Verità e menzogne

Talvolta, la menzogna dice meglio della verità ciò che avviene nell’anima.
(Maksim Gorkij)

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Nello straordinario film-saggio F for Fake (1974), ad un certo punto Orson Welles annuncia che tutto quello che si vedrà durante i seguenti sessanta minuti sarà assolutamente vero. Mentre il film prosegue, raccontando varie vicende di falsari di opere d’arte, lo spettatore si dimentica di questo proclama, finché un sornione Welles non ricompare ricordandoci di aver promesso di dire la verità soltanto per un’ora, e che quell’ora è scaduta da un pezzo. “Per gli ultimi 17 minuti, ho mentito spudoratamente“.

Realtà e finzione, vero e falso.
Il dualismo fra questi opposti, come tutti i dualismi, viene da lontano. Ed è soggetto al principio di non-contraddizione della logica aristotelica, che afferma che una cosa non possa essere contemporaneamente A e non-A. Vale a dire, è impossibile che qualcosa sia vera e falsa allo stesso tempo.
Riconoscere le menzogne dalla verità ci sembra una qualità fondamentale. Eppure talvolta può accadere che le acque si confondano, e la certezza dell’assioma “se non è vero, allora è falso” venga messa in discussione. Addentriamoci nei meandri di questi territori di confine, cominciando da una prima domanda: è sempre possibile tracciare una linea sicura e precisa che separi il falso dal vero?

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Tramonto a Montmajour, uno dei più famosi falsi Van Gogh, è in realtà un vero Van Gogh. Il dipinto, acquistato dall’industriale norvegese Christian Mustad nel 1908, era stato esposto nella casa dell’imprenditore finché un ambasciatore francese non l’aveva “smascherato” come falso. Mustad, preso dalla vergogna d’essere stato ingannato, lo nascose in soffitta e così per quasi un secolo il dipinto passò di solaio in solaio. Sottoposto alla commissione del Van Gogh Museum negli anni ’90, il dipinto venne giudicato falso; ma dopo una seconda investigazione durata ben due anni, il 9 settembre 2013 gli esaminatori annunciarono che si trattava proprio di un autentico Van Gogh.

Questa non è certo l’unica opera di valore riconosciuta solo tardivamente; gli esempi sono innumerevoli, dai mobili del XVI secolo scambiati per falsi ottocenteschi alle imitazioni pittoriche che si scoprono essere invece originali. Nel mondo dell’arte la questione dell’attribuzione è complessa, spinosa e delicata, e ci interroga sulla difficoltà non soltanto di smascherare il falso, ma perfino di comprendere cosa sia autentico. Quanti veri capolavori sono ritenuti di scarso valore o bollati come plagi, e magari giacciono abbandonati in qualche cantina? E quanti dei dipinti nei musei d’arte di tutto il mondo – sì, proprio quelli che avete ammirato anche voi in qualsiasi mostra – sono in realtà dei falsi?
Secondo gli esperti, nel vasto mercato dell’arte almeno un’opera su due sarebbe falsa; nemmeno i musei si salvano, perché circa il 20% dei quadri delle maggiori collezioni museali nei prossimi 100 anni saranno probabilmente riattribuiti ad altri autori. In molti casi si determinerà con maggiore certezza ad esempio che il dipinto è stato eseguito da assistenti o allievi del Maestro in questione, oppure che si tratta di veri e propri quadri contraffatti a fini di truffa, ma in altri casi si scoprirà magari il contrario – come è accaduto alla National Gallery di Washington quando un quadro del valore di 200.000 sterline attribuito a Francesco Granacci è stato riconosciuto come possibile opera di Michelangelo: se fosse vero, la quotazione schizzerebbe di colpo ai 150 milioni di sterline.

Ed eccoci alla nostra seconda domanda. È evidente quanto, per le istituzioni che acquistano e gestiscono simili tesori, la distinzione fra autentico e falso sia di prioritaria importanza. Ma per il pubblico? Emozionarsi di fronte ad un finto Tiziano è un’esperienza meno valida che farlo di fronte a un’opera autentica?

Non lo pensano i curatori del Fälschermuseum di Vienna, che propone soltanto dipinti fasulli: vi si possono ammirare, fra gli altri, falsi Klimt, Van Gogh, Rembrandt, Matisse, Chagall e Monet. Questo Museo dei Falsi, unico nel suo genere, ospita la sua collezione “criminale” all’interno di un approfondito percorso  dedicato alla storia del plagio, e relative curiosità – dal falsario che riuscì a vendere un falso Vermeer a Hermann Göring durante la Seconda Guerra Mondiale, a quello che inserì nei suoi quadri delle “bombe a orologeria” e anacronismi, fino ai sorprendenti “finti falsi dipinti”.

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In altri casi, il gioco è più scoperto ma non meno intrigante.
A Istanbul, nel quartiere di Cukurcuma, si trova una palazzina rossa. Alla fine degli anni ’70 qui si è consumata l’ossessiva storia d’amore fra il ricco trentenne Kemal e la bella ma povera Füsun. Per otto anni, dal 1976 al 1984, Kemal ha raccolto ogni genere di oggetti legati all’amata, dei memento che gli potessero ricordare il loro impossibile sentimento: fermacapelli, fazzoletti, ritagli di giornale, spille, fino a catalogare minuziosamente tutti i 4.213 mozziconi di sigaretta fumati dalla ragazza. Questa collezione costituisce oggi il Museo dell’Innocenza, ospitato nella medesima palazzina, un commovente e perenne tributo all’agonia di un amore.
Eppure Kemal e Füsun non sono mai esistiti.

Museum of Innocence 01 20130528 for91days.comPhoto credit: Istanbul For 91 Days
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Essi sono i personaggi di fantasia creati da Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura nel 2006, uno dei più noti scrittori turchi, per il suo romanzo Il Museo dell’Innocenza (2008). Aperto nel 2012, il Museo è la versione “materiale” del libro, un’imponente raccolta di tutti gli oggetti descritti sulla pagina: ciascuna delle 83 vetrine rimanda ad un capitolo del romanzo. Dice l’autore: “la storia è pura invenzione, così come il museo. E neppure le sigarette sono del tutto autentiche. Se lo fossero, il tabacco si deteriorerebbe in sei mesi. Con un sostanza chimica ho riempito le cartine con del tabacco turco e, una volta fumate elettronicamente, gli ho dato varie forme che potessero rendere la psicologia di una ventenne immersa nell’infelicità di una storia d’amore travolgente“. Il Museo, che in un dettagliato gioco di rimandi con il libro svela la sua natura finzionale, non è per questo meno coinvolgente e riesce – in maniera forse perfino più intuitiva e toccante di quanto potrebbe fare una mostra storica – a raccontare la vita di ogni giorno della Istanbul di quegli anni (per un approfondimento sui risvolti concettuali, consigliamo questo articolo di Mariano Tomatis).

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Ancora più estremo è l’esempio del Museum Of Jurassic Technology di Los Angeles (di cui abbiamo già parlato in questo post): un museo scientifico in cui è impossibile distinguere la finzione dalla realtà, e in cui notizie assolutamente vere vengono presentate fianco a fianco con esposizioni fantasiose, ma comunque plausibili. Dei pannelli illustrano astruse e complicatissime teorie fisiche di cui nessuno ha mai sentito parlare; un macchinario impossibile ed esoterico è semplicemente etichettato come “Macchina della verità”, ma un secondo cartello avverte che è fuori servizio; alcune teche contengono delle microsculture eseguite su chicchi di riso: eppure quando avviciniamo gli occhi alla lente d’ingrandimento per ammirare, per esempio, il volto di Cristo scolpito nel chicco, l’immagine è stranamente confusa e non capiamo davvero cosa stiamo osservando, e così via… La vertigine è inevitabile, e il senso di spaesamento diviene poco a poco una vera e propria esperienza della meraviglia e del mistero.

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Abbiamo aperto questa breve ricognizione del confine fra verità e menzogne con Orson Welles, e non a caso.
Il cinema infatti esiste grazie alla finzione, ed ha forse più punti in comune con l’illusionismo che con il teatro. E, anche in campo cinematografico, le cose si fanno davvero interessanti quando il pubblico non è a conoscenza del trucco.

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Prendiamo ad esempio i film documentari di Werner Herzog: il grande regista, famoso per la temerarietà e per il talento visionario, è noto anche per i pochi scrupoli con cui inserisce delle sequenze di fiction all’interno di reportage peraltro scrupolosi. In Rintocchi dal profondo (1993), incentrato sulla spiritualità in Siberia, vediamo ad un certo punto degli uomini che strisciano sulla superficie ghiacciata di un lago, nella speranza di scorgere dei bagliori subacquei della mitica Città Perduta di Kitezh, che secondo la leggenda si è inabissata proprio in quel lago.

Ho sentito parlare di questo mito quando ero lì. Si tratta di una credenza popolare. […] Volevo riprendere i pellegrini che si trascinavano qua e là sul ghiaccio, cercando la visione della città perduta, ma siccome non c’erano pellegrini intorno, ho assunto due ubriachi della città vicino e li ho messi sul ghiaccio. Uno di loro ha la faccia dritta sulla superficie gelata e guarda come se fosse in uno stato di meditazione profonda. La pura verità è che era completamente ubriaco e si è addormentato, lo abbiamo dovuto svegliare a fine riprese“.

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Ma, per quanto scandalosa possa sembrare questa pratica all’interno di un documentario (che, secondo le regole classiche, dovrebbe attenersi ai “fatti”, alla “verità”, al realismo), lo scopo di Herzog non è assolutamente quello di rendere più spettacolare il suo film, o di imbrogliare lo spettatore. Il suo intento è quello di raccontare l’essenza di un popolo proprio grazie ad una menzogna.

Potrebbe sembrare un inganno, ma non lo è. […] Questo popolo esprime la fede e la superstizione in modo estatico. Credo che per loro la linea di demarcazione tra fede e superstizione sia labile. La domanda è: come riuscire a cogliere lo spirito di una nazione in un film di un’ora e mezza? In un certo senso la scena dei pellegrini ubriachi è l’immagine più profonda che si può avere della Russia. L’affannosa ricerca della città perduta rappresenta l’anima di un’intera comunità. Credo che la scena colga il destino e lo spirito della Russia, e chi conosce questa nazione e i suoi abitanti sostiene che questa sia la scena più bella del film. Anche quando svelo che non si tratta di pellegrini ma di comparse, continuano ad amare quella scena perché racchiude una sorta di verità estatica“.

Una verità che, in questo caso, risplende ancora più luminosa attraverso la finzione.

Durante la proiezione di F for Fake in un cineclub di provincia, un nostro caro amico confessò a una ragazza che la sua decennale amicizia per lei non era sincera. In realtà, l’aveva sempre segretamente amata. La loro relazione sentimentale cominciò così, con una verità sussurrata nel bel mezzo di un film sulle menzogne.
È una storia vera o falsa? Che importa, se ha una sua bellezza?

(Grazie, finegarten!)

Un incontro improbabile

1958, Grenoble, Francia. I coniugi Roussimouff erano due contadini; Boris proveniva dalla Bulgaria e sua moglie Mariann dalla Polonia. La loro vita scorreva placida seguendo il ritmo del lavoro nei campi, finché divenne chiaro che il loro figlio aveva un problema: la sua crescita era abnorme ed evidentemente patologica, tanto che a 12 anni pesava 110 kg, ed era alto 190,5 cm. La sua stazza era dovuta a una secrezione eccessiva di ormone della crescita, che causa il gigantismo nei bambini e l’acromegalia negli adulti.
Ben presto per il ragazzo divenne impossibile salire sul piccolo autobus che faceva il giro delle fattorie, raccogliendo gli alunni e portandoli fino a scuola. L’unico modo per garantire che loro figlio ricevesse un’istruzione sarebbe stato acquistare un’automobile capace di reggere il suo peso per accompagnarlo alle lezioni; sfortunatamente i Roussimouff non avevano i soldi necessari.

Cinque anni prima, però, un irlandese aveva acquistato un terreno vicino alla loro fattoria. Boris Roussimouff gli aveva dato una mano nella costruzione del cottage, e da allora erano rimasti in buoni rapporti. Venuto a sapere dei problemi del ragazzo ad arrivare a scuola, l’irlandese si offrì di accompagnarlo con il suo pickup. Così, ogni mattina il gigantesco ragazzo e il vicino di casa percorrevano assieme il tragitto verso l’edificio scolastico.

Questa potrebbe non sembrare una storia tanto straordinaria, se non fosse per l’identità dei due protagonisti. L’irlandese alla guida del furgoncino non era altri che Samuel Beckett:all’epoca aveva già scritto Aspettando Godot, Finale di partita e L’ultimo nastro di Krapp e dieci anni dopo sarebbe stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura. Il ragazzo dodicenne che viaggiava con lui, invece, avrebbe raggiunto una fama di tutt’altro tenore, diventando un idolo per milioni di bambini con il nome di scena di André The Giant.

Icona del wrestling dagli anni ’70 fino alla sua scomparsa nel 1993, André The Giant resta tuttora uno dei lottatori più riconoscibili e amati. Gigante gentile e di buon cuore con i bambini, ma terribile avversario sul ring, è ricordato da tutti i colleghi con affetto e simpatia. Hulk Hogan, nonostante sia stato protagonista con André di alcuni fra i più celebri feud (ossia le “faide” fra lottatori, appositamente sceneggiate e concordate per dare un contesto narrativo agli incontri), ha sempre mostrato nelle varie interviste una stima e un rispetto profondi per il gigante francese. Nella  vita di André, ha spesso ricordato Hogan, niente era comodo o scontato; non c’erano forchette o coltelli della sua misura, e i viaggi in aereo erano un incubo di ore e ore: durante il volo, il gigante doveva rimanere con la testa piegata per non toccare il soffitto, e il bagno era per lui inaccessibile a causa della sua stazza. Nonostante i problemi che l’acromegalia comportava, André era famoso per la sua generosità e la conviviale allegria. Poteva mangiare 12 bistecche e 15 aragoste, bevendo fino a 150 birre in una sola sera, soltanto per divertire i suoi ospiti.

Di cosa avranno parlato nel 1958, in quel furgoncino, questi due uomini straordinari — “l’Ottava Meraviglia del Mondo” e Samuel Beckett? Secondo André The Giant, discutevano semplicemente di cricket, disciplina sportiva nella quale il grande scrittore aveva eccelso da ragazzo.

D’altronde la storia non è avara di incontri così inverosimili, in cui strade e vite diversissime fra loro si incrociano per puro caso. Ad esempio, quando era un giovane studente fra la Germania e l’Austria, Orson Welles accompagnò un insegnante ad un raduno politico vicino a Innsbruck. Si trattava di un partito di minoranza, piuttosto comico nella follia del suo programma, a cui nessuno dava grande credito. L’insegnante riuscì a guadagnare un posto, per sé e per l’adolescente Welles, al tavolo del leader del partito.

L’uomo che sedeva di fianco a me — ricorderà Welles nel 1970, intervistato durante il Dick Cavett Show — era Hitler, e mi impressionò talmente poco che non riesco a ricordare nemmeno un secondo di conversazione. Non aveva assolutamente nessuna personalità. Era invisibile“.

AGGIORNAMENTO! Il lettore Gianmaria mi segnala questo articolo di fact-checking su Snopes, da cui emerge che la storia qui sopra è in buona parte frutto di elaborazioni successive. 🙁

Robert Ripley

Una vita alla ricerca del bizzarro

Nato nel 1890, Robert Ripley aveva cominciato la sua carriera come fumettista, collaborando ad alcune strisce del New York Globe. All’età di 29 anni fece il suo primo viaggio intorno al mondo, e tornò completamente cambiato: la scoperta di culture differenti, località ed usanze esotiche l’aveva talmente intrigato che decise di dedicare la sua vita alla ricerca del bizzarro e dell’inusitato.


Così cambiò il titolo della sua striscia in Believe It Or Not! (“Che ci crediate o no!”), e attraverso i fumetti cominciò a raccontare le più strane e incredibili storie provenienti da tutto il mondo e ad illustrare i prodigi della natura meno conosciuti.


Il successo della rubrica crebbe vertiginosamente durante tutti gli anni ’20, e Ripley divenne presto una delle figure pubbliche più famose e conosciute; ma dietro a questo eclatante risultato c’era un altro uomo, che restò per sempre nell’ombra.

Infatti Ripley, deciso ad essere il più attendibile possibile, nel 1923 ingaggiò Norbert Pearlroth perché si occupasse della ricerca. Quest’uomo era uno studioso eccezionale e di sicuro uno dei maggiori artefici del successo della rubrica.

Norbert parlava 11 lingue, e lavorava 10 ore al giorno per sei giorni alla settimana restando chiuso nella sala di lettura della New York Public Library: si stima che abbia esaminato 7000 libri all’anno, rimanendo a lavorare nello staff di Believe It Or Not fino al 1975, leggendo un totale di più di 350.000 libri. Da contratto, doveva riuscire a trovare ogni settimana esattamente 24 curiosità da inserire nella rubrica, e lavorò praticamente in completo anonimato per tutta la sua vita.


Nel frattempo Ripley aveva stretto una collaborazione con il magnate della stampa William Hearst (quello a cui faceva il verso Orson Welles in Quarto potere, per intenderci), che aveva deciso di finanziare i suoi celebri viaggi attorno al mondo alla ricerca di stranezze e pezzi rari da collezione. Nel 1930 Believe It Or Not sbarcò alla radio, con uno show che sarebbe durato per 14 anni. Il pubblico cominciò a inviare migliaia di segnalazioni alla redazione, spesso raccontando di storie bizzarre accadute nel proprio circondario; le testimonianze erano tutte soppesate e verificate accuratamente (spesso da Pearlroth in persona) prima di venire pubblicate. Con i suoi 18 milioni di lettori in tutto il mondo, Ripley riceveva circa 3000 lettere alla settimana, tanto che si dice che la sua posta superasse per volume quella della Casa Bianca.


La popolarità di Ripley era alle stelle: la Warner Bros produsse perfino una dozzina di cortometraggi Believe It Or Not da proiettare prima dei film, nelle sale cinematografiche. Nel 1932 Ripley ha visitato ben 201 paesi del mondo. Decide allora di mettere in mostra l’impressionante quantità di stranezze che ha accumulato in tutti quei viaggi, ed apre il primo Odditorium a Chicago. Vi espone, fra vitelli a due teste impagliati, strumenti di tortura e feticci esotici, anche la sua collezione di tsantsa (le teste dei nemici “ristrette” dagli indios dell’Amazzonia) che è la più grande del mondo. Per metà wunderkammer e per metà sideshow, sospeso in un limbo sempre in bilico fra l’accuratezza di un antropologo culturale e la faccia tosta dell’imbonitore da fiera, l’Odditorium ha un immediato successo e in meno di 8 anni Ripley ne apre altri cinque in varie città degli Stati Uniti.


Durante la Seconda Guerra Mondiale Ripley smette di viaggiare e si dedica a opere di carità. Nel dopoguerra però torna alla carica con una mossa azzardata ma lungimirante: punta tutto sulla neonata televisione, e trasferisce il programma radiofonico su piccolo schermo, inaugurando la serie tv di Believe It Or Not. Fa in tempo a registrare 13 episodi, prima di morire per cancro nel 1949.


Oggi la franchise Believe It Or Not conta 32 musei in tutto il mondo (Bizzarro Bazar ha visitato quello di New York, in questo articolo), e la Ripley Entertainment Inc. è un colosso dell’intrattenimento: oltre a decine di parchi di divertimento, detiene a sua volta le franchise di Madame Tussauds e delle attrazioni relative al Guinness dei Primati. Con il marchio Ripley vengono pubblicati libri, calendari, poster, videogame, trasmissioni televisive… e, ancora oggi, la famosa striscia a fumetti da cui tutto ebbe inizio.