Danzare con la Morte

Durante le grandi ondate di peste nel Medioevo sorsero due grandi motivi allegorici, il Trionfo della Morte e la Danza Macabra: cosa possono insegnarci oggi?

Ecco un video che ho realizzato per l’Università di Padova nell’ambito del progetto Catalogo delle Perdite e dei Ritrovamenti in Tempi di Covid (tutti gli interventi sono liberamente consultabili sul sito dell’Università).

Visioni del Retrofuturo

Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita
di una bellezza nuova; la bellezza della velocità.

Un automobile da corsa col suo cofano adorno
di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo…
un automobile ruggente, che sembra correre
sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.
(Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, 1909)

Con l’arrivo del XX° Secolo, il mondo stava cambiando volto.
Nelle città, si poteva uscire anche di notte grazie all’elettricità che aveva cominciato a illuminare le strade; da poco erano state inventate le cineprese; nel 1901 grazie al suo telegrafo senza fili Guglielmo Marconi aveva lanciato il primo segnale radio transoceanico.

Soprattutto il settore dei trasporti stava facendo passi da gigante.
Il numero delle automobili aumentava ogni giorno, le catene di montaggio velocizzavano sempre più i tempi di produzione; Parigi e Berlino stavano dotandosi di sistemi di trasporto metropolitano sotterraneo, come Londra.
Non solo, si iniziavano a costruire ferrovie addirittura sospese sopra le case: nel 1901 nella cittadina tedesca di Wuppertal venne realizzata la Wuppertailer Schewebebahn, lunga 13,3 km con doppio binario e 23 fermate, ancora oggi in funzione. Un’opera audace e innovativa, che come vedremo ebbe un immediato impatto sull’immaginario collettivo.

Ma nemmeno il cielo sembrava più così impossibile da conquistare.
Nel 1900 il tedesco Ferdinand Von Zeppelin aveva sorvolato il Lago di Costanza con il suo nuovo dirigibile rigido che, a differenza delle mongolfiere, poteva essere controllato e guidato.
Da oltreoceano, poi, arrivavano notizie di alcuni spericolati ingegneri che stavano provando a lanciarsi in aria su nuovi tipi di velivoli dotati di ali e timoni.

Tutte queste innovazioni contribuirono ad alimentare fantasie utopiche di un futuro radioso e ipertecnologico che attendeva l’umanità. Come sarebbero state le città di domani?

Ci è possibile gettare uno sguardo a questo futuro possibile, a questo futuro sognato, grazie alle cartoline che circolavano a inizio secolo. Stefano Emilio, lettore di Bizzarro Bazar, ne ha raccolto diversi esempi: si tratta di fotografie reali di varie città – da Genova a San Francisco – reinventate in chiave avveniristica, a cui venivano aggiunti aerostati, aeroplani, navi volanti. Come potrete notare, la ferrovia sospesa nello stile di quella di Wuppertal è una costante, dato che evidentemente si era impressa nella fantasia popolare come emblema della trasformazione urbana.

Szombathely

Miskolcz

Atlantic City

Boston

Genova

Leominster

Boston

Revere Beach

Ma queste visioni erano davvero così ingenue e utopiche? In realtà esaminando meglio le immagini ci si accorge che in moltissimi casi viene rappresentato anche qualche tipo di incidente: pedoni investiti, macchine che si scontrano.

Le cartoline avevano dunque un doppio intento: da una parte proponevano la meraviglia inaudita di una città affollata di mezzi fantascientifici, dall’altra avevano un intento satirico (notate la nave intenta a coprire la tratta Genova-Marte!). Insomma, gran parte di queste immagini sembrano chiedersi, ironicamente, “con tutte queste diavolerie dove andremo a finire?”

La linea Marte-Genova

Un’ultima curiosità riguarda un incidente vero, accaduto proprio sulla ferrovia sospesa di Wuppertal.
Il 21 luglio 1950 il direttore del Circo Althoff ebbe la trovata, per farsi pubblicità, di far viaggiare sulla Wuppertailer Schewebebahn un elefantino femmina di quattro anni. Mentre il treno sospeso passava sopra il fiume, l’animale cominciò a barrire e a correre all’interno del vagone, causando il panico tra i passeggeri. Terrorizzato, sfondò una finestra e precipitò nelle acque del Wupper, dopo una caduta di 12 metri. Fortunatamente l’elefantina si salvò, e da allora venne chiamata Tuffi (proprio dall’italiano “tuffo”). Il direttore del circo e l’ufficiale che aveva permesso la corsa vennero multati, ma in compenso Tuffi divenne una piccola celebrità: ancora oggi è dipinta sulla facciata di una casa di fronte alla ferrovia, e l’ufficio del turismo vende un assortimento di souvenir relativi all’elefante.
Venne prodotta l’immancabile cartolina, con un fotomontaggio che ricostruisce l’incidente.

Oggi il futuro illustrato dalle cartoline di inizio Novecento può far sorridere, ma rimane un elemento fondamentale dell’immaginario sci-fi che ha permeato tutto il resto del secolo, da Metropolis (1927) fino alla sottocultura steampunk e al retrofuturismo vero e proprio.

I dirigibili solcano ancora i cieli in Blade Runner (1982).

(Grazie, Stefano Emilio!)

La Morte Amica

Nel 1851 l’artista tedesco Alfred Rethel (che tre anni prima aveva già firmato una Danza Macabra apertamente politica) produsse i bozzetti per due incisioni gemelle: La morte come nemica e La morte come amica.

Se la sua Morte nemica (qui sopra), benché raffinata, non è poi così originale in quanto ispirata a una lunga tradizione di Trionfi e di figure scheletriche che torreggiano sulle pile di morti, è invece la speculare Morte amica che mi ha sempre affascinato.
Di recente sono riuscito a procurarmene una riproduzione, espunta da un testo di fine ‘800, e ho potuto finalmente scannerizzarla come si deve. Gran parte del fascino di questa litografia, infatti, deriva dalla cura nei più minuti dettagli, che richiedono d’essere esaminati e interpretati con attenzione; per questo motivo ammirarla in alta qualità è fondamentale. Alla fine di questo articolo troverete il link per scaricarla; ma vorrei prima mostrarvi perché amo così tanto questa immagine.

La scena ci mostra la sala più alta del campanile d’una cattedrale medievale.
L’ambiente è modesto, l’unico discreto fregio presente sopra l’arco della finestra è senz’altro poca cosa rispetto a come la chiesa deve apparire dall’esterno: lo intuiamo dalla gargolla intravista nell’angolo in alto a sinistra, e dalla guglia decorata che svetta fuori dalla finestra.


Tra queste quattro mura ha passato tutta la sua vita il vecchio sacrestano e campanaro; possiamo immaginare il freddo dei duri inverni, quando il vento fischiava entrando dalla grande finestra, facendo turbinare la neve nella stanza. Possiamo sentire la fatica di quelle scale di legno, salite e scese Dio solo sa quante volte per guadagnare la cima della torre.
Ora il guardiano è giunto alla fine dei suoi giorni: il corno resta silenzioso, appeso al corrimano.


Le membra fragili del vecchio (il piede destro si è girato di lato, sotto il peso della gamba), la sua figura sprofondata nella poltrona, le mani abbandonate in grembo e flebilmente unite in un’ultima preghiera — tutto ci dice che la sua vita volge al termine.

La sua è stata una vita umile ma pia. Lo intuiamo dai resti del suo ultimo povero pasto, un semplice tozzo di pane e un calice che alludono all’eucarestia. Lo capiamo anche dal crocifisso, unica suppellettile oltre al tavolo e la sedia, e dal libro delle Scritture ancora aperto.
Il mazzo di chiavi portato alla cintura è un altro elemento dal duplice significato: identifica il ruolo di sacrista, ma rimanda alle altre chiavi che lo attendono, quelle che San Pietro userà per dischiudergli i cancelli del Paradiso.

Il vero punto di fuga è il sole che tramonta dietro l’orizzonte di un panorama campestre. È la sera del giorno, la sera della vita che ha fatto il suo corso proprio come il fiume che vediamo in lontananza, emblema del panta rei. Eppure sulle sue rive scorgiamo dei campi ben coltivati e regolari, segno che lo scorrere di quell’acqua ha portato frutto.
Un uccellino si posa sul davanzale della grande finestra; è forse un amico del vecchio, con cui egli condivideva qualche briciola di pane? Si è preoccupato quando non ha sentito suonare le campane come d’abitudine? In ogni caso è un dettaglio commovente, e un indizio della vita che continua.

E guardiamo infine la Morte.
Non si tratta della Nera Signora delle raffigurazioni più classiche, la sua figura non potrebbe essere più lontana da quella che portava flagello e devastazione nei Trionfi medievali. Certo è scheletrica e può incutere paura, ma il cappuccio e la bisaccia sono quelli di un viaggiatore. La Morte è venuta da molto lontano, tanto è vero che porta sul petto la capasanta, conchiglia di San Giacomo simbolo del pellegrino; i suoi piedi ossuti calpestano la Terra in lungo e in largo, da tempo immemore. E questo suo costante vagabondare la accomuna, nello spirito, all’uomo — non a caso la stessa conchiglia è appuntata anche sul cappello del sacrestano, accanto al suo bastone e a un fascio d’erbe che egli ha raccolto.

Questa Morte però, come indicato dal titolo, è “amica”. Di fronte a un uomo virtuoso, quella stessa Morte che sa essere una spietata e feroce tiranna diviene “sorella” in senso francescano. Il capo abbassato, le orbite vuote rivolte a terra, sembra quasi intenta in una segreta meditazione: dall’inizio dei tempi ella svolge il suo compito con solerzia, ma non è malvagia.
E infatti ecco che compie un gesto di una delicatezza disarmante: suona le campane un’ultima volta, per annunciare i vespri al posto del moribondo che non è più in grado di farlo.

È l’ora del cambio della guardia, l’anziano uomo può ora lasciare in altre mani il ruolo che per così lungo tempo ha occupato. Con il giungere tranquillo della sera, con gli ultimi rintocchi delle campane che per tutta la vita egli ha fatto vibrare, si conclude un’esistenza semplice e devota. Tutto è sereno, tutto è compiuto.

Poche altre immagini, credo, sanno raccontare con simile eleganza l’ideale cristiano (ma, in generale, l’ideale umano) della “Buona Morte”.
Purtroppo non tutti potremo permetterci una fine così idilliaca; ma se la morte fosse davvero così gentile, premurosa e compassionevole, chi non vorrebbe averla come amica?

Per scaricare la mia scansione in alta qualità (60Mb) di La morte come amica, cliccate qui.

Wunderkammer Live!

Qualche anno fa avevo organizzato l’Accademia dell’Incanto, una serie di incontri con antropologi, artisti, anatomopatologi, registi e studiosi di stranezze nella cornice della wunderkammer Mirabilia di Roma.

Ora, in periodo di isolamento, il curatore di Wunderkammer Zurich, Christian D. Link, ha deciso di organizzare qualcosa di simile in live streaming su Facebook: il progetto si chiama Wunderkammer Live!, e prevede due giornate in compagnia di ospiti eccentrici ed eccezionali.

Chris D. Link (Photo by Raisa Durandi)

Le prime due date fissate sono il 18 e il 19 di Aprile, per un totale di dodici ospiti (sei ogni giorno, in diretta a partire dalle 16 fino alle 22).
Il lineup è davvero notevole: oltre al sottoscritto e all’amico Luca Cableri, che ormai conoscete bene se avete visto la mia webserie, il programma include interventi dell’antropologo forense Matteo Borrini, della tassidermista olandese Marjolein Kramer, del collezionista Viktor Wynd (altra vecchia conoscenza per chi segue Bizzarro Bazar), del grande artista svizzero Thomas Ott, del mentalista Luke Jermay, e molti altri.

La diretta streaming avverrà all’interno del gruppo Facebook di Wunderkammer Live!, quindi iscrivetevi; durante queste due settimane che precedono dell’evento avrete anche l’opportunità di conoscere meglio i relatori con dei post di presentazione.

In questo momento è più essenziale che mai tenere vivo il sense of wonder; l’iniziativa di Chris ha proprio lo scopo di ispirare, intrattenere, stupire e condividere le conoscenze eterogenee di alcuni professionisti della meraviglia. E ok, ci sono anch’io tra gli intervistati, ma personalmente non vedo l’ora di sentire cosa ci racconteranno gli altri ospiti.
Vi aspettiamo per un paio di pomeriggi davvero fuori dall’ordinario: ne abbiamo tutti bisogno!

Link, curiosità & meraviglie assortite – 21

“La mia vanitas ha più teschi della tua!” (Aelbert Jansz. van der Schoor, versione ad alta definizione)

  • Mariano Tomatis racconta la vicenda di Doña Pedegache, mentalista portoghese del Settecento; e come al solito la sua scrittura sorprende e commuove.
  • Visto che siamo in Portogallo, facciamo una visitina alla Capela dos Ossos con questo bel post di Cat Irving.
  • 21 agosto 1945: il fisico Harry Daghlian stava facendo una bella pila di mattoni di carburo di tungsteno attorno a una sfera di plutonio, quando un mattone gli scivolò di mano e portò il nucleo in condizione di supercriticità. Daghlian morì 25 giorni dopo.
    21 maggio 1946: il fisico Louis Slotin stava lavorando su una sfera di plutonio — ma non una qualunque: la stessa sfera che aveva ucciso Daghlian. Per separarne le due metà, ebbe la brutta idea di usare un cacciavite. Il cacciavite scivolò, la parte superiore cadde. Slotin morì 9 giorni dopo.
    La povera sfera di plutonio, da quel momento in poi, non ebbe più una buona reputazione, e si guadagnò pure un nomignolo poco lusinghiero.

  • Ma la storia del nucleare è piena di incidenti incredibili. C’e un aspetto, a proposito del Progetto Manhattan che portò alla creazione delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, di cui non si parla spesso: gli esperimenti umani su cavie non consenzienti. Prendete per esempio Albert Stevens, che sopravvisse alla dose di radiazione più alta mai accumulata nel corpo di un essere umano quando gli scienziati gli iniettarono in vena, a sua insaputa, 131 kBq di plutonio.
  • Tutti a parlar male del povero HAL, ma forse è il caso di rivalutarlo. In 2001: Odissea nello spazio, il famigerato supercalcolatore uccide alcuni astronauti, e viene infine ucciso esso stesso. Ormai che ci siamo, e le intelligenze artificiali sono realtà, tocca cominciare a porsi dei problemi sull’etica dell’assassinio da parte delle macchine, ma anche dell’assassinio delle macchine.
  • Breve storia dei bambini spediti via posta.

  • La sempre eccellente Lindsey Fitzharris (autrice di L’arte del macello) ci delizia con qualche aneddoto sui trucchi di bellezza di un tempo. Per esempio il metodo per rendere attraenti le parrucche settecentesche, cioè cospargerle con il lardo. Attraenti, s’intende, soprattutto per pulci e pidocchi.
  • Un geologo scoprì una caverna antichissima, solo che si accorse subito che non era una cavità naturale. Qualcuno o qualcosa l’aveva scavata. E cos’erano quegli enormi segni di graffi, prodotti da giganteschi artigli, su tutte le pareti…? Quando la realtà supera Lovecraft: ecco i tunnel sotterranei nei quali si aggirava la misteriosa megafauna preistorica.
  • Guardate il dipinto qui sotto. Si intitola Franz de Paula Graf von Hartig e sua moglie Eleanore come Caritas Romana ed è un’opera del 1797 di Barbara Krafft. Quando avete finito di ridere e/o sentirvi a disagio, scoprite cosa significa quel “caritas romana” nel titolo, e gustatevi altri esempi di vecchiardi allattati da giovani fanciulle.

  • Tweet paranormiao.
  • La prossima volta che dovete rifare il bagno, vi suggerisco di prendere spunto da questi WC settecenteschi per bibliofili.
  • C’è chi passa ore a scorrere le foto degli influencer. Io passerei le giornate a guardare il poeta, body builder e futurista russo Vladimir Goldschmidt che ipnotizza un pollo.

  • Soggetto per film d’azione/commedia drammatica.
    Titolo: White Trip.
    Concept: The Revenant incontra Paura e delirio a Las Vegas.
    Plot: Il soldato finlandese Aimo Koivunen, durante la Seconda Guerra Mondiale, sta pattugliando su sci un’area montana quando la sua unità si ritrova all’improvviso sotto il fuoco sovietico. Aimo comincia a scappare dall’imboscata, ma dopo aver sciato per lungo tempo si sente stremato; i nemici sono ancora alle calcagna, e si avvicinano sempre di più. Decide dunque di fare ricorso alle metanfetamine che il comandante gli ha affidato per tenere sveglie le truppe; ma, un po’ per via dei grossi guanti e un po’ perché deve continuare a sciare per salvarsi la pelle, non riesce a tirare fuori la pillola dalla confezione. Al diavolo!, pensa, e ingurgita l’intero barattolo. Di colpo ricomincia a sciare con un’energia inaudita, ma dopo poco tutto diventa sfocato, e Aimo sviene: si risveglia solo nella neve, separato dal suo plotone, senza cibo e in pieno delirio da overdose. Scia all’impazzata, evita altri soldati sovietici. A un certo punto riesce a catturare un uccellino che nella sua allucinazione gli appare come un bel pollo dorato allo spiedo; se lo mangia crudo, piume e tutto. Poi incappa in una mina che lo fa saltare in aria. Ma lui continua a sciare. Dopo aver percorso 400km e aver passato una settimana all’addiaccio, sanguinante e ormai ridotto a pelle e ossa, riesce finalmente a ritornare alle linee finlandesi. Quando lo portano in infermeria, il suo battito cardiaco è ancora il doppio di quello normale. Appena vede il medico Aimo dice: “Ciao caro, mica avresti una camomilla? Mi sento un po’ nervosetto e le tue antenne fanno riderissimo.”
    Tratto da una storia vera. (Grazie, David!)
  • Riflessione filosofica del giorno. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, allora l’anima è una specie di nera voragine, un cratere senza fondo:

  • Benvenuti nella chiesa più spaventosa del mondo. (Grazie, Serena!)
  • Simon Sellars (autore di Ballardismo applicato), ci racconta l’abbacinante bellezza di Google Earth — che non sta tanto nei panorami o nei tour virtuali, quanto piuttosto nei glitch del 3D, negli errori di rendering, negli incastri allineati male che rivelano il collage delle viste 360 creando effetti di percezione distorta. La mappa non sarà il territorio, ma è un territorio mentale.
  • Mi piace immaginare che, quando ormai la specie umana si sarà estinta da lungo tempo, gli archeologi alieni arrivati sulla Terra per studiare chi eravamo trovino come unico indizio questo filmato:

Mors in fabula

La morte ci spaventa perché ci hanno insegnato che deve farlo. Perché ce l’hanno raccontata così.

Se vogliamo sollevare almeno un poco questo pesante tabù, ci sono due cose da fare:
1) capire come e perché è nata la specifica visione della morte che abbiamo ereditato;
2) cominciare a raccontarla in maniera diversa, più creativa e serena, forgiare un nuovo sguardo, ripartire dalla meraviglia.

Usare tutti gli strumenti a nostra disposizione: il corpo, l’arte, la parola, il teatro. È quello che vogliamo fare con Mors in fabula, un evento di due giorni che si svolgerà a Palermo sabato 18 e domenica 19 gennaio.

Cominceremo dal corpo, con una performance dell’artista Gaetano Costa, che da anni esplora in maniera intensa e suggestiva i rapporti tra la materia, la carne e l’identità.

Proseguiremo con l’arte, inaugurando una fantastica mostra collettiva che abbraccerà la scultura, con le scenografiche creazioni di Cesare Inzerillo, ironico omaggio alle mummie delle Catacombe dei Cappuccini; il collage e la fotografia surrealista di Francesco Viscuso; la pittura, con i personaggi grotteschi e le atmosfere macabro/fiabesche di Sergio Padovani; e infine illustrazione e cinema con Stefano Bessoni, attraverso i disegni e i pupazzi utilizzati nei suoi film in stop-motion.

Il secondo giorno ci dedicheremo alla parola con un convegno, in cui oltre al mio intervento parleranno Francesco Romeo (docente di letteratura, sceneggiatura, analisi filmica) ed Eliana Urbano Raimondi (autrice e curatrice); avremo inoltre il piacere di chiacchierare con diversi artisti e studiosi (Stefano Bessoni, Rossana Taormina, Marco Canzoneri, Giuseppe Tarantino), il tutto intervallato da pause di degustazione di prodotti tipici. Questa ricognizione ad ampio raggio terminerà con una narrazione dell’attore Alberto Nicolino riguardo alla morte nelle fiabe popolari.

Per concludere, il teatro: all’interno degli stessi spazi della mostra, in un inedito dialogo con le opere esposte, verrà rappresentata l’opera Cruci e Nuci di Giuseppe Tarantino.

Mors in fabula vuole quindi essere un viaggio alla scoperta delle connessioni tra l’immaginario delle favole e quello della morte, un’esplorazione del registro poetico e fiabesco con cui alcuni artisti si approcciano a questi temi.
D’altro canto, fabula va inteso nel senso più generale di narrazione: saranno due giornate in cui proveremo a “raccontare la morte” in modo inedito.
Ripartendo, appunto, dalla meraviglia.

Per quanto riguarda le info pratiche: Mors in fabula si svolgerà a Palermo, e gli eventi avranno luogo in due sedi (la Sala Astrea di Palazzo Tagliavia e la sede dell’associazione).
È possibile iscriversi ai singoli eventi oppure acquistare tutto il pacchetto (convegno, mostra, performance, spettacolo). Trovate tutte le informazioni sul sito dell’associazione L’Arca degli Esposti, sulla pagina Facebook dell’evento, scrivendo una mail a questo indirizzo oppure chiamando il numero 3663462971.

La Carne e il Sogno: la conferenza

Per tutti quelli che non sono potuti venire, ecco il video della mia conferenza La Carne e il Sogno: Anatomia del Surrealismo, registrato il 24 Novembre 2019 al Teatro Tempo di Mezzo di Cecchina (RM).

In questa conferenza propongo un sorprendente percorso storico-iconografico che parte dalla medicina degli albori e approda ai più interessanti artisti contemporanei, per esplorare i rapporti tra Surrealismo e Anatomia.
Scopriremo il modo in cui l’interno del corpo umano venne affrontato dai primi anatomisti, intenti a cartografare questo nuovo territorio inesplorato, e da quegli artisti che a cominciare dal Novecento vi hanno visto la perfetta allegoria dell’inconscio, del rimosso e del “fuori scena”.

Un ringraziamento particolare a Max Vellucci e a Tempo di Mezzo che mi hanno ospitato. Buona visione!

Appuntamenti bizzarri di Novembre-Dicembre!

Sto lavorando a un post molto interessante, che pubblicherò presto qui sul blog. Nel frattempo, un veloce aggiornamento sul resto delle attività.

Cos’hanno a che fare le dissezioni anatomiche e i feti in formalina, con il surrealismo?
Domenica 24 novembre al Teatro Tempo di Mezzo di Cecchina (Albano) parleremo dell’opera d’arte più disturbante che ci sia: l’interno del nostro stesso corpo.

Questa nuova e ampliata versione della mia conferenza La Carne e il Sogno: Anatomia del surrealismo sarà completata da un tuffo nell’inconscio con una straordinaria performance di mentalismo di Max Vellucci.
I posti sono limitati, info e prenotazioni a questo link.

L’inagurazione della collettiva REQVIEM, che ho curato assieme a Eliana Urbano Raimondi presso la wunderkammer Mirabilia di Roma, è stata un successo: se non siete venuti, vi siete risparimati una lunga attesa in fila!
Ora, con tutta calma, potete visitare la mostra ogni pomeriggio dal lunedì al venerdì fino al 28 novembre.
Maggiori informazioni a questo link.

Sabato 7 e domenica 8 dicembre sarò invece allo stand Logos Edizioni per Più Libri Più Liberi, alla “Nuvola” di Roma.
Assieme a me ci sarà anche Marco Palena, per personalizzare e autografare la vostra copia del nostro nuovo libro Julia Pastrana.
Vi aspetto per fare due chiacchiere!

Link, curiosità & meraviglie assortite – 20

Il lunedì mattina, secondo Gustave Doré.

Innanzitutto qualche aggiornamento sulle mie prossime attività.

  • Il 1 novembre sarò ospite, assieme all’amico Luca Cableri, del Trieste Science+Fiction Festival. Parleremo di wunderkammer e spazio, in una conferenza intitolata The Space Cabinet of Curiosities. — 1 Novembre, ore 10 am, Teatro Miela in piazza L. Amedeo Duca degli Abruzzi 3, Trieste.
  • Il 3 novembre parlerò al Sadistique, il party BDSM organizzato ogni prima domenica del mese da Ayzad. Il titolo del mio intervento: “I dolori sono la mia delizia”: Erotica del martirio. Ovviamente, visto il contesto privato, l’accesso è vietato ai curiosi e a chi non ha intenzione di partecipare alla festa. Consultate prezzi, regole di comportamento e dress code sulla pagina ufficiale. — 3 Novembre dalle 15 alle 20, Nautilus Club, via Mondovì 7, Milano.
    [Ayzad ha di recente lanciato un podcast intitolato Esploratori del sesso insolito, potete ascoltarlo su Spreaker, Spotify, iTunes]
  • Il 14 novembre invece vi ricordo che inaugureremo la collettiva REQVIEM presso la Galleria Mirabilia di Giano Del Bufalo. La mostra, organizzata dall’Arca degli Esposti e curata da Eliana Urbano Raimondi e dal sottoscritto, vedrà esposte opere di 10 artisti internazionali all’interno dell’unica wunderkammer romana. — 14 Novembre ore 19, Galleria Mirabilia, via di San Teodoro 15, Roma.

E senz’altro indugio partiamo con i link e le stramberie!

  • Nell’enciclopedia di storia naturale di Felix A. Pouchet, L’univers. Les infiniment grands et les infiniments petits (1865) si racconta questo caso avvenuto nel 1838 sulle Alpi francesi: “Una bambina di cinque anni, chiamata Marie Delex, stava giocando con una delle sue compagne su un pendio muschioso della montagna, quando all’improvviso un’aquila le piombò addosso e la portò via nonostante le grida e la presenza dei suoi giovani amici. Alcuni contadini, sentendo le sue urla, si affrettarono sul posto ma cercarono invano la bambina, poiché non trovarono altro che una delle sue scarpe sul bordo di un precipizio. La bambina non era stata portata nel nido, dove furono viste soltanto le due aquile circondate da cumuli di ossa di capra e di pecora. Ci vollero due mesi perché un pastore scoprisse il cadavere di Marie Delex, spaventosamente mutilato, che giaceva su una roccia a mezza lega da dove era stata portata via.
  • Lo speciale di Halloween che causò la morte di un ragazzo, tanto da spingere la BBC a fingere di non averlo mai trasmesso: un bel video in inglese ne racconta la storia. (Grazie Johnny!)
  • Funghi che trasformano gli insetti in zombi: ne ho già parlato qualche anno fa nel mio piccolo ebook (ve lo ricordate?). Ma questo video sul simpatico Entomophthora muscae ha immagini davvero spettacolari.

  • Sigilla tuo nonno in un cubo di vetro, mettilo sul prato al posto degli gnomi da giardino; oppure usa la sua testa “come un fermacarte o come fermaporta“. Un brevetto del 1903 che stranamente non ha avuto successo.
  • Se per natura siete un po’ paranoici, non leggete la frase seguente: uno stalker giapponese che molestava una pop star è risalito all’indirizzo della donna studiando i riflessi nelle sue pupille ogni volta che lei postava un selfie.
  • La più famosa femme fatale del cinema muto americano era anche una darkettona: il fascino goth di Theda Bara.
  • Quando l’ossessione per le scarpe diventa arte: ecco alcune delle sculture in vetroresina di Costa Magarakis. (Grazie, Eliana!)
  • La creatività italiana sa sempre superarsi quando c’è di mezzo una truffa. Un’utilitaria investe un cinghiale nella campagna gallurese, la forestale viene allertata in modo da poter chiedere il rimborso dei danni al comune. Peccato che il cinghiale fosse surgelato. (via Batisfera)
  • Nel 1929, lo scrittore australiano Arthur Upfield stava progettando la stesura di un romanzo giallo e chiacchierando con un amico riuscì a escogitare un metodo per l’omicidio perfetto. Così perfetto che il romanzo non poteva neanche funzionare, perché il detective protagonista della storia non avrebbe mai risolto il caso. Andava trovata una falla, un dettaglio che avrebbe smascherato il colpevole. Per uscire dall’impasse lo scrittore, frustrato, si mise a discuterne in giro con varie persone. Non sapeva che uno di questi ascoltatori avrebbe di lì a poco deciso di testare il metodo, uccidendo tre uomini.
  • Ogni tanto ripenso a un libretto in francese che avevo da ragazzo, Idées Noires di Franquin. Qui sotto un esempio dello humor nerissimo del fumettista belga.

“La legge è formale: chiunque uccida una persona avrà la testa tagliata.”

  • Già che stiamo parlando di teste mozze, questa qui sopra è una foto che ho scattato al Kriminalmuseum di Vienna. Si tratta della testa del criminale Frank Zahlheim, e sulle implicazioni culturali di questo genere di reperti l’anno scorso ho scritto un pezzo che potreste rileggere se vi avanzano cinque minuti.
  • Greta Thunberg diventa lo spunto per fare chiarezza su autismo e Asperger, di cui spesso parliamo senza davvero sapere cosa siano.
  • Un tempo, in Inghilterra, quando in famiglia c’era un lutto la prima cosa da fare era avvisare le api.
  • Per concludere in bellezza, vi lascio con la foto di un bel fallo egiziano mummificato (circa 664-332 a.C.). Alla prossima!

I ritratti funebri di Filippo Severati

Si dice che non vi sia nulla di più lusinghiero per un artista che vedere le proprie opere trafugate dal museo in cui sono esposte. Se qualcuno è disposto a rischiare la galera per un quadro, si tratta in definitiva di un tributo – per quanto discutibile – alla maestria del pittore e un indice della sua quotazione sul mercato.

Eppure c’è un artista che, se fosse vivo oggi, di certo non apprezzerebbe il fatto che dei ladri abbiano rubato quasi un centinaio di ritratti da lui realizzati. Perché nel suo caso le opere in questione non erano esposte nelle sale d’un museo, ma tra le file di lapidi di un cimitero, e lì sarebbero dovute rimanere affinché tutti le vedessero.

Il cimitero monumentale del Verano, con i suoi 83 ettari di superficie, colpisce per la sontuosità di alcune cappelle, e appare come un luogo piuttosto surreale. Mausolei faraonici, statue di squisita fattura, edifici grandi come case. Questo non è un semplice camposanto, assomiglia a una città metafisica; dimostra quanti e quali sforzi gli uomini siano disposti a compiere per mantenere viva la memoria dei defunti (nonché la speranza, o l’illusione, che la morte non sia del tutto definitiva).

Scorrendo le lapidi, assieme ad alcune foto consunte dalle intemperie, attirano lo sguardo alcuni ritratti particolarmente raffinati.
Sono le peculiari pitture su lava di Filippo Severati.

Nato a Roma il 4 aprile 1819, Filippo seguì le orme del padre pittore e già dalla precoce età di 6 anni cominciò a dedicarsi alle miniature, facendone il proprio mestiere dagli 11 anni in poi. Nel frattempo, iscrittosi all’Accademia di S. Luca, vinse numerosi premi e guadagnò diverse menzioni di merito; sotto l’egida di Tommaso Minardi eseguì incisioni, disegni e con il passare degli anni si specializzò nella ritrattistica.

Fu a partire circa dal 1850 che Severati cominciò a utilizzare lo smalto su base lavica o di porcellana. La tecnica era già conosciuta per la sua proprietà di rendere i colori quasi del tutto inalterabili e per la durevolezza che le numerose fasi di cottura conferivano all’opera.

Nel 1859 depositò il brevetto per la sua procedura di pittura a fuoco sulla lava smaltata, rinnovata e migliorata rispetto alle precedenti (trovate una descrizione dettagliata del processo in questo articolo); nel 1873 vinse la medaglia del progresso all’Esposizione di Vienna.

Nel 1863 avvenne la svolta, quando Severati dipinse un autoritratto per la tomba di famiglia: lo si può ammirare ancora oggi in posa, tavolozza in mano, mentre accanto a lui si intravede un ritratto dei genitori su un cavalletto, vero quadro nel quadro.

Dopo quel primo dipinto tombale, la ritrattistica funebre divenne in breve tempo la sua unica occupazione. Grazie all’affinarsi della tecnica, i clipei (le effigi dei defunti) realizzati da Severati erano in grado di durare a lungo mantenendo intatta la brillantezza e la vivacità delle campiture.

Questa era la vera novità introdotta da Severati: egli era in grado di “riproporre in esterno la tipologia e le caratteristiche formali del ritratto ottocentesco destinato agli interni delle case borghesi(1)M. Cardinali – M.B. De Ruggieri – C. Falcucci, «Fra le più utili e maravigliose scoperte di questo secolo…». I dipinti di F. S. al Verano, in Percorsi della memoria. Il Quadriportico del Verano, a cura di L. Cardilli – N. Cardano, Roma 1998, pp. 165-170. Citato in Treccani.. Invece di appenderlo in casa, i famigliari potevano collocare un ritratto del defunto direttamente sulla lapide, seppure in piccolo formato. E alcuni di questi clipei colpiscono ancora per la vitalità e la resa commovente dei tratti del defunto, eternati nella pittura a fuoco.

Severati morì nel 1892. Dimenticato per quasi un secolo, venne “riscoperto” dal fotografo Claudio Pisani, che nel 1983 pubblicò sulla rivista Frigidaire un articolo di encomio corredato con diverse foto scattate al Verano.

Oggi Filippo Severati rimane una figura poco nota al grande pubblico, ma fra gli addetti ai lavori il suo talento di pittore è ben riconosciuto; a tal punto da far gola ai ladri citati all’inizio, che hanno vandalizzato le tombe staccando circa una novantina dei suoi ritratti dalle lapidi del cimitero romano.

(Ringrazio Nicola per le scansioni della rivista. Alcune foto nell’articolo sono mie, altre trovate in rete.)

 

Note   [ + ]

1. M. Cardinali – M.B. De Ruggieri – C. Falcucci, «Fra le più utili e maravigliose scoperte di questo secolo…». I dipinti di F. S. al Verano, in Percorsi della memoria. Il Quadriportico del Verano, a cura di L. Cardilli – N. Cardano, Roma 1998, pp. 165-170. Citato in Treccani.