Il museo dei parassiti

20150509_104934 (600x800)

Il quartiere speciale di Meguro, a Tokyo, si trova al di fuori dalle classiche mete turistiche: più discreto del vicino rione di Shibuya, sprovvisto dei templi e della ricchezza storica di Asakusa o Ueno, distante dalle variopinte follie manga di Akihabara, Meguro è essenzialmente un sobborgo residenziale che ospita consolati, ambasciate e uffici aziendali.
È fra queste vie piuttosto anonime che sorge un museo unico al mondo, il Meguro Parasitological Museum, dedicato a tutte quelle specie animali che fanno di altri esseri viventi la loro dimora o la loro fonte di sostentamento.

20150509_112736 (800x600)

20150509_111027 (800x600)

20150509_111532 (800x600)

20150509_110005 (800x600)

20150509_105137 (600x800)

Fondato nel 1953 grazie ai fondi privati del dottor Satoru Kamegai (1902-2002), il Museo è una struttura scientifica dedicata allo studio dei parassiti, ed organizza attività educative, editoriali e di ricerca. Oltre ai 300 preparati in formalina visibili al pubblico, conserva anche 60.000 campioni parassitologici, e una biblioteca di 5.000 volumi e 50.000 saggi accademici. Arricchiscono la collezione le ceroplastiche di Jinkichi Numata (1884-1971).
Il Museo non è molto grande, e si sviluppa su due piani: al piano terra viene approfondita la biodiversità dei parassiti, mentre al primo vengono trattate le infestazioni che possono colpire uomo e mammiferi.

20150509_105823 (601x800)

20150509_105751 (600x800)

20150509_110557 (800x600)

20150509_111032 (800x600)

20150509_110543 (800x600)

20150509_110727 (771x800)

20150509_110757 (800x655)

20150509_110910 (800x600)

20150509_110850 (600x800)

I parassiti, per quanto sgradevoli possano sembrare a prima vista, sono in realtà organismi estremamente affascinanti, e per più di un motivo. L’evoluzione li ha portati, nel corso dei millenni, a modificare la propria struttura tramite adattamenti unici e inediti. Vivere all’interno del corpo di un altro animale, infatti, non è affatto un’impresa da poco: il parassita deve fare i conti con la temperatura corporea dell’ospite, la pressione osmotica, gli enzimi digestivi, le risposte immunitarie, l’assenza di luce e di ossigeno. Spesso questo significa sacrificare alcune capacità, come quelle sensoriali, nervose, di movimento oppure digestive.

20150509_105603 (473x800)

20150509_105621 (600x800)

20150509_105628 (600x800)

20150509_105643 (520x800)

20150509_105730 (542x800)

Il Museo Parassitologico di Meguro propone un approccio divertito, curioso e privo di preconcetti al mondo dei parassiti: “Provate a pensare ai parassiti senza lasciarvi influenzare dalla paura, e prendetevi il tempo di imparare il loro stupefacente e ingegnoso modo di vita. […] Ci sono alcuni parassiti che, durante il corso dell’evoluzione, perdono gli organi ormai superflui, sviluppando o mantenendo soltanto quelli riproduttivi per lasciare discendenti, e assumendo strane forme come quella delle tenie. Se questa forma può urtare la vostra sensibilità, per la tenia è quella ottimale“.
Per ridimensionare le comuni fobie, si ricorda anche che la maggioranza dei parassiti non arreca danni letali all’ospite, dato che ucciderlo andrebbe contro gli interessi del parassita stesso.

20150509_105150 (472x800)

20150509_105203 (590x800)

20150509_105236 (410x800)

20150509_105250 (539x800)

20150509_105336 (516x800)

20150509_105430 (800x600)

20150509_105452 (600x800)

Varcare la soglia del museo significa entrare in un mondo alieno, popolato di esseri microscopici oppure enormi (un verme solitario conservato qui raggiunge gli 8.8 metri di lunghezza), dalle sembianze di insetti, di minuscoli granchi o di anellidi, e dai cicli vitali sorprendentemente complessi. E’ la fantasia dell’evoluzione senza freno, eppure proprio in questi organismi risulta evidente quanto l’adattamento abbia affinato la loro morfologia: i corpi di questi animali si sono trasformati in maniera precisa per colpire un determinato ospite, e soltanto quello, e il ciclo vitale è specifico da specie a specie.

20150509_105459 (800x600)

20150509_105515 (800x600)

20150509_105808 (600x800)

20150509_105848 (401x800)

20150509_105859 (600x800)

20150509_105905 (401x800)

20150509_110020 (800x600)

20150509_110128 (600x800)

Il loro adattamento è talmente esclusivo che talvolta per arginare un’epidemia nell’uomo è sufficiente adottare una strategia altrettanto mirata: è successo, ad esempio, con lo Schistosoma japanicus, un parassita che infesta le vene intestinali dei mammiferi, e che è stato debellato in Giappone sterminando le lumache Oncomelania nosophora, che fungevano da ospite intermedio. Oggi sono le lumache ad essere a rischio estinzione.

20150509_110142 (800x600)

20150509_110231 (600x800)

20150509_110206 (445x800)

20150509_110240 (800x600)

20150509_110251 (800x521)

20150509_110258 (600x800)

20150509_110318 (600x800)

20150509_110423 (346x800)

20150509_110443 (800x600)

Dai protozoi responsabili della malaria, a quelli che provocano l’elefantiasi, il percorso non è privo di brividi e di visioni estreme.
Scopriamo così che le vittime di Dirofilaria immitis, un nematode che infesta l’arteria polmonare e il cuore, venivano un tempo operate chirurgicamente perché le lastre erano interpretate erroneamente come cancro o tubercolosi.
C’è poi il Diphyllobothrium nihonkaiense, un verme solitario di grandi dimensioni che si contrae mangiando trota cruda: conta fino a 3.000 segmenti (proglottidi), produce un milione di uova al giorno e, poiché non causa problemi evidenti, spesso ci si accorge della sua presenza quando lo si vede penzolare fuori dall’ano, durante la defecazione.
E infine capiamo che anche i parassiti, a volte, sbagliano. Si conoscono circa 200 specie che infettano l’uomo, ma per il 90% si tratta di parassiti che sono capitati nel corpo umano per errore: i loro ospiti definitivi sarebbero in realtà animali selvatici o uccelli. La qual cosa, purtroppo, non riduce in nulla la loro pericolosità.

20150509_111424 (800x600)

20150509_111214 (800x600)

20150509_111052 (600x800)

20150509_111109 (600x800)

20150509_111121 (600x800)

20150509_111957 (800x600)

20150509_111933 (800x600)

20150509_111804 (800x600)

Considerando che la visita è gratuita, il Museo Parassitologico di Meguro ha un solo punto debole: fatta esclusione per i nomi dei reperti, tutte le tavole esplicative sono scritte soltanto in giapponese. Eppure proprio questo dettaglio rende l’esplorazione, per chi è digiuno di lingua nipponica, ancora più straniante: di fronte ad alcune teche si rimane come ipnotizzati, nel vano tentativo di decifrare quale sia l’ospite e quale il parassita, fusi assieme nella stessa carne.
Una sintetica guida in inglese, acquistata allo shop del piano superiore (che vende anche T-shirt e portachiavi a tema per finanziare la struttura), può aiutare la comprensione del percorso; ma perché privarsi subito del sublime senso di disorientamento di fronte alle impensabili forme che la natura può assumere?

20150509_111624 (600x800)

20150509_111633 (600x800)

20150509_111700 (800x600)

20150509_111714 (800x600)

La vita fiorisce rigogliosa sempre e soltanto alle spese di altra vita; e ammirando i preparati esposti al Museo Parassitologico questa verità emerge ancora più evidente, fra organi che pullulano di vermi e pesci dalle branchie “abitate” da organismi estranei.
Le vittime sono mammiferi, piante, creature acquatiche, crostacei, insetti: ogni essere vivente sembra avere i propri inquilini indesiderati, nessuno è al riparo. Così come nessuno sa con precisione quante specie di parassiti esistano in natura. Secondo alcune stime, potrebbero addirittura superare in numero quelle degli altri animali.
Dopotutto, forse, questa Terra è il loro mondo.

20150509_110509 (800x341)

20150509_110532 (800x600)

20150509_111603 (800x600)

20150509_111550 (800x600)

Ecco il sito ufficiale del Meguro Parasitological Museum.

La baby-sitter zombi

Il mondo degli insetti, così fantasioso e variopinto, si rivela ad un’occhiata più attenta spesso crudele e sconcertante: dotati di armi terrificanti, gli insetti sono costantemente impegnati in una sanguinosa lotta che non conosce distrazioni o riposo.

Alcuni tipi di vespe hanno sviluppato delle tecniche di riproduzione parassitaria che si basano sulla modifica del comportamento dell’ospite – in quello che potrebbe apparire come un vero e proprio “controllo della mente”. La vespa Hymenoepimecis argyraphaga inietta le sue uova all’interno del ragno Plesiometa argyra. Le larve, una volta schiuse, avranno intorno a sé tutto il nutrimento che necessitano, e si faranno strada all’interno dell’addome del ragno fino ad uscirne. Ma questo non è tutto. La sostanza tossica iniettata dalla vespa assieme alle uova, alterando il sistema nervoso, “costringe” il ragno morente a creare una ragnatela con una conformazione del tutto diversa da quelle che realizza normalmente: la nuova, particolare configurazione è adatta affinché le larve, una volta venute alla luce, possano creare i loro bozzoli in tutta sicurezza. Nella foto sottostante, la ragnatela normale e quella “modificata” ad uso e consumo delle vespe.

p4

Ma la vespa Dinocampus coccinellae, che assomiglia un po’ a una formica volante, si spinge ancora più in là. Come suggerisce la sua nomenclatura tassonomica, il bersaglio preferito di questa vespa è la coccinella: quando è pronta a deporre le uova, ne cerca una che sia adulta, e femmina. L’uovo della vespa viene impiantato nell’addome della coccinella, e dopo una settimana le larve si schiudono.

URFK1RYKJRM000P0Q090L0M03QRQDQG0S0P0Q0IQL0P0H07QBRJKCQYKARFKDRMQ3RQQFRN0JQYK3QX0H0XQK0MQ3R

ELKZOLMZDL0ZBLIZVLKZZHKZBL5RKHIRKH0ZLH0ZSHXZVL6RFZZZWLJL6LKROZ5RTZKRCZYLPLKZ1L
Dotate di grosse tenaglie mandibolari, come prima cosa queste larve divorano le uova della coccinella; in seguito cominciano a mangiarne la carne dall’interno, facendo però attenzione a non ledere organi vitali. Dopo essersi nutrite degli strati lipidici della coccinella per 18-27 giorni, le larve sono finalmente pronte ad uscire dal corpo che le contiene: paralizzano quindi la coccinella, e cominciano a farsi strada mangiando attraverso l’addome, fino ad uscirne. Ma i tormenti della coccinella non sono ancora finiti, perché la sua presenza è ancora utile alle larve.

ladybug-larva-110621
Le larve creano il bozzolo proprio sotto alla coccinella, assicurandolo  bene alle sue zampe. L’insetto, paralizzato, non può far altro che rimanere immobile sopra il bozzolo, in preda ad occasionali tremori. Dopo un’altra settimana, le vespe sono sviluppate ed escono dal loro rifugio. Ma qual è il motivo di questa complessa strategia parassitaria?

T0PQA02Q300K1K8KWKRKEKMKVKMKZS9QVK5KWKPQD00KEKGQO0VQAKXKOKNQCK1QZSGKVKZKA04QF0XKBKMKVK9QTK

ladybug-cocoon-110621

511914872_6cf6b28449

0HGRLHGRZHQRFZSROZRZDZ0R3ZXRULQRZH7ZRH7ZKH2RRHKZPLLZPLFLFZLZTL7ZBLKZCLIZTL8RTL

url
Alcuni entomologi, in uno studio del 2011 coordinato dall’Università di Montreal, hanno scoperto che i colori sgargianti e gli spasmi della coccinella tengono le larve al riparo dai predatori.
In laboratorio, più di 4.000 sfortunate coccinelle sono state portate a contatto con le vespe, in modo che venissero loro impiantate le uova. Una volta formati i bozzoli, i ricercatori hanno fatto entrare in scena i predatori: i Crisopidi, ghiotti di larve.

Chrysopa_oculata
Il risultato è stato evidente: il 65% dei bozzoli protetti dalle coccinelle sopravvive, rispetto allo 0-5% di quelli lasciati da soli e immediatamente attaccati dai predatori.
Lo studio ha anche dimostrato che non è escluso un sorprendente lieto fine per queste involontarie “balie-zombi”. Nonostante infatti le coccinelle vittime di questo trattamento spesso muoiano di stenti (a causa della paralisi che impedisce loro di nutrirsi), incredibilmente il 25% sopravvive alla terribile esperienza: le larve delle vespe non hanno infatti intaccato alcuna parte biologicamente fondamentale dell’insetto ospite.

dinocampus_coccinellae_paul_en_marianne_2