Captain Beefheart

Avevamo da tempo l’intenzione di postare un articolo su Captain Beefheart, al secolo Don Van Vliet, quando ieri abbiamo appreso della sua dipartita. Come un saluto al Capitano, e un ringraziamento per la selvaggia cavalcata che ci ha regalato, scriviamo dunque queste righe in sua memoria.

La figura del Capitano Cuoredibue è unica nel panorama della musica rock: un alieno, sceso sulla Terra per far ascoltare agli umani la musica che si suona lassù, sul suo pianeta lontano. Un primitivo. Un folle e surreale sciamano della poesia. Un vero pittore, mica come quei rockers che si improvvisano imbrattatele. Un dittatore, per i membri della sua Magic Band. Si racconta che si dirigesse verso il telefono prima ancora che cominciasse a squillare. Si racconta che sia la persona che ha ingerito più LSD della storia. Si racconta che non avesse dormito per anni, e poi durante una dormita di 24 ore avesse sognato un intero album. Si racconta che vivesse in una roulotte sperduta nel Mojave, perché era in grado di sentire la voce del deserto.

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La musica di Captain Beefheart era profondamente intrisa di blues, ma fin dal disco di debutto Safe As Milk (1967) si intuiva che si sarebbe spinta ben oltre: se flirtava con la psichedelia di quegli anni, era un po’ troppo far out per gli hippie medi, e non parlava di pace e amore ma di elettricità e di strane, poetiche visioni nonsense. Due anni dopo, nel 1969, esce, prodotto dal suo amico/nemico Frank Zappa, il disco che lo proietta oltre le stelle: Trout Mask Replica.

La storia della nascita dell’album meriterebbe un film (con Beefheart che “sequestra” i membri della Magic Band e li costringe a prove estenuanti non-stop in una capanna abbandonata, tentativi di fuga falliti, follia, droga e violenza). Ma è il risultato che sconcerta ancora oggi. Al primo ascolto, Trout Mask Replica sembra un assalto sonoro, un’aggressione alla melodia e all’orecchiabilità. Gli strumenti, nelle mani degli abili musicisti della Magic Band, lottano l’uno contro l’altro, salvo ritrovarsi uniti per qualche secondo, prima di ricadere in una apparente cacofonia. Il Capitano urla e abbaia i suoi testi surreali ed enigmatici senza curarsi di andare a tempo con il sottofondo musicale. Il blues rock di base si frammenta, esplode in improvvisazioni continue, accenni di free jazz, in un affresco dantesco di lucida follia.

L’album venne salutato come uno dei dischi più importanti del XX secolo dai critici, anche se come tutti i dischi di Beefheart non fu un successo commerciale; ancora oggi Trout Mask Replica non ha perso nulla della sua potenza destabilizzante.

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Dopo Lick My Decals Off, Baby (1970), che proseguiva sulla falsariga di Trout, Captain Beefheart cerca di piegarsi al mercato e diviene via via più commerciale. Se Clear Spot (1972) è ancora Beefheart puro, un po’ più catchy e orecchiabile, Unconditionnally Guaranteed e Bluejeans & Moonbeams (entrambi del1974) sono due album insipidi e inspiegabili. Il Capitano li disconoscerà poco dopo, invitando i fan a restituirli e a prendere indietro i soldi. Dopodiché Beefheart inanella due fra i suoi dischi più riusciti, Shiny Beast (1978) e Doc At The Radar Station (1980). Quest’ultimo è forse una delle sue opere più mature, sicure e brillanti, in cui i tempi dispari e i tour de force delle chitarre che si rincorrono sono più compiutamente efficaci.

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Nel 1982, dopo la pubblicazione di Ice Cream For Crow, Captain Beefheart decide di ritirarsi per sempre dal mondo della musica. Si dedica così all’altro suo grande amore, la pittura, che pratica fin dalla più tenera età. I suoi quadri sono come le sue canzoni: se nella musica Don Van Vliet era come un bambino che si diverte a pestare i pugni sulla tastiera del pianoforte, lo stesso si può dire della sua pittura. Primitivista, infantile, naif, solo colori primari. Nel tempo Don riuscì a farsi “perdonare” il suo passato di rockstar e venne accettato nel mondo dell’arte ricevendo critiche sempre più positive, esponendo anche al MoMA di New York e in prestigiose gallerie.

Ma Beefheart resta principalmente un innovatore musicale. John Peel diceva di lui: “Se c’è mai stato un genio nella storia della musica popolare, è Beefheart. Ho sentito echi della sua musica in alcuni dei dischi che ho ascoltato la settimana scorsa, e sentirò altri echi in quelli che ascolterò questa settimana”. PJ Harvey, Beck, Tom Waits, John Lennon, Joe Strummer, White Stripes, Black Keys, Red Hot Chili Peppers, Sonic Youth, Soundgarden… è sterminata la lista degli artisti che hanno riconosciuto il debito nei suoi confronti, e la grande influenza che ha avuto sulla musica rock.

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Il Capitano sta veleggiando verso le stelle, in questo momento, per ritornare a quel lontano pianeta da cui è venuto. “E pensare che non ho nemmeno una barca”.

R.I.P. Captain Beefheart

Ieri Captain Beefheart, uno dei nostri numi tutelari, uno di quegli artisti che se conosciuti al momento giusto possono cambiarti la vita, è partito per l’ultimo suo volo. E noi, quaggiù, siamo un po’ più poveri.

Non voglio vendere la mia musica. Mi piacerebbe regalarla, perché dove l’ho presa non bisogna pagare per averla. (1970)

L’atto di vedere con i propri occhi

Stan Brakhage è riconosciuto come uno dei registi più importanti del ventesimo secolo.

I suoi film sono opere d’arte di pura avanguardia. Brakhage la pellicola la viveva, la martoriava, ne provocava (e ne curava) le ferite come si trattasse del più alto atto d’amore. Per molti dei suoi corti sperimentali dipingeva direttamente sul fotogramma, con certosina precisione, lanciandoci sopra macchie di colore alla Pollock – con il risultato di poter vedere in sala 24 dipinti diversi al secondo, un’esperienza psichedelica.

Le sue tecniche salienti, oltre alla pittura direttamente sulla celluloide, sono l’abrasione della pellicola, la sua graffiatura, gli stacchi veloci, le esposizioni multiple, la macchina a spalla e il frequente uso del montaggio “in camera”, cioè realizzato al momento della ripresa, senza successive modifiche in sala di montaggio. I titoli di testa di Seven, per capirci, non sarebbero forse esistiti senza il suo stile.

Interessato alla mitologia e ispirato dalla musica, dalla poesia e dai fenomeni della percezione, Brakhage cercò di rivelare l’universale nel particolare, esplorando in maniera lirica ed emotiva temi come la nascita, la morte, la sessualità e l’innocenza.

Nel 1971 Brakhage firmò uno dei suoi film più controversi e ammirevoli: The Act Of Seeing With One’s Own Eyes, vale a dire L’atto di vedere con i propri occhi. Il titolo si riferisce chiaramente all’etimologia della parola autopsia.

Realizzato in un obitorio di Pittsburgh, il film è girato in 16mm, dura 32 minuti ed è privo di sonoro. Mostra delle immagini riprese da Brakhage durante alcuni esami autoptici.

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Stan Brakhage - The Act Of Seeing With One's Own Eyes (1971)[(040483)06-24-32]

Molti di noi sono a disagio con il proprio corpo, e la maggior parte dei tabù sociali che ci sono stati tramandati sono proprio relativi alla nostra fisicità (sesso, sangue, scatologia, ecc.). In questo film, ciò che spinge e sostiene la ricerca dell’autore è proprio la necessità di vedere cosa sia questo nostro corpo che ci spaventa e ci disgusta, di scoprirne l’intima natura, quella che rifiutiamo di accettare.

Stan Brakhage - The Act Of Seeing With One's Own Eyes (1971)[(043158)06-29-10]

Brakhage fa due scelte essenziali: come prima cosa, elimina il sonoro. Il film è completamente muto. Non possiamo conoscere la “musica” di quei corpi sezionati, e talvolta siamo addirittura grati di questa scelta. Sappiamo che i rumori di uno stomaco che si apre non risulterebbero gradevoli alle nostre orecchie. Eppure questa decisione si rivela ancora più forte e incisiva, perché restiamo da soli in silenzio, e possiamo ascoltare le nostre reazioni a ciò che vediamo. Il film diviene così un’esperienza fondamentale, un confronto intimo con ciò che crediamo. Possiamo ascoltarci mentre pensiamo.

Stan Brakhage - The Act Of Seeing With One's Own Eyes (1971)[(016299)07-07-32]

In secondo luogo, Brakhage riprende i cadaveri attraverso inquadrature per lo più molto strette: il film si compone quasi interamente di dettagli.  La scelta di limitare i piani più larghi, quelli che ci fanno comprendere senza ombra di dubbio quello che sta succedendo, ha come effetto una sorta di straniamento: dopo i primi dieci minuti, è come se assistessimo a una moltitudine di carni lacerate, una miriade di colori inusitati (il rosso del sangue, il blu delle vene, il giallo degli strati lipidici), come se stessimo spiando un paesaggio alieno. Eppure stiamo guardando dentro di noi. Siamo colpiti da una sequenza di forme strane, di geometrie impossibili, di escrescenze carnose a cui non sappiamo dare una collocazione o un nome.

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Tutto questo pone The Act of Seeing su un piano radicalmente differente rispetto ai filmati autoptici medici: senza che una sola parola venga detta, alcuni interrogativi essenziali ci assalgono. Quello che inizialmente sembra un atto sacrilego, che viola il corpo così come lo conosciamo, diviene un momento di scoperta interiore. In un momento che sembra negare ogni individualità, può capitare di scoprire in noi stessi una pietà che credevamo perduta.

C’è una sequenza celebre che è spesso additata come la più pregna di significato: si tratta dell’attimo in cui per procedere allo scalottamento cranico e all’analisi del cervello, viene praticata un’incisione in alto sulla fronte, e la faccia dei cadaveri viene letteralmente rivoltata in avanti, sopra al mento, esponendo la carne che vi sta sotto. In quel momento, sembra quasi che qualsiasi rimasuglio di identità venga cancellato e quell’essere un tempo vivo e senziente sia divenuto pura carne, priva di qualsiasi connotato umano.

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Eppure, non è tutto così semplice. Il miracolo che Brakhage compie è quello di lasciare indeterminato l’esito della sua analisi: in altre parole, essendo il film piuttosto lungo (32 minuti), nella testa dello spettatore si affastellano una quantità di sensazioni, emozioni e riflessioni, difficilmente raccontabili. Una serie infinita di domande dalla risposta nebulosa.

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Cos’è, questo corpo che abitiamo? Perché ci provoca così tanta repulsione vedere il suo interno? Perché troviamo che un corpo visto dall’esterno sia rispettabile, addirittura un’opera divina, e quello che esso racchiude sia al contrario osceno? Quale incredibile paesaggio dischiude lo spazio di materia che abbiamo in prestito?

Stan Brakhage - The Act Of Seeing With One's Own Eyes (1971)[(021896)07-08-29]

Ci troviamo di fronte alla morte più vera, quella ineluttabile del disfacimento della carne. Proviamo disgusto per questo corpo sconsacrato, violentato, e allo stesso tempo stupore per la complessità del nostro fisico; quello che è sostanzialmente un involucro vuoto, a volte ci sembra quasi parlarci di un disegno preciso; alla fine del film, penso che il sentimento prevalente sia quello della meraviglia.

Alla meraviglia, si sa, non c’è risposta.

Credo che ognuno di noi, almeno una volta nella vita, dovrebbe assistere a un’autopsia. Così come a una nascita.

Per vedere con i propri occhi.