The Spann Case: A Chronicle

Article by guestblogger “La cara Pasifae”

The law is some tricky shit, isn’t it?
(Thelma & Louise, 1991)

From her first marriage, Patricia Ann Spann had three children: a boy, then a girl and another boy. Things were not too good, evidently, because Patricia lose custody over them and the children were legally adopted by her mother-in-law.

But in 2008 Patricia met Cody Spann Jr., her oldest son, who at the time was 18. And she married him.
In Lawton, Comanche County, Oklahoma. She signed the papers using both her maiden and her married name, “Patricia Ann Clayton Spann”.

Fifteen moths later, in 2010, at the boy’s request a judge nullified their marriage on the grounds of incest. The Oklahoma laws categorically forbids unions with direct descendants.

In 2014 Patricia met her daughter, at the time 23 years old, Misty Velvet Dawn Spann.


And on March 25, 2016, the two women got married.

They moved in together in Duncan, Stephens County (OK), nearly 30 miles from the Texas border and less than 20 from Lawton where, once again, the wedding had taken place.
To get around the obstacle of their shared family name, Patricia Spann had used her maiden name upon filing the marriage licence application.

Perhaps not all the neighbors were fine with this new, close but reserved couple settling in. So, in August, Patricia and Misty received the visit of a Human Services Child Welfare Division investigator who, while assessing the state of the Spann children, found out that mother and daughter were legally married.

The women admitted both to their biological bond and to being married. Patricia declared to the investigator that she didn’t think they were breaking any law since her name no longer appeared on her daughter’s birth certificate, and that anyway, after being reunited, “they hit it off”.

Thus the authorities came to know of the incestuous relationship. The case was assigned to Duncan Police Detective Dustin Smith, who began the investigations on August 26, 2016, after a warning from the Human Services Division. In September, just months after they had married, in compliance with the law, the Spanns were formally charged.
Felony arrest warrants were issued in Stephens County District Court for both of them. If found guilty, they would face up to 10 years in prison.
After the arrest Misty and Patricia Ann were put in custody in Stephens County Jail. The bail was set at $10,000 for each woman.

As reported by Lawton Constitution, Patricia Spann insisted that she hadn’t had contact with her children until a few years earlier, claim contradicted by court records regarding her former marriage with her biological son. No charges were pressed for that marriage.

At Misty’s request, the marriage with her mother was annulled Oct. 12, 2017, as court records show. In November the girl, who claimed she was fraudulently induced into marriage by her mother, pleaded guilty to her incest charge. She was sentenced to probation for 10 years, two of which to be spent under the supervision of the Oklahoma Department of Corrections.

But after the verdict, a legal technicality emerged, which does not allow deferred senteces – like probation – in incest cases. She was therefore allowed to withdraw her guilty plea and to enter a new plea.
After pleading guilty to the felony count, on March 13, 2018, 46.years-old Spann, born in Norman (OK), was transferred to prison for incest. A judged sentenced her to two years of prison, eight years probation and a $2,791 fine allocated as follows: a $1,500 fine, $300 to the State victims’ compensation fund, and $991 in legal fees. Upon her release, she will also be registered as a sex offender.
In this moment, the woman is held in prison in a Oklahoma State Jail, where she passed her first three months as a recluse.

Thus we have compiled a chronicle of a strange story from the deep South Central. The nature of these facts can amaze and astonish, pushing us to try and guess the inner dinamics that moved its protagonist, Patricia Ann Spann. What were her motivations? Is it possible to really understand?

This is why this is no biography. We can only get a glimpse of the vast array of different interpretation such a story can sustain, of the extent of speculations it suggests, of the powerful, mythical narratives it brings to mind. Where should we start?

(La cara Pasifae)

Arte criminologica

Articolo a cura del nostro guestblogger Pee Gee Daniel

Accade spesso che per il raggiungimento di mete stupefacenti la via che vi ci conduce si presenti impervia.

Anche in questo caso, al termine di un percorso accidentato, tra gli inestricabili paesini del cuore della Lomellina, sfrecciando lungo sottili assi viari a prova di ammortizzatore, si giunge finalmente a un prodigioso sancta sanctorum per gli amanti del macabro, dell’insolito e del curioso, nascosto – come sempre si conviene a un vero tesoro – nell’ampio soppalco di una grande cascina bianca, dispersa tra le campagne.

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Là sopra vi attendono, beffardamente occhieggianti dalle loro teche collocate in un ordine rapsodico ma di indubbio impatto, teste sotto formalina galleggianti in barattoli di vetro, mani mozze, corpi mummificati, arti pietrificati, crani di gemelli dicefali, barattoli di larve di sarcophaga carnaria, cadaveri adagiati dentro bare in noce, un austero mezzobusto della Cianciulli (la celeberrima “Saponificatrice di Correggio”), pezzi rari come alcuni documenti olografi di Cesare Lombroso, parti anatomiche provenienti da vecchi gabinetti medici, armi del delitto, strumenti di tortura o per elettroshock in uso in un recente passato, memento di pellagrosi e briganti, tsantsa umane e di scimmia prodotte dalla tribù ecuadoriana dei Jivaros, bambolotti voodoo, cimeli risalenti a efferati fatti di cronaca nostrana.

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Creatore e gestore di questa casa-museo del crimine è il facondo Roberto Paparella. Sarà lui a introdurvi e accompagnarvi per le varie installazioni con la giusta dose di erudizione e intrattenimento: un po’ chaperon, un po’ cicerone e un po’ Virgilio dantesco.

Diplomato in arte e restauro (la parte inferiore dell’edificio è infatti occupata da mobilio in attesa di recupero) e criminologo, il Paparella ha saputo combinare questi due aspetti dando vita a una disciplina ibrida che ha voluto battezzare “arte criminologica”, cui è improntata l’intera mostra permanente che ho avuto il piacere di visitare in quel di Olevano. Poiché c’è innanzitutto da dire che non di mero collezionismo si tratta: molti dei pezzi che vi troviamo sono cioè manufatti e ricostruzioni iperrealistiche composti ad hoc dalla sapienza tecnica del nostro, cosicché i reperti storici e i “falsi d’autore” si mescolano e si confondono in maniera pressoché indistinguibile, giocando sul significato più ampio del termine “originale”.

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È forse utile spiegare che il museo è ospitato all’interno di una comunità terapeutica. Roberto Paparella infatti, oltre a essere un artista del lugubre, un restauratore, un ricercatore scrupoloso nel campo criminologico e un tabagista imbattibile, è anche stato il più giovane direttore di una comunità per tossicodipendenti in Italia (autore insieme al giurista Guido Pisapia, fratello dell’attuale sindaco di Milano, di un testo per operatori del settore), mentre oggi si occupa di ragazzi usciti dall’istituto penale minorile. Proprio questo, mi ha rivelato, è stato uno dei principali sproni alla sua vera passione: ripercorrere quotidianamente i vari iter giudiziari e la teoria giuridica di delitti e pene in compagnia dei suoi ragazzi ha fatto rinascere in lui questo interesse per delinquenti, vittime, atti omicidiari e “souvenir” a essi connessi.

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Una vocazione riaffiorata dal passato, visto che il primo a instillare in lui questo gusto grandguignolesco fu in effetti il padre che, dopo aver visitato il museo delle cere di Milano, aveva deciso di farsene uno in proprio, nello scantinato di casa sua, che aveva poi chiamato La taverna rossa e nel quale amava condurre famigliari e amici nel tentativo di impressionarli con le ricostruzioni di famosi assassini, seppure di produzione casalinga e un po’ naif.
La tradizione familiare peraltro prosegue, visto che i due figli di Paparella, cresciuti tra cadaveri dissezionati più o meno posticci, tengono a fornire spontaneamente i propri pareri in merito alla attendibilità di questa o quella riproduzione artigianale di cui il padre è autore.

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Per quanto riguarda la “falsificazione” anatomica di salme o parti di esse, è una cura certosina quella che viene impiegata, avvalendosi di uno studio filologico, di un’attenta scelta dei materiali, di una efficace disposizione scenografica dei corpi stessi e delle luci che ne esalteranno le forme. Come nel caso di Elisa Claps, i cui resti Paparella ha rielaborato ricoprendo uno scheletro in resina con uno speciale ritrovato indiano noto come cartapelle, capace di ricreare l’effetto di un tegumento incartapecorito dalla lunga esposizione agli elementi atmosferici, e infine decorato con altri componenti di provenienza umana (l’apparato dentario è fornito da alcuni studi odontoiatrici, mentre i capelli vengono recuperati da vecchie parrucche di capelli veri, scovate nei mercatini).
Paparella afferma che nel suo operato si cela anche una motivazione morale: la volontà di ridare una consistenza tridimensionale alle vittime come ai carnefici, nella speranza di muovere dentro allo spettatore quelli che potremmo individuare come i due momenti aristotelici della pietà e del terrore.

Continuando la visita, incontriamo il corpo del cosiddetto Vampiro della Bergamasca, già esaminato a suo tempo dal Lombroso, alle cui misurazioni antropometriche lo scultore si è attenuto fedelmente: per la cronaca, Vincenzo Verzeni era un serial killer o, secondo la terminologia clinica del tempo, un «monomaniaco omicida necrofilomane, antropofago, affetto da vampirismo», che provava una frenesia erotica nello strappare coi denti larghi brani di carne alle proprie vittime.

Accanto, ecco lo scheletro di un morto di mafia, con sasso in bocca e mani amputate, che emerge faticosamente dalla terra mentre, sull’altro lato, in una posizione rattrappita, una mummia azteca lancia al visitatore una versione parodistica dell’Urlo di Munch. Alle sue spalle, addossata all’estesa parete, un’intera schiera di calchi delle teste di alienati e criminali ci osserva in maniera inquietante, a breve distanza dai calchi dei genitali di stupratori e di pazienti affette dal terribile tribadismo.

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Si prosegue lungo una parete tappezzata di scatti ANSA di celebri processi del secondo dopoguerra, finché – in un accostamento emblematico dello stile di questo stravagante museo – poggiato su una lapide di candido marmo, ci si imbatte in un set anti-vampiri completo, con tanto di teschio, altarino portatile, barattolo contenente terra consacrata, chiodone in ferro in luogo dell’abusato paletto di frassino, argilla, paramenti ecclesiastici vari, pipistrelli essiccati, breviario e crocefisso a portar via, il tutto serbato in uno scrigno ligneo di pregevole fattura.

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Ritornati all’entrata, al momento del commiato, troverete a salutarvi il manichino animato di Antonio Boggia, pluriomicida della Milano ottocentesca. A qualche passo dall’automa, l’occhio cade su una pesante mannaia in ferro, usata dallo stesso Boggia per le sue esecuzioni. Vera o falsa? Non sta a noi rivelarvelo. Se vi va, andando alla mostra (che vi si offrirà ben più particolareggiata di questo mio stringato resoconto) portatevi in tasca il giusto quantitativo di carbonio 14, oppure, più semplicemente, godetevi lo spettacolo senza porvi troppe domande.

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Museo di Arte Criminologica
, via Cascina Bianca 1, 27020 Olevano di Lomellina (PV)
È necessario prenotare: tel. 3333639136 tel./fax 038451311 email: [email protected]