La morte in musica – II

Nella prima puntata di questa rubrica abbiamo ascoltato le parole di un colto e raffinato poeta, Leonard Cohen. L’approccio al tema della morte del Reverendo Gary Davis è diametralmente opposto: preparatevi ad ascoltare uno dei blues più cupi, viscerali ed emozionanti che siano mai stati scritti.

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Death Dont Have No Mercy

Davis è l’unico di otto fratelli ad essere sopravvissuto fino all’età adulta, ma nemmeno lui passò indenne il periodo dell’infanzia: divenne cieco quando era ancora un bambino. Se i blues parlano della sofferenza, ecco un uomo che di certo la conosceva bene.

Il suo caratteristico modo sincopato di suonare con sole due dita (il pollice tiene la linea di basso, l’indice pizzica le corde più alte), mutuato dal ragtime e da vecchie tecniche di banjo, è all’origine del cosiddetto Piedmont blues, una vera e propria corrente formatasi negli anni ’20-’30; il suo timbro potente, vibrante, sembra più che in altri bluesman incarnare la vera voce di un popolo, tenuto in catene per secoli. Per questi motivi Davis è stato amato dichiaratamente da moltissimi musicisti successivi – Bob Dylan, Grateful Dead, Hot Tuna, soltanto per citarne alcuni.

Nel folk americano delle radici (non soltanto quello dei neri), il tema della morte è onnipresente: poche altre tradizioni musicali possono vantare un così ossessivo e costante richiamo al morire, in molteplici varianti e con diversi effetti. Ci sono morti che preludono alle delizie del paradiso con tanto di apparizioni angeliche e squilli di tromba, come in innumerevoli gospel e spiritual; morti che invece porteranno dritti all’inferno; ci sono le murder ballad, che raccontano storie di omicidi, e canzoni tradizionali che si concentrano invece sulle ultime ore dei condannati all’impiccagione. Una musica talmente intrisa di questo sentimento di transitorietà è espressione delle difficili condizioni di vita dell’epoca, della povertà diffusa in America fino agli anni ’40, e di una cultura popolare che alcuni hanno voluto riassumere nell’espressione the pistol & the Bible, la pistola e la Bibbia.

La morte, in tutte queste canzoni, è quasi immancabilmente vista attraverso le lenti della fede cristiana, è un “tornare a casa a vivere assieme a Dio”, a meno che la coscienza di aver commesso un peccato non arrivi a venarla di rassegnazione per l’inevitabile punizione divina. Ma Death Don’t Have No Mercy di Gary Davis non dà spazio né a paradisi né a inferni, è tutta incentrata su cosa accade “in questa terra”. E qui, in questo mondo, la morte non guarda in faccia a nessuno. Entra prepotente in tutte le case, in tutte le famiglie, ricche o povere, sempre di fretta, non lascia nemmeno il tempo di salutare un’ultima volta i propri cari. In questo brano la morte personificata, come nelle raffigurazioni antiche, è un vero e proprio personaggio che ha la funzione metaforica di incarnare un nemico che non dà tregua, invisibile, inarrestabile, che colpisce tutti e ovunque senza che vi possa essere alcuna difesa.

La scelta di concludere ogni verso con l’espressione “in questa terra” è terribilmente definitiva e desolata: qui è dove siamo condannati a vivere, qui è così che vanno le cose, è stato deciso che le persone a cui teniamo dovranno morire.

Prima di ogni battuta di assolo, Gary Davis invita la sua chitarra a parlare. La tradizione blues, infatti, ha assorbito i “botta e risposta” tipici delle work song, e in alcuni casi fra il bluesman e il suo strumento si sviluppa una sorta di dialogo responsoriale. Eppure durante l’assolo finale ecco che le esortazioni di Davis hanno una deviazione inattesa – d’un tratto, si rivolge direttamente alla morte stessa. Talk to me, Death: parlami, o Morte. Spiegati. Qual è il tuo movente? Qual è il tuo significato?

Se la morte abbia effettivamente risposto per mezzo della chitarra, guidando le dita del Reverendo in quell’assolo, rivelando la sua essenza attraverso il dolore delle note e delle corde, è difficile dirlo.

Gary Davis morì nel 1972 a 76 anni, età ragguardevole che molti altri bluesman suoi contemporanei non raggiunsero mai. Nel suo caso, la morte aveva mostrato un po’ di pietà.

Gourmand e gourmet

(Articolo a cura del nostro guestblogger Pee Gee Daniel)

Che altro è l’ingordo se non un entusiasta della vita che pretenda di degustarla il più possibile attraverso le cavità orali?
Se il filosofo ambisce a comprendere l’universo attraverso il pensiero, il dandy grazie ai lussi sibaritici di cui si circonda, e il grande amatore giacendo con un’infinità di partner, il mangione eserciterà questa disposizione d’animo assimilando tutto il cibo che l’elasticità delle pareti intestinali gli permetta di ingurgitare.
I due campioni di quest’ultima inclinazione, che andremo qui di seguito a descrivere, sarebbero piaciuti a Rabelais: ben testimoniano infatti le prerogative che il mostruoso sviluppo della fase orale può assumere, tra quantità e qualità, tra il polifago e l’onnivoro, tra la fame e l’appetito.

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Nonostante sia vissuto in tempi relativamente recenti (la sua breve vita si svolse infatti tra il 1772 e il 1798) di Tarrare non ci sono rimaste notizie biografiche inoppugnabili e tutto di questa figura tende a sconfinare nel leggendario. Unica certezza è la bulimia pantagruelica da cui era affetto.
Sembra che sin dalla più tenera età fosse capace di ingurgitare intere derrate di carne, tanto che la modesta famiglia d’origine si vide presto costretta a buttarlo fuori casa, intimandogli di provvedere da solo alla propria inestinguibile voracità. Tarrare partì dunque dalla natia Lione per esibirsi in tutta la Francia con compagnie di giro, presso cui rivestiva il ruolo di una sorta di geek ante litteram. Il suo numero consisteva nell’ingoiare qualunque cosa il pubblico gli porgesse: pietre, animali vivi e frutti interi.
Giunto a Parigi si arruolò nell’Esercito Rivoluzionario, tra le cui fila ben presto ci si accorse che le razioni militari non erano minimamente sufficienti a saziare quello stomaco senza fondo. Venne  ospedalizzato e fu allora che i medici per la prima volta ebbero modo di condurre alcuni test circa le sue potenzialità digestive. Il soggetto si dimostrò capace di divorare in una sola volta, e senza apparente sforzo, le portate di una mensa imbandita per 15 persone, una quantità di gatti, cagnolini, lucertole e serpenti vivi e, dulcis in fundo, un’intera anguilla, che butto giù senza masticare.
Avendo tra l’altro dato prova di poter ingoiare un’intera risma di fogli, “restituendoli” a fine giornata pressoché intonsi, il generale Beauharnais lo impiegò per il buon esito della guerra in corso contro i prussiani, obbligando Tarrare a ingoiare documenti della massima importanza che, custoditi nelle sue budella, egli avrebbe poi “depositato” oltre le linee nemiche. Intercettato dall’esercito tedesco, si ritrovò ancora tra le corsie di un nosocomio, dove stavolta l’equipe medica tentò di curare l’inusuale patologia tramite una terapia a base di laudano, pillole di tabacco, aceto di vino e uova sode, destinata comunque all’insuccesso. Tiranneggiato da languori sempre più incontenibili, Tarrare si spinse a sgranocchiare immondizie e scarti di fogna e fu fermato appena in tempo mentre cercava di bere sangue prelevato ad altri pazienti o di cibarsi dei cadaveri ricoverati nella morgue. Gli venne persino imputata la scomparsa di un infante di 14 mesi, avvenuta in sospetta concomitanza con il suo passaggio… Morì a Versailles in seguito a un violento accesso di dissenteria.
Particolare curioso è che, a dispetto di questa sua mania, aveva sempre conservato un peso corporeo nella media.

William Buckland, geologist, 1823.
Ben diverso fu invece l’approccio all’alimentazione di Sir William Buckland (1784-1856).
Eminente geologo presso l’università di Oxford (a lui si devono le prime descrizioni scientifiche di fossili di dinosauri), affiancava al ruolo accademico una passione a dir poco eccentrica, che lo rese non meno celebre.
A muovere Buckland era una curiosità scientifica, applicata al campo dietetico. La missione che Buckland si prefisse sin dalla giovinezza fu quella di assaggiare almeno un esemplare di ogni specie vivente. E in effetti, nel corso dei suoi settant’anni abbondanti di vita, ebbe modo di comporre un catalogo variegatissimo di bestie commestibili.
Durante questa carriera mangereccia degustò carne di vari animali domestici, proscimmie, primati, grossi felini (si narra di una famigerata libagione a base di pantera), rettili, anfibi e meduse urticanti, solo per fare qualche esempio. Tipico il suo modo di accogliere gli ospiti: con una galletta spalmata di polpa di topo in una mano e una tazza di tè fumante nell’altra. Si lagnò solo un paio di volte del proprio desinare, a proposito della consistenza eccessivamente stopposa della talpa e, in un’altra occasione, del cattivo sapore del moscone. Come avrete capito le storie sulle sue eccentricità, vere o romanzate che siano, non si contano.
A quanto si narra questo Casanova gastronomico non si sarebbe nemmeno limitato a sperimentare i gusti del regno animale. In seguito a una sua visita presso la Cattedrale di San Paolo, per esempio, venne fatta una scoperta sconcertante: un calice contenente il sangue di un martire cristiano fu ritrovato completamente vuoto, come se qualcuno ne avesse bevuto il sacro contenuto…
Il picco delle stranezze fu raggiunto allorché il lord venne introdotto a una mostra di preziosi cimeli. Quando si trovò davanti alla teca che conteneva il cuore di Luigi XIV non resistette all’impulso e, subito dopo aver pronunciato la fatidica frase: «Il cuore di un Re mi manca!», si avventò sull’organo imbalsamato e lo trangugiò in un sol boccone senza che gli accompagnatori avessero il tempo di bloccarlo.

Per quanto circonfusi da un evidente alone di leggenda, i disturbi alimentari di questi signori non vanno per forza letti come frutto di fantasia; benché molto rari, sono oggi noti nelle loro varianti cliniche denominate iperfagia (appetito ossessivo) e picacismo.

Necromance

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Los Angeles, California. I turisti, come sempre, cercano le star su Sunset Boulevard, ridiventano bambini nei parchi di attrazioni degli studios, oppure sognano di essere soccorsi da Pamela Anderson sulle immense spiagge di Santa Monica.

Ma nel cuore dell’assolata metropoli, fra le boutique e i locali notturni della celeberrima Melrose Avenue (e a un paio di isolati dalla Melrose Place della soap opera), sorge una piccola bottega che offre un tipo di shopping un po’ più particolare.

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Si tratta di Necromance, negozio aperto nel 1991, specializzato in esemplari naturalistici e in un vasto assortimento di stranezze. Certo non si tratta di un paradiso come possono essere Obscura di New York o il nostro ex-Nautilus (ora reincarnatosi nell’Obsoleto Store di Modena), e i più snob storceranno il naso vedendo che le giovani proprietarie non fanno segreto della loro inclinazione goth. Ma il mondo è bello perché è vario, e quando si incontrano esercizi simili andrebbero sempre salutati con entusiasmo.

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Necromance è composto di due stanze a tema distinto, tanto che per un periodo il negozio è stato fisicamente diviso in due; la prima sala è quella dedicata alle collezioni naturalistiche. Vi potete trovare conchiglie, teschi e ossa di ogni tipo di animale, scheletri posati, innumerevoli insetti, stampe e illustrazioni, esemplari imbalsamati e preparazioni in liquido.

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Gli esemplari conservati sotto glicerina e preparati con il metodo clearing and staining sono ottenuti grazie a bagni enzimatici che rendono la carne traslucida; la struttura ossea è quindi colorata in rosso e le cartilagini in blu, in modo da consentirne uno studio approfondito (Nota: se volete divertirvi a giocare al piccolo chimico, qui trovate le istruzioni per rendere un pesce trasparente).

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In questa sezione trovano posto anche molti materiali “a consumo”: cassette piene di ossicini più o meno grandi, piume e penne, zampe di alligatore o di pollo, code e teste di serpenti a sonagli, e via dicendo. Più che servire per qualche rito voodoo, è chiaro che si tratta di rifornimenti per artisti, stilisti fai-da-te e altri clienti interessati a decorare i propri abiti o la propria casa con fantasie macabre.

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La seconda stanza del negozio, invece, è dedicata ad altri tipi di collezionismo e di esigenze di mercato. Qui troverete anticaglie di ogni tipo, strumenti medici, fotografie di epoca vittoriana, addobbi funerari, cartoline originali dei freakshow, vecchie macchine fotografiche. Uno scuro armadio svetta in un angolo, colmo di repliche in resina di teschi umani. È anche la stanza dedicata alla gioielleria, tutta ovviamente a tema gotico; alcuni degli ornamenti in esposizione contengono autentiche parti di animali, come i pendagli con testa di pipistrello, gli orecchini con osso di pene di visone, o le spille con feto di topo. È fin troppo facile il sospetto che Necromance sopravviva proprio grazie al commercio di questo tipo di bigiotteria, piuttosto che con i pezzi più “seri” come ad esempio i calchi anatomici in gesso di fine ‘800.

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Nonostante un negozio simile non possa certo vantare la popolarità dei suoi concorrenti su Melrose Avenue che vendono scintillanti abiti alla moda, riesce comunque a mantenere i prezzi notevolmente bassi per il genere di oggetti da collezione che propone, e senza dubbio questo è il suo maggiore punto di forza.

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Ecco il sito ufficiale di Necromance.

X-ray Film

Chris Munger è un regista che ha diretto una manciata di oscuri titoli negli anni ’70. Attorno al 1968, quando era uno studente di cinema all’UCLA, ha diretto questo cortometraggio sperimentale, in seguito distribuito da Pyramid Films.

In un catalogo, il film viene descritto come un “commento cinico sull’ingenuità romantica rispetto ai nostri corpi, in particolare in termini di relazioni amorose”. Il corto è aperto a molteplici interpretazioni, ma non siamo sicuri che sia corretto leggerci tutto questo disincanto; certo, il finale sembra ammonirci sulla reale portata delle nostre intenzioni (davvero è una decisione quella di innamorarsi, o è il risultato di forze biologiche interne di cui non siamo consci?), ma allo stesso tempo ci sembra che le note del compositore olandese Henk Badings, unite alle immagini a raggi X che sondano le profondità nascoste del nostro essere, creino un senso sospeso di meraviglia e di mistero. Il mistero è, appunto, quello dell’uomo in rapporto al suo stesso corpo, dalla nascita all’accoppiamento e alla nuova vita.

Il film è uno sguardo su ciò che resta normalmente occultato alla vista, quasi alla caccia di indizi, di una spiegazione o di un dettaglio illuminante che risultano però impossibili da trovare: il cinismo sarebbe ridurre l’amore all’anatomia, quando l’anatomia non fa altro che aggiungere profondità al suo segreto.

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Su Battileddu

Il Carnevale, si sa, è la versione cattolica dei saturnalia romani e delle più antiche festività greche in onore di Dioniso. Si trattava di un momento in cui le leggi normali del pudore, delle gerarchie e dell’ordine sociale venivano completamente rovesciate, sbeffeggiate e messe a soqquadro. Questo era possibile proprio perché accadeva all’interno di un preciso periodo, ben delimitato e codificato: e, nonostante i millenni trascorsi e la secolarizzazione di questa festa, il Carnevale mantiene ancora in parte questo senso di liberatoria follia.

Ma a Lula, in Sardegna, ogni anno si celebra un Carnevale del tutto particolare, molto distante dalle colorate (e commerciali) mascherate cittadine. Si tratta di un rituale allegorico antichissimo, giunto inalterato fino ai giorni nostri grazie alla tenacia degli abitanti di questo paesino nel salvaguardare le proprie tradizioni. È un Carnevale che non rinnega i lati più oscuri ed apertamente pagani che stanno all’origine di questa festa, incentrato com’è sul sacrificio e sulla crudeltà.

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Il protagonista del Carnevale lulese è chiamato su Battileddu (o Batiledhu), la “vittima”, che incarna forse proprio Dioniso stesso – dio della natura selvaggia, forza vitale primordiale e incontrollabile. L’uomo che lo interpreta è acconciato in maniera terribile: vestito di pelli di montone, ha il volto coperto di nera fuliggine e il muso sporco di sangue. Sulla sua testa, coperta da un fazzoletto nero da donna, è fissato un mostruoso copricapo cornuto, ulteriormente adornato da uno stomaco di capra.

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Le pelli, le corna e il viso imbrattato di cenere e sangue sarebbero già abbastanza spaventosi: come non bastasse, su Battileddu porta al collo dei rumorosi campanacci (marrazzos) mentre sotto di essi, sulla pancia, penzola un grosso stomaco di bue che è stato riempito di sangue ed acqua.

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Per quanto possa incutere timore, su Battileddu è una vittima sacrificale, e la rappresentazione “teatrale” che segue lo mostra molto chiaramente. Il dio folle della natura è stato catturato, e viene trascinato per le strade del villaggio. Il rovesciamento carnascialesco è evidente nei cosiddetti Battileddos Gattias, uomini travestiti da vedove che però indossano dei gambali da maschio: si aggirano intonando lamenti funebri per la vittima, porgendo bambole di pezza alle donne tra la folla affinché le allattino. Ad un certo punto della sfilata, le finte vedove si siedono in cerchio e cominciano a passarsi un pizzicotto l’una con l’altra (spesso dopo aver costretto qualcuno fra il pubblico ad unirsi a loro); la prima a cui sfuggirà una risata sarà costretta a pagare pegno, che normalmente consiste nel versare da bere.

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In questo chiassoso e sregolato corteo funebre, intanto, su Battileddu continua ad essere pungolato, battuto e strattonato dalle funi di cuoio con cui l’hanno legato i Battileddos Massajos, i custodi del bestiame, uomini vestiti da contadini. È uno spettacolo cruento, al quale nemmeno il pubblico si sottrae: tutti cercano di colpire e di bucare lo stomaco di bue che il dio porta sulla pancia, in modo che il sangue ne sgorghi, fecondando la terra. Quando questo accade, gli spettatori se ne imbrattano il volto.

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Alla fine, lo stomaco di su Battileddu viene squarciato del tutto, e il dio si accascia nel sangue, sventrato. Si alza un grido: l’an mortu, Deus meu, l’an irgangatu! (“l’hanno ucciso, Dio mio, lo hanno sgozzato!”). Ecco che le vedove intonano nuovi lamenti e mettono in scena un corteo funebre, ma le parole e i gesti delle “pie donne” sono in realtà osceni e scurrili.

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Nel frattempo un altro capovolgimento ha avuto luogo: due dei “custodi” sono diventati bestie da soma e, aggiogati ad un carro come buoi, l’hanno tirato per le strade durante la rappresentazione. È su questo carro che viene issato il corpo esanime della vittima, per essere esibito alla piazza in alcuni giri trionfali. Ma la finzione viene presto svelata: un bicchiere di vino riporta in vita su Battileddu, e la festa vera e propria può finalmente avere inizio.

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Questa messa in scena della passione e del cruento sacrificio di su Battileddu si ricollega certamente agli antichi riti agricoli di fecondazione della terra; la cosa davvero curiosa è che la tradizione sarebbe potuta scomparire quando, nella prima metà del ‘900, venne abbandonata. È ricomparsa soltanto nel 2001, a causa dell’interesse antropologico cresciuto attorno a questa caratteristica figura, nell’ambito dello studio e valorizzazione delle maschere sarde. Ora, il dio impazzito che diviene montone sacrificale è di nuovo tra di noi.

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(Grazie, freya76!)

Atlantropa

Guardate una mappa della buona, vecchia Europa: rimasta immutata per secoli, per millenni. In un certo senso, è rassicurante seguire con lo sguardo i contorni frastagliati e familiari del bacino del Mediterraneo, che ha cullato la nostra cultura, da Scilla e Cariddi alle colonne d’Ercole, dalla foce del Nilo alla Terra Promessa. Eppure meno di cento anni fa c’era qualcuno che, guardando la stessa cartina geografica, vedeva tutt’altro: i suoi occhi vi scorgevano un’opportunità, un mondo nuovo, la più grande opera architettonica dell’umanità. Ecco a voi Herman Sörgel, l’uomo che sognava di cambiare il volto di due continenti.

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All’inizio del XX Secolo, lo spirito generale era positivo ed ottimista; nonostante la Guerra, c’era una bella aria di cambiamento, di progresso scientifico e di rinnovamento politico e sociale. La tecnologia riduceva sempre di più le distanze fra i continenti, grazie a telegrafi senza fili, radio, aeroplani, e cineprese. C’era la sensazione, ben esemplificata dalla furia del nostro Marinetti, che il futuro fosse luminoso e già alle porte; e questo si rifletteva anche nelle nuove mode architettoniche come ad esempio il Bauhaus, scuola tedesca all’avanguardia per le inedite soluzioni razionali, funzionali e dal design fantascientifico. Insomma, tutto sembrava possibile – bastava avere il coraggio di pensare in grande.

Se una cosa si può dire di Herman Sörgel, classe 1885, è che pensava davvero in grande. Il progetto della sua vita, pianificato nel 1927 (anno di Metropolis di Fritz Lang… coincidenza?) e presentato ufficialmente nel 1928, era la più titanica opera di ridefinizione geofisica mai immaginata. In soldoni, Sörgel voleva creare un nuovo super-continente, chiamato Atlantropa, unendo l’Europa all’Africa. “E come?”, vi chiederete.
Che domande.
Prosciugando il Mediterraneo, ovviamente.

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Per prima cosa, andavano chiusi lo stretto di Gibilterra, il canale di Suez e lo stretto dei Dardanelli con una serie di imponenti dighe, in modo da isolare completamente il Mediterraneo dagli oceani. A questo punto, toccava aspettare un po’: il mare sarebbe evaporato al ritmo di quasi due metri all’anno, processo ulteriormente velocizzato con l’aiuto di pompe idrauliche. L’Adriatico sarebbe quasi scomparso, e tutte le altre coste sarebbero state ridisegnate con l’emergere dei fondali.

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Ma Sörgel non voleva far essiccare tutta l’acqua, perché quello che gli interessava era creare una serie di dislivelli all’interno dell’enorme bacino. Ad ovest, il mare sarebbe stato abbassato di circa 100 metri, mentre ad est sarebbe calato di 200 metri. La Sicilia, ormai quasi unita alla Tunisia da una parte e alla Calabria dall’altra, avrebbe ospitato delle dighe interne che, sfruttando il dislivello fra Mediterraneo occidentale ed orientale, avrebbero alimentato delle enormi centrali idroelettriche. Non solo: l’Italia, ormai unita all’Africa (da Marsala a Tunisi ci sarebbe bastato un ponte) avrebbe funzionato come canale di comunicazione privilegiato con la parte meridionale di Atlantropa.

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Anche per l’Africa Sörgel aveva dei piani di rinnovamento: sbarrando con un’ulteriore diga il fiume Congo, si sarebbe creato un gigantesco lago di 135.000 km² al centro del continente; calcolò che questo avrebbe invertito il corso del fiume Ubangi, che fluendo a nordovest nel fiume Chari avrebbe trasformato il Lago Ciad nel “Mare del Ciad”, di ben 270.000 km². Quest’ultimo sarebbe infine stato collegato a ciò che rimaneva del Mediterraneo attraverso un “secondo Nilo” per irrigare l’Algeria e il Sahara.

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Che bisogno c’era di tutto questo? Sörgel era convinto che i benefici della sua visione utopica fossero incalcolabili. Innanzitutto, il complesso sistema di dighe e centrali idroelettriche avrebbe soddisfatto il fabbisogno di energia non soltanto europeo, ma anche della quasi totalità dell’Africa; inoltre, prosciugato il Mediterraneo, l’emergere di circa 660.000 km² di terre costiere avrebbe garantito nuove aree agricole. L’Europa si sarebbe riappacificata grazie agli sforzi collaborativi necessari per completare l’opera, e il nuovo super-continente, Atlantropa, sarebbe stato grande ed economicamente forte quanto l’Asia o le Americhe. E immaginate quale gioia avrebbero provato gli archeologi a vedere rispuntare le svariate migliaia di relitti di navi persiane, romane e greche che riposavano sui fondali fin dall’antichità!

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Visto oggi, il progetto Atlantropa sembra una follia: sigillare il Mediterraneo significherebbe aumentarne la salinità a dismisura, creando una specie di enorme Mar Morto senza vita alcuna. Le terre emerse, ricoperte di sale, sarebbero tutt’altro che coltivabili; la Corrente del Golfo, non potendo più contare sul riversamento di una parte delle sue acque oltre Gibilterra, cambierebbe forse il suo flusso, rendendo ghiacciato il Nord Europa. Tutto questo senza considerare l’idea di alluvionare tutto l’interno dell’Africa.

All’epoca, però, il dibattito che Atlantropa suscitò fu enorme, e continuò per tutta la metà del ‘900. Si poteva fare, non si poteva? I sostenitori illustri erano molti, ma purtroppo il progetto non incontrò il favore della persona giusta – vale a dire, del Führer. Hitler infatti non aveva alcuna intenzione di collaborare con gli altri stati europei e inoltre, come purtroppo sappiamo, aveva piani ben diversi per ottenere lo “spazio vitale” di cui necessitava il popolo tedesco.

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Il sogno di Sörgel, che poteva rivelarsi un incubo, non ebbe mai un futuro. Infatti Atlantropa, a suo modo, prevedeva la partecipazione, l’industrializzazione e l’emancipazione dei popoli africani – e questo non era un punto a favore in periodi di leggi razziali ed espansionismo coloniale; disperato, Sörgel provò perfino a smussare questi “angoli” troppo egualitari, e a colorare il progetto di toni razzisti pur di compiacere il regime, ma Hitler non ci cascò. All’architetto venne proibita ogni ulteriore pubblicazione, e rifiutato il visto per portare le sue idee alla Fiera Internazionale di New York del 1939.

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Sörgel morì nel 1952 a Monaco di Baviera, e l’Istituto Atlantropa chiuse i battenti sei anni più tardi, dichiarando il tutto come “un progetto superato”.

Street Monkeys

In Jakarta, capital of Indonesia, urban overpopulation entails extreme poverty. In order to survive, people have to come up with new ways of gathering attention. When Finnish photographer Perttu Saska saw what was going on at the corner of every street, he decided to document it in a series entitled A Kind of You.

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These monkeys are exhibeted at traffic lights or in the alleys, dressed up in baby clothes and forced to wear doll’s heads that give them an unsettling, almost human appearance. They are trained to ask for charity, and sometimes to enact sad little performances like riding a small bike, or applying makeup while looking in a mirror.

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The phenomenon of topeng monyet (“masked monkeys”) is certainly not a sight to behold: various animal rights associations are fighting to save the 350 macaques that are exploited, undernourished, often abused and locked up inside minuscule cages every night, in appalling sanitary conditions. There have already been some good results, as reported on this article.

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But Saska’s photographs have the merit of raising questions not only on animal cruelty. The little monkeys, chained by their neck, with their dirty and torn clothes, with those doll heads (probably found in a dump), look like a grotesque and transfixed version of their owners: poor people, choked by the chains of misery, who live by their wits because there’s nothing else to do.

Saving the monkeys is important and righteous; it’s difficult to see how the ones on the other end of the leash will be saved.

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This is what is really disturbing in Saska’s work: the feeling we are actually looking in a mirror, at “a kind of you”.

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Here is Perttu Saska‘s official website.

(Thanks, Stefano!)

La morte in musica – I

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Inauguriamo una nuova rubrica che, in linea con l’esplorazione delle varie concezioni della morte più volte presentata su queste pagine, si propone di esaminare un contesto culturale spesso poco considerato: la musica popolare.

Che rapporto ha la canzone con la morte, come la affronta, come la descrive? Analizzando di volta in volta un rilevante brano musicale, cercheremo di capire quale immagine esso ci restituisca dell’inevitabile fine della vita, attraverso gli occhi dell’autore ed eventualmente della tradizione nella quale si inserisce.

Cominciamo con un cantautore particolarmente raffinato: il canadese Leonard Cohen, e la sua Who By Fire del 1974.

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Who by fire
Ispirata al secondo paragrafo del poema liturgico ebraico Unetanneh Tokef, la canzone di Cohen è una meditazione sulla morte e sull’esistenza di Dio; ma, come vedremo, è più sottile di quanto sembri a prima vista.

Ogni strofa è divisa in due parti: la prima è dedicata all’enumerazione/lamentazione di diversi tipi di morte possibili.
Le varianti differiscono non soltanto per modalità (“chi col fuoco, chi con l’acqua”, “chi per incidente”) ma anche per motivazione (“chi per la sua avidità, chi per fame”). Da notare, in questa commovente lista, almeno alcune variazioni che sembrano sottolineare la soggettività dell’esperienza della morte, a seconda di come vediamo il mondo: alcuni se ne andranno “in questi regni d’amore”, altri “scivolando via in solitudine”. Questa realtà può essere un Eden per alcuni, un inferno per altri.

In questo senso, nel verso “chi nel felice, felice mese di Maggio” trapela tutta l’amara ironia che l’autore attribuisce al morire. L’espressione era usata in alcune ninne-nanne, e in diversi poemi e canzoni inglesi dal 1600 in poi: nel contesto di questa canzone, però, viene ovviamente inserita con la distanza del sarcasmo e della disperazione – la morte non si ferma nemmeno di fronte al mese più gioioso dell’anno.

La seconda parte di ogni strofa è costituita dal verso “e chi dirò che sta chiamando?”. Quest’ultimo “chi” opera un notevole scarto rispetto a quelli che aprono ogni verso precedente, sottolineato anche dal cambio melodico. Non si tratta più di un elenco affermativo, ma di una domanda: tutti questi morti, chi li sta chiamando ad uno ad uno?

Il verso si gioca tutto sull’ironico doppio senso di calling, poiché il tono è lo stesso che userebbe un maggiordomo al telefono: “chi devo dire che sta chiamando?”, “chi devo riferire?”. La formulazione shall I nella sua accezione arcaica rende la frase rispettosa ed educata, quando allo stesso tempo sta proponendo una domanda scottante: chi c’è all’altro capo della metaforica cornetta?

Il poeta qui si chiede chi sia a decidere del nostro ultimo destino. Sia che moriamo per il fuoco o per i barbiturici, c’è qualcuno o qualcosa che dia un senso alla nostra sofferenza e finitezza?
La bellezza della domanda è che non è posta in termini filosofici o metafisici: Cohen non chiede direttamente “esiste un Dio che può motivare la nostra morte?”. Il suo è un approccio estremamente umano, nato dalla contemplazione del dolore e della paura di tutti coloro che debbono morire, incluso se stesso (“chi in questo specchio”).
Rifiutando una visione ateistica o fideistica, Cohen pone al centro della questione un interrogativo elegante: “chi devo dire che sta chiamando?” Come potrò giustificare tutto questo triste e violento morire? Espressa con una sinteticità poetica ammirevole, ecco la domanda che assilla l’uomo fin dall’antichità.

La donna scimmia

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Abbiamo più volte ricordato, su queste pagine, come le esistenze delle cosiddette “meraviglie umane” all’interno dei freakshow fossero più dignitose di quanto ci si potrebbe aspettare e che, anzi, il circo permetteva spesso a uomini e donne dotati di un fisico fuori dall’ordinario di condurre una vita normale, accettati da una comunità, di girare il mondo e di raggiungere un’indipendenza economica che non avrebbero potuto nemmeno sognare al di fuori dei baracconi itineranti. Eppure non tutte le storie dei freaks sono così positive: ce ne sono alcune che spezzano il cuore, come ad esempio quella di Julia Pastrana.

Nel suo saggio La variazione degli animali e delle piante allo stato domestico (1868), Charles Darwin la descriveva così:

Julia Pastrana, una danzatrice spagnola, era una donna rimarchevole, ma aveva una fitta barba mascolina e una fronte pelosa; […] ma quello che ci interessa è che in entrambe le mascelle, inferiore e superiore, aveva una doppia fila di denti, una dentro all’altra, di cui il Dr. Purland ottenne un calco in gesso. A causa dei denti in sovrannumero, la sua bocca sporgeva in fuori, e la sua faccia assomigliava a quella di un gorilla.

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La Pastrana in realtà non era spagnola, come riteneva Darwin, ma era nata nel 1834 in Messico, nello stato di Sinaloa. Fin da piccola il suo corpo e il suo volto erano completamente ricoperti da un folto pelo bruno. In aggiunta allo sviluppo abnorme di peluria (il termine medico odierno è irsutismo), il naso e le orecchie di Julia erano ingrossati e i suoi denti irregolari, tanto da farla assomigliare a una specie di strana scimmia. Ma la sua intelligenza non era stata scalfita da queste menomazioni: Julia sapeva cantare e danzare.

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Un giorno l’impresario Theodore Lent la scoprì in un remoto villaggio messicano e la acquistò da una donna che con tutta probabilità era sua madre. Sotto la protezione di Lent, Julia raffinò l’arte del canto e del ballo, e imparò a parlare, leggere e scrivere in tre lingue diverse. In numerosi spettacoli circensi in Nord America e in Europa, Theodore la esibì con nomi d’arte quali “la donna barbuta e pelosa”, la “donna-orso”, e “l’anello mancante”.

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La fece esaminare da diversi medici, la cui diagnosi – letta al giorno d’oggi – ci lascia piuttosto interdetti. Secondo il dottor Alexander B. Mott, Julia era sicuramente “il risultato di un accoppiamento fra un uomo e un orango-tango”. Secondo un altro medico, era appartenente a una specie “differente” da quella umana. Certo, vi furono anche medici che riconobbero subito che Julia era semplicemente una “donna indiana messicana deforme”, ma a costoro non venne dato molto credito: per lo show-business, era essenziale mantenere viva la leggenda di una autentica donna-scimmia.

Per Theodore Lent, il manager di Julia Pastrana, gli affari andavano a gonfie vele: gli ingaggi si susseguivano con profitti sempre maggiori. A poco a poco, egli divenne geloso, e sospettoso che la sua miniera d’oro potesse venirgli sottratta. Decise quindi che c’era un solo modo per mantenere la donna-scimmia legata a sé per sempre.

Un bel giorno, si dichiarò a Julia e le chiese di sposarlo. I due convolarono a nozze, e pare che il giorno del matrimonio Julia abbia dichiarato: “Lui mi ama per quello che sono, soltanto per quello che sono”. Forse è ingiusto giudicare questa unione in maniera negativa, senza elementi, a più di un secolo di distanza; probabilmente Lent fu persino un marito premuroso. Ma la piega che presero le cose più tardi sembra supportare l’idea che egli avesse in mente qualcosa di diverso dal puro amore.

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Nel Marzo del 1860, infatti, Julia e Theodore si trovavano a Mosca per un tour. La donna era incinta del loro primo, e unico, figlio. Ricoverata in una clinica,  e pregando che non avesse il suo stesso tipo di problemi genetici, diede alla luce un bambino. Purtroppo, il piccolo mostrava già i segni della malattia della madre, e dopo tre soli giorni morì. Per le complicanze del parto, anche Julia Pastrana lo seguì, due giorni dopo.

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Ma Lent, nonostante la morte della moglie e del figlio neonato, non aveva alcuna intenzione di chiudere baracca: mentre si trovava ancora in Russia, contattò il professor Sokulov all’Università di Mosca e lo assunse affinché imbalsamasse i corpi di Julia Pastrana e del suo bambino.

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Così, esponendo sul palco i corpi mummificati di Julia e del neonato in una teca di vetro, Lent continuò a girare l’Europa con diversi circhi. Più tardi sembra che sia riuscito a scovare una nuova donna-scimmia, a sposare anche lei e ad esibirla con il nome di Zenora Pastrana, arricchendosi notevolmente. Ma anche la sua fortuna stava per declinare, e nel 1884 venne rinchiuso in un manicomio in Russia, completamente pazzo. Vi morirà poco dopo.

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Le mummie di Julia Pastrana e del suo figlioletto passarono di mano in mano, da impresario ad impresario, fino a scomparire misteriosamente all’inizio del ‘900. Nel 1921 vennero riscoperte in Norvegia, ed esibite per circa 50 anni: quando venne proposto un tour americano delle spoglie imbalsamate, l’opinione pubblica insorse e l’indignazione portò addirittura ad alcuni atti di vandalismo, durante i quali la mummia del bambino venne mutilata. I resti rimasero nascosti e in balìa dei topi, finché nel 1979 la mummia di Julia venne trafugata. Riportata all’Istituto Forensico di Oslo, non venne identificata fino al 1990, dopodiché rimase chiusa in una bara nel Dipartimento di Anatomia dell’Università di Oslo fino al 1997.

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A seguito di una complessa battaglia burocratica durata quasi vent’anni, finalmente il 12 febbraio del 2013 i resti di Julia Pastrana sono stati sepolti con rito cattolico in un cimitero a Sinaloa de Leyva, in Messico, vicino a dove la famosa donna-scimmia era nata.

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La storia di Julia Pastrana ha ispirato il capolavoro La donna scimmia (1964) in cui queste vicende, trasportate nella Napoli degli anni ’60, sono lo spunto per denunciare con compiacimento grottesco e spietato le miserie del nostro paese e, come sempre in Marco Ferreri, divengono metafora del difficile rapporto fra i sessi. Nei panni di Julia (Maria, nel film), una coraggiosa e splendida Annie Girardot; Lent (ribattezzato Antonio Focaccia) è invece affidato all’interpretazione magistrale di Ugo Tognazzi, che ritrae il personaggio del marito-manager come il tipico italiano medio, né buono né cattivo, ma la cui ambiguità apre un abisso morale che inghiotte lo spettatore e che rende lo sfruttamento di un altro essere umano un evento banale – e, per questo stesso motivo, ancora più inquietante.

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(Alcune delle immagini nell’articolo sono tratte dal documentario prodotto da HBO Some Call Them Freaks – grazie Silvia!)

Luminaris

Luminaris (2011) è un cortometraggio diretto dal regista, grafico e animatore argentino Juan Pablo Zaramella. Il corto, girato con la tecnica della pixilation combinando attori reali con oggetti animati e sequenze in time-lapse.

La sua squisita atmosfera poetica, surreale e ironica gli ha già fruttato 250 premi attraverso il mondo, inclusa la nomination agli Oscar come miglior cortometraggio nel 2011.

[vimeo http://vimeo.com/24051768]

Ecco il sito ufficiale di Luminaris.