“Julia Pastrana” is coming!

I’m excited to announce the imminent release of my new book: Julia Pastrana. The Monkey Woman, for Logos Edizioni.

The book traces the life of Julia Pastrana (Sinaloa, 1834 – Moscow, March 25, 1860), who suffered from hypertrichosis and gingival hypertrophy; as a famous circus performer and “curiosity of nature”, she toured extensively the US and Europe, first with her manager J.W. Beach, and then with her husband Theodore Lent. While on tour in Moscow she gave birth to a child, also suffering from hypertrichosis, who survived for only three days. Julia fell victim to puerperal sepsis and five days later she followed the same fate of her son. After her death, Theodore Lent had both mother and baby embalmed, and continued to exhibit the two mummies in London and across Europe until his own death in 1884. The body of Julia Pastrana was exhibited at various fairs in Norway from 1921 until the 70s, and was eventually forgotten inside a warehouse…

The vicissitudes this woman had to endure, both before and after her death, make her an absolutely unique and relevant figure, so much so that she still inspires artists from all over the world: I think her story is quite exceptional even compared to the already incredible ones of many other freakshow performers, because it contains the germs of many current issues.

To me, Julia Pastrana unwillingly embodied a sort of tragic heroine; and like all the best tragedies, her story is about human cruelty, the clash between nature and culture, the need for love and redemption — but also the ambiguity, the uncertainty of existence. To tell all this, an objective, classic essay would not have been enough. I felt I had to try a different direction, and I decided to let her tell us her story.

Using the first person singular was a rosky choice for two reasons: the first is that there are parts of her existence we know very little about, and above all we ignore what her true feelings were. But this actually allows for a modicum of speculation, and gave me a bit of room for poetic invention even when sticking to historical facts.

The second problem is of an ethical nature, and that is what worried me the most. ulia Pastrana has had to suffer various prejudices which unfortunately are not only a reflection of the era in which she lived: even today, it is hard to imagine a tougher destiny than being born a woman, physically different, and of Mexican nationality. Now, I am none of these three things.
To fully convey the archetypal significance of her life, I tried to approach her with empathy and humility, the only two feelings that allowed me to insert some touches of fantasy without lacking respect.

I really hope that the finished text bears the evidence of this scrupulousness, and that it might entice the reader to an emotional participation in Julia’s troubled life.

Fortunately, the task of doing justice to Julia did not fall on my shoulders alone: Marco Palena, a young and talented illustrator, graced the book with his wonderful works.
Right from our very first discussions, I immediately found he had that same meticulous carefulness — even a bit obsessive at times — that also guided me in reconstructing the historical context where the events took place. The result of this extreme consideration is evident in Marco’s illustrations, which I find particularly sweet and of a rare sensitivity.

Pastrana, who was unfortunate in life as in death, finally found peace in 2013 thanks to the joined efforts of artist Laura Anderson Barbata, governor Mario López Valdez and the Norwegian authorities: her body was transferred from Oslo to Mexico, and buried in Sinaloa de Leyva on February 12 in front of hundreds of people.
Our book is not intended to be yet another biography, but rather a small tribute to an extraordinary woman, and to the indelible mark that her figure left in the collective imagination.
Julia is still alive.

“Julia Pastrana. The Monkey Woman” will be available starting October 21st, but you can pre-order your copy in English at this link.
(I remind you that ordering my books online through the official Bizzarro Bazar bookshop helps support my work.)
Finally, I invite you to follow Marco Palena on his official website, Facebook and Instagram pages.

La donna scimmia

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Abbiamo più volte ricordato, su queste pagine, come le esistenze delle cosiddette “meraviglie umane” all’interno dei freakshow fossero più dignitose di quanto ci si potrebbe aspettare e che, anzi, il circo permetteva spesso a uomini e donne dotati di un fisico fuori dall’ordinario di condurre una vita normale, accettati da una comunità, di girare il mondo e di raggiungere un’indipendenza economica che non avrebbero potuto nemmeno sognare al di fuori dei baracconi itineranti. Eppure non tutte le storie dei freaks sono così positive: ce ne sono alcune che spezzano il cuore, come ad esempio quella di Julia Pastrana.

Nel suo saggio La variazione degli animali e delle piante allo stato domestico (1868), Charles Darwin la descriveva così:

Julia Pastrana, una danzatrice spagnola, era una donna rimarchevole, ma aveva una fitta barba mascolina e una fronte pelosa; […] ma quello che ci interessa è che in entrambe le mascelle, inferiore e superiore, aveva una doppia fila di denti, una dentro all’altra, di cui il Dr. Purland ottenne un calco in gesso. A causa dei denti in sovrannumero, la sua bocca sporgeva in fuori, e la sua faccia assomigliava a quella di un gorilla.

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La Pastrana in realtà non era spagnola, come riteneva Darwin, ma era nata nel 1834 in Messico, nello stato di Sinaloa. Fin da piccola il suo corpo e il suo volto erano completamente ricoperti da un folto pelo bruno. In aggiunta allo sviluppo abnorme di peluria (il termine medico odierno è irsutismo), il naso e le orecchie di Julia erano ingrossati e i suoi denti irregolari, tanto da farla assomigliare a una specie di strana scimmia. Ma la sua intelligenza non era stata scalfita da queste menomazioni: Julia sapeva cantare e danzare.

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Un giorno l’impresario Theodore Lent la scoprì in un remoto villaggio messicano e la acquistò da una donna che con tutta probabilità era sua madre. Sotto la protezione di Lent, Julia raffinò l’arte del canto e del ballo, e imparò a parlare, leggere e scrivere in tre lingue diverse. In numerosi spettacoli circensi in Nord America e in Europa, Theodore la esibì con nomi d’arte quali “la donna barbuta e pelosa”, la “donna-orso”, e “l’anello mancante”.

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La fece esaminare da diversi medici, la cui diagnosi – letta al giorno d’oggi – ci lascia piuttosto interdetti. Secondo il dottor Alexander B. Mott, Julia era sicuramente “il risultato di un accoppiamento fra un uomo e un orango-tango”. Secondo un altro medico, era appartenente a una specie “differente” da quella umana. Certo, vi furono anche medici che riconobbero subito che Julia era semplicemente una “donna indiana messicana deforme”, ma a costoro non venne dato molto credito: per lo show-business, era essenziale mantenere viva la leggenda di una autentica donna-scimmia.

Per Theodore Lent, il manager di Julia Pastrana, gli affari andavano a gonfie vele: gli ingaggi si susseguivano con profitti sempre maggiori. A poco a poco, egli divenne geloso, e sospettoso che la sua miniera d’oro potesse venirgli sottratta. Decise quindi che c’era un solo modo per mantenere la donna-scimmia legata a sé per sempre.

Un bel giorno, si dichiarò a Julia e le chiese di sposarlo. I due convolarono a nozze, e pare che il giorno del matrimonio Julia abbia dichiarato: “Lui mi ama per quello che sono, soltanto per quello che sono”. Forse è ingiusto giudicare questa unione in maniera negativa, senza elementi, a più di un secolo di distanza; probabilmente Lent fu persino un marito premuroso. Ma la piega che presero le cose più tardi sembra supportare l’idea che egli avesse in mente qualcosa di diverso dal puro amore.

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Nel Marzo del 1860, infatti, Julia e Theodore si trovavano a Mosca per un tour. La donna era incinta del loro primo, e unico, figlio. Ricoverata in una clinica,  e pregando che non avesse il suo stesso tipo di problemi genetici, diede alla luce un bambino. Purtroppo, il piccolo mostrava già i segni della malattia della madre, e dopo tre soli giorni morì. Per le complicanze del parto, anche Julia Pastrana lo seguì, due giorni dopo.

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Ma Lent, nonostante la morte della moglie e del figlio neonato, non aveva alcuna intenzione di chiudere baracca: mentre si trovava ancora in Russia, contattò il professor Sokulov all’Università di Mosca e lo assunse affinché imbalsamasse i corpi di Julia Pastrana e del suo bambino.

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Così, esponendo sul palco i corpi mummificati di Julia e del neonato in una teca di vetro, Lent continuò a girare l’Europa con diversi circhi. Più tardi sembra che sia riuscito a scovare una nuova donna-scimmia, a sposare anche lei e ad esibirla con il nome di Zenora Pastrana, arricchendosi notevolmente. Ma anche la sua fortuna stava per declinare, e nel 1884 venne rinchiuso in un manicomio in Russia, completamente pazzo. Vi morirà poco dopo.

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Le mummie di Julia Pastrana e del suo figlioletto passarono di mano in mano, da impresario ad impresario, fino a scomparire misteriosamente all’inizio del ‘900. Nel 1921 vennero riscoperte in Norvegia, ed esibite per circa 50 anni: quando venne proposto un tour americano delle spoglie imbalsamate, l’opinione pubblica insorse e l’indignazione portò addirittura ad alcuni atti di vandalismo, durante i quali la mummia del bambino venne mutilata. I resti rimasero nascosti e in balìa dei topi, finché nel 1979 la mummia di Julia venne trafugata. Riportata all’Istituto Forensico di Oslo, non venne identificata fino al 1990, dopodiché rimase chiusa in una bara nel Dipartimento di Anatomia dell’Università di Oslo fino al 1997.

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A seguito di una complessa battaglia burocratica durata quasi vent’anni, finalmente il 12 febbraio del 2013 i resti di Julia Pastrana sono stati sepolti con rito cattolico in un cimitero a Sinaloa de Leyva, in Messico, vicino a dove la famosa donna-scimmia era nata.

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La storia di Julia Pastrana ha ispirato il capolavoro La donna scimmia (1964) in cui queste vicende, trasportate nella Napoli degli anni ’60, sono lo spunto per denunciare con compiacimento grottesco e spietato le miserie del nostro paese e, come sempre in Marco Ferreri, divengono metafora del difficile rapporto fra i sessi. Nei panni di Julia (Maria, nel film), una coraggiosa e splendida Annie Girardot; Lent (ribattezzato Antonio Focaccia) è invece affidato all’interpretazione magistrale di Ugo Tognazzi, che ritrae il personaggio del marito-manager come il tipico italiano medio, né buono né cattivo, ma la cui ambiguità apre un abisso morale che inghiotte lo spettatore e che rende lo sfruttamento di un altro essere umano un evento banale – e, per questo stesso motivo, ancora più inquietante.

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(Alcune delle immagini nell’articolo sono tratte dal documentario prodotto da HBO Some Call Them Freaks – grazie Silvia!)