La discoteca ideale – II

Continua la nostra rassegna di dischi dalle copertine improbabili, ma questa volta dalle sponde del Signore passiamo a una dimensione più sensuale e terrena, e a temi più “caldi”. Abbassate le luci, quindi, e accendete il giradischi.

Iniziamo dalla irresistibile arte seduttoria di Pooh-Man, ritratto qui nella sua più banale quotidianità.

I Boned nascondono qualche velata allusione sessuale sulla loro copertina, mentre Kevin Rowland ci fa scoprire la sua bellezza interiore.

Ecco gli Scorpions, classico gruppo anni ’80 da “smutandamento” (come si diceva allora): nel primo album restano purtroppo impantanati nella torbida viscosità delle pulsioni erotiche, mentre nel secondo scopriamo la loro più sospesa sensualità grazie a un paio di pantaloni, una donna adorante e… un cane.

The Handsome Beasts dimostrano di saper osare — e di non conoscere Photoshop — mentre Millie Jackson ci racconta la sua intimità con grinta e faccia tosta.

Chi non vorrebbe leccare Swamp Dogg alzi la mano.
E Herbie Mann ci stuzzica con il suo ammiccante piffero che fa “Push Push”.

Si spoglia di ogni inibizione Quim Barreiros, e Martin Denny svela tutto il suo romanticismo.

Gli Orleans gridano al mondo la loro amicizia senza inibizioni, così serena e lontana dalla virilità inquietante sfoggiata dai WASP.

Inquietante, a dir poco, è anche il modo in cui John Bult celebra il sedicesimo compleanno di Julie; ma la compilation “My pussy belongs to daddy” riporta un po’ di serenità e buonumore, nonché di pucciosità.

Altri spensierati esempi di allegra gaiezza (anche se qualche nube offusca lo sguardo di Francisco).

Ragazze, attente: Tony Tee stanno arrivando con il loro carico di sensualità provocante, e Jim Post per l’occasione si è pure fatto una doccia.

Richard & il burattino Willie si danno da fare in un threesome senza precedenti, mentre i Manowar si dedicano a sviscerare i collegamenti nascosti fra l’immaginario fantasy e quello gay.

E chiudiamo ancora con gli Handsome Beasts, che si riconfermano artisti dall’incomparabile finezza espressiva con il loro struggente “Bestiality“.

Link agli altri due articoli:
La discoteca ideale – I
La discoteca ideale – III

MEAT

Dimitri Tsykalov è un artista russo. Utilizza diverse tecniche di scultura per trasformare oggetti comuni in opere d’arte stupefacenti e metaforicamente stimolanti.

Ha cominciato costruendo alcune installazioni che ricreano completamente in legno oggetti che normalmente sono composti di altri materiali: in questo interno di una camera, ad esempio, tutto, dal cuscino alle coperte, al computer, al lavandino, al WC, ogni cosa è interamente scolpita nel legno.

In seguito, ha costruito una Porsche a grandezza naturale, ancora in legno. Le sue sono opere d’arte che ci spingono a guardare diversamente certi aspetti della realtà. Deperiscono velocemente di fronte agli occhi degli spettatori: in un certo senso, offrono delle forme vuote e biodegradabili, come se tutta la nostra tecnologia fosse votata alla distruzione. Questa Porsche non è altro che un segno, riconoscibile, ma il materiale di cui è composta ci rende visibile il suo destino ineluttabile. Basterebbe un po’ d’acqua per rovinarla completamente, e prima o poi la sua struttura si disintegrerà, distruggendo contemporaneamente il simbolo con tutti i valori che ad esso sono connessi.

Stesso discorso vale per gli organi umani in legno: sembrano fissi ed eterni, ma esibiscono anche una fragilità che conosciamo bene, anche se raramente ci soffermiamo a rifletterci.

Per rendere ancora più chiaro il concetto, Tsykalov è poi passato a scolpire teschi ricavati da vegetali: la “vita” di queste opere è ancora minore. Risulta chiaro che le sue non sono altro che moderne vanitas, destinate a ricordarci la futilità delle nostre esistenze.

Ma è con la sua ultima opera che Tsykalov ha davvero creato qualcosa di unico e impressionante. Intitolata MEAT (“carne”), la serie ci mostra i corpi nudi di diversi modelli che impugnano armi fatte di carne, indossano elmetti scolpiti a partire da bistecche e insaccati, sono imprigionati da catene di salsicce.

Queste fotografie toccano alcuni punti precisi del nostro sistema simbolico. Da una parte, ammiccano alla (con)fusione di carne e metallo che gran parte ha avuto nell’iconografia post-moderna. Dall’altra, mostrano una guerra fatta di carne e sangue, in cui l’avanzata tecnologia non appare più fredda e metallica, ma costruita con le stesse logiche del macello. Inoltre, l’utilizzo di hot-dog, hamburger e altre forme di consumo della carne, riporta tutto all’idea del cibo. La bellezza dei modelli contrasta con le macabre situazioni in cui sono coinvolti.

La rappresentazione di Tsykalov mira a mostrare l’essere umano per ciò che è veramente. Un’accozzaglia di bellezza e putridume, violenza ed estasi, bisogni animaleschi e illusioni razionalistiche. Ed è proprio sui simboli che Tsykalov lavora più efficacemente: vedere una bandiera (che potrebbe essere qualsiasi bandiera) completamente composta di carne macellata non può che far riflettere.