epoca in cui i testi di divulgazione medica si permettevano d’essere spudoratamente sensazionalistici. Se volete leggerlo, basta cliccare sull’immagine sottostante per aprire il PDF (4mb).

Link, curiosità & meraviglie assortite – 21

“La mia vanitas ha più teschi della tua!” (Aelbert Jansz. van der Schoor, versione ad alta definizione)

  • Mariano Tomatis racconta la vicenda di Doña Pedegache, mentalista portoghese del Settecento; e come al solito la sua scrittura sorprende e commuove.
  • Visto che siamo in Portogallo, facciamo una visitina alla Capela dos Ossos con questo bel post di Cat Irving.
  • 21 agosto 1945: il fisico Harry Daghlian stava facendo una bella pila di mattoni di carburo di tungsteno attorno a una sfera di plutonio, quando un mattone gli scivolò di mano e portò il nucleo in condizione di supercriticità. Daghlian morì 25 giorni dopo.
    21 maggio 1946: il fisico Louis Slotin stava lavorando su una sfera di plutonio — ma non una qualunque: la stessa sfera che aveva ucciso Daghlian. Per separarne le due metà, ebbe la brutta idea di usare un cacciavite. Il cacciavite scivolò, la parte superiore cadde. Slotin morì 9 giorni dopo.
    La povera sfera di plutonio, da quel momento in poi, non ebbe più una buona reputazione, e si guadagnò pure un nomignolo poco lusinghiero.

  • Ma la storia del nucleare è piena di incidenti incredibili. C’e un aspetto, a proposito del Progetto Manhattan che portò alla creazione delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, di cui non si parla spesso: gli esperimenti umani su cavie non consenzienti. Prendete per esempio Albert Stevens, che sopravvisse alla dose di radiazione più alta mai accumulata nel corpo di un essere umano quando gli scienziati gli iniettarono in vena, a sua insaputa, 131 kBq di plutonio.
  • Tutti a parlar male del povero HAL, ma forse è il caso di rivalutarlo. In 2001: Odissea nello spazio, il famigerato supercalcolatore uccide alcuni astronauti, e viene infine ucciso esso stesso. Ormai che ci siamo, e le intelligenze artificiali sono realtà, tocca cominciare a porsi dei problemi sull’etica dell’assassinio da parte delle macchine, ma anche dell’assassinio delle macchine.
  • Breve storia dei bambini spediti via posta.

  • La sempre eccellente Lindsey Fitzharris (autrice di L’arte del macello) ci delizia con qualche aneddoto sui trucchi di bellezza di un tempo. Per esempio il metodo per rendere attraenti le parrucche settecentesche, cioè cospargerle con il lardo. Attraenti, s’intende, soprattutto per pulci e pidocchi.
  • Un geologo scoprì una caverna antichissima, solo che si accorse subito che non era una cavità naturale. Qualcuno o qualcosa l’aveva scavata. E cos’erano quegli enormi segni di graffi, prodotti da giganteschi artigli, su tutte le pareti…? Quando la realtà supera Lovecraft: ecco i tunnel sotterranei nei quali si aggirava la misteriosa megafauna preistorica.
  • Guardate il dipinto qui sotto. Si intitola Franz de Paula Graf von Hartig e sua moglie Eleanore come Caritas Romana ed è un’opera del 1797 di Barbara Krafft. Quando avete finito di ridere e/o sentirvi a disagio, scoprite cosa significa quel “caritas romana” nel titolo, e gustatevi altri esempi di vecchiardi allattati da giovani fanciulle.

  • Tweet paranormiao.
  • La prossima volta che dovete rifare il bagno, vi suggerisco di prendere spunto da questi WC settecenteschi per bibliofili.
  • C’è chi passa ore a scorrere le foto degli influencer. Io passerei le giornate a guardare il poeta, body builder e futurista russo Vladimir Goldschmidt che ipnotizza un pollo.

  • Soggetto per film d’azione/commedia drammatica.
    Titolo: White Trip.
    Concept: The Revenant incontra Paura e delirio a Las Vegas.
    Plot: Il soldato finlandese Aimo Koivunen, durante la Seconda Guerra Mondiale, sta pattugliando su sci un’area montana quando la sua unità si ritrova all’improvviso sotto il fuoco sovietico. Aimo comincia a scappare dall’imboscata, ma dopo aver sciato per lungo tempo si sente stremato; i nemici sono ancora alle calcagna, e si avvicinano sempre di più. Decide dunque di fare ricorso alle metanfetamine che il comandante gli ha affidato per tenere sveglie le truppe; ma, un po’ per via dei grossi guanti e un po’ perché deve continuare a sciare per salvarsi la pelle, non riesce a tirare fuori la pillola dalla confezione. Al diavolo!, pensa, e ingurgita l’intero barattolo. Di colpo ricomincia a sciare con un’energia inaudita, ma dopo poco tutto diventa sfocato, e Aimo sviene: si risveglia solo nella neve, separato dal suo plotone, senza cibo e in pieno delirio da overdose. Scia all’impazzata, evita altri soldati sovietici. A un certo punto riesce a catturare un uccellino che nella sua allucinazione gli appare come un bel pollo dorato allo spiedo; se lo mangia crudo, piume e tutto. Poi incappa in una mina che lo fa saltare in aria. Ma lui continua a sciare. Dopo aver percorso 400km e aver passato una settimana all’addiaccio, sanguinante e ormai ridotto a pelle e ossa, riesce finalmente a ritornare alle linee finlandesi. Quando lo portano in infermeria, il suo battito cardiaco è ancora il doppio di quello normale. Appena vede il medico Aimo dice: “Ciao caro, mica avresti una camomilla? Mi sento un po’ nervosetto e le tue antenne fanno riderissimo.”
    Tratto da una storia vera. (Grazie, David!)
  • Riflessione filosofica del giorno. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, allora l’anima è una specie di nera voragine, un cratere senza fondo:

  • Benvenuti nella chiesa più spaventosa del mondo. (Grazie, Serena!)
  • Simon Sellars (autore di Ballardismo applicato), ci racconta l’abbacinante bellezza di Google Earth — che non sta tanto nei panorami o nei tour virtuali, quanto piuttosto nei glitch del 3D, negli errori di rendering, negli incastri allineati male che rivelano il collage delle viste 360 creando effetti di percezione distorta. La mappa non sarà il territorio, ma è un territorio mentale.
  • Mi piace immaginare che, quando ormai la specie umana si sarà estinta da lungo tempo, gli archeologi alieni arrivati sulla Terra per studiare chi eravamo trovino come unico indizio questo filmato:

Mors in fabula

La morte ci spaventa perché ci hanno insegnato che deve farlo. Perché ce l’hanno raccontata così.

Se vogliamo sollevare almeno un poco questo pesante tabù, ci sono due cose da fare:
1) capire come e perché è nata la specifica visione della morte che abbiamo ereditato;
2) cominciare a raccontarla in maniera diversa, più creativa e serena, forgiare un nuovo sguardo, ripartire dalla meraviglia.

Usare tutti gli strumenti a nostra disposizione: il corpo, l’arte, la parola, il teatro. È quello che vogliamo fare con Mors in fabula, un evento di due giorni che si svolgerà a Palermo sabato 18 e domenica 19 gennaio.

Cominceremo dal corpo, con una performance dell’artista Gaetano Costa, che da anni esplora in maniera intensa e suggestiva i rapporti tra la materia, la carne e l’identità.

Proseguiremo con l’arte, inaugurando una fantastica mostra collettiva che abbraccerà la scultura, con le scenografiche creazioni di Cesare Inzerillo, ironico omaggio alle mummie delle Catacombe dei Cappuccini; il collage e la fotografia surrealista di Francesco Viscuso; la pittura, con i personaggi grotteschi e le atmosfere macabro/fiabesche di Sergio Padovani; e infine illustrazione e cinema con Stefano Bessoni, attraverso i disegni e i pupazzi utilizzati nei suoi film in stop-motion.

Il secondo giorno ci dedicheremo alla parola con un convegno, in cui oltre al mio intervento parleranno Francesco Romeo (docente di letteratura, sceneggiatura, analisi filmica) ed Eliana Urbano Raimondi (autrice e curatrice); avremo inoltre il piacere di chiacchierare con diversi artisti e studiosi (Stefano Bessoni, Rossana Taormina, Marco Canzoneri, Giuseppe Tarantino), il tutto intervallato da pause di degustazione di prodotti tipici. Questa ricognizione ad ampio raggio terminerà con una narrazione dell’attore Alberto Nicolino riguardo alla morte nelle fiabe popolari.

Per concludere, il teatro: all’interno degli stessi spazi della mostra, in un inedito dialogo con le opere esposte, verrà rappresentata l’opera Cruci e Nuci di Giuseppe Tarantino.

Mors in fabula vuole quindi essere un viaggio alla scoperta delle connessioni tra l’immaginario delle favole e quello della morte, un’esplorazione del registro poetico e fiabesco con cui alcuni artisti si approcciano a questi temi.
D’altro canto, fabula va inteso nel senso più generale di narrazione: saranno due giornate in cui proveremo a “raccontare la morte” in modo inedito.
Ripartendo, appunto, dalla meraviglia.

Per quanto riguarda le info pratiche: Mors in fabula si svolgerà a Palermo, e gli eventi avranno luogo in due sedi (la Sala Astrea di Palazzo Tagliavia e la sede dell’associazione).
È possibile iscriversi ai singoli eventi oppure acquistare tutto il pacchetto (convegno, mostra, performance, spettacolo). Trovate tutte le informazioni sul sito dell’associazione L’Arca degli Esposti, sulla pagina Facebook dell’evento, scrivendo una mail a questo indirizzo oppure chiamando il numero 3663462971.

Un fascino selvaggio (parte prima)

Popoli da poco sottomessi, riottosi,
Metà demoni e metà bambini.
(Rudyard Kipling, Il fardello dell’uomo bianco, 1899)

Torniamo a parlare di un argomento più volte affrontato su queste pagine: il rapporto dell’Occidente con le tribù “primitive”.
Si tratterà di un doppio post. In questa prima parte esamineremo un racconto ottocentesco, e nella seconda un viaggio esotico svoltosi proprio quest’anno.
Due prospettive lontane nel tempo legate però da un elemento di continuità: l’ossessione occidentale per i “selvaggi” e per il cannibalismo.

Inizio subito col dire che entrambi gli articoli sono debitori a due lettori e amici di Bizzarro Bazar: nel primo caso si tratta di Giulio, di Mala Tempora Studio, che ha scovato il racconto di cui parleremo in questo post; nel secondo caso, il mio ringraziamento va a Marco, che è il matto che quel viaggio esotico l’ha fatto.

E partiamo quindi dalla chicca straordinaria scoperta da Giulio.
Il n. 28 del Giornale Illustrato dei Viaggi (Sonzogno 1923) vanta una delle copertine più incredibili di sempre. C’è tutto: il naufragio, i cannibali, feti in formalina e preparati anatomici.

Il macabro episodio viene dettagliatamente raccontato all’interno della rivista. Questo è il finale:

Ciò che mi resta d’aggiungere, o signori – continuò il dottor Stephenson – oltrepassa i limiti dell’inverosimile. Le tre immense casse, contenenti i pezzi anatomici, furono aperte in un batter d’occhio, ed il contenuto apparve agli occhi dei predoni, che non s’aspettavano certo un simile spettacolo. Credettero che fosse una riserva per nostro conto personale, e che dividendo il loro gusto per la carne umana, avessimo gelosamente nascosto il nostro tesoro.
Sapete che i pezzi anatomici sono preparati in modo da produrre una completa illusione.
Fu più che un saccheggio, fu una vera orgia da cannibali. Essi si strappavano con furore quei pezzi secchi come carta pesta, e che non avevano più che l’apparenza della carne. Volendo soddisfare al più presto possibile i loro mostruosi gusti, accesero una mezza dozzina di bracieri, su cui posero tosto i pezzi intieri, che guardavano con una gelosia mista ad ammirazione per l’abile macellajo che li aveva preparati.
Sotto l’influenza del calore, quell’arrosto insolito si rammollì alquanto, ma le materie injettate si liquefecero e caddero in larghe conchiglie di madreperla che quei cuochi abili e previdenti avevano posto al disotto.
Vi lascio pensare ciò che doveva essere quella salsa!
Per colmo d’orrore, il cadavere di Ben, che avevamo sotterrato ai piedi di un mirto, fu brutalmente esumato da essi, fatto in pezzi in pochi minuti con coltelli di pietra e con rara abilità.
Noi possedevamo inoltre una mezza dozzina di cervelli, e una serie completa di feti, conservati nell’alcool a 75°. Nuova scoperta, accompagnata da contorsioni da gorilla. Sturarono con precauzione, religiosamente, sto per dire, gli enormi vasi che li contenevano, e bevettero con una ghiottoneria senza paragone il liquore conservatore. Quel liquido infernale, che doveva bruciare il loro stomaco, portò la loro ubbriachezza al colmo, ed essi trangugiarono come aranci all’acquavite quegli sventurati avanzi che solo la scienza ha il diritto di studiare e mutilare senza profanazione.
Felici, ed ubbriachi quegli abbominevoli selvaggi barcollavano, urlavano a squarciagola e si battevano il ventre con una beatitudine profonda.
Finalmente si addormentarono al pari di foche.
All’indomani, nell’ora profumata, in cui il sole del mattino sorge dalle verzure, scuote la sua capigliatura sui giganti delle foreste, il cinguettìo dei pappagalli svegliò quei bruti. Stesero le membra come convitati beatissimi che si destassero da pacifico sonno, e si alzarono freschi e disposti, sgambettando come giovani kanguri. – Senza la presenza di qualche ossame di lugubre forma, nessuno avrebbe sospettato l’orribile festino del giorno precedente.
Che organo meraviglioso è lo stomaco australiano!…
Fedeli al loro impegno, malgrado la nostra mancanza, ci condussero a Ballaratre, dove arrivammo completamente a mani vuote.
Le ultime parole di quegli indegni figli della natura furono per sollecitare calorosamente dalla nostra benevolenza la spedizione di un carico completo di piccoli bianchi all’acqua di fuoco.
Non giudicammo opportuno rispondere.
Tre giorni dopo eravamo a Melbourne!

Ora, un po’ di background. Il Giornale Illustrato dei Viaggi e delle Avventure di Terra e di Mare era una rivista settimanale fondata da Edoardo Sonzogno e pubblicata in Italia dal 1878. La rivista si rifaceva in modo palese al Journal des Voyages et des Aventures de Terre et de Mer, fondata l’anno prima a Parigi da Charles-Lucien Huard, riprendendone anche alcuni articoli e resoconti.

Si trattava, sia per quanto riguarda il nostro Giornale Illustrato che per la controparte francese, di racconti di esplorazione geografica e di fiction rocambolesche, tanto che negli ultimi anni sulle pagine della rivista apparvero anche racconti di fantascienza e perfino horror.
Nel 1931 il Giornale chiuse i battenti per confluire ne Il Mondo.

Tornando alla copertina apparsa nel 1923, in realtà si trattava della riedizione di un’illustrazione di Horace Castelli per il romanzo d’appendice À Travers l’Australie: les dix millions de l’opossum rouge di Louis-Henri Boussenard, picaresco racconto di avventure australiane apparso nel 1878 sul Journal des Voyages e poi nel 1881 su La Récréation.

La fantasiosa novella, come abbiamo visto, è incentrata sulla trovata (non priva di genio) di combinare assieme due classiche fissazioni ottocentesche: l’anatomia e il cannibalismo.
La figura dell’anatomista era infatti ricorrente nell’Ottocento romantico (dagli Scapigliati ai naturalisti), quando la letteratura guardava alla nuova scienza positivista, e in particolare all’anatomia, con un misto di esaltazione e di interesse morboso. In questo caso in effetti il narratore è uno scienziato, anche se la patina “asettica” del resoconto accademico viene presto dimenticata per lasciare campo ai toni più macabri e sensazionalistici.

L’altro chiodo fisso che emerge qui è l’imperitura fascinazione per il cannibalismo e per il mito del “selvaggio”. Si tratta di un’ossessione dalla duplice natura: in primo luogo serve a rimarcare la superiorità degli occidentali, che si sono affrancati dallo stato bestiale.
La spocchia dell’esploratore/colonialista ottocentesco si rispecchia nel tono sprezzante riservato agli indigeni («abbominevoli selvaggi», «mostruosi gusti», «quei bruti»), condito spesso da paragoni animali («al pari di foche», «contorsioni da gorilla», «come giovani kanguri») e riferimenti allo stato pre-culturale («quegli indegni figli della natura»).
Al tempo stesso, però, questa fissazione è venata di una malcelata invidia per la libertà di costumi delle popolazioni “primitive”. Non a caso questi sono narrative che insistono sulla morbosità, e in cui spesso i “selvaggi” non sono altro che personaggi-funzione inseriti in situazioni stereotipate – la scusa perfetta per descrivere con minuzia di particolari (e con mano tremante, ovviamente, che a malapena osa procedere nel descrivere l’orribile scena) orge, violenze assortite e nudità.

Leggendo simili resoconti fantastici si ha l’impressione di confrontarsi non tanto con l’antropofagia (che peraltro nella realtà seguiva rigorosi rituali tutt’altro che orgiastici, spesso era interna alla tribù e limitata all’assunzione di piccole parti del corpo di un parente defunto in segno di rispetto) quanto piuttosto con un represso anelito di libertà dalle norme sociali.
Come affermavo riguardo alle teste mozze – quei macabri souvenir che gli occidentali portavano a casa dalle loro esplorazioni – il Selvaggio è uno schermo su cui proiettiamo l’immagine distorta di ciò che vogliamo che egli sia.

Ma bisogna tenere a mente che dietro ai racconti di cannibalismo c’era anche una motivazione strettamente politica: quella di fornire un alibi etico all’espansionismo colonialista.

Queste storie non servivano soltanto a far rabbrividire la gente a casa; fornivano anche le basi morali per la dominazione degli indigeni da parte dei coloni occidentali. Il cannibalismo era un atto innaturale, il comportamento più distante dall’essere considerato accettabile per gli Europei. I racconti di antropofagia potevano dunque giustificare l’annessione di terre straniere così come l’introduzione della morale cristiana in un paese. […] Etichettare i ribelli come cannibali affamati riduceva le loro rivolte a una battaglia tra civiltà e barbarie […]. Una repressione violenta diventava così la riposta più plausibile da parte delle autorità, e diventava necessaria una presenza coloniale costante per assicurare che nuove ondate di cannibalismo fossero scongiurate.

Fonte: The History Notes.

Potremmo pensare che l’ossessione occidentale per il cannibalismo e per le tribù “incontaminate” sia acqua passata, come il topos macchiettistico dell’esploratore in pentola, ma non è affatto così (si veda quest’altro articolo).
I cannibali prosperano ancora in fumetti, film horror e più in generale nell’immaginario collettivo.

Così tanto che c’è chi è disposto a spendere cifre non indifferenti e ad affrontare un viaggio che tutto è tranne che comodo e sicuro, pur di provare il brivido di trovarsi faccia a faccia con dei “veri cannibali”.
Ma di questo parleremo in maniera approfondita nella seconda parte.

Appuntamenti bizzarri di Novembre-Dicembre!

Sto lavorando a un post molto interessante, che pubblicherò presto qui sul blog. Nel frattempo, un veloce aggiornamento sul resto delle attività.

Cos’hanno a che fare le dissezioni anatomiche e i feti in formalina, con il surrealismo?
Domenica 24 novembre al Teatro Tempo di Mezzo di Cecchina (Albano) parleremo dell’opera d’arte più disturbante che ci sia: l’interno del nostro stesso corpo.

Questa nuova e ampliata versione della mia conferenza La Carne e il Sogno: Anatomia del surrealismo sarà completata da un tuffo nell’inconscio con una straordinaria performance di mentalismo di Max Vellucci.
I posti sono limitati, info e prenotazioni a questo link.

L’inagurazione della collettiva REQVIEM, che ho curato assieme a Eliana Urbano Raimondi presso la wunderkammer Mirabilia di Roma, è stata un successo: se non siete venuti, vi siete risparimati una lunga attesa in fila!
Ora, con tutta calma, potete visitare la mostra ogni pomeriggio dal lunedì al venerdì fino al 28 novembre.
Maggiori informazioni a questo link.

Sabato 7 e domenica 8 dicembre sarò invece allo stand Logos Edizioni per Più Libri Più Liberi, alla “Nuvola” di Roma.
Assieme a me ci sarà anche Marco Palena, per personalizzare e autografare la vostra copia del nostro nuovo libro Julia Pastrana.
Vi aspetto per fare due chiacchiere!

Link, curiosità & meraviglie assortite – 20

Il lunedì mattina, secondo Gustave Doré.

Innanzitutto qualche aggiornamento sulle mie prossime attività.

  • Il 1 novembre sarò ospite, assieme all’amico Luca Cableri, del Trieste Science+Fiction Festival. Parleremo di wunderkammer e spazio, in una conferenza intitolata The Space Cabinet of Curiosities. — 1 Novembre, ore 10 am, Teatro Miela in piazza L. Amedeo Duca degli Abruzzi 3, Trieste.
  • Il 3 novembre parlerò al Sadistique, il party BDSM organizzato ogni prima domenica del mese da Ayzad. Il titolo del mio intervento: “I dolori sono la mia delizia”: Erotica del martirio. Ovviamente, visto il contesto privato, l’accesso è vietato ai curiosi e a chi non ha intenzione di partecipare alla festa. Consultate prezzi, regole di comportamento e dress code sulla pagina ufficiale. — 3 Novembre dalle 15 alle 20, Nautilus Club, via Mondovì 7, Milano.
    [Ayzad ha di recente lanciato un podcast intitolato Esploratori del sesso insolito, potete ascoltarlo su Spreaker, Spotify, iTunes]
  • Il 14 novembre invece vi ricordo che inaugureremo la collettiva REQVIEM presso la Galleria Mirabilia di Giano Del Bufalo. La mostra, organizzata dall’Arca degli Esposti e curata da Eliana Urbano Raimondi e dal sottoscritto, vedrà esposte opere di 10 artisti internazionali all’interno dell’unica wunderkammer romana. — 14 Novembre ore 19, Galleria Mirabilia, via di San Teodoro 15, Roma.

E senz’altro indugio partiamo con i link e le stramberie!

  • Nell’enciclopedia di storia naturale di Felix A. Pouchet, L’univers. Les infiniment grands et les infiniments petits (1865) si racconta questo caso avvenuto nel 1838 sulle Alpi francesi: “Una bambina di cinque anni, chiamata Marie Delex, stava giocando con una delle sue compagne su un pendio muschioso della montagna, quando all’improvviso un’aquila le piombò addosso e la portò via nonostante le grida e la presenza dei suoi giovani amici. Alcuni contadini, sentendo le sue urla, si affrettarono sul posto ma cercarono invano la bambina, poiché non trovarono altro che una delle sue scarpe sul bordo di un precipizio. La bambina non era stata portata nel nido, dove furono viste soltanto le due aquile circondate da cumuli di ossa di capra e di pecora. Ci vollero due mesi perché un pastore scoprisse il cadavere di Marie Delex, spaventosamente mutilato, che giaceva su una roccia a mezza lega da dove era stata portata via.
  • Lo speciale di Halloween che causò la morte di un ragazzo, tanto da spingere la BBC a fingere di non averlo mai trasmesso: un bel video in inglese ne racconta la storia. (Grazie Johnny!)
  • Funghi che trasformano gli insetti in zombi: ne ho già parlato qualche anno fa nel mio piccolo ebook (ve lo ricordate?). Ma questo video sul simpatico Entomophthora muscae ha immagini davvero spettacolari.

  • Sigilla tuo nonno in un cubo di vetro, mettilo sul prato al posto degli gnomi da giardino; oppure usa la sua testa “come un fermacarte o come fermaporta“. Un brevetto del 1903 che stranamente non ha avuto successo.
  • Se per natura siete un po’ paranoici, non leggete la frase seguente: uno stalker giapponese che molestava una pop star è risalito all’indirizzo della donna studiando i riflessi nelle sue pupille ogni volta che lei postava un selfie.
  • La più famosa femme fatale del cinema muto americano era anche una darkettona: il fascino goth di Theda Bara.
  • Quando l’ossessione per le scarpe diventa arte: ecco alcune delle sculture in vetroresina di Costa Magarakis. (Grazie, Eliana!)
  • La creatività italiana sa sempre superarsi quando c’è di mezzo una truffa. Un’utilitaria investe un cinghiale nella campagna gallurese, la forestale viene allertata in modo da poter chiedere il rimborso dei danni al comune. Peccato che il cinghiale fosse surgelato. (via Batisfera)
  • Nel 1929, lo scrittore australiano Arthur Upfield stava progettando la stesura di un romanzo giallo e chiacchierando con un amico riuscì a escogitare un metodo per l’omicidio perfetto. Così perfetto che il romanzo non poteva neanche funzionare, perché il detective protagonista della storia non avrebbe mai risolto il caso. Andava trovata una falla, un dettaglio che avrebbe smascherato il colpevole. Per uscire dall’impasse lo scrittore, frustrato, si mise a discuterne in giro con varie persone. Non sapeva che uno di questi ascoltatori avrebbe di lì a poco deciso di testare il metodo, uccidendo tre uomini.
  • Ogni tanto ripenso a un libretto in francese che avevo da ragazzo, Idées Noires di Franquin. Qui sotto un esempio dello humor nerissimo del fumettista belga.

“La legge è formale: chiunque uccida una persona avrà la testa tagliata.”

  • Già che stiamo parlando di teste mozze, questa qui sopra è una foto che ho scattato al Kriminalmuseum di Vienna. Si tratta della testa del criminale Frank Zahlheim, e sulle implicazioni culturali di questo genere di reperti l’anno scorso ho scritto un pezzo che potreste rileggere se vi avanzano cinque minuti.
  • Greta Thunberg diventa lo spunto per fare chiarezza su autismo e Asperger, di cui spesso parliamo senza davvero sapere cosa siano.
  • Un tempo, in Inghilterra, quando in famiglia c’era un lutto la prima cosa da fare era avvisare le api.
  • Per concludere in bellezza, vi lascio con la foto di un bel fallo egiziano mummificato (circa 664-332 a.C.). Alla prossima!

“Julia Pastrana” in arrivo!

Sono emozionato nell’annunciarvi l’imminente uscita del mio nuovo libro: Julia Pastrana – La Donna Scimmia, per Logos Edizioni.

Il libro ripercorre la vita di Julia Pastrana (Sinaloa, 1834 – Mosca, 25 marzo 1860), affetta da ipertricosi e ipertrofia gengivale; diventata una celebre performer circense e “curiosità della natura”, si esibì a lungo negli Stati Uniti e in Europa prima con il manager J.W. Beach, e poi con il marito Theodore Lent. Mentre era in tour a Mosca, diede alla luce un bambino, anch’egli affetto da ipertricosi, che sopravvisse per soli tre giorni. Julia cadde vittima di sepsi puerperale e lo seguì cinque giorni dopo. Dopo la morte, Theodore Lent fece imbalsamare madre e figlio e continuò a esibire le due mummie a Londra e in Europa, fino alla sua stessa morte nel 1884. Il corpo di Julia Pastrana fu esposto in varie fiere in Norvegia dal 1921 fino agli anni ’70, per poi essere dimenticato in un magazzino…

Le peripezie di cui questa donna è stata protagonista, sia prima che dopo la morte, ne fanno una figura assolutamente unica e di straordinaria rilevanza, tanto da ispirare ancora oggi artisti di tutto il mondo: la sua vicenda mi è sempre sembrata eccezionale perfino rispetto a quelle già incredibili di molti altri “fenomeni da baraccone”, perché contiene i germi di molte problematiche ancora attuali.

Suo malgrado, Julia Pastrana incarna ai miei occhi una sorta di eroina tragica; e come tutte le tragedie migliori, la sua storia ci parla della crudeltà umana, dello scontro tra natura e cultura, della necessità di amore e riscatto — ma anche dell’ambiguità, dell’incertezza dell’esistenza. Per raccontare tutto questo un oggettivo, classico saggio non sarebbe bastato. Ho sentito di dover tentare una direzione differente, e ho deciso di lasciare che fosse lei a raccontarci la sua vita.

Utilizzare la prima persona singolare è una scelta azzardata per due motivi: il primo è che ci sono parti della sua esistenza di cui sappiamo molto poco, e soprattutto ignoriamo quali fossero i suoi veri sentimenti. Ma questo in verità consente anche un minimo spazio per la speculazione e per qualche concessione poetica, pur nell’aderenza ai fatti storici.

Il secondo problema è di ordine etico, ed è quello che maggiormente mi preoccupava. Julia Pastrana ha dovuto subire diversi pregiudizi che purtroppo non sono solo un riflesso dell’epoca in cui visse: anche oggi, è difficile immaginare un destino più difficile che nascere donna, fisicamente diversa, e per giunta messicana. Ora, io non sono nessuna di queste tre cose.
Per restituire appieno la valenza archetipica della sua vita, ho cercato di approcciarmi a lei con empatia e umiltà, gli unici due sentimenti che mi permettevano di inserire qualche tocco di fantasia senza mancare di rispetto.

Spero davvero che il testo ultimato rechi l’evidenza di questo mio scrupolo, e che possa suggerire al lettore una partecipazione emotiva alla vicenda umana di Julia.

Fortunatamente il compito di rendere giustizia a Julia non è ricaduto solo sulle mie spalle: Marco Palena, giovane e talentuoso illustratore, ha graziato questo libro con le sue meravigliose tavole.
Fin dalle nostre primissime discussioni, ho subito riscontrato in lui il medesimo riguardo – perfino un po’ maniacale – che aveva guidato anche me nel ricostruire il contesto storico in cui la vita di Julia si è svolta. Il risultato di questa estrema attenzione è evidente nelle illustrazioni di Marco, che trovo di un’infinita dolcezza e di rara sensibilità.

Pastrana, sfortunata in vita come in morte, ha finalmente trovato pace nel 2013, grazie agli sforzi dell’artista Laura Anderson Barbata, del governatore Mario López Valdez e delle autorità norvegesi: il suo corpo è stato trasferito da Oslo in Messico, e seppellito a Sinaloa de Leyva il 12 febbraio di fronte a centinaia di persone.
Il nostro libro non vuole essere l’ennesima biografia, quanto piuttosto un piccolo tributo a una donna straordinaria, e al segno indelebile che la sua figura ha lasciato nell’immaginario collettivo.
Julia è ancora viva.

Julia Pastrana – La Donna Scimmia sarà disponibile nelle librerie a partire dal 21 ottobre, ma potete già prenotare la vostra copia a questo link. Il libro è anche pubblicato in versione inglese.
(Vi ricordo che ordinare i miei libri online tramite il bookshop ufficiale di Bizzarro Bazar contribuisce a sostenere il mio lavoro.)
Invito infine i lettori a seguire Marco Palena sul suo sito ufficiale, pagina Facebook e Instagram.

10 anni di Bizzarro Bazar!

Oggi Bizzarro Bazar compie 10 anni.
Vorrei evitare le autocelebrazioni esagerate, ma un po’ ci sta perché è un bel traguardo — per tutti noi.

Agosto 2009.
Una stanza semibuia. Un trentenne scrive al computer.

Internet era un posto diverso, tanto da sembrare quasi un altro secolo.
Meno di due mesi prima era morto Michael Jackson, mandando in crash tutti i principali siti mondiali. Facebook stava cominciando a superare per numero di utenti il colosso MySpace. Con gli amici si comunicava tramite SMS — ma con parsimonia, perché costavano; in Italia forse una decina di persone stavano provando questa nuova diavoleria esoterica chiamata Whatsapp.
La rete faceva ben sperare. Si era convinti che internet fosse la chiave per migliorare le cose, annullando confini e distanze, promuovendo la solidarietà, forgiando una nuova umanità più connessa e dunque cooperativa.

Un elemento fondamentale per l’imminente rivoluzione sociale (tutti ne erano certi) sarebbero stati i blog, cioè i principali strumenti di comunicazione “dal basso”, in cui la cultura veniva democratizzata, messa gratuitamente a disposizione di tutti.
Se all’epoca ne aveste cercato uno dedicato al macabro e al meraviglioso, vi sareste imbattuti sicuramente nel glorioso Morbid Anatomy, allora al suo picco di popolarità; c’era qualche buon sito tematico ma poco altro, e comunque nulla in italiano.


Così quel pomeriggio del 20 agosto registrai su WordPress il nome di questo blog, scrissi un post di benvenuto (che per non prendersi sul serio citava i Monty Python), e inviai una mail a una decina di amici invitandoli a dare un’occhiata. La speranza era che almeno qualcuno di loro sarebbe rimasto interessato per un mesetto o due. Avevo bisogno di raccontare a qualcuno quanto incredibile, terribile e stupefacente mi sembrasse questa realtà che spesso diamo per scontata. Quanti tesori inaspettati si nascondano dietro alle cose che più ci atterriscono, se si ha la voglia di capire.

STACCO. Agosto 2019.
Una stanza semibuia, un quarantenne scrive al computer.

Il magico mondo di internet ha cambiato volto, non è più così magico. È quotidiano, risaputo.
In molti si sentono imbrigliati dai suoi ubiqui tentacoli che stritolano ogni cellula di tempo e di vita. Gli utenti sono divenuti clienti, e non occorre essere un hacker per sapere che la rete è piena di insidie, di trappole. Internet è oggi il mezzo privilegiato per chi vuole diffondere paura e odio, annullare il difforme e il diverso, rafforzare barriere e confini invece di superarli. A una prima occhiata sembrerebbe che il sogno sia stato ucciso.
Eppure io sono ancora qui, a scrivere sullo stesso blog. Internet è rimasto per tanti versi un posto straordinario in cui si organizzano iniziative inedite, si scoprono punti di vista differenti, in cui capita addirittura di cambiare idea.

Cosa c’entra tutto questo con un piccolo blog che parla di morte, tabù, freakshow, collezioni bizzarre e stranezze storiche?
In un certo senso credo che qui, io e voi, stiamo facendo resistenza. Non tanto politica — la polis è interessata a ciò che succede dentro o attorno alle mura cittadine — quanto più genericamente culturale. Una resistenza, potremmo dire, all’appiattimento, alla riduzione di complessità. Chi ama queste pagine è un individuo che predilige le domande alle risposte, e che vuole esplorare posti sempre più strani.

 

A dispetto delle incalcolabili ore spese a studiare, a scrivere, a rispondere a tutte le domande dei lettori (e a risolvere le magagne del server, grr!), Bizzarro Bazar è sempre rimasto gratuito, privo di pubblicità e di censure.
Con i suoi 850 post, nati anche dalle segnalazioni dei lettori, assomiglia ormai a una specie di mini-enciclopedia del meraviglioso. E a rileggere qua e là, vedo il mio stile affinarsi poco a poco grazie ai vostri consigli e alle vostre critiche.

Di questo percorso, portato avanti con passione e qualche sacrificio, è un’evoluzione fondamentale la web serie che ha debuttato quest’anno su YouTube. Ci abbiamo investito tanto impegno, tante risorse, e la vostra risposta è stata entusiasta.
Molti di voi hanno espresso la speranza che si facesse una seconda stagione, quindi eccoci al punto: per la prima volta Bizzarro Bazar chiama alle armi il suo esercito di pazzi ed eretici freak!

Abbiamo iniziato una campagna di crowdfunding su produzionidalbasso.com per finanziare la nuova stagione.
Ecco a voi il video di presentazione del progetto:

Questa è l’unica possibilità che abbiamo al momento per tenere in vita la serie web italiana più anomala e fuori dal coro. Ma in realtà significa molto di più.
Se ci aiuterete, quella che vedrà la luce non sarà più “la serie di Bizzarro Bazar”, ma la vostra serie.

La pagina della nostra campagna è a QUESTO LINK.
Shortlink da copiare e condividere con gli amici:   bit.ly/bizzarrobazar

Nota: per noi il metodo migliore per ricevere una donazione è mediante carta di credito/bonifico, perché PayPal ci salassa con commissioni molto alte, ma shhhh, io non vi ho detto niente. 😉

Grazie a tutti per questi dieci anni incredibili, grazie a chi sarà così generoso da donare qualcosa nelle sue possibilità… e a chi spammerà senza vergogna il progetto tra i conoscenti.

Ancora e sempre, vive la résistance — in altre parole,

Le mummie di Palermo: un dialogo silenzioso

Questo mio articolo è apparso originariamente sul primo numero, intitolato “Apocrifo Siciliano”, del libro-rivista Cariddi – Rivista Vorace, edito da Rossomalpelo Edizioni di Catania. La rivista esplora le innumerevoli versioni di una Sicilia dimenticata, occulta, sospesa tra le molteplici magie del fantastico e le illusioni della realtà — in un racconto collettivo al quale hanno partecipato giornalisti, scrittori, illustratori, critici letterari e fotografi per affrontare le mille facce della Sicilia.
Cariddi si trova in libreria (sul profilo FB Cariddi – Rivista Vorace trovate tutti i punti vendita che la ospitano), su Amazon e gli altri store online, oppure è possibile ordinarne una copia scrivendo una mail alla casa editrice.

 

La prima volta non si scorda mai.
Appena entrato all’interno delle Catacombe dei Cappuccini, l’impressione fu quella di trovarmi di fronte a un gigantesco exercitus mortuorum, una spaventosa armata di revenant. Morti tutt’intorno dalla pelle arsa e rinsecchita, centinaia di bocche spalancate, mandibole abbassate da secoli di gravità, le orbite vuote eppure terribilmente espressive. La sensazione durò pochi secondi, perché in realtà nell’ipogeo regnava una pace così perfetta che lo sconcerto iniziale cedette il passo a un sentimento diverso: avvertii di essere un intruso.

Estraneo, in quanto uomo vivo in uno spazio sacro abitato dai morti; tutti coloro che scendono qui ammutoliscono di colpo. È il visitatore a sentirsi sotto scrutinio.
Io ero inoltre alieno a una cultura, quella siciliana, che dimostrava una familiarità con i suoi defunti inconcepibile per qualcuno nato e cresciuto al nord. La morte qui non era occultata dietro lastre di marmo, anzi: se ne faceva spettacolo. Esibito teatralmente, esposto come mirabilis – degno d’ammirazione – stava in bella mostra il vero rimosso del nostro tempo: il cadavere.

Un cadavere lavorato con cura dai frati, secondo un procedimento affinato nel tempo. Uno dei termini tecnici che gli antropologi usano per indicare il trattamento di scolatura e mummificazione delle salme è “tanatometamorfosi”, che rende bene l’idea della vera e propria trasformazione strutturale a cui viene sottoposto il corpo.
Una simile conservazione aveva peraltro costi non indifferenti, che solo i più abbienti potevano permettersi (anche in morte ci sono cittadini di prima e seconda classe). Ma questo non sorprende se si pensa alle innumerevoli, monumentali cittadelle dei morti, per innalzare le quali i vivi sono disposti a spendere fatiche e fortune ingenti. Quello che mi colpiva, mentre sfilavo davanti alle mummie, era che in questo caso l’investimento non era servito a costruire un fastoso mausoleo celebrativo quanto piuttosto a congelare, per quanto possibile, le fattezze del morto nel tempo.

Ecco, il tempo. Lì sotto scorreva in maniera diversa rispetto alla superficie, o forse non scorreva affatto. Sospeso, aveva smesso di divorare e trasfigurare la materia.
Indugiando sui volti antichi, sui logori vestiti, sulle mani avvizzite, risultava chiaro lo scopo di questa pratica: salvaguardare non la memoria del defunto, ma l’identità stessa.
Se in un ossario i morti sono tutti identici, il processo di mummificazione ha invece la virtù di rendere ogni corpo diverso dall’altro, di conferire ai resti una spiccata personalità – effetto ulteriormente amplificato quando la mummia indossa gli abiti che sfoggiava in vita.
Tra tutte le barriere che l’uomo ha innalzato nel donchisciottesco tentativo di negare l’impermanenza, questa è forse quella che più si avvicina al successo; è una strana strategia, perché invece di allontanare la morte, la si abbraccia fino a renderla parte della quotidianità. Così questi individui non erano mai veramente morti: i familiari potevano tornare a visitarli, a parlarci, se ne prendevano cura. Erano antenati che non avevano mai del tutto attraversato la soglia.

A poco a poco le mummie iniziarono a sembrarmi benevole – perfino solidali, come lo è sempre chi ha davvero coscienza della finitezza. I volti scheletrici, che potevano incutere timore, se osservati abbastanza a lungo apparivano sereni; tanto che non ero più così certo di compatire la loro condizione. Dentro di me cominciai una sorta di conversazione con la folla silenziosa, depositaria di un segreto inviolabile. Forse il loro sussurro, che dall’altra sponda tentava di raggiungermi, voleva rassicurarmi; forse raccontava la fine di ogni turbamento.

Quel dialogo muto e misterioso, iniziato allora, non si è mai più interrotto.
Qualche anno dopo tornai alle Catacombe assieme al fotografo Carlo Vannini. Restammo all’incirca una settimana in compagnia delle mummie, giorno e notte. Chi può dire se mi riconobbero? Da parte mia imparai a distinguerle una per una, a discernere ogni voce, poiché ancora mi chiamavano senza bisogno di parole.

Il mio primo libro, pubblicato per Logos Edizioni, fu proprio La Veglia Eterna.
In occasione della ristampa nel 2017 venne impreziosito da una prefazione del conservatore scientifico delle catacombe, il paleopatologo Dario Piombino-Mascali – il quale a sua volta, mentre scrivo, ha dato alle stampe quella che si preannuncia come la guida storico-scientifica definitiva sulle Catacombe, per i tipi di Kalòs Edizioni.
Dall’analisi delle mummie un paleopatologo è in grado di ricavare indizi sulle loro abitudini di vita, di risalire alla loro storia personale: a un esperto come lui, i corpi parlano davvero. Ma proprio adesso stanno parlando, ne sono certo, anche all’ennesima comitiva scesa nel fresco sottosuolo e incantata di fronte alla straordinaria visione.
Queste mummie, a cui mi lega un sentimento profondo e inesplicabile, mormorano a chiunque sappia davvero ascoltare.