Danzare con la Morte

Durante le grandi ondate di peste nel Medioevo sorsero due grandi motivi allegorici, il Trionfo della Morte e la Danza Macabra: cosa possono insegnarci oggi?

Ecco un video che ho realizzato per l’Università di Padova nell’ambito del progetto Catalogo delle Perdite e dei Ritrovamenti in Tempi di Covid (tutti gli interventi sono liberamente consultabili sul sito dell’Università).

La Morte Amica

Nel 1851 l’artista tedesco Alfred Rethel (che tre anni prima aveva già firmato una Danza Macabra apertamente politica) produsse i bozzetti per due incisioni gemelle: La morte come nemica e La morte come amica.

Se la sua Morte nemica (qui sopra), benché raffinata, non è poi così originale in quanto ispirata a una lunga tradizione di Trionfi e di figure scheletriche che torreggiano sulle pile di morti, è invece la speculare Morte amica che mi ha sempre affascinato.
Di recente sono riuscito a procurarmene una riproduzione, espunta da un testo di fine ‘800, e ho potuto finalmente scannerizzarla come si deve. Gran parte del fascino di questa litografia, infatti, deriva dalla cura nei più minuti dettagli, che richiedono d’essere esaminati e interpretati con attenzione; per questo motivo ammirarla in alta qualità è fondamentale. Alla fine di questo articolo troverete il link per scaricarla; ma vorrei prima mostrarvi perché amo così tanto questa immagine.

La scena ci mostra la sala più alta del campanile d’una cattedrale medievale.
L’ambiente è modesto, l’unico discreto fregio presente sopra l’arco della finestra è senz’altro poca cosa rispetto a come la chiesa deve apparire dall’esterno: lo intuiamo dalla gargolla intravista nell’angolo in alto a sinistra, e dalla guglia decorata che svetta fuori dalla finestra.


Tra queste quattro mura ha passato tutta la sua vita il vecchio sacrestano e campanaro; possiamo immaginare il freddo dei duri inverni, quando il vento fischiava entrando dalla grande finestra, facendo turbinare la neve nella stanza. Possiamo sentire la fatica di quelle scale di legno, salite e scese Dio solo sa quante volte per guadagnare la cima della torre.
Ora il guardiano è giunto alla fine dei suoi giorni: il corno resta silenzioso, appeso al corrimano.


Le membra fragili del vecchio (il piede destro si è girato di lato, sotto il peso della gamba), la sua figura sprofondata nella poltrona, le mani abbandonate in grembo e flebilmente unite in un’ultima preghiera — tutto ci dice che la sua vita volge al termine.

La sua è stata una vita umile ma pia. Lo intuiamo dai resti del suo ultimo povero pasto, un semplice tozzo di pane e un calice che alludono all’eucarestia. Lo capiamo anche dal crocifisso, unica suppellettile oltre al tavolo e la sedia, e dal libro delle Scritture ancora aperto.
Il mazzo di chiavi portato alla cintura è un altro elemento dal duplice significato: identifica il ruolo di sacrista, ma rimanda alle altre chiavi che lo attendono, quelle che San Pietro userà per dischiudergli i cancelli del Paradiso.

Il vero punto di fuga è il sole che tramonta dietro l’orizzonte di un panorama campestre. È la sera del giorno, la sera della vita che ha fatto il suo corso proprio come il fiume che vediamo in lontananza, emblema del panta rei. Eppure sulle sue rive scorgiamo dei campi ben coltivati e regolari, segno che lo scorrere di quell’acqua ha portato frutto.
Un uccellino si posa sul davanzale della grande finestra; è forse un amico del vecchio, con cui egli condivideva qualche briciola di pane? Si è preoccupato quando non ha sentito suonare le campane come d’abitudine? In ogni caso è un dettaglio commovente, e un indizio della vita che continua.

E guardiamo infine la Morte.
Non si tratta della Nera Signora delle raffigurazioni più classiche, la sua figura non potrebbe essere più lontana da quella che portava flagello e devastazione nei Trionfi medievali. Certo è scheletrica e può incutere paura, ma il cappuccio e la bisaccia sono quelli di un viaggiatore. La Morte è venuta da molto lontano, tanto è vero che porta sul petto la capasanta, conchiglia di San Giacomo simbolo del pellegrino; i suoi piedi ossuti calpestano la Terra in lungo e in largo, da tempo immemore. E questo suo costante vagabondare la accomuna, nello spirito, all’uomo — non a caso la stessa conchiglia è appuntata anche sul cappello del sacrestano, accanto al suo bastone e a un fascio d’erbe che egli ha raccolto.

Questa Morte però, come indicato dal titolo, è “amica”. Di fronte a un uomo virtuoso, quella stessa Morte che sa essere una spietata e feroce tiranna diviene “sorella” in senso francescano. Il capo abbassato, le orbite vuote rivolte a terra, sembra quasi intenta in una segreta meditazione: dall’inizio dei tempi ella svolge il suo compito con solerzia, ma non è malvagia.
E infatti ecco che compie un gesto di una delicatezza disarmante: suona le campane un’ultima volta, per annunciare i vespri al posto del moribondo che non è più in grado di farlo.

È l’ora del cambio della guardia, l’anziano uomo può ora lasciare in altre mani il ruolo che per così lungo tempo ha occupato. Con il giungere tranquillo della sera, con gli ultimi rintocchi delle campane che per tutta la vita egli ha fatto vibrare, si conclude un’esistenza semplice e devota. Tutto è sereno, tutto è compiuto.

Poche altre immagini, credo, sanno raccontare con simile eleganza l’ideale cristiano (ma, in generale, l’ideale umano) della “Buona Morte”.
Purtroppo non tutti potremo permetterci una fine così idilliaca; ma se la morte fosse davvero così gentile, premurosa e compassionevole, chi non vorrebbe averla come amica?

Per scaricare la mia scansione in alta qualità (60Mb) di La morte come amica, cliccate qui.

Wunderkammer Live!

Qualche anno fa avevo organizzato l’Accademia dell’Incanto, una serie di incontri con antropologi, artisti, anatomopatologi, registi e studiosi di stranezze nella cornice della wunderkammer Mirabilia di Roma.

Ora, in periodo di isolamento, il curatore di Wunderkammer Zurich, Christian D. Link, ha deciso di organizzare qualcosa di simile in live streaming su Facebook: il progetto si chiama Wunderkammer Live!, e prevede due giornate in compagnia di ospiti eccentrici ed eccezionali.

Chris D. Link (Photo by Raisa Durandi)

Le prime due date fissate sono il 18 e il 19 di Aprile, per un totale di dodici ospiti (sei ogni giorno, in diretta a partire dalle 16 fino alle 22).
Il lineup è davvero notevole: oltre al sottoscritto e all’amico Luca Cableri, che ormai conoscete bene se avete visto la mia webserie, il programma include interventi dell’antropologo forense Matteo Borrini, della tassidermista olandese Marjolein Kramer, del collezionista Viktor Wynd (altra vecchia conoscenza per chi segue Bizzarro Bazar), del grande artista svizzero Thomas Ott, del mentalista Luke Jermay, e molti altri.

La diretta streaming avverrà all’interno del gruppo Facebook di Wunderkammer Live!, quindi iscrivetevi; durante queste due settimane che precedono dell’evento avrete anche l’opportunità di conoscere meglio i relatori con dei post di presentazione.

In questo momento è più essenziale che mai tenere vivo il sense of wonder; l’iniziativa di Chris ha proprio lo scopo di ispirare, intrattenere, stupire e condividere le conoscenze eterogenee di alcuni professionisti della meraviglia. E ok, ci sono anch’io tra gli intervistati, ma personalmente non vedo l’ora di sentire cosa ci racconteranno gli altri ospiti.
Vi aspettiamo per un paio di pomeriggi davvero fuori dall’ordinario: ne abbiamo tutti bisogno!

I draghi delle Alpi

Articolo a cura del guestblogger Giovanni Savelli

In una montagna sempre più civilizzata, antropizzata e turisticamente affollata, si fa fatica a trovare il bizzarro. I mostri si sono ritirati verso luoghi ancora inaccessibili. Una migrazione teratologica che ha riguardato le Alpi, ancor prima di zone di confine come i Carpazi o le catene montuose della Norvegia settentrionale; dove ancora qualche sparuto gruppo di troll sopravvive a stento di fronte all’allargarsi dell’areale umano, temporaneo o stanziale che sia.

Eppure per secoli, e comunque fino a metà del Settecento, la più imponente e grandiosa catena montuosa d’Europa è stata un oggetto naturale da osservare a distanza. Se possibile una distanza commisurata alla potenza di binocoli o di osservazioni naturali che non implicassero un pericoloso avvicinamento all’oggetto osservato. La passione moderna per le altezze, e l’ancora più recente accanimento a mettere piede sulle cime più alte del mondo, non interessava affatto né i viaggiatori né i naturalisti dell’epoca. Nel bel mezzo della civilizzata Europa, le Alpi e le sue cime più elevate erano osservate con una certa indifferenza dagli esploratori, e con totale diffidenza da parte di chi, con quelle cime, doveva farci i conti ogni sacrosanto giorno.

Una vicinanza scomoda e foriera di guai per chi abitava le valli di Chamonix o il vicino villaggio di Courmayeur nel corso della Piccola Era glaciale, quando le lingue dei ghiacciai si erano fatte più invadenti e insidiose.
Questa percezione di pericolo e paura è confermata dalla stessa toponomastica con i suoi nomi tutt’altro che rassicuranti, Maudit o Dolant, a indicare oggetti naturali che suscitavano nel migliore dei casi diffidenza, nel peggiore un cieco terrore.

Incisione di H. G. Willink – Wilderwurm Gletscher (1892)

Come ci ricorda Elisabetta Dall’Ò (I draghi delle Alpi. Cambiamenti climatici, in Antropocene e immaginari di ghiaccio), la ragione è da ricercarsi nel progressivo allungamento, a partire dal XV secolo, delle lingue glaciali fino a ridosso dei villaggi alpini, con conseguenze spesso fatali per gli abitanti. Il distaccamento di giganteschi blocchi di ghiaccio provocava frequenti e letali ostruzioni dei corsi d’acqua con conseguenti allagamenti. La progressiva estensione dei ghiacciai sottraeva terreno fertile per l’agricoltura e pascoli per l’allevamento. È in questo contesto ecologico e socio-economico che prendono forma e si delineano le leggende di draghi e mostri. Un folklore che affonda le sue radici nell’etimologia stessa della parola drago associata all’acqua: sia nella sua forma liquida che solida. I draghi delle Alpi affollano l’immaginario alpino come mostri capaci di distruggere in una sola notte interi villaggi. I ghiacciai che scendono a valle diventano lingue di drago minacciose e imprevedibili. Imprevedibili tanto per il superstizioso abitante dei villaggi alpini, quanto per scienziati e naturalisti che fino alla fine del Seicento si sono ben guardati da mettere piede sulle fredde lande alpine. Meglio dedicarsi all’esplorazione di isole esotiche e sperdute: meteorologicamente più accoglienti.

Draghi e acqua, dicevamo; ed ecco che qua e là nelle Alpi incontriamo il termine dragonàre col significato (in epoca napoleonica) di allagare, oppure la parola dracare come sinonimo di grossa nevicata. La faccenda dei draghi nelle Alpi è comunque storia vecchia, visto che anche le regioni pedemontane conservano tracce di draghi nel loro ciclo fondativo. È un drago a minacciare l’antica Augusta Taurinorum ed è un toro (rosso) a sconfiggerlo. È sempre un drago a mettere in pericolo la sopravvivenza del vallone di Loo (siamo in Val d’Aosta) ed è ancora un torello a metterlo in fuga.

Ma torniamo ai draghi propriamente alpini, che è l’argomento che ci interessa. Così come, per un certo periodo, ha interessato fior fiore di naturalisti e studiosi settecenteschi che hanno raccolto nel corso della loro carriera più di una testimonianza di avvistamenti di draghi. Ce ne dà una sommaria classificazione Edward Topsell, chierico inglese vissuto a cavallo tra Seicento e Settecento nella sua opera The History of Serpents. Nella sezione dedicata ai draghi leggiamo infatti che:

Vi sono draghi che hanno ali e nessuna zampa, altri hanno sia zampe che ali, e altri ancora né zampe né ali, ma sono distinti dal tipo comune di serpenti unicamente in virtù della cresta che cresce sulle loro teste, e dalla barba sotto le loro guance.

“Consulente” scientifico di Topsell, fu un certo Conrad Gessner, guarda caso originario della regione alpina; nato in Svizzera, a Zurigo nel 1516, e autore di alcuni dei disegni che compaiono nell’opera. Il fatto che Topsell credesse davvero nell’esistenza di queste creature sembra poco probabile, ma ciò che conta è la bizzarra e, per nostra fortuna, attenta descrizione di animali (reali), accanto a mostri e bizzarrie naturalistiche che si traducono, in altri luoghi, nella realizzazione delle wunderkammer.

Il fatto che Edward Topsell non abbia mai messo un piede sulle Alpi lo rende, nella nostra storia dei draghi alpini, se non sospetto, perlomeno poco attendibile; almeno rispetto a naturalisti ed esploratori come Johann Jakob Scheuchzer che vanta un’affinità con il panorama alpino ben più stringente. Nato e cresciuto in terra elvetica, fu membro della Royal Society e intraprese i primi viaggi scientifici delle Alpi a partire dal 1693. Non esente da cantonate colossali, come la sua attribuzione dei fossili a resti del Diluvio Universale, fu comunque esploratore attento e curioso che nella sua ricerca non mancò di annotare i terribili e pittoreschi racconti dei draghi che all’epoca popolavano le Alpi.
A riprova di questo troviamo nella sua opera del 1723 (Itinera per Helvetiae alpinas regiones) una serie di curiose e intriganti rappresentazioni di draghi montani che mostrano indubbie somiglianze con la classificazione dracologica presente nell’opera di Topsell. È lo stesso Scheuchzer a parlarci nel suo libro dei due draghi più comuni, stando alle testimonianze raccolte, dell’arco alpino: il Tatzelwurm e il Lindworm.

A meno che non siate esperti di draghi, può essere utile ricapitolare le morfologie dragonesche affrontate finora:

  • Tatzelwurm: corpo di serpente, lunga coda, due o quattro zampe;
  • Lindworm: serpe drago con due zampe e senza ali;
  • Iaculo: corpo di serpente e due ali;
  • Viverna: corpo di serpente con ali e due zampe;
  • Anfittero: drago alato e senza zampe.

I primi due sembrano essere, in base alle testimonianze orali raccolte, i più comuni nell’arco alpino; gli altri tre li trovate localizzati nei film di Hayao Miyazaki, nei libri di George R. R. Martin e ai piedi dei colli bolognesi nel libro di Ulisse Aldrovandi Serpentum et Draconum historiae libri duo, pubblicato a Bologna nel 1604. Se non avete mai sentito parlare dell’Aldrovandi, vale la pena dare un’occhiata all’articolo a lui dedicato su Bizzarro Bazar, scritto da Dario Carere. Se volete vedere il famoso drago di Bologna da lui descritto, seguite questo link (la creatura in questione è a pagina 404).

E visto che Ulisse Aldrovandi non è certo tipo che si risparmia nel rappresentare figure mostruose e straordinarie, sempre nel suo Serpentum ed Draconum historiae, ci regala una serie di quattro disegni di draghi alati, bipedi e non.

Ulisse Aldrovandi è figura tipica del Seicento, in cui la curiosità scientifica si unisce a un più ampio interesse per tutto ciò che è bizzarro, mostruoso e stupefacente. Un’attitudine da cui appare anni luce distante il naturalista e scienziato svizzero Horace Bénédict de Saussure che, infatti, nelle sue numerose esplorazioni delle montagne alpine, di draghi non ne vide neppure uno. È a partire dalla seconda metà del Settecento che l’immaginario alpino, in fatto di draghi, subisce un lento e inesorabile impoverimento. Là dove un tempo fiorivano mostri e temibili lingue di drago pronte a inghiottire interi villaggi, la curiosità scientifica del de Saussure incontra solo oggetti naturali e fenomeni che devono essere compresi, studiati e, se possibile, spiegati.
Curiosità scientifica che si accompagna alle prime incursioni turistiche verso uno dei più grandi e temibili draghi delle Alpi: il ghiacciaio di Chamonix. È all’estate del 1741 che possiamo far risalire la scoperta della Mer de Glace, nell’avventurosa ascesa di un drappello di scapestrati inglesi che dopo ore di cammino giungono in vista di un ghiacciaio che fino a pochi anni prima era popolato da draghi e demoni. Gli stessi descritti negli anni venti del Settecento da Jakob Scheuchzer.

È l’inizio del turismo glaciologico che avrebbe, nei decenni a venire, resa celebre la località francese di Chamonix tra gli appassionati della montagna. I draghi delle Alpi si ritirano, lasciando spazio poco a poco alle folle di turisti e ai primi alpinisti, e assistono, a distanza, alla nascita di alberghi, funivie e strutture ricettive. Certo, il loro territorio fa ancora paura, suscitando terrore e meraviglia in chi capita da quelle parti. Sul ghiacciaio della Mer de Glace, Mary Shelley, che lo visitò in compagnia del marito nel 1816, avrebbe ambientato una scena del suo Frankestein. Ma è un fascino paragonabile, con le dovute proporzioni, a quello suscitato dalla funivia del Monte Bianco in chi osservi l’imponente ghiacciaio dall’alto delle sue cabine. Ben diverso dall’imprevedibile paura di ciò che non può essere spiegato e neppure controllato.
Nell’arco di un secolo il territorio alpino sarebbe mutato così radicalmente che oggi si fatica anche solo a pensare come un tempo quei luoghi fossero popolati da draghi e demoni. Naturale far coincidere a questo punto il ritiro dei draghi con le condizioni attuali in cui versano i ghiacciai alpini. Naturale, certo, ma anche necessario, perché immaginare il Monte Bianco senza neve può servire a comprendere dove siano andati a finire i temibili draghi delle Alpi. È così che folklore, leggende e tradizioni si legano all’ecologia di un territorio che, mutando, muta anche la rappresentazione che i suoi abitanti ne fanno.
I draghi, dalle Alpi, sono scomparsi; e non solo loro.

Ipnotismo nella morgue

Parte prima: Trance mortale

8 novembre 1909, Opera House di Somerville nel New Jersey.
Il Professor Arthur Everton era un uomo dalle maniere gentili, con una voce soave e un bel paio di mustacchi neri. L’ipnotismo era una sua passione giovanile, e dopo un periodo passato a traslocare pianoforti, era da poco tornato a calcare il palco. Ma non aveva perso lo smalto dei vecchi tempi: dominava ancora la scena con garbo e sicurezza.
Il suo show serale volgeva al termine; fino a quel momento l’ipnotista aveva divertito il pubblico costringendo i suoi soggetti a pescare con una lenza invisibile, e altre amenità del genere. Ora però annunciò il gran finale.

L’elettricità era palpabile mentre i suoi occhi magnetici scrutavano intensamente la platea, fila dopo fila, alla ricerca del soggetto del suo prossimo esperimento. E il pubblico, come sempre in questi casi, era combattuto.
C’erano alcuni, tra gli spettatori e le spettatrici, che abbassavano timidamente lo sguardo per timore d’essere chiamati sul palco, non avendo alcuna intenzione di rendersi ridicoli di fronte a tutti. Altri invece speravano in segreto d’essere scelti: o si figuravano abbastanza lucidi da sfidare il Professore, resistendo all’intensa forza di volontà dell’ipnotista… oppure erano inconsciamente allettati dall’idea di perdere il controllo per qualche minuto, per gioco, senza grosse conseguenze.
Finalmente, un uomo alzò la mano.
“Ah, abbiamo un volontario!”, esclamò Everton.

L’uomo salì sul palco. Si trattava del trentacinquenne Robert Simpson, un rubicondo marcantonio, grande e grosso. Il Professor Everton lasciò che il pubblico applaudesse questo coraggioso sconosciuto, e poi procedette a farlo cadere in uno stato catalettico. Secondo il New York Times

eseguì alcuni passaggi, ordinò a Simpson di diventare rigido, e così fu. Everton poi chiamò gli assistenti per stendere il corpo tra due sedie, la testa appoggiata sull’una e i piedi sull’altra, e salì in piedi sullo stomaco del soggetto per poi discenderne. Due assistenti, sotto suo ordine, alzarono Simpson in posizione eretta ed Everton, battendo le mani, gridò: ‘Rilassati!’.
Il corpo di Simpson si ammorbidì così in fretta da sfuggire alle mani degli assistenti, e la sua testa colpì una delle sedie mentre scivolava giù sul pavimento.

Tutti compresero subito, anche solo guardando la faccia attonita degli assistenti, che quella non era una certo una sceneggiata concordata in anticipo. Il Professor Everton — che in realtà non era nemmeno un vero professore — a questo punto fu preso dal panico. Lui e i suoi collaboratori cercarono di risvegliare dalla trance il malcapitato, scuotendolo in ogni maniera, ma l’uomo non rispondeva a nessuno stimolo.
Everton, sempre più isterico, riuscì a squittire un grido d’aiuto chiedendo se vi fossero medici in sala. Tre dottori, che erano stati invitati allo spettacolo dal manager del teatro, arrivarono in soccorso; ma nemmeno i loro tentativi di rianimare Simpson ebbero fortuna. Il Dr. W. H. Long, medico della contea, alzò lo sguardo dal corpo e fissò serio l’ipnotista.
“Questo è morto stecchito”, sibilò.
“No, è ancora in trance”, replicò Everton, e cominciò a battere le mani vicino alle orecchie di Simpson, e a scuotere il cadavere dell’uomo.

Quando arrivò la polizia, il Professor Everton era ancora intento a cercare di risvegliare il suo volontario. Venne arrestato seduta stante con l’accusa di omicidio colposo.
Mentre lo portavano fuori dall’Opera House, in manette e a testa bassa, i suoi occhi non sembravano più così magnetici, ma soltanto atterriti.

Parte seconda: Lazzaro, vieni fuori

Il giorno successivo, il corpo senza vita di Robert Simpson giaceva coperto da un lenzuolo nero nell’obitorio dell’ospedale di Somerville, in attesa dell’autopsia.
A un tratto la porta si aprì quattro uomini entrarono nella camera mortuaria. Tre di loro erano dottori.
Il quarto si avvicinò al cadavere e liberò dal sudario le livide membra. Respirando a fondo, toccò prima le guance del morto; poi avvicinò il capo sul petto di Simpson come per auscultarlo. Nessun battito. Infine appoggiò delicatamente tre dita sulla fredda pelle dello sterno, pose le labbra all’orecchio della salma e cominciò a parlare.
“Ascolta, Bob, l’azione del tuo cuore è forte… Bob, il tuo cuore sta cominciando a battere.”
Poi si mise di colpo ad urlare: “BOB, RIESCI A SENTIRMI?”
I tre medici si scambiarono un’occhiata perplessa.
La voce dell’uomo ricominciò, stavolta nuovamente sussurrando: : “Il tuo cuore sta ripartendo, Bob…”
Simpson, steso sul tavolo, non si mosse.

La strana scena si protrasse per un bel po’, fino a quando i medici spazientiti non decisero che quella farsa era durata anche troppo.
“Mr. Davenport, direi che è sufficiente.”
“Ma ci siamo quasi…”
“Basta così.”

Parte terza: Death Is Not The End

L’uomo che cercava di resuscitare il morto si chiamava William E. Davenport, ed era un amico del Professor Everton (provenivano entrambi da Newark). Davenport svolgeva ufficialmente la mansione di segretario per il sindaco ma si dilettava anche di ipnotismo e mesmerismo.
Il sedicente Professore in quel momento si trovava in galera “spaventato e scosso”, in attesa che il gran giurì decidesse come procedere con il suo caso. Everton sosteneva — e forse voleva disperatamente convincere anche sé stesso — di aver gettato il suo soggetto in una trance tanto profonda da sconfinare in uno stato di morte apparente. Dicendosi sicuro che Simpson si trovasse in realtà ancora in catalessi, il Professore tanto aveva brigato che era riuscito a convincere le autorità a concedergli quel bizzarro tentativo di rianimazione ipnotica. Essendo confinato in cella, si era accordato per mandare l’amico Davenport nella morgue al suo posto.

Purtroppo quest’ultimo (forse perché era solo un dilettante?) non era riuscito a risvegliare il morto. Per un breve momento si parlò anche di far arrivare un terzo ipnotista da New York per provare a riportare in vita la vittima, ma non se ne fece nulla.
Quindi rimaneva da chiarire se Simpson fosse morto a causa del peso sopportato mentre era in stato catalettico e l’ipnotista gli era salito sulla pancia, oppure se tutto l’incidente non fosse stata una tragica coincidenza.
L’autopsia mise fine alla suspense: Simpson era morto per la rottura dell’aorta, e secondo i medici probabilmente soffriva di quel silente aneurisma da molto tempo. Non c’erano prove conclusive che lo sforzo sopportato durante il numero di ipnotismo fosse la vera causa della morte, che alla fine venne dichiarata naturale.

Everton, ormai al collasso nervoso totale nella sua cella, anche dopo l’autopsia continuava a ripetere che Simpson era vivo. Venne rilasciato su cauzione, e dopo tre settimane il gran giurì decise di non procedere nei suoi confronti.
Fu la fine di un incubo per il Professor Everton, che si ritirò dalle scene, e la chiusura di un caso che aveva tenuto con il fiato sospeso i lettori dei quotidiani — e soprattutto gli altri ipnotisti. In fin dei conti, sarebbe potuto succedere a chiunque di loro.

Ma la reputazione degli ipnotisti non venne danneggiata da questo clamore, anzi; essi acquisirono un fascino ancora più sinistro e conturbante. E seguitarono, come facevano prima, a sfidarsi a suon di esibizioni sempre più spettacolari.
Già l’11 novembre, a soli tre giorni dalla sventurata esibizione di Everton, il New York Times titolava:

IL RIVALE DI EVERTON TRIONFA: Altro ipnotista di Somerville mette TRE uomini sul petto del suo soggetto.

D’altronde, nello show biz, “lo spettacolo deve andare avanti”.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 21

“La mia vanitas ha più teschi della tua!” (Aelbert Jansz. van der Schoor, versione ad alta definizione)

  • Mariano Tomatis racconta la vicenda di Doña Pedegache, mentalista portoghese del Settecento; e come al solito la sua scrittura sorprende e commuove.
  • Visto che siamo in Portogallo, facciamo una visitina alla Capela dos Ossos con questo bel post di Cat Irving.
  • 21 agosto 1945: il fisico Harry Daghlian stava facendo una bella pila di mattoni di carburo di tungsteno attorno a una sfera di plutonio, quando un mattone gli scivolò di mano e portò il nucleo in condizione di supercriticità. Daghlian morì 25 giorni dopo.
    21 maggio 1946: il fisico Louis Slotin stava lavorando su una sfera di plutonio — ma non una qualunque: la stessa sfera che aveva ucciso Daghlian. Per separarne le due metà, ebbe la brutta idea di usare un cacciavite. Il cacciavite scivolò, la parte superiore cadde. Slotin morì 9 giorni dopo.
    La povera sfera di plutonio, da quel momento in poi, non ebbe più una buona reputazione, e si guadagnò pure un nomignolo poco lusinghiero.

  • Ma la storia del nucleare è piena di incidenti incredibili. C’e un aspetto, a proposito del Progetto Manhattan che portò alla creazione delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, di cui non si parla spesso: gli esperimenti umani su cavie non consenzienti. Prendete per esempio Albert Stevens, che sopravvisse alla dose di radiazione più alta mai accumulata nel corpo di un essere umano quando gli scienziati gli iniettarono in vena, a sua insaputa, 131 kBq di plutonio.
  • Tutti a parlar male del povero HAL, ma forse è il caso di rivalutarlo. In 2001: Odissea nello spazio, il famigerato supercalcolatore uccide alcuni astronauti, e viene infine ucciso esso stesso. Ormai che ci siamo, e le intelligenze artificiali sono realtà, tocca cominciare a porsi dei problemi sull’etica dell’assassinio da parte delle macchine, ma anche dell’assassinio delle macchine.
  • Breve storia dei bambini spediti via posta.

  • La sempre eccellente Lindsey Fitzharris (autrice di L’arte del macello) ci delizia con qualche aneddoto sui trucchi di bellezza di un tempo. Per esempio il metodo per rendere attraenti le parrucche settecentesche, cioè cospargerle con il lardo. Attraenti, s’intende, soprattutto per pulci e pidocchi.
  • Un geologo scoprì una caverna antichissima, solo che si accorse subito che non era una cavità naturale. Qualcuno o qualcosa l’aveva scavata. E cos’erano quegli enormi segni di graffi, prodotti da giganteschi artigli, su tutte le pareti…? Quando la realtà supera Lovecraft: ecco i tunnel sotterranei nei quali si aggirava la misteriosa megafauna preistorica.
  • Guardate il dipinto qui sotto. Si intitola Franz de Paula Graf von Hartig e sua moglie Eleanore come Caritas Romana ed è un’opera del 1797 di Barbara Krafft. Quando avete finito di ridere e/o sentirvi a disagio, scoprite cosa significa quel “caritas romana” nel titolo, e gustatevi altri esempi di vecchiardi allattati da giovani fanciulle.

  • Tweet paranormiao.
  • La prossima volta che dovete rifare il bagno, vi suggerisco di prendere spunto da questi WC settecenteschi per bibliofili.
  • C’è chi passa ore a scorrere le foto degli influencer. Io passerei le giornate a guardare il poeta, body builder e futurista russo Vladimir Goldschmidt che ipnotizza un pollo.

  • Soggetto per film d’azione/commedia drammatica.
    Titolo: White Trip.
    Concept: The Revenant incontra Paura e delirio a Las Vegas.
    Plot: Il soldato finlandese Aimo Koivunen, durante la Seconda Guerra Mondiale, sta pattugliando su sci un’area montana quando la sua unità si ritrova all’improvviso sotto il fuoco sovietico. Aimo comincia a scappare dall’imboscata, ma dopo aver sciato per lungo tempo si sente stremato; i nemici sono ancora alle calcagna, e si avvicinano sempre di più. Decide dunque di fare ricorso alle metanfetamine che il comandante gli ha affidato per tenere sveglie le truppe; ma, un po’ per via dei grossi guanti e un po’ perché deve continuare a sciare per salvarsi la pelle, non riesce a tirare fuori la pillola dalla confezione. Al diavolo!, pensa, e ingurgita l’intero barattolo. Di colpo ricomincia a sciare con un’energia inaudita, ma dopo poco tutto diventa sfocato, e Aimo sviene: si risveglia solo nella neve, separato dal suo plotone, senza cibo e in pieno delirio da overdose. Scia all’impazzata, evita altri soldati sovietici. A un certo punto riesce a catturare un uccellino che nella sua allucinazione gli appare come un bel pollo dorato allo spiedo; se lo mangia crudo, piume e tutto. Poi incappa in una mina che lo fa saltare in aria. Ma lui continua a sciare. Dopo aver percorso 400km e aver passato una settimana all’addiaccio, sanguinante e ormai ridotto a pelle e ossa, riesce finalmente a ritornare alle linee finlandesi. Quando lo portano in infermeria, il suo battito cardiaco è ancora il doppio di quello normale. Appena vede il medico Aimo dice: “Ciao caro, mica avresti una camomilla? Mi sento un po’ nervosetto e le tue antenne fanno riderissimo.”
    Tratto da una storia vera. (Grazie, David!)
  • Riflessione filosofica del giorno. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, allora l’anima è una specie di nera voragine, un cratere senza fondo:

  • Benvenuti nella chiesa più spaventosa del mondo. (Grazie, Serena!)
  • Simon Sellars (autore di Ballardismo applicato), ci racconta l’abbacinante bellezza di Google Earth — che non sta tanto nei panorami o nei tour virtuali, quanto piuttosto nei glitch del 3D, negli errori di rendering, negli incastri allineati male che rivelano il collage delle viste 360 creando effetti di percezione distorta. La mappa non sarà il territorio, ma è un territorio mentale.
  • Mi piace immaginare che, quando ormai la specie umana si sarà estinta da lungo tempo, gli archeologi alieni arrivati sulla Terra per studiare chi eravamo trovino come unico indizio questo filmato:

Mors in fabula

La morte ci spaventa perché ci hanno insegnato che deve farlo. Perché ce l’hanno raccontata così.

Se vogliamo sollevare almeno un poco questo pesante tabù, ci sono due cose da fare:
1) capire come e perché è nata la specifica visione della morte che abbiamo ereditato;
2) cominciare a raccontarla in maniera diversa, più creativa e serena, forgiare un nuovo sguardo, ripartire dalla meraviglia.

Usare tutti gli strumenti a nostra disposizione: il corpo, l’arte, la parola, il teatro. È quello che vogliamo fare con Mors in fabula, un evento di due giorni che si svolgerà a Palermo sabato 18 e domenica 19 gennaio.

Cominceremo dal corpo, con una performance dell’artista Gaetano Costa, che da anni esplora in maniera intensa e suggestiva i rapporti tra la materia, la carne e l’identità.

Proseguiremo con l’arte, inaugurando una fantastica mostra collettiva che abbraccerà la scultura, con le scenografiche creazioni di Cesare Inzerillo, ironico omaggio alle mummie delle Catacombe dei Cappuccini; il collage e la fotografia surrealista di Francesco Viscuso; la pittura, con i personaggi grotteschi e le atmosfere macabro/fiabesche di Sergio Padovani; e infine illustrazione e cinema con Stefano Bessoni, attraverso i disegni e i pupazzi utilizzati nei suoi film in stop-motion.

Il secondo giorno ci dedicheremo alla parola con un convegno, in cui oltre al mio intervento parleranno Francesco Romeo (docente di letteratura, sceneggiatura, analisi filmica) ed Eliana Urbano Raimondi (autrice e curatrice); avremo inoltre il piacere di chiacchierare con diversi artisti e studiosi (Stefano Bessoni, Rossana Taormina, Marco Canzoneri, Giuseppe Tarantino), il tutto intervallato da pause di degustazione di prodotti tipici. Questa ricognizione ad ampio raggio terminerà con una narrazione dell’attore Alberto Nicolino riguardo alla morte nelle fiabe popolari.

Per concludere, il teatro: all’interno degli stessi spazi della mostra, in un inedito dialogo con le opere esposte, verrà rappresentata l’opera Cruci e Nuci di Giuseppe Tarantino.

Mors in fabula vuole quindi essere un viaggio alla scoperta delle connessioni tra l’immaginario delle favole e quello della morte, un’esplorazione del registro poetico e fiabesco con cui alcuni artisti si approcciano a questi temi.
D’altro canto, fabula va inteso nel senso più generale di narrazione: saranno due giornate in cui proveremo a “raccontare la morte” in modo inedito.
Ripartendo, appunto, dalla meraviglia.

Per quanto riguarda le info pratiche: Mors in fabula si svolgerà a Palermo, e gli eventi avranno luogo in due sedi (la Sala Astrea di Palazzo Tagliavia e la sede dell’associazione).
È possibile iscriversi ai singoli eventi oppure acquistare tutto il pacchetto (convegno, mostra, performance, spettacolo). Trovate tutte le informazioni sul sito dell’associazione L’Arca degli Esposti, sulla pagina Facebook dell’evento, scrivendo una mail a questo indirizzo oppure chiamando il numero 3663462971.

Un fascino selvaggio (parte seconda)

Nella prima parte di questo speciale abbiamo parlato di cannibali, ma anche più genericamente del concetto del Selvaggio, oggetto di disprezzo e fascinazione nel XIX secolo.
Abbiamo analizzato un racconto di finzione e sottolineato come gli indigeni vennissero spesso usati come puri espedienti letterari per titillare il voyeurismo del lettore. Il tono di superiorità è peraltro lo stesso che si ritrova in molti resoconti di autentiche spedizioni dell’epoca.

Se questo approccio è oggi scomparso, almeno dalle narrative più evidenti, rimane almeno in parte la presunzione di una certa supremazia occidentale rispetto alla supposta arretratezza delle società tradizionali. A poco vale cercare di «sfatare il mito che nelle “società primitive” viga un’economia di sussistenza che a fatica riesce ad assicurare il minimo necessario per garantire la sopravvivenza della società»(1)La citazione viene questo interessante articolo di Andrea Staid sulle società cosiddette “primitive”, estratto dal suo libro Contro la gerarchia e il dominio. Potere, economia e debito nelle società senza Stato (Meltemi 2018).; permane anche l’idea che queste comunità vivano in maniera più “naturale”.
Questo aggettivo può sembrare positivo, addirittura un ammirato apprezzamento, ma sappiamo che il contrapporre la Natura alla Cultura – uno dei principi fondanti del pensiero occidentale – spesso concettualmente serve a separare la civiltà (nostra) dalla barbarie (degli altri).

Come dicevamo, le tribù in cui resistono elementi tradizionali sono ancora oggetto di enorme curiosità. Io stesso ne ho parlato estesamente su queste pagine, anche se ho cercato di descrivere i loro costumi in modo circostanziato.
Una cosa che non molti sanno, però, è che oggi si organizzano numerosi tour in zone remote del globo, per chi se li può permettere, alla scoperta (cito da una brochure) degli “ultimi sistemi di tribù, clan e rituali ancora intatti al mondo”.

È forse uno dei pochi brividi rimasti nella grande macchina del turismo globale, l’estrema frontiera dell’esotismo. Gite esclusive a sfondo più o meno marcatamente etnologico, i cui partecipanti però non sono antropologi ma turisti: e a voler essere cinici viene il dubbio che l’appeal risieda nei selfie con gli indigeni, o nelle danze tradizionali inscenate dalle tribù a beneficio delle fotocamere dell’uomo occidentale.

Però non bisogna fare l’errore di giudicare (o, peggio ancora, indignarsi) sulla base di qualche foto trovata su internet. Cosa si fa davvero in questi tour, come sono organizzati, quali attività propongono? Qual è la filosofia che ne sta alla base? Chi vi partecipa, e perché?

Marco è un lettore di Bizzarro Bazar, e uno di questi viaggi organizzati l’ha provato proprio quest’anno. Dopo aver seguito con interesse il resoconto della sua avventura sui social, gli ho chiesto di raccontarcene i risvolti in maniera più approfondita. L’intervista che mi ha concesso è dunque un’occasione unica per trovare una risposta a questi interrogativi.
(Nota: da questo punto in poi tutte le bellissime foto che vedrete sono opera sua.)

Ci puoi dire in poche parole che tipo di persona sei, di cosa ti occupi, quali sono le tue passioni?

Mi chiamo Marco Mottura, ho trentasei anni e sono di Busto Arsizio. Nella vita di tutti i giorni faccio il grafico, e come secondo lavoro (o, per meglio dire, come hobby pagato) il giornalista videoludico. Proprio i videogiochi sono ovviamente da sempre una delle mie più grandi passioni, insieme ai giochi da tavolo, all’horror a 360°, alla musica crossover e alla mia adorata Juventus.

Mi affascina tutto ciò che è strano, oscuro e macabro. Sono un ateo convinto. Mi vesto sempre di nero o di grigio. Cannibal Holocaust è il mio film preferito di sempre. Sono ossessionato da Il Giardino delle Delizie Terrene di Hieronymus Bosch.

Come sei venuto a conoscenza della possibilità di fare questo viaggio?

La colpa in realtà è indirettamente proprio tua, Dottor Cenzi. Grazie a Bizzarro Bazar qualche anno fa ho scoperto The Last Tuesday Society di Londra, e dopo aver visitato la wunderkammer di Viktor Wynd durante uno dei miei viaggi nella capitale inglese non ho potuto fare a meno di seguire l’eccentrico milionario su Instagram. Un annetto fa ho visto alcuni suoi post mentre era in Papua Nuova Guinea ad assistere alla cerimonia di passaggio in cui i giovani delle tribù del fiume Sepik si trasformano in Uomini-Coccodrillo. Gli ho fatto alcune domande su un riturale così inusuale e cruento, e alla fine della chiacchierata la risposta di Wynd è stata: “Nel 2019 comunque ritornerò da queste parti, se vuoi puoi venire con me.” Lui era serio, io pure… e quindi sono partito per davvero.

Quali erano le opzioni di viaggio?

Si potevano scegliere due diversi viaggi da undici giorni ciascuno, oppure il pacchetto completo (impensabile per quanto mi riguardava, per motivi di budget). La prima parte era incentrata maggiormente sulla natura, con birdwatching ed escursioni a tema floreale, mentre la seconda metà era senza dubbio più estrema, e culminava con la visita alle remotissime mummie di Aseki. Inutile specificare per quale delle due abbia optato io.

Cosa ti aspettavi da questa esperienza? Qual è stata la motivazione che ti ha spinto a decidere di imbarcarti per questa avventura?

Mi sono trovato in una fase particolare della mia vita, in un momento di profonda crisi personale legata a un periodo di depressione e difficoltà di vario genere. Spinto anche dalla mia ragazza, ho deciso di fare qualcosa esclusivamente “per me stesso”: inseguendo l’esotismo estremo che tanto mi affascina (tutti quei Mondo movies visti durante l’adolescenza devono aver lasciato un segno), ho pensato proprio a un viaggio fuori dagli schemi, avventuroso e sì, anche potenzialmente rischioso. Perché nella peggiore delle ipotesi quella che sembrava un po’ la trama di un film horror di serie B mi pareva un finale potenzialmente perfetto per il tipo di esistenza che ho sempre cercato di vivere.

La prospettiva di evadere dalla mia quotidianità, l’idea di guardare in faccia un universo sconosciuto e lontanissimo e di vivere sulla mia pelle uno shock culturale mi affascinavano. Prima di questa esperienza non ero neppure mai stato in campeggio!

Raccontaci brevemente come si è svolto il viaggio: quanti eravate, quali tappe avete fatto, ecc.

La spedizione era aperta a dieci persone provenienti da tutto il mondo, più i due leader. Il primo capogruppo era il già citato Viktor Wynd, l’eccentrico dandy e artista inglese(2)A Viktor Wynd e alla sua wunderkammer londinese ho dedicato un capitolo della mia guida London Mirabilia. presidente della Last Tuesday Society, mentre il secondo era Stewart McPherson, un naturalista tra i massimi esperti al mondo in materia di piante carnivore: un’autorità nel suo campo, con 35 specie scoperte e 25 libri pubblicati sull’argomento.

Otto dei partecipanti erano uomini, quattro le donne: in totale otto Inglesi, due Americani, una Sudafricana e io a rappresentare l’Italia. La più giovane aveva ventotto anni, il più vecchio quarantacinque.

Ci siamo incontrati all’aeroporto della capitale, Port Moresby, e da lì siamo subito partiti per le isole Trobriand. Abbiamo trascorso tre notti da quelle parti, poi ci siamo spostati a Lae, quindi siamo andati in jeep verso la regione delle mummie (facendo tappa a Bulolo, un’isolata città di minatori, e trascorrendo una notte in un villaggio sperduto fra le montagne insieme ai locali). Quindi ritorno di nuovo Lae e poi dritti verso Madang, dove si è concluso il viaggio. In definitiva, una marea di chilometri percorsi – spesso su sentieri quasi impraticabili –, quattro voli aerei interni e tantissimi paesaggi e culture differenti incontrati sul cammino, per quella che è la nazione con maggiore biodiversità sulla Terra.

Quali sono state le esperienze e i dettagli che ti hanno colpito di più?

Difficile riassumere un’avventura del genere in pochi elementi: a colpirti è la poderosa sensazione di trovarti fuori dal tempo e dallo spazio a cui sei abituato. Il buio assoluto della notte nella foresta, una volta celeste così luminosa e mozzafiato da non sembrare nemmeno il tuo stesso cielo, i colori del tramonto, le peculiari capanne che si vedono qua e là. Ma anche gli attimi di puro orrore – come la tartaruga di mare che abbiamo visto pescare e squartare direttamente sul molo appena arrivati alle Trobriand (laggiù c’è un’economia di sussistenza, quel che si cattura si mangia e si usa per fare artigianato) o il ragno gigantesco che mi è sgattaiolato la primissima sera in camera – mi hanno subito scaraventato nell’atmosfera che mi aspettavo dalla Papua Nuova Guinea.

Un momento decisamente magico è stato vedere i “chiamatori” di squali del villaggio di Kaibola, che nel giro di cinque minuti con un sonaglio di cocco hanno letteralmente attirato a sé gli squali, per poi catturarli usando una semplice lenza riavvolta a mani nude. Solo poche decine di persone al mondo sono ancora capaci di eseguire quello strano ed efficacissimo rituale, entrando in completa comunione con il mare per ammaliare la preda. Tornando a riva siamo stati circondati da un branco di delfini giocherelloni, abbiamo mangiato lo squalo appena pescato, e poi esplorato una grotta sotterranea fino ad arrivare a una fonte d’acqua dolce. Il tutto nel giro di un paio di ore.

Ovviamente per me rimangono indimenticabili anche le mummie, così come la già menzionata notte passata in un villaggio nella regione di Aseki, all’interno di una capanna senza elettricità, senza acqua corrente e senza nulla (ma con parecchio alcool portato dalle compagne inglesi!).

C’è stata una differenza culturale che ti ha sorpreso più di altre?

Sicuramente vedere gli effetti che ha noce di Betel sulle condizioni della bocca nei locali. Lì chiunque, dai 6 ai 99 anni, è abituato a masticare il nocciolo di questo frutto verde, delle dimensioni di un’albicocca, mischiandolo con una pianta di senape e con una polvere di conchiglie bruciate che chiamano lime. La combinazione di questi tre elementi determina una reazione chimica fortemente alcalina, che macchia denti e gengive di un color rosso sangue molto intenso… oltre a corrodere tutto l’interno della bocca, con esiti spesso cancerogeni. Nonostante ciò, continuano ad assumere la noce di Betel per i suoi effetti energizzanti e non solo: ho provato anch’io il nocciolo, dal sapore pessimo, i cui effetti sono a metà strada tra l’alcool e le anfetamine, con tanto di potenziale hangover.

Altra grande particolarità sta nei diversi costumi, nel modo di approcciarsi agli altri. Un esempio per tutti: per molti abitanti di villaggi sperduti, lavarsi i denti è una pratica inusuale e incomprensibile. Mentre avevo uno spazzolino in bocca mi è capitato di ritrovarmi fissato da una ventina di persone, radunatesi a pochi metri da me per osservare il mio strano rituale: in quel momento mi sono sentito come un animale allo zoo.

C’è stato qualche episodio spiacevole durante il viaggio?

Assolutamente nessuno. Anzi, la gentilezza della gente è stata spiazzante e commovente. Persone che non hanno letteralmente NULLA e che pure non lesinano mai un sorriso, una cortesia, un gesto di buon cuore. Così, per puro senso dell’ospitalità, senza aspettarsi assolutamente niente in cambio: solo e soltanto felici di incontrare qualcuno di diverso da loro, di strano, di proveniente da chissà dove, accogliendolo a casa con tutta la naturalezza del mondo. Capita che la gente si metta in fila per stringerti la mano, o che persone di ogni età interrompano qualsiasi attività per inseguire di qualche metro il nostro furgoncino.

Sono situazioni che fanno riflettere perfino un convinto nichilista come me, ormai senza più alcuna speranza per il presente e per il futuro: ti confrontano con un contesto abissalmente diverso da quello a cui siamo abituati nella nostra società “civilizzata”.

Qual è stato il rapporto, tuo e dei tuoi compagni di viaggio, con i nativi che hai incontrato? E qual era il loro atteggiamento nei vostri confronti? Sei mai stato a disagio in qualche situazione?

La Papua Nuova Guinea è un paese gigantesco, in cui si parlano 850 lingue, stracolmo di comunità microscopiche e dai mezzi estremamente limitati, ma non è in generale il luogo rimasto all’età della pietra che forse ci si potrebbe immaginare. Per capirci, anche sulle montagne di Aseki, nel bel mezzo della foresta a diverse ore di macchina dalla città, può capitare di imbattersi in qualche sporadica capanna che espone cartelli pubblicitari della Coca Cola o della compagnia di telecomunicazioni Digicel.

Certo, permangono zone particolarmente inaccessibili e popolazioni magari rimaste in qualche modo isolate, ma non era certo nostra intenzione avventurarci alla ricerca di chissà che (anche perché sarebbe stato idiota, irrispettoso e irresponsabile). Detto ciò, fa comunque sorridere sentire gli abitanti delle isole Trobriand parlare di “esplosione del turismo nel 2019” alla luce di un totale di ben settanta persone (noi inclusi) arrivate da quelle parti dall’inizio dell’anno.

Per il resto, mi ha stupito vedere quanto i locali fossero assai poco interessati alla nostra tecnologia: tutti sanno cosa sia uno smartphone o una macchina fotografica, e per quanto vedere la propria immagine catturata susciti ancora un minimo di interesse, nessuno è parso molto attratto dai nostri gingilli hi-tech. Per assurdo, il già citato spazzolino da denti ha fatto di certo più colpo di uno smartwatch.

L’unico momento di disagio, o per meglio dire un momento in cui ho avvertito un leggero senso di non avere il controllo della situazione, è stato al nostro arrivo alle Trobriand: ci siamo ritrovati sulla via principale dell’imbarcadero e tutta la popolazione locale si è ovviamente incuriosita ed è corsa a vedere da vicino i dimdim (gli stranieri). In un baleno ci siamo visti accerchiati da qualche centinaio di persone che cercavano di attirare la nostra attenzione per venderci cibo e manufatti, invadendo un po’ quello che è il nostro concetto di spazio personale. Niente di minaccioso, sia chiaro, ma mentirei se affermassi di non aver provato almeno in minima parte la sensazione che la cosa potesse degenerare da un momento all’altro. In realtà la tensione credo fosse solo nella nostra testa, visti i modi davvero squisiti degli abitanti di quella provincia.

Passiamo alla parte critica. Ne abbiamo parlato, e sai che ho parecchie riserve riguardo a questo tipo di viaggi organizzati. Mi sembrano un po’ la versione, aggiornata al late capitalism, dei colonialismi otto-novecenteschi: certo, abbiamo messo da parte moschetti e fruste, ma è difficile allontanare il sospetto che stiamo ancora “prendendo per la gola” le zone povere, mascherando questo sfruttamento con narrative esotiche e vendendo il pacchetto come “avventura da brivido” per turisti occidentali annoiati. Tu cosa ne pensi?

Non prendiamoci in giro: l’esotismo esasperato, l’elemento di rischio e la fascinazione per i paradisi perduti (senza tralasciare l’immaginario horror) fanno innegabilmente parte dell’equazione. Mentirei spudoratamente se dicessi che sarebbe stata la stessa identica cosa con una destinazione alternativa; il particolare culto dei morti della regione di Aseki, le mummie, l’idea di potercisi avvicinare e volendo anche di toccarle, sono tutti fattori che mi hanno spinto verso questo viaggio. Quindi sì, una sfumatura di dark tourism c’è, non ha senso girarci attorno.

Detto questo, più che una squallida revisione di certe pseudo-imprese colonialiste credo si tratti di una cosa legata più a un’indole da inguaribile thrill-seeker: nessun indigeno è stato “preso per la gola”, anzi al contrario credo che in alcune circostanze siamo stati noi occidentali a venire un po’ fregati! Per poter accedere al sito in cui stavano le mummie del villaggio di Angapena, dopo estenuanti trattative abbiamo dovuto pagare, nell’ordine: 3000 dollari in contanti, un generatore di corrente, due Samsung Galaxy e dosi non trascurabili di viveri. Insomma, le tribù locali non sono certo fatte di sprovveduti pronti ad essere sfruttati, e anzi sembrano aver compreso alla grande come fare affari.

Be’, appunto, gli smartphone scambiati per le mummie degli antenati mi sembrano proprio un esempio di quella logica — Mark Fisher l’aveva battezzata “realismo capitalista”(3)«Il potere del realismo capitalista deriva in parte dal modo in cui il capitalismo sussume e consuma tutta la storia pregressa: è un effetto di quella “equivalenza” che riesce ad assegnare un valore monetario a qualsiasi oggetto culturale, si tratti di icone religiose, pornografia, o Il Capitale di Marx. Provate a passeggiare per il British Museum: vedrete oggetti privati di ogni vitalità riassemblati come sul ponte di qualche astronave alla Predator, e potrete così godervi una potente rappresentazione di questo processo. Nella conversione di pratiche e rituali in puri oggetti estetici, gli ideali delle culture precedenti diventano strumento di un’ironia oggettiva e si ritrovano trasformati in artefatti.» (Mark Fisher, Realismo capitalista, 2018, p. 30). — in cui tutto diventa monetizzabile e perfino il sacro viene trasformato in un semplice prodotto. E d’altronde questa cosa non stupisce se, come sottolineavi tu, la pubblicità della Coca-Cola è arrivata perfino nel fitto della giungla.
Riguardo alla vostra presenza lì, qual era l’approccio degli organizzatori?

Ti assicuro che l’approccio era di rigoroso e indiscusso rispetto per le popolazioni, per le culture e per la flora e la fauna locali (su questi aspetti McPherson, in quanto naturalista, è stato davvero estremamente attento e solerte): non si è mai nemmeno accennato al famigerato cannibalismo, e il termine “cannibale” non è mai stato pronunciato da nessuno. Perché va bene cercare le emozioni forti, o subire il fascino di tradizioni macabre o cruente; ma la realtà in Papua Nuova Guinea non necessita certo di ulteriori forzature. Per fare un esempio, l’uccisione a colpi di bastonate sulla testa di un povero maiale in un villaggio è stata ai limiti del tollerabile, impossibile da comprendere per noi. Non c’era bisogno di aggiungerci storie di cannibalismo.

A giudicare da quanto scrivevi sui social, sei partito convinto che il viaggio potesse essere molto pericoloso. Hai addirittura fatto testamento! Retrospettivamente, secondo te c’era davvero questo elemento di pericolo o il viaggio era più sicuro di quanto ti aspettassi?

Volare da quelle parti è oggettivamente molto più pericoloso che altrove, per via delle condizioni climatiche. Si tratta più in generale di un’esperienza forte e in alcuni passaggi fisicamente stressante (seppur mai davvero impossibile); certamente non sarà un’impresa folle come scalare l’Everest, ma optare per una destinazione simile significa volersi mettere alla prova. Per quanto mi riguarda era tutto preventivato, e personalmente avrei accettato con grande serenità anche un esito tragico. Il fatto di non essere certo di tornare si legava a certe mie tendenze autodistruttive che non voglio negare.

Ritornato a casa sano e salvo, posso affermare che il viaggio si sia rivelato infinitamente meno pericoloso del previsto. Ma d’altronde Stewart McPherson e la sua organizzazione non hanno mai presentato il viaggio come un biglietto di sola andata per aspiranti suicidi. A fare dell’autentico terrorismo psicologico, alimentando falsi miti, sono state semmai altre parti in causa, come ad esempio il sito dell’unità di Crisi della Farnesina, Viaggiare Sicuri: la Papua Nuova Guinea sarà anche un paese povero e pieno di problemi, ma sconsigliare qualsiasi tipo di viaggio non necessario e parlare apertamente di “paese pericoloso ovunque” significa descrivere una realtà esasperata e ben diversa dal contesto che ho avuto modo di vedere con i miei occhi.

Qual è la cosa più bella che ti ha regalato questa esperienza? E più in generale quale sentimento ti ha lasciato?

Un’esperienza simile è piuttosto difficile da spiegare a chi non l’ha vissuta. Ho voluto fare un salto nel buio, ma alla fine sono tornato con un bagaglio di emozioni, di ricordi, di sensazioni che mi hanno davvero stravolto la vita. Certe situazioni ti fanno fare i conti con i tuoi limiti, ti fanno uscire a schiaffoni dalla tua comfort zone, ti legano alle persone che hai vicino: è spiazzante trovarti ad avere a che fare con un universo che è sempre il tuo, ma al tempo stesso non è il tuo. Da un viaggio simile non puoi tornare uguale a com’eri prima di partire: certe cose ti entrano dentro, ti guardano in faccia, ti ribaltano e ti cambiano. E alla fine puoi scoprire che di momenti così, un po’ come succede con la noce di Betel, non ne hai mai abbastanza.

Questa chiacchierata fornisce a mio avviso interessanti spunti di riflessione: in una realtà globalizzata, nulla rimane davvero “intatto”. Ha senso crucciarsene, o fa parte di un processo di cambiamento inarrestabile? Questi tour contribuiscono ad avvicinare la nostra sensibilità a quella di popoli distanti, riducendo così pregiudizi e disinformazione — oppure perpetuano una visione essenzialmente etnocentrista occidentale?

Lascio al lettore il compito di formarsi una sua idea. Da parte mia ringrazio ancora Marco per la sua gentilezza e disponibilità (potete seguirlo su Twitter e Instagram).

Note   [ + ]

1. La citazione viene questo interessante articolo di Andrea Staid sulle società cosiddette “primitive”, estratto dal suo libro Contro la gerarchia e il dominio. Potere, economia e debito nelle società senza Stato (Meltemi 2018).
2. A Viktor Wynd e alla sua wunderkammer londinese ho dedicato un capitolo della mia guida London Mirabilia.
3. «Il potere del realismo capitalista deriva in parte dal modo in cui il capitalismo sussume e consuma tutta la storia pregressa: è un effetto di quella “equivalenza” che riesce ad assegnare un valore monetario a qualsiasi oggetto culturale, si tratti di icone religiose, pornografia, o Il Capitale di Marx. Provate a passeggiare per il British Museum: vedrete oggetti privati di ogni vitalità riassemblati come sul ponte di qualche astronave alla Predator, e potrete così godervi una potente rappresentazione di questo processo. Nella conversione di pratiche e rituali in puri oggetti estetici, gli ideali delle culture precedenti diventano strumento di un’ironia oggettiva e si ritrovano trasformati in artefatti.» (Mark Fisher, Realismo capitalista, 2018, p. 30).

Un fascino selvaggio (parte prima)

Popoli da poco sottomessi, riottosi,
Metà demoni e metà bambini.
(Rudyard Kipling, Il fardello dell’uomo bianco, 1899)

Torniamo a parlare di un argomento più volte affrontato su queste pagine: il rapporto dell’Occidente con le tribù “primitive”.
Si tratterà di un doppio post. In questa prima parte esamineremo un racconto ottocentesco, e nella seconda un viaggio esotico svoltosi proprio quest’anno.
Due prospettive lontane nel tempo legate però da un elemento di continuità: l’ossessione occidentale per i “selvaggi” e per il cannibalismo.

Inizio subito col dire che entrambi gli articoli sono debitori a due lettori e amici di Bizzarro Bazar: nel primo caso si tratta di Giulio, di Mala Tempora Studio, che ha scovato il racconto di cui parleremo in questo post; nel secondo caso, il mio ringraziamento va a Marco, che è il matto che quel viaggio esotico l’ha fatto.

E partiamo quindi dalla chicca straordinaria scoperta da Giulio.
Il n. 28 del Giornale Illustrato dei Viaggi (Sonzogno 1923) vanta una delle copertine più incredibili di sempre. C’è tutto: il naufragio, i cannibali, feti in formalina e preparati anatomici.

Il macabro episodio viene dettagliatamente raccontato all’interno della rivista. Questo è il finale:

Ciò che mi resta d’aggiungere, o signori – continuò il dottor Stephenson – oltrepassa i limiti dell’inverosimile. Le tre immense casse, contenenti i pezzi anatomici, furono aperte in un batter d’occhio, ed il contenuto apparve agli occhi dei predoni, che non s’aspettavano certo un simile spettacolo. Credettero che fosse una riserva per nostro conto personale, e che dividendo il loro gusto per la carne umana, avessimo gelosamente nascosto il nostro tesoro.
Sapete che i pezzi anatomici sono preparati in modo da produrre una completa illusione.
Fu più che un saccheggio, fu una vera orgia da cannibali. Essi si strappavano con furore quei pezzi secchi come carta pesta, e che non avevano più che l’apparenza della carne. Volendo soddisfare al più presto possibile i loro mostruosi gusti, accesero una mezza dozzina di bracieri, su cui posero tosto i pezzi intieri, che guardavano con una gelosia mista ad ammirazione per l’abile macellajo che li aveva preparati.
Sotto l’influenza del calore, quell’arrosto insolito si rammollì alquanto, ma le materie injettate si liquefecero e caddero in larghe conchiglie di madreperla che quei cuochi abili e previdenti avevano posto al disotto.
Vi lascio pensare ciò che doveva essere quella salsa!
Per colmo d’orrore, il cadavere di Ben, che avevamo sotterrato ai piedi di un mirto, fu brutalmente esumato da essi, fatto in pezzi in pochi minuti con coltelli di pietra e con rara abilità.
Noi possedevamo inoltre una mezza dozzina di cervelli, e una serie completa di feti, conservati nell’alcool a 75°. Nuova scoperta, accompagnata da contorsioni da gorilla. Sturarono con precauzione, religiosamente, sto per dire, gli enormi vasi che li contenevano, e bevettero con una ghiottoneria senza paragone il liquore conservatore. Quel liquido infernale, che doveva bruciare il loro stomaco, portò la loro ubbriachezza al colmo, ed essi trangugiarono come aranci all’acquavite quegli sventurati avanzi che solo la scienza ha il diritto di studiare e mutilare senza profanazione.
Felici, ed ubbriachi quegli abbominevoli selvaggi barcollavano, urlavano a squarciagola e si battevano il ventre con una beatitudine profonda.
Finalmente si addormentarono al pari di foche.
All’indomani, nell’ora profumata, in cui il sole del mattino sorge dalle verzure, scuote la sua capigliatura sui giganti delle foreste, il cinguettìo dei pappagalli svegliò quei bruti. Stesero le membra come convitati beatissimi che si destassero da pacifico sonno, e si alzarono freschi e disposti, sgambettando come giovani kanguri. – Senza la presenza di qualche ossame di lugubre forma, nessuno avrebbe sospettato l’orribile festino del giorno precedente.
Che organo meraviglioso è lo stomaco australiano!…
Fedeli al loro impegno, malgrado la nostra mancanza, ci condussero a Ballaratre, dove arrivammo completamente a mani vuote.
Le ultime parole di quegli indegni figli della natura furono per sollecitare calorosamente dalla nostra benevolenza la spedizione di un carico completo di piccoli bianchi all’acqua di fuoco.
Non giudicammo opportuno rispondere.
Tre giorni dopo eravamo a Melbourne!

Ora, un po’ di background. Il Giornale Illustrato dei Viaggi e delle Avventure di Terra e di Mare era una rivista settimanale fondata da Edoardo Sonzogno e pubblicata in Italia dal 1878. La rivista si rifaceva in modo palese al Journal des Voyages et des Aventures de Terre et de Mer, fondata l’anno prima a Parigi da Charles-Lucien Huard, riprendendone anche alcuni articoli e resoconti.

Si trattava, sia per quanto riguarda il nostro Giornale Illustrato che per la controparte francese, di racconti di esplorazione geografica e di fiction rocambolesche, tanto che negli ultimi anni sulle pagine della rivista apparvero anche racconti di fantascienza e perfino horror.
Nel 1931 il Giornale chiuse i battenti per confluire ne Il Mondo.

Tornando alla copertina apparsa nel 1923, in realtà si trattava della riedizione di un’illustrazione di Horace Castelli per il romanzo d’appendice À Travers l’Australie: les dix millions de l’opossum rouge di Louis-Henri Boussenard, picaresco racconto di avventure australiane apparso nel 1878 sul Journal des Voyages e poi nel 1881 su La Récréation.

La fantasiosa novella, come abbiamo visto, è incentrata sulla trovata (non priva di genio) di combinare assieme due classiche fissazioni ottocentesche: l’anatomia e il cannibalismo.
La figura dell’anatomista era infatti ricorrente nell’Ottocento romantico (dagli Scapigliati ai naturalisti), quando la letteratura guardava alla nuova scienza positivista, e in particolare all’anatomia, con un misto di esaltazione e di interesse morboso. In questo caso in effetti il narratore è uno scienziato, anche se la patina “asettica” del resoconto accademico viene presto dimenticata per lasciare campo ai toni più macabri e sensazionalistici.

L’altro chiodo fisso che emerge qui è l’imperitura fascinazione per il cannibalismo e per il mito del “selvaggio”. Si tratta di un’ossessione dalla duplice natura: in primo luogo serve a rimarcare la superiorità degli occidentali, che si sono affrancati dallo stato bestiale.
La spocchia dell’esploratore/colonialista ottocentesco si rispecchia nel tono sprezzante riservato agli indigeni («abbominevoli selvaggi», «mostruosi gusti», «quei bruti»), condito spesso da paragoni animali («al pari di foche», «contorsioni da gorilla», «come giovani kanguri») e riferimenti allo stato pre-culturale («quegli indegni figli della natura»).
Al tempo stesso, però, questa fissazione è venata di una malcelata invidia per la libertà di costumi delle popolazioni “primitive”. Non a caso questi sono narrative che insistono sulla morbosità, e in cui spesso i “selvaggi” non sono altro che personaggi-funzione inseriti in situazioni stereotipate – la scusa perfetta per descrivere con minuzia di particolari (e con mano tremante, ovviamente, che a malapena osa procedere nel descrivere l’orribile scena) orge, violenze assortite e nudità.

Leggendo simili resoconti fantastici si ha l’impressione di confrontarsi non tanto con l’antropofagia (che peraltro nella realtà seguiva rigorosi rituali tutt’altro che orgiastici, spesso era interna alla tribù e limitata all’assunzione di piccole parti del corpo di un parente defunto in segno di rispetto) quanto piuttosto con un represso anelito di libertà dalle norme sociali.
Come affermavo riguardo alle teste mozze – quei macabri souvenir che gli occidentali portavano a casa dalle loro esplorazioni – il Selvaggio è uno schermo su cui proiettiamo l’immagine distorta di ciò che vogliamo che egli sia.

Ma bisogna tenere a mente che dietro ai racconti di cannibalismo c’era anche una motivazione strettamente politica: quella di fornire un alibi etico all’espansionismo colonialista.

Queste storie non servivano soltanto a far rabbrividire la gente a casa; fornivano anche le basi morali per la dominazione degli indigeni da parte dei coloni occidentali. Il cannibalismo era un atto innaturale, il comportamento più distante dall’essere considerato accettabile per gli Europei. I racconti di antropofagia potevano dunque giustificare l’annessione di terre straniere così come l’introduzione della morale cristiana in un paese. […] Etichettare i ribelli come cannibali affamati riduceva le loro rivolte a una battaglia tra civiltà e barbarie […]. Una repressione violenta diventava così la riposta più plausibile da parte delle autorità, e diventava necessaria una presenza coloniale costante per assicurare che nuove ondate di cannibalismo fossero scongiurate.

Fonte: The History Notes.

Potremmo pensare che l’ossessione occidentale per il cannibalismo e per le tribù “incontaminate” sia acqua passata, come il topos macchiettistico dell’esploratore in pentola, ma non è affatto così (si veda quest’altro articolo).
I cannibali prosperano ancora in fumetti, film horror e più in generale nell’immaginario collettivo.

Così tanto che c’è chi è disposto a spendere cifre non indifferenti e ad affrontare un viaggio che tutto è tranne che comodo e sicuro, pur di provare il brivido di trovarsi faccia a faccia con dei “veri cannibali”.
Ma di questo parleremo in maniera approfondita nella seconda parte.

La Carne e il Sogno: la conferenza

Per tutti quelli che non sono potuti venire, ecco il video della mia conferenza La Carne e il Sogno: Anatomia del Surrealismo, registrato il 24 Novembre 2019 al Teatro Tempo di Mezzo di Cecchina (RM).

In questa conferenza propongo un sorprendente percorso storico-iconografico che parte dalla medicina degli albori e approda ai più interessanti artisti contemporanei, per esplorare i rapporti tra Surrealismo e Anatomia.
Scopriremo il modo in cui l’interno del corpo umano venne affrontato dai primi anatomisti, intenti a cartografare questo nuovo territorio inesplorato, e da quegli artisti che a cominciare dal Novecento vi hanno visto la perfetta allegoria dell’inconscio, del rimosso e del “fuori scena”.

Un ringraziamento particolare a Max Vellucci e a Tempo di Mezzo che mi hanno ospitato. Buona visione!