Riguardando la webserie

Nei giorni scorsi sono stato ospite su 264 Zoom, trasmissione di approfondimento culturale di Cusano Italia TV.

È stata un’occasione per riguardare alcuni episodi della webserie, commentarli assieme al conduttore e giornalista scientifico Andrea Lupoli, chiacchierare di qualche curiosità a margine e segnalare in particolare un gustoso aggiornamento sulla questione dei processi agli animali.

Per chi se le fosse perse, ecco le due puntate andate in onda lunedì e mercoledì.

Il cervello del Poeta

Cosa ci fa il poeta Walt Whitman vicino a un manuale per autopsie?

Ecco un post su un libro curioso, e su un mistero durato più di un secolo.

IL LIBRO

Qualche giorno fa ho aggiunto alla mia biblioteca un testo che cercavo da tempo: una prima edizione, del 1903, di Post Mortem Pathology del Dr. Henry Ware Cattell.

Si tratta di un manuale autoptico piuttosto conosciuto all’epoca, e corredato da numerose fotografie che dettagliano i metodi usati alla fine dell’Ottocento per svolgere gli esami post-mortem.

Sul frontespizio campeggia una gustosa citazione in italiano dalla Divina Commedia:

I versi vengono dal Canto XXVIII dell’Inferno, e descrivono la pena inflitta a Maometto (parafrasi: «tagliato dal mento fin dove si scorreggia. / Gli pendevano le interiora tra le gambe; / si vedevano gli organi interni e il ripugnante sacco / che trasforma in merda ciò che si mangia»), qui chiaramente riportata per alludere alle autopsie, che offrono un analogo spettacolo macabro.

Post Mortem Pathology è un libro interessante per almeno due motivi storici.

Per prima cosa, contiene dei “consigli” su come ottenere dai parenti del morto il consenso per procedere all’autopsia; ma sarebbe più giusto dire che Cattell dà indicazioni su come raggirare i famigliari del defunto, ottenendo il consenso per esempio da qualcuno di «collegato alla famiglia, ma non necessariamente il parente più stretto», guardandosi bene dallo specificare quali parti anatomiche si vogliono preservare, ecc.
Il Dr. Cattell lamenta anche la mancanza di una legge che permetta di fare autopsie su tutti coloro che muoiono negli ospedali, indistintamente.

Come scrive James R. Wright, queste sono

«informazioni uniche e importanti sulla “pratica” locale del consenso all’autopsia a Filadelfia negli anni ottanta del 1800, che […] permetteva ai patologi di passarla liscia praticando autopsie senza consenso legale all’ospedale di Blockley. […] Questi approcci discutibili e altamente paternalistici al consenso dell’autopsia, sebbene ora moralmente incomprensibili, permisero notevoli correlazioni clinico-patologiche che fecero di Blockley un eccellente ambiente di insegnamento.» (1)James R. Wright Jr., Henry Ware Cattell and Walt Whitman’s Brain, in Clinical Anatomy, 31:988–996 (2018)

In secondo luogo il libro di Cattell descrive la procedura, sviluppata originariamente dal ginecologo Howard Kelly, per eseguire la rimozione degli organi interni per vaginam, per rectum, e per perineum.(2)Julius P. Bonello, George E. Tsourdinis, Howard Kelly’s avant-garde autopsy method, Hektoen International Journal of Medical Humanities (2020)

Il metodo consisteva nell’incidere la vagina, nelle donne, o l’ano negli uomini; infilando il braccio fino alla spalla all’interno del corpo, si procedeva a perforare il diaframma e sfilare cuore, polmoni, fegato, reni e il resto degli organi attraverso quell’unico taglio.

Perché tutta questa fatica?, ci si potrebbe chiedere.

La risposta è purtroppo legata a quanto detto sopra: si trattava di un trucco per eseguire un’autopsia in assenza di consenso legale; gli organi venivano tolti senza turbare l’aspetto esteriore della salma, in modo che i parenti non si accorgessero di nulla.

Ma la vera curiosità legata a questo libro è un’altra, e cioè il fattaccio in cui fu implicato il suo autore.

IL MISTERO DEL CERVELLO SCOMPARSO

Nel 1892 uno dei più famosi e celebrati poeti americani, Walt Whitman, morì.

Alla fine dell’Ottocento la frenologia era già stata screditata, eppure si credeva ancora che l’encefalo dei “geni” potesse mostrare qualche differenza rispetto a quello di una persona normale; per questo motivo anche a Philadelphia, come in altre città, esisteva un Brain Club, nomignolo per la Anthropometric Society, una sorta di loggia segreta di medici e patologi che si occupava di preservare i cervelli dei grandi uomini. (Ovviamente maschi, non donne, ma OK.)

Il famoso patologo William Osler, membro del “Brain Club”, conduce un’autopsia cerebrale all’obitorio di Bockley, Filadelfia.

Riunione di anatomisti a Filadelfia.

Henry Cattell ne faceva parte, e all’epoca della morte di Whitman vi rivestiva la carica di prosettore, cioè colui che eseguiva il “lavoro sporco” di aprire e dissezionare il corpo.
Fu lui dunque a occuparsi del cadavere del poeta durante l’autopsia che si svolse proprio a casa di Whitman a Mickle Street il 27 marzo 1892, sotto la supervisione del prof. Francis Dercum.

Il cervello dell’immortale cantore del “corpo elettrico” venne rimosso e affidato a Cattell perché raggiungesse quelli degli altri importanti intellettuali preservati in liquido dalla Anthropometric Society.

Solo che a questo punto qualcosa andò orribilmente storto, e il prezioso organo scomparve nel nulla.

Questo enigmatico incidente cambiò per sempre la vita di Cattell, facendolo dubitare delle sue doti di patologo tanto che egli decise di rarefare sempre più i suoi impegni in sala autoptica, e di dedicarsi alle pubblicazioni scientifiche. Post Mortem Pathology rappresenta, appunto, la prima delle uscite della sua casa editrice.

Ma cos’era successo davvero?

La prima testimonianza al riguardo venne pubblicata nel 1907 in un paper del Dr. Edward Spitzka, che si basava a quanto pare sulle confidenze fatte da Cattell ad alcuni membri della Società. Spitzka scrisse che «il cervello di Walt Whitman, assieme al vaso di vetro in cui era stato riposto, a quanto si dice venne fatto cadere per terra da un assistente distratto. Sfortunatamente, non se ne salvarono nemmeno dei pezzi.» (3)Edward Spitzka, A study of the brains of six eminent scientists and scholars belonging to the American Anthropometric Society, together with a description of the skull of Professor E. D. Cope, in Trans Am Philos Soc 21:175–308 (1907)

La notizia fece un certo scalpore, tanto da entrare evidentemente nell’immaginario comune: si dice che fosse proprio questo episodio l’ispirazione per la scena di Frankenstein (1931) in cui l’assistente del Dottore, introdottosi all’università in cerca di un cervello per la Creatura, lascia cadere il vaso con quello “normale” e ruba quello “anormale”.

Ma, come scrive ancora James R. Wright, «quello che non si capiva era perché i frammenti fossero stati buttati, visto che ci sarebbe comunque stato qualche interesse nell’esaminarli. Ancora meno chiaro era se fosse stato un assistente oppure lo stesso Cattell ad aver distrutto il cervello di Walt Whitman.»

Comunque sia, in assenza di altri indizi, per più di un secolo questa rimase la versione ufficiale. Poi, nel 2012, fece la comparsa all’asta su eBay il diario segreto di Cattell.

Henry W. Cattell durante la Prima Guerra Mondiale.

Il diario non menziona direttamente l’autopsia, ma da quando venne eseguita nel marzo 1892 fino a ottobre dello stesso anno gli appunti di Cattell hanno un tono ottimista – era, insomma, un periodo lavorativamente e finanziariamente positivo.

Poi, a partire dal 14 ottobre, le voci nel diario si fanno cupe e preoccupate: Cattell sembra di colpo dubitare delle sue stesse capacità, arrivando ad avere perfino dei pensieri suicidi.

Qui sotto la cronologia degli appunti, che delineano una storia ben diversa da quella dell’assistente che lascia cadere in terra il preparato:

13 ottobre 1892 — «Preparare i pezzi anatomici per la Società»

14 ottobre 1892 — «Sono un idiota.»

16 ottobre 1892 — «Vorrei saper tenere meglio traccia del mio lavoro. Spesso mi sembra di essere un tale smemorato, eppure riesco a ricordarmi certe cose che agli altri sfuggono.»

13 aprile 1893 — «Per molti versi sono un tipo strano. Perché mi sono liberato di Edwards? Con ogni probabilità perché ero geloso di lui.»

15 maggio 1893 — «Sono un idiota, un dannato idiota, incosciente e senza memoria, inadatto a qualsiasi posizione di rilievo. Ho lasciato che il cervello di Walt Whitman si rovinasse perché non ho chiuso il vaso per bene. Scoperto questa mattina. Questa sarà la mia rovina con la Anthropometric Society, ma anche agli occhi di Allen, forse di Pepper, Kerlin, e gli altri. E poi come sono finito in questi problemi finanziari, non lo so nemmeno io. Quando ho rotto con Edwards avrei dovuto dirgli di andare all’inferno. Ho preso in prestito ancora $500 da papà e mamma. Sono buoni e gentili. Mi sarei ucciso una dozzina di volte prima di adesso, se non fosse stato per loro.»

18 settembre 1893 — «Dovrei essere felice e suppongo di esserlo in un certo senso. Eccetto che per i miei genitori, potrei andarmene in Africa o morire e nessuno sentirebbe la mia mancanza.»

30 settembe 1893 — «Guardo indietro alla fiducia e all’autocontrollo che avevo l’anno scorso come fossero qualcosa di meraviglioso. Adesso finalmente so di non conoscere abbastanza la patologia per la posizione che occupo.»

Ecco dunque la verità: Cattell aveva sigillato male il vaso contenente il cervello di Whitman; il liquido era probabilmente evaporato, e l’organo si era seccato, decomposto oppure era stato intaccato da qualche muffa. Cattell aveva incolpato l’assistente Edwards, il quale a seguito del licenziamento aveva probabilmente cominciato a ricattarlo minacciando di dire la verità; questa estorsione, oltre ai problemi finanziari che l’avevano costretto a chiedere prestiti ai suoi genitori, aveva gettato Cattell in uno stato di depressione e sfiducia nelle sue capacità.

Pubblicando gli estratti del diario di Cattell per la prima volta nel 2014, Sheldon Lee Gosline scriveva:

«Eppure, perché confidare a un diario queste prove incriminanti, a rischio di essere pubblicamente smascherato? Chiaramente Cattell voleva lasciare una confessione che un giorno diventasse pubblica – cosa che ora, 120 anni dopo, è finalmente successa.» (4)Gosline, Sheldon Lee. “I am a fool”: Dr. Henry Cattell’s Private Confession about What Happened to Whitman’s Brain. Walt Whitman Quarterly Review 31 (2014), 158-162.

EPILOGO

9 giugno 1924.

Cattell aveva ormai 61 anni, e ne erano passati 32 dalla sfortunata autopsia di Whitman.

All’epoca, come ricorda Gosline, Cattell «non soltanto poteva contare sullo stipendio dell’università, ma faceva pagare gli assistenti per il privilegio di assisterlo in privato, forniva pareri e testimonianze da esperto di post-mortem su parcella, dirigeva una rivista medica profittevole, era un autore lodato e di successo. Tutto questo era possibile perché aveva evitato di cadere in disgrazia con l’incidente Whitman.»

Se la sua fortuna era dovuta all’aver taciuto la sua incompetenza nel preservare il cervello di un poeta, è con una poesia che, appropriatamente, il patologo conclude i suoi diari. Questi versi suonano come una sorta di bilancio della sua intera vita. E l’immagine che emerge è quella di un animo roso dal senso di colpa, convinto che tutta la sua onorata carriera sia stata guadagnata con la frode; un uomo diviso tra la piacevole sicurezza economica, a cui non riesce a rinunciare, e il bisogno di confessare la sua impostura.

Forse l’unico a sorridere di tutta questa faccenda sarebbe stato lo stesso Walt Whitman, conscio che il corpo individuale (contenitore di “moltitudini”) non è altro che mera espressione transitoria dell’universale: «Perché ogni atomo che appartiene a me, appartiene anche a voi.» (5)Walt Whitman, “Il canto di me stesso”, Foglie d’erba (1855)

Note   [ + ]

1. James R. Wright Jr., Henry Ware Cattell and Walt Whitman’s Brain, in Clinical Anatomy, 31:988–996 (2018)
2. Julius P. Bonello, George E. Tsourdinis, Howard Kelly’s avant-garde autopsy method, Hektoen International Journal of Medical Humanities (2020)
3. Edward Spitzka, A study of the brains of six eminent scientists and scholars belonging to the American Anthropometric Society, together with a description of the skull of Professor E. D. Cope, in Trans Am Philos Soc 21:175–308 (1907)
4. Gosline, Sheldon Lee. “I am a fool”: Dr. Henry Cattell’s Private Confession about What Happened to Whitman’s Brain. Walt Whitman Quarterly Review 31 (2014), 158-162.
5. Walt Whitman, “Il canto di me stesso”, Foglie d’erba (1855)

Un segno dal cielo

1954. Quella mattina di fine novembre l’aria era particolarmente limpida e fredda nella località dell’Alabama chiamata Oak Grove, una manciata di case sparse tra gli alberi in periferia di Sylacauga.
Sembrava una mattinata come tante. Eppure un oggetto extraterrestre, che non proveniva da questo mondo, si apprestava a fare violentemente irruzione in quella piccola realtà contadina.

Ann E. Hodges, 34 anni, quel giorno non si sentiva troppo bene. Era a casa da sola perché suo marito Eugene, operaio, era uscito presto per recarsi al lavoro. Così verso l’ora di pranzo la signora Hodges decise di stendersi un po’ sul sofà per riposare. Mentre s’infilava sotto la trapunta, di sicuro non immaginava che quel sonnellino le avrebbe cambiato la vita per sempre.
Poco dopo un fracasso pauroso scosse la casa e una fitta lancinante al fianco la svegliò di soprassalto.

Più o meno alla stessa ora, il Dr. Moody Jacobs uscì dal suo ufficio per andare a mangiare un boccone. Camminando gettò un’occhiata al cielo terso, e si accorse che era tagliato in due da una striscia di fumo nero. Che fosse un aeroplano in avaria? Mentre stringeva le palpebre per vedere meglio, il silenzio fu squarciato da un enorme boato e la scia scura si aprì in una corolla di lingue di fumo bianco. Se si trattava davvero di un aeroplano, doveva essere esploso in volo.
Rientrato al suo ufficio verso l’una, il Dr. Jacobs ricevette una chiamata di soccorso: a quanto pareva, la signora Hodges era stata “colpita da una cometa”.
Probabilmente, salendo in macchina, il dottore dovette pensare a uno scherzo: sapeva bene che la casetta bianca dove abitavano gli Hodges stava proprio di fronte cinema di Oak Grove… che si chiamava, guarda caso, Comet Drive-In Theater e la cui insegna al neon mostrava una stella cadente.

Quando il medico arrivò sul posto, la signora Hodges era sotto shock. Mentre dormiva sul divano — raccontò la donna — una roccia grande come una noce di cocco aveva sfondato il soffitto e, dopo aver centrato la radio fracassandola, era rimbalzata verso di lei colpendola al fianco e a una mano.

La notizia si diffuse immediatamente, tanto che al rientro dal lavoro il signor Eugene Hodges dovette farsi largo tra la folla di curiosi assembrati di fronte a casa sua.
Il geologo George Swindel, che stava effettuando dei rilievi nelle vicinanze, avanzò l’ipotesi che la roccia fosse un meteorite; ma poiché in tempi di guerra fredda era meglio essere sicuri, la polizia portò la pietra alle autorità della Air Force Intelligence. Confermato che si trattava proprio di una condrite, cominciò un circo mediatico senza precedenti per la piccola comunità di Oak Grove: Ann era la prima vittima accertata di un evento così straordinario, in epoca moderna. E di conseguenza, il Dr. Jacobs divenne l’unico medico ad aver curato un trauma da meteorite.

Ann era sicura che quella pietra piovuta dallo spazio fosse un segno divino: «Dio voleva che il meteorite fosse mio. Dopo tutto, ha colpito me!»
Anche suo marito Eugene era convinto di poter fare una fortuna grazie a quel dono celeste. Furibondo perché la polizia aveva aveva portato via la roccia per le analisi, ingaggiò un avvocato in modo da averlo indietro. Nel frattempo rifiutò perfino una generosa offerta dello Smithsonian Institute, deciso com’era a far fruttare il più possibile quel meteorite: le loro vite, se lo sentiva, stavano per cambiare.
E in effetti cambiarono — purtroppo non per il meglio.

Giornali e televisioni diedero l’assalto alla coppia, e Ann venne addirittura invitata nella trasmissione I’ve Got A Secret, in cui delle celebrità dovevano indovinare il “segreto” dell’ospite di turno.
Subito dopo però la coppia si trovò invischiata in una causa legale: infatti i due vivevano in affitto e la proprietaria della casa, Birdie Guy, seccata di aver dovuto sborsare i soldi per riparare il tetto, reclamava il possesso della pietra spaziale caduta sulla sua proprietà. La signora Guy vinse in numerosi appelli, e alla fine gli Hodges le corrisposero la cifra non indifferente di $500 per il possesso del meteorite.
Ma il processo era stato così lungo che quando finalmente la roccia tornò nelle loro mani, l’interesse dei media era già svanito da un pezzo. Gli Hodges si ritrovarono più poveri e più inaciditi di prima.
Divorziarono nel 1964.

Il meteorite finì per essere usato come fermaporta, finché Ann Hodges non decise di sbarazzarsene una volta per tutte donandolo al Museo di Storia Naturale dell’Alabama, a Tuscaloosa, dove è tuttora esposto.
A detta del marito e di chi la conosceva, la donna non si riprese mai emotivamente da tutta questa storia; la pietra caduta dal cielo lasciò su di lei dei segni ben più profondi di quelli fisici. Morì a 52 anni, nel 1972, per collasso renale.

Forse, dopotutto, quel pezzo di roccia — formatosi assieme al sistema solare, e che aveva viaggiato nello spazio per milioni e milioni di anni prima di finire la sua traiettoria nel salotto della Signora Hodges — era davvero un segno del cielo. Una metafora del Fantastico che, quando meno ce lo aspettiamo, fa breccia nella risaputa quotidianità sconvolgendo gli equilibri, ricordandoci la nostra stessa aleatorietà. Un simbolo di quanto le nostre minuscole storie individuali, e i nostri destini, siano intimamente legati allo sconfinato cosmo, là fuori.

O, forse, il segno divino indicava qualcos’altro ancora.
Sì, perché questa non è la vera fine della storia.

Infatti il meteoroide, al passaggio nell’atmosfera, si era diviso in due.
Come abbiamo visto il primo frammento aveva impattato sulla signora Hodges, rovinandole la vita. Ma il secondo frammento era stato trovato a qualche chilometro di distanza da un contadino afroamericano di nome Julius Kempis McKinney mentre guidava il suo carretto carico di legna. I muli si erano fermati recalcitrando davanti a una strana pietra sul bordo della strada, McKinney aveva spostato la roccia e continuato verso casa; ma quella sera, dopo aver sentito cos’era capitato agli Hodges, era tornato indietro e aveva raccolto il sasso.

A differenza degli Hodges, McKinney lo vendette subito allo Smithsonian Institute; e anche se non rivelò mai l’importo guadagnato, fu abbastanza per comprare alla sua famiglia una macchina e una casa nuova.

Quella pietra proveniente dallo spazio profondo aveva portato fortuna soltanto a un’umile e povera famiglia di braccianti neri, nell’Alabama del 1954; lo stesso anno in cui la Corte Suprema aveva dichiarato, con una storica sentenza, che la segregazione razziale nelle scuole pubbliche era incostituzionale.

(Grazie, Cristina!)

Visioni del Retrofuturo

Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita
di una bellezza nuova; la bellezza della velocità.

Un automobile da corsa col suo cofano adorno
di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo…
un automobile ruggente, che sembra correre
sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.
(Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, 1909)

Con l’arrivo del XX° Secolo, il mondo stava cambiando volto.
Nelle città, si poteva uscire anche di notte grazie all’elettricità che aveva cominciato a illuminare le strade; da poco erano state inventate le cineprese; nel 1901 grazie al suo telegrafo senza fili Guglielmo Marconi aveva lanciato il primo segnale radio transoceanico.

Soprattutto il settore dei trasporti stava facendo passi da gigante.
Il numero delle automobili aumentava ogni giorno, le catene di montaggio velocizzavano sempre più i tempi di produzione; Parigi e Berlino stavano dotandosi di sistemi di trasporto metropolitano sotterraneo, come Londra.
Non solo, si iniziavano a costruire ferrovie addirittura sospese sopra le case: nel 1901 nella cittadina tedesca di Wuppertal venne realizzata la Wuppertailer Schewebebahn, lunga 13,3 km con doppio binario e 23 fermate, ancora oggi in funzione. Un’opera audace e innovativa, che come vedremo ebbe un immediato impatto sull’immaginario collettivo.

Ma nemmeno il cielo sembrava più così impossibile da conquistare.
Nel 1900 il tedesco Ferdinand Von Zeppelin aveva sorvolato il Lago di Costanza con il suo nuovo dirigibile rigido che, a differenza delle mongolfiere, poteva essere controllato e guidato.
Da oltreoceano, poi, arrivavano notizie di alcuni spericolati ingegneri che stavano provando a lanciarsi in aria su nuovi tipi di velivoli dotati di ali e timoni.

Tutte queste innovazioni contribuirono ad alimentare fantasie utopiche di un futuro radioso e ipertecnologico che attendeva l’umanità. Come sarebbero state le città di domani?

Ci è possibile gettare uno sguardo a questo futuro possibile, a questo futuro sognato, grazie alle cartoline che circolavano a inizio secolo. Stefano Emilio, lettore di Bizzarro Bazar, ne ha raccolto diversi esempi: si tratta di fotografie reali di varie città – da Genova a San Francisco – reinventate in chiave avveniristica, a cui venivano aggiunti aerostati, aeroplani, navi volanti. Come potrete notare, la ferrovia sospesa nello stile di quella di Wuppertal è una costante, dato che evidentemente si era impressa nella fantasia popolare come emblema della trasformazione urbana.

Szombathely

Miskolcz

Atlantic City

Boston

Genova

Leominster

Boston

Revere Beach

Ma queste visioni erano davvero così ingenue e utopiche? In realtà esaminando meglio le immagini ci si accorge che in moltissimi casi viene rappresentato anche qualche tipo di incidente: pedoni investiti, macchine che si scontrano.

Le cartoline avevano dunque un doppio intento: da una parte proponevano la meraviglia inaudita di una città affollata di mezzi fantascientifici, dall’altra avevano un intento satirico (notate la nave intenta a coprire la tratta Genova-Marte!). Insomma, gran parte di queste immagini sembrano chiedersi, ironicamente, “con tutte queste diavolerie dove andremo a finire?”

La linea Marte-Genova

Un’ultima curiosità riguarda un incidente vero, accaduto proprio sulla ferrovia sospesa di Wuppertal.
Il 21 luglio 1950 il direttore del Circo Althoff ebbe la trovata, per farsi pubblicità, di far viaggiare sulla Wuppertailer Schewebebahn un elefantino femmina di quattro anni. Mentre il treno sospeso passava sopra il fiume, l’animale cominciò a barrire e a correre all’interno del vagone, causando il panico tra i passeggeri. Terrorizzato, sfondò una finestra e precipitò nelle acque del Wupper, dopo una caduta di 12 metri. Fortunatamente l’elefantina si salvò, e da allora venne chiamata Tuffi (proprio dall’italiano “tuffo”). Il direttore del circo e l’ufficiale che aveva permesso la corsa vennero multati, ma in compenso Tuffi divenne una piccola celebrità: ancora oggi è dipinta sulla facciata di una casa di fronte alla ferrovia, e l’ufficio del turismo vende un assortimento di souvenir relativi all’elefante.
Venne prodotta l’immancabile cartolina, con un fotomontaggio che ricostruisce l’incidente.

Oggi il futuro illustrato dalle cartoline di inizio Novecento può far sorridere, ma rimane un elemento fondamentale dell’immaginario sci-fi che ha permeato tutto il resto del secolo, da Metropolis (1927) fino alla sottocultura steampunk e al retrofuturismo vero e proprio.

I dirigibili solcano ancora i cieli in Blade Runner (1982).

(Grazie, Stefano Emilio!)

Wunderkammer Live!

Qualche anno fa avevo organizzato l’Accademia dell’Incanto, una serie di incontri con antropologi, artisti, anatomopatologi, registi e studiosi di stranezze nella cornice della wunderkammer Mirabilia di Roma.

Ora, in periodo di isolamento, il curatore di Wunderkammer Zurich, Christian D. Link, ha deciso di organizzare qualcosa di simile in live streaming su Facebook: il progetto si chiama Wunderkammer Live!, e prevede due giornate in compagnia di ospiti eccentrici ed eccezionali.

Chris D. Link (Photo by Raisa Durandi)

Le prime due date fissate sono il 18 e il 19 di Aprile, per un totale di dodici ospiti (sei ogni giorno, in diretta a partire dalle 16 fino alle 22).
Il lineup è davvero notevole: oltre al sottoscritto e all’amico Luca Cableri, che ormai conoscete bene se avete visto la mia webserie, il programma include interventi dell’antropologo forense Matteo Borrini, della tassidermista olandese Marjolein Kramer, del collezionista Viktor Wynd (altra vecchia conoscenza per chi segue Bizzarro Bazar), del grande artista svizzero Thomas Ott, del mentalista Luke Jermay, e molti altri.

La diretta streaming avverrà all’interno del gruppo Facebook di Wunderkammer Live!, quindi iscrivetevi; durante queste due settimane che precedono dell’evento avrete anche l’opportunità di conoscere meglio i relatori con dei post di presentazione.

In questo momento è più essenziale che mai tenere vivo il sense of wonder; l’iniziativa di Chris ha proprio lo scopo di ispirare, intrattenere, stupire e condividere le conoscenze eterogenee di alcuni professionisti della meraviglia. E ok, ci sono anch’io tra gli intervistati, ma personalmente non vedo l’ora di sentire cosa ci racconteranno gli altri ospiti.
Vi aspettiamo per un paio di pomeriggi davvero fuori dall’ordinario: ne abbiamo tutti bisogno!

I draghi delle Alpi

Articolo a cura del guestblogger Giovanni Savelli

In una montagna sempre più civilizzata, antropizzata e turisticamente affollata, si fa fatica a trovare il bizzarro. I mostri si sono ritirati verso luoghi ancora inaccessibili. Una migrazione teratologica che ha riguardato le Alpi, ancor prima di zone di confine come i Carpazi o le catene montuose della Norvegia settentrionale; dove ancora qualche sparuto gruppo di troll sopravvive a stento di fronte all’allargarsi dell’areale umano, temporaneo o stanziale che sia.

Eppure per secoli, e comunque fino a metà del Settecento, la più imponente e grandiosa catena montuosa d’Europa è stata un oggetto naturale da osservare a distanza. Se possibile una distanza commisurata alla potenza di binocoli o di osservazioni naturali che non implicassero un pericoloso avvicinamento all’oggetto osservato. La passione moderna per le altezze, e l’ancora più recente accanimento a mettere piede sulle cime più alte del mondo, non interessava affatto né i viaggiatori né i naturalisti dell’epoca. Nel bel mezzo della civilizzata Europa, le Alpi e le sue cime più elevate erano osservate con una certa indifferenza dagli esploratori, e con totale diffidenza da parte di chi, con quelle cime, doveva farci i conti ogni sacrosanto giorno.

Una vicinanza scomoda e foriera di guai per chi abitava le valli di Chamonix o il vicino villaggio di Courmayeur nel corso della Piccola Era glaciale, quando le lingue dei ghiacciai si erano fatte più invadenti e insidiose.
Questa percezione di pericolo e paura è confermata dalla stessa toponomastica con i suoi nomi tutt’altro che rassicuranti, Maudit o Dolant, a indicare oggetti naturali che suscitavano nel migliore dei casi diffidenza, nel peggiore un cieco terrore.

Incisione di H. G. Willink – Wilderwurm Gletscher (1892)

Come ci ricorda Elisabetta Dall’Ò (I draghi delle Alpi. Cambiamenti climatici, in Antropocene e immaginari di ghiaccio), la ragione è da ricercarsi nel progressivo allungamento, a partire dal XV secolo, delle lingue glaciali fino a ridosso dei villaggi alpini, con conseguenze spesso fatali per gli abitanti. Il distaccamento di giganteschi blocchi di ghiaccio provocava frequenti e letali ostruzioni dei corsi d’acqua con conseguenti allagamenti. La progressiva estensione dei ghiacciai sottraeva terreno fertile per l’agricoltura e pascoli per l’allevamento. È in questo contesto ecologico e socio-economico che prendono forma e si delineano le leggende di draghi e mostri. Un folklore che affonda le sue radici nell’etimologia stessa della parola drago associata all’acqua: sia nella sua forma liquida che solida. I draghi delle Alpi affollano l’immaginario alpino come mostri capaci di distruggere in una sola notte interi villaggi. I ghiacciai che scendono a valle diventano lingue di drago minacciose e imprevedibili. Imprevedibili tanto per il superstizioso abitante dei villaggi alpini, quanto per scienziati e naturalisti che fino alla fine del Seicento si sono ben guardati da mettere piede sulle fredde lande alpine. Meglio dedicarsi all’esplorazione di isole esotiche e sperdute: meteorologicamente più accoglienti.

Draghi e acqua, dicevamo; ed ecco che qua e là nelle Alpi incontriamo il termine dragonàre col significato (in epoca napoleonica) di allagare, oppure la parola dracare come sinonimo di grossa nevicata. La faccenda dei draghi nelle Alpi è comunque storia vecchia, visto che anche le regioni pedemontane conservano tracce di draghi nel loro ciclo fondativo. È un drago a minacciare l’antica Augusta Taurinorum ed è un toro (rosso) a sconfiggerlo. È sempre un drago a mettere in pericolo la sopravvivenza del vallone di Loo (siamo in Val d’Aosta) ed è ancora un torello a metterlo in fuga.

Ma torniamo ai draghi propriamente alpini, che è l’argomento che ci interessa. Così come, per un certo periodo, ha interessato fior fiore di naturalisti e studiosi settecenteschi che hanno raccolto nel corso della loro carriera più di una testimonianza di avvistamenti di draghi. Ce ne dà una sommaria classificazione Edward Topsell, chierico inglese vissuto a cavallo tra Seicento e Settecento nella sua opera The History of Serpents. Nella sezione dedicata ai draghi leggiamo infatti che:

Vi sono draghi che hanno ali e nessuna zampa, altri hanno sia zampe che ali, e altri ancora né zampe né ali, ma sono distinti dal tipo comune di serpenti unicamente in virtù della cresta che cresce sulle loro teste, e dalla barba sotto le loro guance.

“Consulente” scientifico di Topsell, fu un certo Conrad Gessner, guarda caso originario della regione alpina; nato in Svizzera, a Zurigo nel 1516, e autore di alcuni dei disegni che compaiono nell’opera. Il fatto che Topsell credesse davvero nell’esistenza di queste creature sembra poco probabile, ma ciò che conta è la bizzarra e, per nostra fortuna, attenta descrizione di animali (reali), accanto a mostri e bizzarrie naturalistiche che si traducono, in altri luoghi, nella realizzazione delle wunderkammer.

Il fatto che Edward Topsell non abbia mai messo un piede sulle Alpi lo rende, nella nostra storia dei draghi alpini, se non sospetto, perlomeno poco attendibile; almeno rispetto a naturalisti ed esploratori come Johann Jakob Scheuchzer che vanta un’affinità con il panorama alpino ben più stringente. Nato e cresciuto in terra elvetica, fu membro della Royal Society e intraprese i primi viaggi scientifici delle Alpi a partire dal 1693. Non esente da cantonate colossali, come la sua attribuzione dei fossili a resti del Diluvio Universale, fu comunque esploratore attento e curioso che nella sua ricerca non mancò di annotare i terribili e pittoreschi racconti dei draghi che all’epoca popolavano le Alpi.
A riprova di questo troviamo nella sua opera del 1723 (Itinera per Helvetiae alpinas regiones) una serie di curiose e intriganti rappresentazioni di draghi montani che mostrano indubbie somiglianze con la classificazione dracologica presente nell’opera di Topsell. È lo stesso Scheuchzer a parlarci nel suo libro dei due draghi più comuni, stando alle testimonianze raccolte, dell’arco alpino: il Tatzelwurm e il Lindworm.

A meno che non siate esperti di draghi, può essere utile ricapitolare le morfologie dragonesche affrontate finora:

  • Tatzelwurm: corpo di serpente, lunga coda, due o quattro zampe;
  • Lindworm: serpe drago con due zampe e senza ali;
  • Iaculo: corpo di serpente e due ali;
  • Viverna: corpo di serpente con ali e due zampe;
  • Anfittero: drago alato e senza zampe.

I primi due sembrano essere, in base alle testimonianze orali raccolte, i più comuni nell’arco alpino; gli altri tre li trovate localizzati nei film di Hayao Miyazaki, nei libri di George R. R. Martin e ai piedi dei colli bolognesi nel libro di Ulisse Aldrovandi Serpentum et Draconum historiae libri duo, pubblicato a Bologna nel 1604. Se non avete mai sentito parlare dell’Aldrovandi, vale la pena dare un’occhiata all’articolo a lui dedicato su Bizzarro Bazar, scritto da Dario Carere. Se volete vedere il famoso drago di Bologna da lui descritto, seguite questo link (la creatura in questione è a pagina 404).

E visto che Ulisse Aldrovandi non è certo tipo che si risparmia nel rappresentare figure mostruose e straordinarie, sempre nel suo Serpentum ed Draconum historiae, ci regala una serie di quattro disegni di draghi alati, bipedi e non.

Ulisse Aldrovandi è figura tipica del Seicento, in cui la curiosità scientifica si unisce a un più ampio interesse per tutto ciò che è bizzarro, mostruoso e stupefacente. Un’attitudine da cui appare anni luce distante il naturalista e scienziato svizzero Horace Bénédict de Saussure che, infatti, nelle sue numerose esplorazioni delle montagne alpine, di draghi non ne vide neppure uno. È a partire dalla seconda metà del Settecento che l’immaginario alpino, in fatto di draghi, subisce un lento e inesorabile impoverimento. Là dove un tempo fiorivano mostri e temibili lingue di drago pronte a inghiottire interi villaggi, la curiosità scientifica del de Saussure incontra solo oggetti naturali e fenomeni che devono essere compresi, studiati e, se possibile, spiegati.
Curiosità scientifica che si accompagna alle prime incursioni turistiche verso uno dei più grandi e temibili draghi delle Alpi: il ghiacciaio di Chamonix. È all’estate del 1741 che possiamo far risalire la scoperta della Mer de Glace, nell’avventurosa ascesa di un drappello di scapestrati inglesi che dopo ore di cammino giungono in vista di un ghiacciaio che fino a pochi anni prima era popolato da draghi e demoni. Gli stessi descritti negli anni venti del Settecento da Jakob Scheuchzer.

È l’inizio del turismo glaciologico che avrebbe, nei decenni a venire, resa celebre la località francese di Chamonix tra gli appassionati della montagna. I draghi delle Alpi si ritirano, lasciando spazio poco a poco alle folle di turisti e ai primi alpinisti, e assistono, a distanza, alla nascita di alberghi, funivie e strutture ricettive. Certo, il loro territorio fa ancora paura, suscitando terrore e meraviglia in chi capita da quelle parti. Sul ghiacciaio della Mer de Glace, Mary Shelley, che lo visitò in compagnia del marito nel 1816, avrebbe ambientato una scena del suo Frankestein. Ma è un fascino paragonabile, con le dovute proporzioni, a quello suscitato dalla funivia del Monte Bianco in chi osservi l’imponente ghiacciaio dall’alto delle sue cabine. Ben diverso dall’imprevedibile paura di ciò che non può essere spiegato e neppure controllato.
Nell’arco di un secolo il territorio alpino sarebbe mutato così radicalmente che oggi si fatica anche solo a pensare come un tempo quei luoghi fossero popolati da draghi e demoni. Naturale far coincidere a questo punto il ritiro dei draghi con le condizioni attuali in cui versano i ghiacciai alpini. Naturale, certo, ma anche necessario, perché immaginare il Monte Bianco senza neve può servire a comprendere dove siano andati a finire i temibili draghi delle Alpi. È così che folklore, leggende e tradizioni si legano all’ecologia di un territorio che, mutando, muta anche la rappresentazione che i suoi abitanti ne fanno.
I draghi, dalle Alpi, sono scomparsi; e non solo loro.

Ipnotismo nella morgue

Parte prima: Trance mortale

8 novembre 1909, Opera House di Somerville nel New Jersey.
Il Professor Arthur Everton era un uomo dalle maniere gentili, con una voce soave e un bel paio di mustacchi neri. L’ipnotismo era una sua passione giovanile, e dopo un periodo passato a traslocare pianoforti, era da poco tornato a calcare il palco. Ma non aveva perso lo smalto dei vecchi tempi: dominava ancora la scena con garbo e sicurezza.
Il suo show serale volgeva al termine; fino a quel momento l’ipnotista aveva divertito il pubblico costringendo i suoi soggetti a pescare con una lenza invisibile, e altre amenità del genere. Ora però annunciò il gran finale.

L’elettricità era palpabile mentre i suoi occhi magnetici scrutavano intensamente la platea, fila dopo fila, alla ricerca del soggetto del suo prossimo esperimento. E il pubblico, come sempre in questi casi, era combattuto.
C’erano alcuni, tra gli spettatori e le spettatrici, che abbassavano timidamente lo sguardo per timore d’essere chiamati sul palco, non avendo alcuna intenzione di rendersi ridicoli di fronte a tutti. Altri invece speravano in segreto d’essere scelti: o si figuravano abbastanza lucidi da sfidare il Professore, resistendo all’intensa forza di volontà dell’ipnotista… oppure erano inconsciamente allettati dall’idea di perdere il controllo per qualche minuto, per gioco, senza grosse conseguenze.
Finalmente, un uomo alzò la mano.
“Ah, abbiamo un volontario!”, esclamò Everton.

L’uomo salì sul palco. Si trattava del trentacinquenne Robert Simpson, un rubicondo marcantonio, grande e grosso. Il Professor Everton lasciò che il pubblico applaudesse questo coraggioso sconosciuto, e poi procedette a farlo cadere in uno stato catalettico. Secondo il New York Times

eseguì alcuni passaggi, ordinò a Simpson di diventare rigido, e così fu. Everton poi chiamò gli assistenti per stendere il corpo tra due sedie, la testa appoggiata sull’una e i piedi sull’altra, e salì in piedi sullo stomaco del soggetto per poi discenderne. Due assistenti, sotto suo ordine, alzarono Simpson in posizione eretta ed Everton, battendo le mani, gridò: ‘Rilassati!’.
Il corpo di Simpson si ammorbidì così in fretta da sfuggire alle mani degli assistenti, e la sua testa colpì una delle sedie mentre scivolava giù sul pavimento.

Tutti compresero subito, anche solo guardando la faccia attonita degli assistenti, che quella non era una certo una sceneggiata concordata in anticipo. Il Professor Everton — che in realtà non era nemmeno un vero professore — a questo punto fu preso dal panico. Lui e i suoi collaboratori cercarono di risvegliare dalla trance il malcapitato, scuotendolo in ogni maniera, ma l’uomo non rispondeva a nessuno stimolo.
Everton, sempre più isterico, riuscì a squittire un grido d’aiuto chiedendo se vi fossero medici in sala. Tre dottori, che erano stati invitati allo spettacolo dal manager del teatro, arrivarono in soccorso; ma nemmeno i loro tentativi di rianimare Simpson ebbero fortuna. Il Dr. W. H. Long, medico della contea, alzò lo sguardo dal corpo e fissò serio l’ipnotista.
“Questo è morto stecchito”, sibilò.
“No, è ancora in trance”, replicò Everton, e cominciò a battere le mani vicino alle orecchie di Simpson, e a scuotere il cadavere dell’uomo.

Quando arrivò la polizia, il Professor Everton era ancora intento a cercare di risvegliare il suo volontario. Venne arrestato seduta stante con l’accusa di omicidio colposo.
Mentre lo portavano fuori dall’Opera House, in manette e a testa bassa, i suoi occhi non sembravano più così magnetici, ma soltanto atterriti.

Parte seconda: Lazzaro, vieni fuori

Il giorno successivo, il corpo senza vita di Robert Simpson giaceva coperto da un lenzuolo nero nell’obitorio dell’ospedale di Somerville, in attesa dell’autopsia.
A un tratto la porta si aprì quattro uomini entrarono nella camera mortuaria. Tre di loro erano dottori.
Il quarto si avvicinò al cadavere e liberò dal sudario le livide membra. Respirando a fondo, toccò prima le guance del morto; poi avvicinò il capo sul petto di Simpson come per auscultarlo. Nessun battito. Infine appoggiò delicatamente tre dita sulla fredda pelle dello sterno, pose le labbra all’orecchio della salma e cominciò a parlare.
“Ascolta, Bob, l’azione del tuo cuore è forte… Bob, il tuo cuore sta cominciando a battere.”
Poi si mise di colpo ad urlare: “BOB, RIESCI A SENTIRMI?”
I tre medici si scambiarono un’occhiata perplessa.
La voce dell’uomo ricominciò, stavolta nuovamente sussurrando: : “Il tuo cuore sta ripartendo, Bob…”
Simpson, steso sul tavolo, non si mosse.

La strana scena si protrasse per un bel po’, fino a quando i medici spazientiti non decisero che quella farsa era durata anche troppo.
“Mr. Davenport, direi che è sufficiente.”
“Ma ci siamo quasi…”
“Basta così.”

Parte terza: Death Is Not The End

L’uomo che cercava di resuscitare il morto si chiamava William E. Davenport, ed era un amico del Professor Everton (provenivano entrambi da Newark). Davenport svolgeva ufficialmente la mansione di segretario per il sindaco ma si dilettava anche di ipnotismo e mesmerismo.
Il sedicente Professore in quel momento si trovava in galera “spaventato e scosso”, in attesa che il gran giurì decidesse come procedere con il suo caso. Everton sosteneva — e forse voleva disperatamente convincere anche sé stesso — di aver gettato il suo soggetto in una trance tanto profonda da sconfinare in uno stato di morte apparente. Dicendosi sicuro che Simpson si trovasse in realtà ancora in catalessi, il Professore tanto aveva brigato che era riuscito a convincere le autorità a concedergli quel bizzarro tentativo di rianimazione ipnotica. Essendo confinato in cella, si era accordato per mandare l’amico Davenport nella morgue al suo posto.

Purtroppo quest’ultimo (forse perché era solo un dilettante?) non era riuscito a risvegliare il morto. Per un breve momento si parlò anche di far arrivare un terzo ipnotista da New York per provare a riportare in vita la vittima, ma non se ne fece nulla.
Quindi rimaneva da chiarire se Simpson fosse morto a causa del peso sopportato mentre era in stato catalettico e l’ipnotista gli era salito sulla pancia, oppure se tutto l’incidente non fosse stata una tragica coincidenza.
L’autopsia mise fine alla suspense: Simpson era morto per la rottura dell’aorta, e secondo i medici probabilmente soffriva di quel silente aneurisma da molto tempo. Non c’erano prove conclusive che lo sforzo sopportato durante il numero di ipnotismo fosse la vera causa della morte, che alla fine venne dichiarata naturale.

Everton, ormai al collasso nervoso totale nella sua cella, anche dopo l’autopsia continuava a ripetere che Simpson era vivo. Venne rilasciato su cauzione, e dopo tre settimane il gran giurì decise di non procedere nei suoi confronti.
Fu la fine di un incubo per il Professor Everton, che si ritirò dalle scene, e la chiusura di un caso che aveva tenuto con il fiato sospeso i lettori dei quotidiani — e soprattutto gli altri ipnotisti. In fin dei conti, sarebbe potuto succedere a chiunque di loro.

Ma la reputazione degli ipnotisti non venne danneggiata da questo clamore, anzi; essi acquisirono un fascino ancora più sinistro e conturbante. E seguitarono, come facevano prima, a sfidarsi a suon di esibizioni sempre più spettacolari.
Già l’11 novembre, a soli tre giorni dalla sventurata esibizione di Everton, il New York Times titolava:

IL RIVALE DI EVERTON TRIONFA: Altro ipnotista di Somerville mette TRE uomini sul petto del suo soggetto.

D’altronde, nello show biz, “lo spettacolo deve andare avanti”.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 21

“La mia vanitas ha più teschi della tua!” (Aelbert Jansz. van der Schoor, versione ad alta definizione)

  • Mariano Tomatis racconta la vicenda di Doña Pedegache, mentalista portoghese del Settecento; e come al solito la sua scrittura sorprende e commuove.
  • Visto che siamo in Portogallo, facciamo una visitina alla Capela dos Ossos con questo bel post di Cat Irving.
  • 21 agosto 1945: il fisico Harry Daghlian stava facendo una bella pila di mattoni di carburo di tungsteno attorno a una sfera di plutonio, quando un mattone gli scivolò di mano e portò il nucleo in condizione di supercriticità. Daghlian morì 25 giorni dopo.
    21 maggio 1946: il fisico Louis Slotin stava lavorando su una sfera di plutonio — ma non una qualunque: la stessa sfera che aveva ucciso Daghlian. Per separarne le due metà, ebbe la brutta idea di usare un cacciavite. Il cacciavite scivolò, la parte superiore cadde. Slotin morì 9 giorni dopo.
    La povera sfera di plutonio, da quel momento in poi, non ebbe più una buona reputazione, e si guadagnò pure un nomignolo poco lusinghiero.

  • Ma la storia del nucleare è piena di incidenti incredibili. C’e un aspetto, a proposito del Progetto Manhattan che portò alla creazione delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, di cui non si parla spesso: gli esperimenti umani su cavie non consenzienti. Prendete per esempio Albert Stevens, che sopravvisse alla dose di radiazione più alta mai accumulata nel corpo di un essere umano quando gli scienziati gli iniettarono in vena, a sua insaputa, 131 kBq di plutonio.
  • Tutti a parlar male del povero HAL, ma forse è il caso di rivalutarlo. In 2001: Odissea nello spazio, il famigerato supercalcolatore uccide alcuni astronauti, e viene infine ucciso esso stesso. Ormai che ci siamo, e le intelligenze artificiali sono realtà, tocca cominciare a porsi dei problemi sull’etica dell’assassinio da parte delle macchine, ma anche dell’assassinio delle macchine.
  • Breve storia dei bambini spediti via posta.

  • La sempre eccellente Lindsey Fitzharris (autrice di L’arte del macello) ci delizia con qualche aneddoto sui trucchi di bellezza di un tempo. Per esempio il metodo per rendere attraenti le parrucche settecentesche, cioè cospargerle con il lardo. Attraenti, s’intende, soprattutto per pulci e pidocchi.
  • Un geologo scoprì una caverna antichissima, solo che si accorse subito che non era una cavità naturale. Qualcuno o qualcosa l’aveva scavata. E cos’erano quegli enormi segni di graffi, prodotti da giganteschi artigli, su tutte le pareti…? Quando la realtà supera Lovecraft: ecco i tunnel sotterranei nei quali si aggirava la misteriosa megafauna preistorica.
  • Guardate il dipinto qui sotto. Si intitola Franz de Paula Graf von Hartig e sua moglie Eleanore come Caritas Romana ed è un’opera del 1797 di Barbara Krafft. Quando avete finito di ridere e/o sentirvi a disagio, scoprite cosa significa quel “caritas romana” nel titolo, e gustatevi altri esempi di vecchiardi allattati da giovani fanciulle.

  • Tweet paranormiao.
  • La prossima volta che dovete rifare il bagno, vi suggerisco di prendere spunto da questi WC settecenteschi per bibliofili.
  • C’è chi passa ore a scorrere le foto degli influencer. Io passerei le giornate a guardare il poeta, body builder e futurista russo Vladimir Goldschmidt che ipnotizza un pollo.

  • Soggetto per film d’azione/commedia drammatica.
    Titolo: White Trip.
    Concept: The Revenant incontra Paura e delirio a Las Vegas.
    Plot: Il soldato finlandese Aimo Koivunen, durante la Seconda Guerra Mondiale, sta pattugliando su sci un’area montana quando la sua unità si ritrova all’improvviso sotto il fuoco sovietico. Aimo comincia a scappare dall’imboscata, ma dopo aver sciato per lungo tempo si sente stremato; i nemici sono ancora alle calcagna, e si avvicinano sempre di più. Decide dunque di fare ricorso alle metanfetamine che il comandante gli ha affidato per tenere sveglie le truppe; ma, un po’ per via dei grossi guanti e un po’ perché deve continuare a sciare per salvarsi la pelle, non riesce a tirare fuori la pillola dalla confezione. Al diavolo!, pensa, e ingurgita l’intero barattolo. Di colpo ricomincia a sciare con un’energia inaudita, ma dopo poco tutto diventa sfocato, e Aimo sviene: si risveglia solo nella neve, separato dal suo plotone, senza cibo e in pieno delirio da overdose. Scia all’impazzata, evita altri soldati sovietici. A un certo punto riesce a catturare un uccellino che nella sua allucinazione gli appare come un bel pollo dorato allo spiedo; se lo mangia crudo, piume e tutto. Poi incappa in una mina che lo fa saltare in aria. Ma lui continua a sciare. Dopo aver percorso 400km e aver passato una settimana all’addiaccio, sanguinante e ormai ridotto a pelle e ossa, riesce finalmente a ritornare alle linee finlandesi. Quando lo portano in infermeria, il suo battito cardiaco è ancora il doppio di quello normale. Appena vede il medico Aimo dice: “Ciao caro, mica avresti una camomilla? Mi sento un po’ nervosetto e le tue antenne fanno riderissimo.”
    Tratto da una storia vera. (Grazie, David!)
  • Riflessione filosofica del giorno. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, allora l’anima è una specie di nera voragine, un cratere senza fondo:

  • Benvenuti nella chiesa più spaventosa del mondo. (Grazie, Serena!)
  • Simon Sellars (autore di Ballardismo applicato), ci racconta l’abbacinante bellezza di Google Earth — che non sta tanto nei panorami o nei tour virtuali, quanto piuttosto nei glitch del 3D, negli errori di rendering, negli incastri allineati male che rivelano il collage delle viste 360 creando effetti di percezione distorta. La mappa non sarà il territorio, ma è un territorio mentale.
  • Mi piace immaginare che, quando ormai la specie umana si sarà estinta da lungo tempo, gli archeologi alieni arrivati sulla Terra per studiare chi eravamo trovino come unico indizio questo filmato:

Mors in fabula

La morte ci spaventa perché ci hanno insegnato che deve farlo. Perché ce l’hanno raccontata così.

Se vogliamo sollevare almeno un poco questo pesante tabù, ci sono due cose da fare:
1) capire come e perché è nata la specifica visione della morte che abbiamo ereditato;
2) cominciare a raccontarla in maniera diversa, più creativa e serena, forgiare un nuovo sguardo, ripartire dalla meraviglia.

Usare tutti gli strumenti a nostra disposizione: il corpo, l’arte, la parola, il teatro. È quello che vogliamo fare con Mors in fabula, un evento di due giorni che si svolgerà a Palermo sabato 18 e domenica 19 gennaio.

Cominceremo dal corpo, con una performance dell’artista Gaetano Costa, che da anni esplora in maniera intensa e suggestiva i rapporti tra la materia, la carne e l’identità.

Proseguiremo con l’arte, inaugurando una fantastica mostra collettiva che abbraccerà la scultura, con le scenografiche creazioni di Cesare Inzerillo, ironico omaggio alle mummie delle Catacombe dei Cappuccini; il collage e la fotografia surrealista di Francesco Viscuso; la pittura, con i personaggi grotteschi e le atmosfere macabro/fiabesche di Sergio Padovani; e infine illustrazione e cinema con Stefano Bessoni, attraverso i disegni e i pupazzi utilizzati nei suoi film in stop-motion.

Il secondo giorno ci dedicheremo alla parola con un convegno, in cui oltre al mio intervento parleranno Francesco Romeo (docente di letteratura, sceneggiatura, analisi filmica) ed Eliana Urbano Raimondi (autrice e curatrice); avremo inoltre il piacere di chiacchierare con diversi artisti e studiosi (Stefano Bessoni, Rossana Taormina, Marco Canzoneri, Giuseppe Tarantino), il tutto intervallato da pause di degustazione di prodotti tipici. Questa ricognizione ad ampio raggio terminerà con una narrazione dell’attore Alberto Nicolino riguardo alla morte nelle fiabe popolari.

Per concludere, il teatro: all’interno degli stessi spazi della mostra, in un inedito dialogo con le opere esposte, verrà rappresentata l’opera Cruci e Nuci di Giuseppe Tarantino.

Mors in fabula vuole quindi essere un viaggio alla scoperta delle connessioni tra l’immaginario delle favole e quello della morte, un’esplorazione del registro poetico e fiabesco con cui alcuni artisti si approcciano a questi temi.
D’altro canto, fabula va inteso nel senso più generale di narrazione: saranno due giornate in cui proveremo a “raccontare la morte” in modo inedito.
Ripartendo, appunto, dalla meraviglia.

Per quanto riguarda le info pratiche: Mors in fabula si svolgerà a Palermo, e gli eventi avranno luogo in due sedi (la Sala Astrea di Palazzo Tagliavia e la sede dell’associazione).
È possibile iscriversi ai singoli eventi oppure acquistare tutto il pacchetto (convegno, mostra, performance, spettacolo). Trovate tutte le informazioni sul sito dell’associazione L’Arca degli Esposti, sulla pagina Facebook dell’evento, scrivendo una mail a questo indirizzo oppure chiamando il numero 3663462971.

La Carne e il Sogno: la conferenza

Per tutti quelli che non sono potuti venire, ecco il video della mia conferenza La Carne e il Sogno: Anatomia del Surrealismo, registrato il 24 Novembre 2019 al Teatro Tempo di Mezzo di Cecchina (RM).

In questa conferenza propongo un sorprendente percorso storico-iconografico che parte dalla medicina degli albori e approda ai più interessanti artisti contemporanei, per esplorare i rapporti tra Surrealismo e Anatomia.
Scopriremo il modo in cui l’interno del corpo umano venne affrontato dai primi anatomisti, intenti a cartografare questo nuovo territorio inesplorato, e da quegli artisti che a cominciare dal Novecento vi hanno visto la perfetta allegoria dell’inconscio, del rimosso e del “fuori scena”.

Un ringraziamento particolare a Max Vellucci e a Tempo di Mezzo che mi hanno ospitato. Buona visione!