A Computer In A Skirt

(This article originally appeared on #ILLUSTRATI n. 46: #HEROES)

Credits: NASA/Sean Smith

Next year this beautiful lady, Katherine Johnson, will turn one hundred. When she was a little girl, her father Joshua used to repeat to her: “You are as good as anybody in this town, but you’re no better”.
It was hard to believe you were as good as anybody else for a coloured little girl who had grown up in White Sulphur Springs, where education ended compulsorily with the eighth grade for anybody who was not white.
Katherine’s father, Joshua, worked as a farmer and handyman for the Greenbrier Hotel, the thermal resort where the wealthiest squires of all Virginia used to spend their holidays; it was perhaps for this reason that he wanted his daughter to follow her own path without hesitation, in spite of the segregationist barriers. If she wasn’t allowed to study in the small town where they lived, he was going to bring her to Institute, 130 miles further west.

Katherine, for her part, sped up the process: at the age of 14 she had already finished high school, at the age of 18 she earned a degree with honours in mathematics. In 1938 the Supreme Court established that “white-only” universities should admit coloured students, therefore in 1939 Katherine became the first African-American woman to attend the graduate school at the West Virginia University in Morgantown.
After completing her studies, however, a career was far from being guaranteed. Katherine wished she could take up research, but once again she had to cope with two disadvantages: she was a woman, and on top of that African-American.

She taught mathematics for more than ten years, waiting for a good chance which eventually presented itself in 1952. NASA (called NACA at the time) had started to employ both white and African-American mathematics, and offered her a job. Therefore in 1953 Katherine Johnson joined the very first team of the space agency.
She started working in the “computer in skirts” section, a pool of women whose job was to read the data from the black boxes of planes and carry out other mathematical tasks. One day Katherine was assigned to an all-male flight research team; she was supposed to work with them for a limited time, but Katherine’s knowledge of analytic geometry made her bosses “forget” to return her to her old position.

But she couldn’t escape segregation. Katherine was required to work, eat, and use restrooms in areas separated from those of her white peers. Regardless of whoever had carried out the work, reports were signed only by the men of the pool.
But Katherine had kept in mind her father’s words, and her strategy was to ignore what she was expected to do. She used to participate in the all-male engineering meetings, she signed reports in place of her male superiors, and in spite of any objection. Because she had never thought she was inferior – nor superior – to anybody.

That was a pioneering era and participating in the first Space Task Force in history meant venturing in completely new operations and facing unknown issues. With her competence and talent for geometry, Katherine was one of the most brilliant “human computers”. She calculated the trajectory of the first American space flight, the one of Alan Shepard in 1961.

Then at some point NASA decided to move on to electronic computers, dismantling the team of “human calculators”; the first flight programmed using the machines was that of John Glenn, who orbited around the Earth. But the astronaut himself refused to leave unless Katherine manually verified all the calculations made by the computers. She was the only one he trusted.
Later Katherine helped to calculate the trajectory of Apollo 11, launched in 1969. Seeing Neil Armstrong taking the first step on the Moon moved her, but only to a certain point: for somebody who had been working on that mission for years, this certainly came as no surprise.

For a long time, little was known about the work carried out by Katherine (and her colleagues): overlooked for decades by a society that was always reluctant to acknowledge her real value, today her name is studied at school and her story has been recently narrated by the film Hidden figures (2016, directed by Theodore Melfi). The contribution offered by Katherine to the space race is now regarded as essential – although the ones who became heroes were those astronauts who could have never left the Earth soil without her precise calculations.

Smiling, about to turn one hundred, Katherine Johnson continues to repeat: “I’m as good as anybody, but no better”.

 

La biblioteca delle meraviglie – XI

AnatomieHugh Aldersey-Williams

ANATOMIE – Storia culturale del corpo umano

(2013, Rizzoli)

Restiamo sempre sorpresi quando leggiamo che, per gli antichi, la sede delle emozioni non era il cuore o il cervello, ma il fegato. Ci coglie infatti il sospetto che il modo in cui guardiamo al nostro stesso corpo sia influenzato dalla cultura in cui siamo cresciuti. Ma la profondità e la portata di questa verità ci sfugge quotidianamente.

L’aspetto più stupefacente, leggendo questa densa ma appassionante “storia culturale del corpo umano”, è scoprire di pagina in pagina quante cose diamo per scontate: dal valore imprescindibile che assegniamo alla testa, all’importanza del nostro naso, all’ignoranza pressoché totale sui nostri organi interni, “esoterici” e in un certo senso inquietanti, l’autore ci conduce attraverso un percorso che si snoda dall’antichità ad oggi, fra difficili scoperte, clamorose smentite ed errori stupefacenti.

I primi anatomisti si scoprirono “esploratori” di una sconosciuta geografia interna, fino ad allora nascosta, e cominciarono a dare il proprio nome ad organi, appendici, insenature e “isole” proprio come i conquistatori di un Nuovo Mondo. Ma questa ricognizione non è ancora finita, e il libro di Aldersey-Williams svela con stile preciso e piacevole come non soltanto la scienza ma anche le belle arti, la letteratura e perfino il linguaggio facciano della forma umana un oggetto complesso, sfaccettato, che partendo dalle proporzioni ideali di Leonardo Da Vinci cerca oggi una perfezione ancora maggiore, un affrancamento dalla vecchiaia e dalla morte le cui suggestioni ricordano il mito di Frankenstein. Una storia variegata, che dalla lezione di Tulp di Rembrandt alle sopracciglia di Mona Lisa, dagli esperimenti di Mengele ai moderni impianti biomeccanici ci racconta quanto mutevole, ibrido ed essenzialmente indefinibile sia questo corpo che abitiamo.

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Fritz Kahn

FRITZ KAHN

(2013, Taschen)

Sempre nell’ambito delle scienze anatomiche, è interessante considerare come la scienza odierna utilizzi dei modelli tecnologici per rapportarsi alle varie parti del corpo: il cuore come pompa meccanica, il cervello come computer, il sistema osteo-muscolare come perfetta macchina in movimento, e via dicendo. Questo tipo di metafore sono state spesso criticate come fuorvianti, soprattutto dai fautori di una visione più olistica della medicina, ma accostare il meccanico e l’organico ha sicuramente il pregio di spiegare in maniera chiara il funzionamento di un determinato sistema, anche ai non addetti ai lavori.

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Lo aveva compreso perfettamente Fritz Kahn, classe 1888, ginecologo, scrittore, artista, che a partire dagli anni ’20 si dedicò alla divulgazione scientifica in maniera completamente inedita ed originale. Cosciente dell’importanza delle immagini nell’educazione, Kahn si prefissò il compito di rendere finalmente visibili e comprensibili i processi fisiologici creando delle analogie con qualcosa di familiare: i processi industriali. Ecco allora che nella sua illustrazione più celebre, L’uomo come palazzo industriale, il corpo è rappresentato come una serie di luoghi di lavoro moderni, organizzati in catene di montaggio, pannelli di controllo, circuiti, macchinari. Nel tempo Kahn affinerà queste metafore architettoniche e industriali, con una capacità e una fantasia per l’accostamento analogico che ha dell’incredibile.

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Ad ogni pagina di questo sontuoso volume che ripercorre l’intera carriera di Kahn, ci si trova di fronte a nuove invenzioni iconografiche, trovate surrealiste, connessioni improbabili, sempre però concepite con spirito divulgativo, per ridurre la complessità e rendere i processi vitali accessibili al pubblico più vasto.

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Oggi che siamo abituati all’infografica, nei testi scolastici come nelle riviste scientifiche, nei manuali di istruzioni come nei giornali, possiamo comprendere ancora meglio l’importanza di questo pioniere dalla fantasia sfrenata, spinto da una incontenibile voglia di condividere con tutti le meraviglie dell’anatomia umana.

Ondrej Svadlena

Ondrej Svadlena è uno dei più dotati animatori (e disegnatori) provenienti dalla Repubblica Ceca, nonostante si dedichi alla creazione dei suoi corti soltanto nei ritagli di tempo – e per questo la gestazione delle sue opere è piuttosto lunga. Dallo stile visivo davvero unico, lugubre e visionario, il suo mondo allucinato vuole essere la metafora stratificata della disumanizzazione odierna, della caduta dei limiti di senso e dell’ormai indistinguibile commistione di livelli di realtà che viviamo quotidianamente. Ma al di là delle intenzioni filosofiche del loro autore, questi cortometraggi sono soprattutto un’esperienza inedita – talvolta ai limiti della psichedelia, sempre ipnotica e affascinante.

Sul sito ufficiale di Ondrej è possibile ammirare anche altri suoi lavori, fra cui un estratto della sua ultima fatica, MRDRCHAIN (2010), che si preannuncia spettacolare.

Fallen Art

In una base militare dimenticata, lontano dalla civiltà, un gruppo di soldati impazziti persegue un folle progetto artistico.

Questo macabro e delirante cortometraggio di animazione è stato realizzato nel 2005 dal polacco Tomek Baginski.

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