La Carne e il Sogno: la conferenza

Per tutti quelli che non sono potuti venire, ecco il video della mia conferenza La Carne e il Sogno: Anatomia del Surrealismo, registrato il 24 Novembre 2019 al Teatro Tempo di Mezzo di Cecchina (RM).

In questa conferenza propongo un sorprendente percorso storico-iconografico che parte dalla medicina degli albori e approda ai più interessanti artisti contemporanei, per esplorare i rapporti tra Surrealismo e Anatomia.
Scopriremo il modo in cui l’interno del corpo umano venne affrontato dai primi anatomisti, intenti a cartografare questo nuovo territorio inesplorato, e da quegli artisti che a cominciare dal Novecento vi hanno visto la perfetta allegoria dell’inconscio, del rimosso e del “fuori scena”.

Un ringraziamento particolare a Max Vellucci e a Tempo di Mezzo che mi hanno ospitato. Buona visione!

Nelle viscere di Cristo

Nell’ottava puntata della web serie di Bizzarro Bazar, ho mostrato un pezzo davvero particolare della mia collezione di curiosità: un crocifisso in cera del Seicento, il cui addome è dotato di uno sportellino che, aprendosi, lascia intravvedere gli organi interni di Gesù.
Nel presentarlo usavo la definizione più diffusa per questo genere di manufatti, cioè quella di “Cristo anatomico”. Riassumevo brevemente la sua funzione dicendo che l’intento allegorico era quello di dimostrare l’umanità del Redentore fin nelle sue viscere.

Qualche tempo prima di registrare quella puntata, però, ero stato contattato dallo storico dell’arte Teodoro De Giorgio, il quale stava conducendo il primo accurato censimento di tutti gli esemplari di crocifissi simili. Durante il nostro incontro egli aveva esaminato il mio Cristo in cera, promettendo gentilmente di avvisarmi al momento della pubblicazione del suo studio.

La ricerca, intitolata L’origine dell’iconografia in visceribus Christi. Dai prodromi medievali della devozione cordicolare alla rappresentazione moderna delle viscere di Cristo, è infine apparsa in agosto sulle Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz, una tra le più antiche e prestigiose riviste della storia dell’arte internazionale.

Ed ecco la sorpresa: l’affascinante analisi che il Prof. De Giorgio ha condotto rifiuta sia la denominazione di “Cristo anatomico” sia la funzione dell’oggetto così come io l’avevo esposta basandomi sui pochi studi allora esistenti.
Il suo saggio svela invece come questi crocifissi in cera fossero investiti di una valenza simbolica e teologica ben più profonda, che desidero riassumere qui. (Nota: nonostante il paper sia corredato da un generoso apparato fotografico, per rispetto dei diritti d’immagine dei proprietari inserirò in questo articolo solo foto del mio crocifisso.)

Lo studio di De Giorgio annovera e descrive minuziosamente i pochi crocifissi di cui siamo a conoscenza: diciannove esemplari in tutto, prodotti tra il XVII e il XIX secolo nel Sud Italia, presumibilmente riferibili in larga parte alle botteghe ceroplastiche siciliane.

Per comprendere la complessa stratificazione di senso che collega l’immagine del Cristo dalle viscere esposte al concetto della divina misericordia, l’autore esamina innanzitutto l’antologia biblica. Qui scopriamo che

nelle Sacre Scritture le viscere sono una potente immagine verbale dalla duplice accezione: figurata e reale. Il medesimo termine, in funzione del contesto e del referente dialogico, può qualificare tanto l’infinità divina quanto la finitezza umana. […] nella Septuaginta, che è in larga parte fedele al testo originale ebraico dell’Antico Testamento, si ha una sostanziale omologia semantica tra i termini greci σπλάγχνα (viscere), καρδία (cuore) e κοιλία (ventre). Alla base di tale equivalenza vi è la concezione biblica della misericordia: ‘provare misericordia’ equivale a essere compassionevoli ‘fin nelle viscere’ […] Nelle lingue semitiche, in particolare nell’ebraico, nell’aramaico e nell’arabo, la divina misericordia non possiede valenza solo viscerale, ma anche – e soprattutto – uterina.

Rintracciando vari esempi, sia veterotestamentari che neotestamentari, De Giorgio mostra come la misericordia “viscerale” sia prerogativa sia di Dio che di Cristo, e come il ventre si faccia di volta in volta sede della compassione divina o metaforico utero per alludere alla premura materna nei confronti di Israele. Cuore e viscere – di Dio, e di Cristo – sono dunque la fonte di misericordia a cui si disseta il fedele, perché da lì scaturisce l’amore.

Nel Medioevo questo concetto si declinò nella devozione al Sacro Cuore di Gesù, che comicniò ad acquistare fortuna e diffusione soprattutto grazie alle visioni celesti di alcune mistiche come Lutgarda di Tongres, Matilde di Magdeburgo, Gertrude di Hackeborn, Matilde di Helfta e Gertrude la Grande.

Nella tradizione della Chiesa latina una espressione contrassegna la misericordia di Cristo: in visceribus Christi. Con questa formula latina, […] il cristiano implorava Gesù Cristo al fine di ottenere grazie per mezzo della sua divina misericordia. Pregare in visceribus Christi significava intessere una relazione spirituale privilegiata col Salvatore nella speranza di smuovere le sue viscere di misericordia, che sulla croce aveva manifestato in pienezza.

Tra le prime congregazioni ad aderire al nuovo culto e alla pratica di dirigere le preghiere al Sacro Cuore e alle viscere del Cristo furono i Gesuiti, e proprio alla Compagnia di Gesù l’autore attribuisce i particolari crocifissi in cera muniti di sportellino addominale. Fu proprio nel XVI-XVII secolo che la necessità di individuare un’iconografia adeguata per il culto si fece pressante.

Se la misericordia di Dio si è rivelata in tutta la sua magnificenza nella figura di Gesù di Nazareth, che – come attestato dai Vangeli – nutriva ‘compassione viscerale’ nei confronti dell’umanità, esistevano ragioni ben precise per contemplare tutte insieme le viscere del Salvatore e nel XVII secolo, con la crescente libertà delle rappresentazioni del Sacro Cuore e il parallelo progresso nelle conoscenze anatomiche e fisiologiche, i tempi erano maturi per farlo avvalendosi di una iconografia ad hoc.

Pompeo Batoni, Sacro Cuore di Gesù (1767), Chiesa del Gesù, Roma.

Eppure il compito non era scevro da pericoli:

Negli ambienti spirituali europei, specie in quelli legati all’associazionismo confraternale, altre immagini dovettero circolare in forma ufficiosa ed essere riservate alla devozione personale o a quella di ristretti gruppi di adepti […]. In questa temperie di emozionale e appassionato fervore popolare, manifesto nelle pie pratiche dei fedeli, e al tempo stesso di razionale dissenso di una parte delle alte gerarchie ecclesiastiche, che nell’adorazione del cuore carneo di Cristo scorgeva i germi dell’eresia ariana, deve aver visto la luce l’iconografia in esame.

Lungi dall’essere mere rappresentazioni anatomiche volte a mostrare la sofferenza umana del Salvatore, i crocifissi avevano invece la funzione ben più rilevante di

invitare i devoti, nei cosiddetti ‘tempi forti’ (come quello quaresimale o durante la Settimana Santa, e in particolare nel Triduo Pasquale o, ancor più, il Venerdì Santo) o nei momenti di necessità, a contemplare, aprendo l’apposito sportello, le viscere di misericordia del Salvatore. Lì dovevano essere indirizzate preghiere e suppliche, lì doveva compiersi il rito del bacio dei fedeli e sempre lì dovevano essere poste, secondo i costumi dell’epoca, pezzuole e bambagia, che venivano poi custodite come vere e proprie reliquie da contatto. L’iconografia in esame, che possiamo definire in visceribus Christi, non poté che essere formulata in un preciso contesto devozionale di matrice gesuitica, legato alla sfera delle confraternite. Era quello il luogo appropriato nel quale doveva compiersi, considerata la scabrosità dell’immagine, la venerazione delle sacre viscere di Cristo, la cui esplicita visione rischiava di provocare lo sdegno di molti, ecclesiastici compresi, impreparati sul piano (in primis) teologico rispetto ai dotti gesuiti o, più semplicemente, deboli di stomaco. Il piccolo formato, invece, è comprensibile proprio in ragione della circoscritta destinazione devozionale delle opere, riservate a ristretti gruppi di persone o al culto privato.

De Giorgio afferma dunque che questi crocifissi non costituivano semplicemente un “Ecce homo anatomicus”, ma avevano uno scopo preciso: erano uno strumento per dirigere le preghiere alla fonte stessa della misericordia divina.

Da parte mia posso aggiungere che essi apparvero in un periodo, quello rinascimentale, in cui l’iconografia era spesso tesa a rilanciare il mistero dell’incarnazione e l’umanità di Gesù tramite un sempre più marcato realismo, come ad esempio nella cosiddetta ostentatio genitalium, vale a dire la rappresentazione dei genitali di Cristo (bambino o in croce).

Due crocifissi lignei attribuiti a Michelangelo (Crocifisso di Santo Spirito e Crocifisso Gallino).

Mostrare il corpo sacrificato di Cristo in tutta la sua fragile nudità aveva come scopo ultimo il favorire l’immedesimazione e la imitatio del fedele, invitato a “seguire nudo il Cristo nudo“. E quale nudità è più estrema del disvelamento anatomico?
D’altro canto, come rimarca Leo Steinberg nel suo classico saggio sulla sessualità di Cristo, per gli artisti questo era anche un modo  per trovare un fondamento e una giustificazione teologica al realismo figurativo propugnato dal Rinascimento.

Grazie al contributo di De Giorgio, scopriamo quindi come i crocifissi in visceribus Christi nascondano un denso significato simbolico. Sacri accessori di un culto in odore di eresia, in quanto non ancora avallato dalle gerarchie della Chiesa (l’adorazione del Sacro Cuore sarà ufficialmente consentita solo a partire dal 1765), erano segreti oggetti di devozione e contemplazione.
E rimangono una testimonianza particolarmente toccante del tentativo, forse disperato, di far commuovere “fino alle viscere” quel Dio che troppo spesso sembra abbandonare l’uomo al suo destino.

 

Tutte le citazioni sono tratte da Teodoro De Giorgio, “L’origine dell’iconografia in visceribus Christi. Dai prodromi medievali della devozione cordicolare alla rappresentazione moderna delle viscere di Cristo”, nelle «Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz», LXI, 2019, 1, pp. 74-103. La rivista è acquistabile contattando la casa editrice Centro Di, a questo link.

Arte e meraviglia: L’Arca degli Esposti

Su queste pagine ho sempre dato ampio spazio alle arti visive, e anche chi segue il blog in maniera distratta sa bene quali sono i miei gusti in materia: prediligo un tipo di arte (preferibilmente figurativa, ma non solo) che sia in qualche modo crudele nei confronti dell’osservatore.
Non sto parlando delle finte e superficiali provocazioni della cosiddetta shock art; se uno vuole traumatizzarsi da solo, la rete è piena di immagini ben più estreme di quello che si può trovare in una galleria. Mi riferisco piuttosto al bisogno di essere scossi e intimamente toccati dall’opera, a una crudeltà in senso artaudiano: per raggiungere quel tipo di carica emozionale, l’artista deve avere una preparazione e una sensibilità del tutto particolari.

Se negli anni passati ho proposto di tanto in tanto qui sul blog alcuni artisti che mi avevano impressionato, adesso c’è una grossa novità.
Da quest’anno Bizzarro Bazar diventa davvero parte attiva nella promozione dell’arte “strana, macabra e meravigliosa”!

È nata infatti L’Arca degli Esposti, associazione artistico-culturale con sede a Palermo che ho fondato assieme alla curatrice Eliana Urbano Raimondi.
L’Arca ha come missione quella di dare visibilità a quegli artisti eccentrici ed “eretici” rispetto ai sistemi di massa.

Cito dalla presentazione sul sito:

Gli “esposti”, dunque, sono gli artisti promossi dall’associazione in virtù della loro indipendenza stilistica e dell’iconografia coraggiosa e unica che propongono. Esposti, in quanto selezionati per le mostre organizzate dall’associazione; esposti come i neonati illegittimi abbandonati sulle ruote degli ospedali; esposti perché hanno l’audacia di manifestare la propria posizione eterodossa rispetto alle mode di mercato.

Con tale intento quasi adottivo, L’Arca degli Esposti dichiara la propria vocazione alla custodia elitaria dei “mirabilia”: la stessa che ha dato linfa alle wunderkammer – nel logo simboleggiate dal nautilus, creatura marina la cui conchiglia è basata sull’infinita ruota/spirale di crescita aurea, itinerante per le acque come un vascello verso nuovi mondi.

L’Arca degli Esposti, come ho detto, ha sede a Palermo ma opera su tutto il territorio nazionale.
La nostra prima stagione autunnale parte il 12 ottobre con Il sogno di Circe, mostra collettiva che vedrà esposte nella sede palermitana una selezione di opere di Ettore Aldo Del Vigo, Adriano Fida e Fabio Timpanaro.

Quello che accomuna questi tre straordinari artisti contemporanei è la trasfigurazione onirica della figura umana; per questo, come nume tutelare, abbiamo evocato la Dea Circe e le sue visioni ipnagogiche che sfumano e trascendono la natura del corpo.
Ecco qualche esempio dalla loro produzione:

Il 14 novembre invece ci sposteremo a Roma nella sontuosa wunderkammer del mio amico Giano Del Bufalo, con cui ho organizzato in passato diversi eventi.


Qui per due settimane potrete ammirare la collettiva REQVIEM, mostra incentrata sulla morte e la corruzione del corpo.

In REQVIEM le opere pittoriche, scultoree e fotografiche di dieci artisti internazionali intratterranno un dialogo con le stranezze e le mirabilia presenti nella galleria.
La selezione di artisti è di alto profilo: Agostino Arrivabene, Philippe Berson, Nicola Bertellotti, Pablo Mesa Capella, Tiziana Cera Rosco, Pierluca Cetera, Gaetano Costa, Olivier De Sagazan, Sicioldr e Nicola Vinci.

Assieme con Eliana Urbano Raimondi — al cui brillante lavoro, sarò sincero, va la massima parte di credito per questo sogno divenuto realtà — abbiamo già in cantiere numerose mostre, convegni e seminari incentrati sulla cultura weird, dark e alternativa; stiamo anche cercando di portare per la prima volta in Italia alcuni grossi nomi, e devo dire che la prospettiva mi eccita molto… ma vi aggiornerò a tempo debito.

Per il momento vi invito a seguire le inziative dell’Arca sul sito internet, la pagina Facebook e il profilo Instagram; e, se siete nei paraggi, vi aspetto a questi primi due, fantastici appuntamenti!

Lezioni di anatomia

Il cadavere in scena

Frontespizio della Fabrica di Vesalio (1543).

Andrea Vesalio (di cui ho scritto già a più riprese) è stato fra i principali iniziatori della disciplina anatomica.
Un aspetto che non viene spesso considerato è l’influenza che il frontespizio del suo seminale De Humani Corporis Fabrica ha avuto sulla storia dell’arte.

Vesalio fu probabilmente il primo, e certo il più celebre fa gli studiosi di medicina, a farsi ritrarre nell’atto di dissezionare un cadavere: era ovviamente un calcolato affronto alla prassi universitaria del tempo, in cui l’anatomia si imparava esclusivamente dai libri. Qualsiasi lezione era appunto una lectio, consisteva cioè nella lettura pedissequa degli antichi testi galenici, reputati infallibili.
Con quel frontespizio, vero e proprio inno alla ricognizione empirica, Vesalio stava invece affermando qualcosa di rivoluzionario: stava dicendo che per capire come funzionavano, i corpi bisognava aprirli, bisognava guardarci dentro.

Johannes Vesling, Syntagma Anatomicum (1647).

Giulio Cesare Casseri, Tabulae Anatomicae (1627, qui dall’edizione di Francoforte, 1656)

Ecco allora che, dopo le iniziali resistenze e controversie, la comunità medica abbracciò la dissezione come principale strumento didattico. E se fino a quel momento si era idolatrato Galeno, non ci volle molto perché Vesalio prendesse il suo posto, e diventasse un must farsi ritrarre sui frontespizi dei trattati nell’atto di emulare le autopsie del nuovo maestro.

Una lezione di anatomia, Scuola di Bartolomeo Passarotti (1529-1592)

Frontespizio commissionato da John Banister (ca. 1580)

Nonostante qualche predecessore, come i due esempi cinquecenteschi qui sopra, il tema della “lezione d’anatomia” diventò un motivo artistico ricorrente nel Seicento, in particolare nell’ambito universitario olandese.
Nella ritrattistica di gruppo, la cui funzione era quella di immortalare i maggiori anatomisti dell’epoca, divenne di moda raffigurare questi luminari nell’atto di sezionare un cadavere.

Michiel Jansz van Miereveld, Lezione di anatomia del Dottor Willem van der Meer (1617)

Il riferimento alla pratica settoria, però, non era semplicemente un dato realistico. Era soprattutto un modo per rimarcare l’autorità e lo status sociale dei soggetti dipinti: è evidente il compiacimento degli anatomisti nel farsi ritrarre nel bel mezzo di un atto che impressionava e affascinava la gente comune.

Nicolaes Eliaszoon Pickenoy, Lezione di osteologia del Dottor Sebastiaes Egbertsz (1619)

Le dissezioni nei teatri anatomici erano spesso pubbliche, veri e propri spettacoli (talvolta messi in scena con tanto di orchestra) in cui il Dottore era il protagonista assoluto.
Bisogna anche ricordare che la figura dell’anatomista rimaneva ammantata da un’aura di mistero, più simile a un filosofo depositario di esoteriche conoscenze piuttosto che al semplice e risaputo medico. In effetti l’anatomista non si degnava nemmeno di eseguire operazioni chirurgiche – per quello c’erano i chirurghi, o i barbieri; il suo ruolo era cartografare l’interno del corpo, come un vero e proprio esploratore, e svelarne i segreti più reconditi e inaccessibili.

Christiaen Coevershof, Lezione di anatomia del Dottor Zacheus de Jager (1640)

Tra tutte le lezioni di anatomia che punteggiano la storia dell’arte, le più celebri rimangono senza dubbio quelle di Rembrandt, che peraltro costituirono il primo grosso ingaggio della sua carriera ad Amsterdam. La Gilda dei Chirurghi commissionava questo tipo di quadri per poi sfoggiarli nella sala comune. Rembrandt ne dipinse uno nel 1632 e un secondo nel 1656 (parzialmente andato distrutto, ma di cui rimane la porzione centrale).

Rembrandt, Lezione di anatomia del Dottor Nicolaes Tulp (1632)

Sulla lezione del Dottor Tulp sono state scritte infinite pagine, anche perché il quadro è colmo di molteplici dettagli seminascosti. La scena raffigurata diviene teatrale, spazio di azione drammatica in cui il ritratto di gruppo non è più statico: ogni personaggio è mostrato in una posa specifica, intento a volgere il suo sguardo in una precisa direzione. Grazie a un utilizzo già sapiente della luce Rembrandt sfrutta il cadavere come repoussoir, cioè elemento d’attrazione che spinge di colpo l’osservatore “dentro” il quadro. E il corpo senza vita sembra fare da contraltare al protagonista assoluto del quadro: il Dottor Tulp, leggermente scentrato, è talmente importante da meritarsi una sorgente di luce a sé stante.
Forse il dettaglio più ironico per noi è quel libro aperto, sulla destra: è facile intuire quale sia il testo consultato durante la lectio. A stare sul leggio ora non è più Galeno, ma Vesalio.

Particolare del volto illuminato del Dottor Tulp.

L’umbra mortis, l’ombra che cala sugli occhi del morto.

L’ombelico del cadavere forma la “R” di Rembrandt.

Dettaglio del libro.

Particolare dei tendini.

Si è discusso a lungo perfino su come sia  stata raffigurata la dissezione, e sulla supposta implausibilità di una lezione anatomica che cominci dai tendini del braccio invece che dalla classica apertura della parete toracica e dall’eviscerazione. D’altronde un anatomista rinomato come Tulp non si sarebbe mai abbassato a eseguire la dissezione con le sue mani, ma avrebbe delegato un assistente; l’intento di messa in scena è evidente. Gli stessi dubbi di inattendibilità anatomica/storica sono stati avanzati per la successiva lezione anatomica dipinta da Rembrandt, quella del Dottor Deyman, in cui le membrane del cervello non sarebbero rappresentate in modo corretto.

Rembrandt, Lezione di anatomia del Dottor Deyman (1656)

Ma, al di là delle licenze artistiche, Rembrandt impartì una sua propria “lezione” (pittorica, in questo caso) che fece innumerevoli proseliti.

Cornelis De Man, Lezione di anatomia del Dottor Cornelis Isaacz.’s Gravenzande (1681)

Jan van Neck, Lezione di anatomia del Dottor Frederik Ruysch (1683)

Un’altra curiosità è nascosta nella Lezione di anatomia del Dottor Frederik Ruysch di Jan van Neck. Anche di Ruysch e dei suoi straordinari preparati ho già scritto altrove: qui ricordo soltanto che quella figura che sembra un paggetto e che esibisce uno scheletrino fetale, sulla destra del quadro, altri non è se non la figlia dell’anatomista, Rachel Ruysch. La ragazzina aiutava il padre nelle dissezioni e nelle preservazioni anatomiche, cucendo anche pizzi e merletti per i suoi celeberrimi preparati. Raggiunta l’età adulta, Rachel lasciò da parte i cadaveri per diventare un’apprezzata pittrice floreale.

Dettaglio di Rachel Ruysch.

Un secolo dopo il celebre ritratto di Tulp, Cornelis Troost mostra un atteggiamento del tutto diverso riguardo al soggetto.

Cornelis Troost, Lezione di anatomia del Dottor Willem Roëll (1728)

A proposito del quadro scrive de Raadt:

Quest’opera appartiene al periodo di transizione che porta dall’umanesimo al modernismo […]. A giudicare dalla mancanza d’interesse nei volti degli studenti, l’illuminante lezione anatomica non genera alcuna meraviglia nei suoi studenti. Al contrario, la posizione piuttosto precaria del cadavere mostra una misura di disprezzo. I personaggi sono vestiti come aristocratici francesi con le loro parrucche incipriate, ostentando ricchezza e potere.

Anon., William Cheselden dà una dimostrazione anatomica a sei spettatori (ca. 1730/1740)

Nella versione del tema realizzata da Tibout Regters, qui sotto, il cadavere addirittura scompare quasi del tutto: rimane soltanto una testa sezionata, sulla destra, e sembra giusto un accessorio da sfoggiare con noncuranza; è l’ingombrante pomposità dei professori che ora domina la scena.

Tibout Regters, Lezione di anatomia del Dottor Petrus Camper (1758)

Il razionalismo e il materialismo dell’epoca dei Lumi cedettero il passo, nell’Ottocento, a un approccio in buona parte influenzato dalla letteratura romantica, a riprova che la scienza è inevitabilmente connessa con l’immaginario del proprio tempo.

Tra le varie discipline fu soprattutto l’anatomia a risentire di questo fascino letterario, che in realtà era bidirezionale. Da una parte gli scrittori gotici e romantici (gli Scapigliati su tutti) guardavano all’anatomia come al perfetto connubio di fascino morboso e algida scientificità, un nuovo stilema di “positivismo macabro”; e dal canto loro gli anatomisti divennero sempre più consci di essere considerati “eroi” decadenti, e i testi medici del tempo sono spesso colmi di svolazzi poetici ed evidenti ambizioni artistiche.

Thomas Eakins, La Clinica Gross (1875)

Thomas Eakins, La Clinica Agnew (1889)

Questa tendenza infulenzò anche la rappresentazione delle lezioni anatomiche. I due quadri qui sopra dell’americano Thomas Eakins, rispettivamente del 1875 e 1889, non sono strettamente dissezioni perché mostrano in realtà delle operazioni chirurgiche. Eppure il concetto è lo stesso: vediamo un luminare che impressiona con le sue prodezze chirurgiche ilpubblico assiepato nell’ombra. L’utilizzo della luce sottolinea la grandiosa severità di queste figure eroiche, eppure l’intento è anche quello di sottolineare le innovazioni che essi hanno sostenuto. Il dottor Gross viene infatti mostrato nell’atto di curare un’osteomielite del femore con una procedura conservativa – quando fino a pochi anni prima si sarebbe fatto ricorso a un’amputazione; nel secondo quadro, dipinto quattordici anni dopo il primo, possiamo riconoscere come si fosse iniziato a comprendere l’importanza della prevenzione delle infezioni (il teatro chirurgico è luminoso, pulito, e i chirurghi indossano tutti il camice).

Georges Chicotot, Il Professor Poirier che verifica una dissezione (1886)

Di crudo realismo, ma con accenti di “fantastico involontario”, è un quadro del 1886 opera del medico e artista Georges Chicotot. Qui il pubblico è sparito, e l’anatomista è mostrato da solo nel suo studio. Un cadavere è appeso per il collo come carne da macello, fra ossa sugli scaffali e chiazze purpuree di sangue che imbrattano la tovaglia e il grembiule. Impossibile non pensare al Frankenstein di Mary Shelley.

Enrique Simonet Lombardo, Anatomia del cuore (1890)

Ma l’Ottocento, con la sua tensione tra romanticismo e razionalità, è tutto idealmente racchiuso in questa Anatomia del cuore dello spagnolo Enrique Simonet. Dipinto nel 1890, è il perfetto riassunto della doppia anima del Diciannovesimo secolo, poiché è interamente giocato sugli opposti. Mascolino e femmineo, oggettività e soggettività, vita e morte, giovinezza e vecchiaia, ma anche il bianco del cadavere a contrasto con la figura nera dell’anatomista. Anche qui non c’è più alcun pubblico, si tratta di una dimensione molto intima. Il professore, da solo in un’anonima sala settoria, osserva il cuore che ha appena prelevato dal petto della bellissima fanciulla come se stesse contemplando un mistero. Il cuore, organo prediletto dai romantici, è qui rappresentato del tutto fuor di metafora, concreto e sanguinoso; eppure ancora sembra racchiudere il segreto di ogni cosa.

J.H. Lobley, Lezioni di anatomia a St Dunstan’s (1919)

Con l’arrivo del Novecento il topos della lezione di anatomia andò via via sfumando, e le raffigurazioni “serie” diventarono sempre più scarse. Eppure il filone non scomparve: finì contaminato dal citazionismo postmoderno quando non trasformato in esplicita parodia. In particolare fu il Dottor Tulp ad assurgere al ruolo di vera e propria icona, protagonista – e talvolta vittima – di fantasiose reinvenzioni.

Édouard Manet, Lezione di anatomia del dottor Tulp, copia da Rembrandt (1856)

Gaston La Touche, Anatomia dell’amore (19??)

Georges Léonnec, Lezione di anatomia del Professor Cupido (1918)

Se già nel 1856 Manet aveva rivisitato alla maniera impressionista il celebre quadro, La Touche aveva immaginato un’ironica Anatomia dell’amore, e Léonnec faceva il verso a Rembrandt con i suoi cupidi, in realtà è nell’ultimo quarto del Ventesimo secolo che Tulp cominciò ad apparire un po’ ovunque, nei fumetti, in televisione (anche il nostro Stefano Bessoni ne propose una rilettura in un mediometraggio del 1993).

Astérix e l’Indovino (1973) Goscinny-Uderzo

Stefano Bessoni, Tulp (55′, 1993)

Con l’avvento di internet il successo del famoso Dottore si allargò sempre più, mentre la sua figura veniva photoshoppata, replicata e riproposta all’infinito.
Un po’ come era accaduto alla Monna Lisa, deturpata dai baffi di Duchamp, Tulp è ormai diventato il punto di riferimento per chiunque voglia fare dell’umorismo nero e scorretto.

Tulp in versione Lego.

Hillary White, The Anatomy Lesson of Dr. Bird (2010)

FvrMate, The Anatomy Lesson of Dr. Nicholaes Tulp, (2016)

HANGBoY, The Anatomy Lesson (2016)

L’arte contemporanea, d’altronde, utilizza sempre più frequentemente l’interno del corpo come elemento sovversivo e ironico. Il fatto che Tulp sia ancora un protagonista “pop” dell’immaginario mondiale dimostra l’enorme influenza del quadro di Rembrandt; e di Vesalio che, con il suo frontespizio, diede inizio al filone della lezione anatomica, lasciando così un segno profondo nella storia delle arti visive.

Questo articolo è uno spin-off di un mio precedente post sui rapporti tra anatomia e surrealismo.

La perversione di Aristotele

I signori qui sopra stanno praticando il gioco di ruolo sessuale chiamato pony-play, in cui uno dei due partecipanti assume il ruolo del cavallo e l’altro del fantino. Si tratta di una pittoresca nicchia nelle relazioni di dominazione/sottomissione, eppure secondo l’esperto di sessualità alternative Ayzad

gli appassionati possono raggiungere livelli di specializzazione impressionanti: c’è chi predilige la cura del portamento e chi organizza vere gare su pista, chi vive la cosa come variante sessuale e chi si concentra solo sull’esperienza psicologica. Le ponygirl riferiscono spesso di amare questo gioco perché permette loro di regredire a una percezione primordiale del mondo, in cui ogni sensazione è vissuta con maggiore intensità: molte descrivono il ritorno alla “condizione umana” come oneroso e sgradevole. Benché non ci siano rilevamenti precisi al riguardo, si ritiene che le persone che praticano concretamente ponyplay nel mondo non siano più di 2.000, mentre tale fantasia è apprezzata da un numero enormemente maggiore di simpatizzanti.

Ayzad, XXX. Il dizionario del sesso insolito, Edizione Kindle.

Pochi sanno però che questa messinscena erotica ha un antesignano illustre: il primo ponyboy della storia, suo malgrado, fu nientemeno che il massimo filosofo dell’antichità, Aristotele!

(Be’, non veramente. Ma cos’è la verità, caro Aristotele?)

Agli inizi del 1200 nacque una curiosa leggenda: raccontava dell’amore segreto di Aristotele per Fillide, moglie di Alessandro il Macedone (che del grande filosofo era allievo).
Fillide, donna bellissima e scaltra, decise di sfruttare l’infatuazione di Aristotele nei suoi confronti per insegnare una lezione al marito, che la trascurava per passare giornate intere con il suo mentore. Così disse ad Aristotele che gli avrebbe concesso i suoi favori se egli avesse acconsentito a farsi cavalcare sulla schiena. Accecato dalla passione, il filosofo accettò e Fillide fece in modo che Alessandro Magno assistesse, non visto, alla comica scena di umiliazione.

La storiella, menzionata per la prima volta in un sermone di Jacques de Vitry, ebbe subito un enorme successo nell’iconografia popolare, tanto da essere rappresentata in litografie, sculture, oggetti di arredamento, ecc. Per comprenderne la fortuna dobbiamo concentrarci per un attimo sui suoi due protagonisti principali.

Innanzitutto, Aristotele: perché è lui la vittima della vis satirica del quadretto? Perché proprio un filosofo e non per esempio un Re o un Papa?
La barzelletta funzionava su diversi livelli: i più colti potevano leggerci uno sberleffo della dottrina aristotelica dell’enkráteia, la temperanza, ovvero il saper giudicare i pro e i contro dei piaceri, il sapersi trattenere e dominare, la capacità di mantenere pieno possesso di sé e dei propri valori etici.
Ma anche i meno educati vedevano bene che la storia ironizzava sull’ipocrisia dei filosofi in generale – sempre pronti a fare la morale, a disquisire di virtù, a propugnare il distacco dai piaceri e dalle bassezze. Metteva insomma alla berlina quei bellimbusti che amano piazzarsi su un piedistallo per insegnare la rettitudine ai propri simili.

Dall’altra parte c’era Fillide. Qual era la sua funzione all’interno della storiella?
A una prima occhiata l’aneddoto può sembrare un classico exemplum medievale pensato per mettere in guardia dalla pericolosa, infida natura delle donne. Una favoletta morale che dimostrava quanto la femmina potesse essere manipolatrice, tanto da sottomettere con le sue arti di seduzione perfino le menti più eccellenti.
Ma forse le cose non sono così semplici, come vedremo.

Infine, l’atto di farsi cavalcare implica ulteriori ambiguità, di natura questa volta sessuale: questo tipo particolare di umiliazione nascondeva forse un’allusione erotica? Poteva rimandare a una fantasia di dominazione, o simboleggiava invece un’accettazione cavalleresca di servire la donna amata?

Per capire meglio il contesto della storia di Fillide e Aristotele, dobbiamo iscriverla nel più ampio topos medievale del “Potere delle donne” (Weibermacht in tedesco), conosciuto anche nella saggistica anglosassone come “Woman on Top”.
Per esempio, un aneddoto molto simile è quello che vede Virgilio innamorato di una donna, talvolta chiamata Lucrezia, che gli concede un appuntamento notturno calando un cesto di vimini dalla finestra per farlo salire; salvo poi issare il cesto solo fino a metà del muro, lasciando Virgilio intrappolato ed esposto al pubblico ludibrio la mattina seguente.

Anche Giuditta che decapita Oloferne, Giaele che conficca il chiodo nella tempia di Sisara, Salomè con la testa del Battista o Dalila che sconfigge Sansone fanno parte di quelle figure femminili che risultano vittoriose sui maschi, e che furono riproposte infinite volte nell’iconografia e nella letteratura medievale. A queste si aggiungono le varie scene buffe di mogli che comandano i mariti — la cosiddetta “battaglia dei pantaloni”.
Di volta in volta lascive o perfide, queste donne dimostrano di avere un pericoloso potere sul maschio, eppure al tempo stesso esercitano una forte attrazione sull’immaginario, anche erotico.

Le scene più divertenti – come Aristotele trasformato in cavallo o Virgilio nella cesta – erano pensate per suscitare il riso sia negli uomini che nelle donne, e probabilmente venivano anche messe in scena da attori comici: in effetti l’inversione dei ruoli ha un impianto carnascialesco. Nel presentare una situazione paradossale, avevano forse l’effetto di rinforzare la struttura gerarchica in una società dominata dai maschi.
Eppure la prof. Susan L. Smith, esperta della questione, si dice convinta che il messaggio veicolato non fosse così univoco:

il “Woman on Top” è da intendersi non come una semplice manifestazione dell’antifemminismo medievale, quanto piuttosto come un luogo di confronto attraverso il quale potevano venire espresse idee opposte e conflittuali sui ruoli di genere.

Susan L. Smith, Women and Gender in Medieval Europe: An Encyclopedia (2006)

Il fatto che la storiella di Fillide e Aristotele si prestasse a una lettura più complessa è ribadito anche da Amelia Soth:

Era un’epoca in cui la convinzione che le donne fossero intrinsecamente inferiori si scontrava con la realtà delle regnanti femmine, come la Regina Elisabetta, Maria I Tudor, Maria Stuarda, Caterina d’Asburgo e le arciduchesse dell’Olanda, che dominavano la scena europea. […] Eppure l’immagine rimane ambigua. La sua popolarità non può essere spiegata semplicemente con la misoginia e la diffidenza per il potere femminile, perché il fatto che essa fosse inclusa nei pegni d’amore e nelle canzoni licenziose tradisce un elemento di delizia per l’inaspettato rovesciamento, per la trasformazione del saggio in una bestia da soma.

Insomma, forse anche nel Medioevo, e all’inizio dell’età moderna, la dinamica tra i generi non era poi così monolitica. La storia di Fillide e Aristotele ebbe così tanto successo proprio perché era suscettibile di interpretazioni diametralmente opposte: di volta in volta poteva essere usata per mettere in guardia dalla lussuria oppure, al contrario, come aneddoto piccante ed erotico (tanto che la coppia veniva spesso rappresentata nuda).

Per tutti questi motivi, il topos non è mai veramente sparito del tutto ma si è incarnato in molte varianti nei secoli successivi, di cui lo storico Darin Hayton riporta alcuni gustosi esempi.

Nel 1810 il manuale di giochi di società Le Petit savant de société descriveva il gioco del “Cavallo d’Aristotele”, una penitenza vagamente cuckold: il gentiluomo che doveva scontarla era obbligato a mettersi a quattro zampe e a portare sulla schiena una dama, la quale riceveva un bacio da tutti gli altri maschi posti in cerchio.

La cavalcata “alla Aristotele” fa la sua comparsa anche nei manifesti degli ipnotisti, perfetto esempio delle stravaganze a cui erano costretti coloro che si prestavano agli esperimenti di ipnosi. (A proposito di sovversione delle regole, si notino nel poster a sinistra i due uomini sullo sfondo, costretti a baciarsi tra loro.)

Nel 1882 un altro grande filosofo, Friedrich Nietzsche, portò in scena una sua versione di Fillide e Aristotele vestendo in prima persona i panni del “cavallo”. Nelle fotografie lui e il suo amico Paul Rée sono alla mercé della frusta impugnata da Lou von Salomé (la donna di cui Nietzsche era follemente innamorato).

E torniamo infine ai giorni nostri, e ai tizi vestiti da pony che abbiamo visto all’inizio.
Oggi la “perversione di Aristotele”, lungi dall’essere ancora un monito sulla perdita di controllo, è arrivata a significare l’esatto opposto: è diventata un modo per lasciare briglia sciolta (la metafora ippica qui s’impone!) alla fantasia erotica.

Ogni anno in Louisiana si tiene il Ponies on the Delta, un festival per i fan del ponyplay, che raduna qualche centinaio di appassionati impegnati in gare di trotto, corse a ostacoli e attività simili davanti a una giuria di esperti. Esistono negozi online specializzati nella vendita di zoccoli e tute da cavallo, decine e decine di account dedicati sui social, e perfino una rivista underground chiamata Equus Eroticus.

Chissà cos’avrebbe detto il severo Aristotele, se avesse saputo che il suo nome sarebbe stato associato a tali follie.
In un certo senso, la figura dello Stagirita è stata davvero “pervertita”: il filosofo ha dovuto sottomettersi non all’immaginaria Fillide, ma alla leggenda apocrifa di cui è divenuto – suo malgrado – protagonista.

La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 2

Nel secondo episodio della serie web di Bizzarro Bazar: mummie officiali e derivati del corpo umano usati in medicina; un misterioso artista; un teatro ricavato dalla carcassa di una balena.

Se la puntata vi piace iscrivetevi al canale, e soprattutto passate parola. Buona visione!

Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
Prodotto da Ivan Cenzi, Francesco Erba, Theatrum Mundi & Onda Videoproduzioni

La carne e il sogno: anatomia del surrealismo

Qualche giorno fa sono stato invitato a parlare al Roma Tatttoo Museum nell’ambito di Creative Mornings, evento culturale che si tiene ogni mese in tutto il mondo; si tratta di una colazione gratuita e informale abbinata a una conferenza su un tema stabilito globalmente, lo stesso per tutte le 196 città in cui si svolge l’iniziativa. Il tema di gennaio era SURREAL, e ho dunque deciso di parlare dei rapporti tra anatomia e surrealismo. Ecco la trascrizione riveduta del mio discorso.

Bruxelles, 1932.
Nei pressi della stazione ferroviaria si tiene l’annuale Foire du Midi, che raduna nella capitale tutti i luna park itineranti che girano il Belgio.


Il nostro protagonista è quest’uomo, di poco più di trent’anni, che si aggira tra le giostre e le varie attrazioni finché il suo sguardo non viene catturato da un poster che pubblicizza il museo anatomico del Dottor Spitzner.

Il Dottor Spitzner in realtà non è nemmeno un dottore, ma un anatomista che ha provato a mettere in piedi un museo a Parigi; non ci è riuscito, e si è messo a viaggiare con il luna park. La sua collezione, dietro la facciata pedagogica (il museo sulla carta dovrebbe informare la popolazione dei rischi relativi alle malattie veneree o all’abuso di alcol), è pensata soprattutto per stuzzicare il voyeurismo degli spettatori.


La prima cosa che attira l’attenzione del nostro uomo è una bellissima donna addormentata realizzata in cera: un meccanismo le fa sollevare e abbassare il petto come se stesse respirando. L’uomo paga il biglietto ed entra nel baraccone. Ma una volta superate le tende di velluto rosso, si presenta ai suoi occhi una visione di meraviglia e orrore. Cere patologiche mostrano i danni della sifilide, corpi mostruosi come quelli dei gemelli Tocci uniti alla vita, scene di operazioni chirurgiche. Donne vengono operate da mani “fantasma”, prive di braccia o corpi. La stessa Venere dormiente vista all’entrata viene smontata sotto gli occhi del pubblico, organi dopo organo, in una specie di spettacolare dissezione.

 

Quell’uomo è sconvolto, e la visione del museo Spitzner cambierà per sempre la sua vita.
Il nostro protagonista, infatti, si chiama Paul Delvaux ed è un pittore che fino a quel momento ha realizzato paesaggi bucolici post-impressionisti, francamente poco personali.

Dopo la sua visita al museo Spitzner, invece, la sua arte prenderà una strada del tutto differente.
I suoi quadri divengono visioni oniriche, in cui quasi tutti gli elementi sembrano rimandare a quel trauma originario o, meglio, a quell’epifania originaria. Gli strani non-luoghi in cui sono calate le figure sembrano sospesi a metà strada fra i paesaggi metafisici di De Chirico e le scenografie fintamente neoclassiche delle fiere di paese; i quadri sono popolati di veneri dormienti e nudi femminili dall’erotismo freddo e ieratico; vi si affollano di decine di scheletri; senza contare che proprio la stazione del treno diventerà un altro chiodo fisso dell’artista.

Riguardo a quell’esperienza Delvaux dichiarerà, molti anni dopo:

Quella atmosfera inquietante, perfino un po’ morbosa, l’insolito di quella esposizione di cere anatomiche in un luogo dove per elezione esplodono la gioia, il rumore, le luci, la giovialità […] Tutto ciò ha lasciato delle tracce profonde per moltissimo tempo nella mia vita. La scoperta del museo Spitzner mi ha fatto virare completamente nella mia concezione della pittura.

(citato in H. Palouzié e C. Ducourau, De la collection Fontana à la collection Spitzner, In Situ [En ligne], n.31, 2017)

Ma perché Delvaux è rimasto talmente toccato dalla visione dell’interno del corpo umano?
Nel Dittatore dello stato libero di Bananas (1971), Woody Allen si risveglia dopo aver preso una botta in testa, si tocca la ferita e guardandosi le dita esclama: “Sangue! Dovrebbe essere dentro!”. Credo non esista una definizione più sintetica dell’anatomia come rimosso freudiano.


Quello che sta dentro al corpo dovrebbe rimanere fuori scena (osceno). Non dovremmo mai vederlo, perché altrimenti significa che qualcosa è andato storto. L’interno del nostro corpo è un territorio misconosciuto e un tabù – e più avanti vedremo anche perché.
Quindi certo, c’è la fascinazione per l’osceno, soprattutto per un uomo come Delvaux che proviene da una famiglia rigida e puritana; una mescolanza di impulsi erotici e di morte.


Ma c’è di più: quelle cere hanno qualcosa che va al di là della realtà. Quello di cui Delvaux ha fatto esperienza è il surrealismo dell’anatomia.
In effetti quando entriamo in un museo anatomico, accediamo a una dimensione totalmente aliena, spiazzante, assurda.

Non stupisce dunque che i surrealisti, a cui Delvaux era vicino, abbiano sfruttato l’anatomia per destabilizzare: il surrealismo è alla perenne ricerca di questo tipo di elementi e di esperienze che liberino e facciano esplodere l’inconscio.
E il surrealismo ha anche una fascinazione per la morte, a partire dal Poisson soluble, la silloge a opera di Breton che accompagna il Manifesto (l’idea di un “pesce solubile” può far sorridere, ma è in verità disperatamente drammatica) o dal celebre gioco creativo del “cadavere squisito”.
D’altronde nel Manifesto del Surrealismo è scritto a chiare lettere: “Il surrealismo v’introdurrà nella Morte, che è una società segreta”.

Ecco allora che Max Ernst nei suoi collage per Una settimana di bontà utilizza spesso ritagli di illustrazioni anatomiche; Roland Topor taglia e spella i suoi personaggi con crudeltà sadiana, per portare alla luce l’inconscio minaccioso e mostruoso che si agita sotto la pelle; Réné Magritte copre il volto dei suoi due amanti con un panno, come fossero già cadaveri sul tavolo autoptico, donando così alla coppia un aspetto funereo.

Ma è soprattutto Hans Bellmer a fare dell’anatomia il fulcro del suo lucido universo espressivo, dapprima con la serie di foto delle bambole artigianali scomponibili, mediante le quali reinventa il corpo femminile; e in seguito con le sue acqueforti dove i vari dettagli anatomici si fondono e si confondono in nuove configurazioni di carne e di sogno. Tutta l’arte di Bellmer è ossessivamente e feticisticamente tesa a scoprire quale sia l’algoritmo che rende il corpo femminile così seducente (l’algebra del desiderio, secondo la sua stessa definizione).

Nel ciclo di litografie intitolato Rose ouverte la nuit, in cui una ragazza solleva la pelle del ventre per scoprire gli organi interni, Bellmer rimanda direttamente all’iconografia delle terrecotte o delle cere anatomiche, e delle tavole dei primi trattati di medicina.

Quest’idea che il corpo umano sia un territorio da esplorare e cartografare deriva direttamente dagli albori della disciplina anatomica. Il primo a spalancare a fini di studio questo spazio segreto, in maniera davvero programmatica, fu Vesalio. Di lui ho scritto spesso, e rimando a questo articolo per comprendere la portata della sua rivoluzione.


Eppure nonostante tutto, anche dopo Vesalio i sensi di colpa legati all’atto della dissezione non diminuiscono – aprire un corpo umano è ancora visto come un atto sacrilego.
A questi sensi di colpa, secondo diversi studiosi, è da attribuire la “vivificazione” degli écorché, gli scorticati rappresentati nelle tavole anatomiche, che vengono mostrati in pose plastiche come se fossero vivi e vegeti – un’iconografia mutuata in parte da quella dei santi che esibiscono le mutilazioni del martirio.

Nelle tavole anatomiche del Sei-Settecento questa tendenza diviene talmente visionaria da sfociare in una sorta di fantastico involontario (cfr. R. Caillois, Nel cuore del fantastico, 1965).
Un esempio eclatante è l’illustrazione seguente (dalla Historia de la composicion del cuerpo humano di Valverde, 1556) che mostra un cadavere sezionato che a sua volta ne disseziona un altro: surrealismo ante litteram, fantasia macabra di livello straordinario.

Del problema estetico si era coscienti già all’epoca: due tra i più grandi anatomisti di fine Seicento, Govert Bidloo e Frederik Ruysch, furono acerrimi nemici proprio perché avevano idee diametralmente opposte sull’estetica giusta da dare alla disciplina anatomica.


Bidloo, nei suoi trattati, aveva preteso delle illustrazioni che fossero il più realistiche possibile. La dissezione vi era mostrata in maniera del tutto concreta, con tanto di corpi legati e spilli per il fissaggio delle parti. La visione era tutto tranne che idealizzata, anzi il realismo veniva spinto all’estremo in una tavola in cui è addirittura inclusa una mosca che si posa sul cadavere.

Dall’altra parte la sensibilità di Ruysch era quella tipica delle wunderkammer, e così come egli abbelliva i suoi preparati animali con composizioni di coralli e conchiglie, così faceva anche con i preparati umani per renderli più gradevoli all’occhio.

Le sue preparazioni anatomiche erano artistiche, quando non apertamente allegoriche; rimangono celebri i suoi diorami, oggi purtroppo andati perduti, realizzati interamente a partire da materiali organici (calcoli usati come rocce, arterie e vene essiccate a fare da alberi, scheletrini fetali che si asciugano le lacrime su fazzoletti ricavati dalle meningi, ecc.).

Spesso le parti preservate venivano impreziosite di pizzi e merletti che cuciva la figlioletta di Ruysch, Rachel, la quale fin dalla tenera età aiutava il padre nelle sue dissezioni (tanto da venire immortalata con uno scheletro in mano, sulla destra, nella Lezione di Anatomia del Dottor Frederik Ruysch di Jan van Neck).

Si può dire che Ruysch fosse un anatomista ma anche uno showman (antesignano quindi di quel Dottor Spitzner il cui museo tanto colpì Delvaux), abile nel rendere spettacolare la sua arte in modo da riscuotere maggiore successo nelle corti europee. E in un certo senso fu lui a vincere la disputa con Bidloo, perché la qualità surreale delle illustrazioni anatomiche rimase pressoché incontrastata fino all’avvento del positivismo.

Se torniamo al Novecento, però, le cose cambiano radicalmente a partire dalla metà del secolo. Due conflitti globali hanno minato la fiducia nell’uomo e nella storia; si comincia a sfaldare la società tradizionale, la tecnologia entra nelle case e il lavoro si meccanizza sempre di più. Emerge dunque un sempre più pressante problema identitario, che coinvolge per forza di cose anche il corpo.


Se negli anni ’30 Fritz Kahn (qui sopra) poteva ancora vedere l’anatomia in maniera ingegneristica, come una macchina perfetta, nella seconda metà del secolo tutto vacilla. Il corpo si fa più mutevole, indefinito, fluido, come nelle lastre dipinte da Xia Xiaowan, che cambiano a seconda della prospettiva, rendendo l’anatomia incerta.

A partire dagli anni 60/70, la ricerca identitaria passa attraverso la riappropriazione del corpo come tavolozza per raccontare sé stessi, come materia espressiva: è l’avvento della body art e della customizzazzione del corpo (chirurgia plastica, tatuaggi, piercing).
Il corpo diviene preda di ibridazioni tra organico e meccanico, mentre la visione oscilla tra distopiche fusioni di carne e metallo come in Tetsuo o i film Cronenberg – e profezie cyberpunk, fino alla tragica disumanizzazione della società ormai completamente meccanizzata dipinta da Tetsuya Ishida.

In barba ai millenaristi, però, il mondo non finisce né nel 2000 né nel tanto temuto 2012. La società continua a mutare, e l’ibridazione è un concetto ormai entrato nell’immaginario; così un artista come Nunzio Paci può utilizzarlo non più in ottica distopica, ma per rispondere alle preoccupazioni ecologiche dimostrando l’intima comunione e la continuità con la natura, intersecando l’anatomia umana con il regno animale e vegetale; come fa peraltro anche Kate McDowell nelle sue ceramiche.

L’immaginario anatomico e scientifico continua a mantenere una sua carica disturbante nei dipinti dello spagnolo Dino Valls, i cui personaggi sono vittime di esoterici esperimenti, continuamente sottoposti a esami invasivi, mentre gli occhi velati di lacrime suggeriscono una dimensione tragica, ancestrale e ripetuta.

Un fotografo come Joel-Peter Witkin ha usato il corpo – sia il corpo imperfetto e difforme dei freak, che il corpo anatomizzato, cioè letteralmente tagliato a pezzi – per rappresentare in maniera estetizzante la bellezza dell’anima. Fervente cattolico, Witkin è davvero convinto che tutto sia illuminato, e la sua ricerca è di matrice mistica. Cercando il divino anche in ciò che ci spaventa o ci fa inorridire, punta a far emergere la nostra sostanziale identità con Dio. Questo è in fondo il significato di una delle sue opere più controverse, The Kiss, in cui le due metà di una testa sezionata si baciano: amare è riconoscere il divino nell’altro, e ogni bacio non è altro che Dio che ama sé stesso. (Qui trovate la mia intervista a Witkin.)

Più propriamente surrealista è il lavoro del siciliano Valerio Carrubba, interessante in particolare perché avvicina il medium pittorico al contenuto anatomico: i suoi quadri sono infatti dipinti in diverse versioni l’una sopra l’altra, aggiungendo livelli di pittura come fossero strati epidermici, soltanto l’ultimo dei quali resta visibile.

Che l’anatomia abbia ancora un suo potere sovversivo lo testimonia l’uso diffuso che ne fa la corrente del surrealismo pop, spesso creando un contrasto tra immagini fanciullesche e laccate al disvelamento anatomico.

Anche il nostro Stefano Bessoni fa frequente riferimento all’anatomia, in particolare in uno dei suoi ultimi lavori che è dedicato proprio alla figura di Rachel, la già citata figlia di Ruysch.

Sempre in questa vena satirica e ribelle si iscrive il lavoro del graffiti artist Nychos che anatomizza, fa a pezzi e mostra le interiora delle icone sacre della cultura popolare.
Un po’ lo stesso trattamento che Jessica Harrison riserva alle porcellane della nonna, mentre Fernando Vicente utilizza il concetto di vanitas per parodiare l’immaginario sensuale delle pin up.

E proprio il corpo della donna, il più soggetto a imperativi estetici e pressioni sociali, è il fulcro del lavoro di Sally Hewett, che nelle sue creazioni di cucito si concentra sui dettagli anatomici normalmente ritenuti antiestetici – cicatrici chirurgiche, cellulite, smagliature – per riaffermare la bellezza dell’imperfezione.

L’autopsia, il “guardare con i propri occhi”, è il primo passo della conoscenza empirica.
Ma guardare al proprio corpo comporta una presa di coscienza dolorosa e difficile: significa riconoscerne anche la mortalità. In effetti la famosa massima iscritta nel tempio di Apollo a Delfi, “Conosci te stesso“, era essenzialmente un memento mori (come evidenzia anche il mosaico del Convento di San Gregorio sull’Appia). Significava “conosci chi sei, capisci dunque i tuoi limiti, ricordati della tua finitezza”.

Questa è forse la ragione per cui il sangue “dovrebbe essere dentro”, e il paesaggio interiore fatto di organi, masse adipose, tessuti vascolarizzati ci sembra ancora così poco familiare, così disgustoso, così surreale. Non vogliamo pensarci perché ci ricorda la spiacevole realtà della nostra limitatezza di animali mortali.

Ma la nostra stessa identità non può prescindere da questo corpo, per quanto esso sia fallibile e caduco; e il nostro rifiuto dell’anatomia, a sua volta, è esattamente il motivo per cui gli artisti continueranno a pescare proprio lì, nell’immaginario anatomico.
Perché l’arte migliore è quella sovversiva, quella che – nella definizione attribuita a Banksy – rassicura chi è disturbato e disturba chi si sente al sicuro.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 17

La fotomodella Monique Van Vooren gioca a bowling col suo canguro (1958).

Torna la rubrica culturale bizzarra, che vi propone le migliori letture bislacche e una nuova riserva di aneddoti macabri per rompere il ghiaccio alle feste.
Ma prima, un paio di veloci aggiornamenti.

Innanzitutto, per chi se lo fosse perso, agevolo il servizio del Venerdì di Repubblica dedicato alla web serie di Bizzarro Bazar, che debutterà sul mio canale YouTube il 27 gennaio (vi siete iscritti, vero?). Potete cliccare sull’immagine qui sotto per aprire il PDF con l’articolo completo.

In secondo luogo, sabato 19 sarò ad Albano Laziale, ospite della compagnia teatrale Tempo di Mezzo: qui presenterò il mio talk Un terribile incanto, questa volta impreziosito dagli esperimenti di mentalismo di Max Vellucci. Sarà una bella serata dedicata al meraviglioso, al macabro e soprattutto all’arte di “cambiare prospettiva”. Questo è il link per le prenotazioni.

E partiamo subito con i link e le curiosità.

  • Negli anni 80 alcuni boscaioli stavano tagliando un tronco quando trovarono qualcosa di straordinario: un segugio perfettamente mummificato all’interno del tronco. Il cane doveva essersi infilato nell’albero attraverso un buco nelle radici, magari all’inseguimento di uno scoiattolo, e si era arrampicato sempre più in alto fino a rimanere incastrato. L’albero, una quercia bianca americana, l’aveva preservato grazie alla presenza di tannini nel tronco. Oggi Stuckie (questo il nomignolo assegnato al cane) è l’ospite più famoso del Southern Forest World, piccolo museo forestale a Waycross, Georgia. (Grazie, Matthew!)

  • Restiamo in Georgia, dove evidentemente le sorprese non mancano. Abbattendo un muro in una casa che a inizio ‘900 aveva ospitato uno studio dentistico, sono saltati fuori migliaia di denti nascosti dentro la parete. Ma la cosa davvero straordinaria è che questo è già il terzo ritrovamento del genere. Tanto che qualcuno si chiede se infilare nel muro i denti cavati ai pazienti non fosse una pratica comune fra gli odontoiatri. (Grazie, Riccardo!)
  • Lo stato di Washington, invece, potrebbe essere il primo a legalizzare il compostaggio umano.
  • L’artista Tim Klein si è accorto che i puzzle sono spesso tagliati con lo stesso stampo, quindi i pezzi sono intercambiabili. Questo gli permette di hackerare le immagini originarie, creando degli ibridi che avrebbero fatto la gioia di artisti surrealisti come Max Ernst o Réné Magritte. (via Pietro Minto)

  • L’armonioso mondo dei nostri amici animali, ep. 547: da un po’ di tempo le mantidi religiose hanno cominciato ad attaccare i colibrì, e altre specie di uccelli, per mangiarne il cervello.
  • Secondo uno studio della NASA, c’è stato un momento in cui la terra era ricoperta di piante che, invece di essere verdi, erano viola.
  • Il 9 agosto di quest’anno cade il cinquantesimo anniversario di uno degli omicidi più infami della storia: il massacro di Bel Air compiuto dagli adepti di Charles Manson. Aspettiamoci dunque un profluvio di morbosità mascherate da commemorazioni.
    Oltre al film diretto da Tarantino che uscirà a luglio, ci sono in preparazione almeno altre due pellicole sulla strage. Nel frattempo a Beverly Hills sono già stati messi all’asta vestiti, accessori ed effetti personali di Sharon Tate. La morte di una bella donna, che secondo Poe era “l’argomento più poetico del mondo“, nel caso della Tate è diventata merce di voyeurismo glamour, feticizzazione estrema. Le foto dell’omicidio hanno fatto il giro del mondo, la tomba in cui è sepolta (abbracciando il bambino che non ha mai potuto conoscere) è tra le più visitate, e la sua figura è per sempre inscindibile da quella di vittima femminile perfetta: giovane, dalle brillanti prospettive, ma soprattutto famosa, bellissima, e incinta.
  • Ed ecco una ipnotica danza in assenza di gravità:

  • Nel frattempo, zitti zitti, gli attori più celebri di Hollywood si stanno facendo scansionare la faccia in 3D, in modo da continuare a recitare (e a guadagnare i milioni) anche dopo la morte.
  • Nelle foreste del Kentucky un cacciatore ha sparato a un cervo a due teste. Solo che quella aggiuntiva mica era sua, ma di un altro cervo ormai putrefatto. Quindi le opzioni sono due: o il povero animale da chissà quanto tempo se ne andava in giro con questa schifezza putrefatta incastrata fra le corna, senza riuscire a liberarsene; oppure — ed è quello che mi piace pensare — siamo di fronte al più cattivo gangster cervide della storia. (Grazie, Aimée!)

  • Le illustrazioni del Dr. Frank Netter, realizzate su commissione per aziende farmaceutiche e per gli opuscoli da sala d’aspetto, sono tra le più bizzarre e stranianti immagini mediche mai realizzate.
  • Ecco un’idea di business straordinaria: per soli 50$, questa signorina promette di comparire al vostro funerale, ma rimanendo un po’ lontano, con un ombrello nero sia che piova o che ci sia il sole, in modo che la gente pensi che avevate un segreto oscuro e interessante.
  • Chi è stato il primo a utilizzare la stampa con caratteri mobili? Gutenberg, giusto? Sbagliato.
  • Sally Hewett è un’artista britannica che ricama a mano corpi imperfetti. Sono dettagli anatomici, per la maggior parte femminili, che recano cicatrici di operazioni chirurgiche, ostentano asimmetrie, modificazioni corporali, scarificazioni, mastectomie o semplici segni dell’età.
    L’amore per questa carne scolpita dalla vita e dal tempo, unito all’eleganza del medium utilizzato, rendono questi lavori di una bellezza commovente. Qui trovate il sito ufficiale, qui il profilo Instagram, e qui una bella intervista in cui Sally spiega perché include in ogni suo lavoro un pezzetto di filo che apparteneva a sua nonna. (Grazie, Silvia!)

Jules Talrich, tra anatomia e luna park

Qualche tempo fa ho scritto di quelle particolari epifanie che mettono in correlazione diversi punti della nostra mappa mentale che credevamo distanti tra loro, quelle convergenze inaspettate tra storie e personaggi apparentemente non correlati.

Eccone un’altra di incredibile: che cos’hanno in comune il cadavere preservato del filosofo inglese Jeremy Bentham (1), il celebre studio di Duchenne sulle espressioni del volto (2), il Museo dei luna park di Parigi (3) e le cere anatomiche (4)?

La congiuntura in questo caso è un solo uomo: Jules Talrich, nato a Parigi nel 1826.

La famiglia Talrich proveniva da Perpignan, nei Pirenei. Lì il nonno di Jules, Thadée, era stato capo chirurgo all’ospedale; sempre lì suo padre, Jacques, aveva operato come chirurgo militare per poi trasferirsi a Parigi, due anni prima che nascesse Jules.
Fin da bambino, dunque, Jules crebbe a contatto con la medicina e la pratica anatomica. Suo padre infatti, era diventato celebre per la fabbricazione di modelli in cera; questa sua fama gli aveva valso il posto di ceroplasta ufficiale alla Facoltà di Medicina di Parigi nel 1824. Possiamo immaginare il piccolo Jules che scorrazza per il laboratorio del padre, e che guarda il genitore con ammirazione mentre lavora ai suoi scorticati in cera.

Quando aveva solo 6 anni, nel 1832, Jules vide probabilmente il padre modellare la testa di Jeremy Bentham.
Il famoso filosofo utilitarista aveva infatti deciso, un paio d’anni prima di morire, che il suo corpo avrebbe dovuto essere dissezionato pubblicamente, imbalsamato ed esposto in una teca. Ma il processo di mummificazione della sua testa, eseguito da un anatomista amico di Bentham, Southwood Smith, non aveva dato i risultati previsti: il volto era diventato scuro e rinsecchito, e venne giudicato eccessivamente macabro. Così a Jacques Talrich – la cui fama di ceroplasta era tale da oltrepassare la Manica – era stata commissionata una testa in cera che riproducesse alla perfezione le fattezze di Bentham. La cosiddetta “auto icon” è ancora oggi esposta in un corridoio dello University College di Londra.

Fu dunque così che il giovane Jules crebbe circondato da modelli in cera, e partecipando al fianco del padre alle dissezioni sui cadaveri nella Facoltà di Medicina. Poco più che ragazzo, cominciò a lavorare come prosettore, cioè sezionando e preparando i pezzi anatomici per le lezioni all’Università; in laboratorio, imparò presto l’arte di replicare con la cera le più intricate strutture ossee, muscolari e vascolari del corpo umano.

Quando Jacques morì nel 1851, Jules Talrich ereditò l’impresa di famiglia e proseguì, com’era naturale, l’attività. Nel 1862 venne nominato ceroplasta all’Università, lo stesso posto che suo padre aveva occupato per tanti anni; proprio come suo padre, anche Jules divenne rinomato per i suoi modelli anatomici in cera o gesso, sia normali che patologici, che per la loro squisita fattura vennero commissionati ed esibiti in diversi musei e riscossero un enorme successo in diverse Esposizioni Universali.

Oltre alla vasta produzione scientifica, la Maison Talrich forniva servizi in campo funebre, modellando maschere funerarie o ricostruendo volti eccellenti come quello del Cardinale Richelieu realizzato a partire dalla sua testa imbalsamata. L’abilità del ceroplasta francese si rivelò utile anche in alcuni casi criminologici, ad esempio per identificare il cadavere di una donna tagliato a metà, trovato nella Senna nel 1876. Le cere di Talrich erano richieste inoltre in ambito religioso, e la ditta realizzò diverse, importanti effigi in cera di santi e martiri.

Talrich però influenzò in qualche misura anche il mondo dell’intrattenimento e delle fiere itineranti. All’inizio del 1866 aprì sui Grands Boulevards il “Musée Français”, un museo delle cere sull’impronta del celebre Madame Tussauds di Londra.

L’esposizione proposta da Talrich aveva un taglio marcatamente popolare: al piano superiore si potevano vedere personaggi letterari, storici e mitologici (da Adamo ed Eva a Don Chisciotte, da Ercole a Vesalio) mentre con un supplemento di 5 franchi si poteva accedere al piano sotterraneo, attraverso una stretta scala a chiocciola. Qui, nella studiata semioscurità da “camera degli orrori”, si trovavano le attrazioni più morbose – scene di tortura, cere patologiche e via dicendo. La visita terminava con l’illusione del “decapitato parlante”, brevettato dal professor Pepper (lo stesso inventore del Pepper’s ghost di cui ho parlato qui); peccato che il pubblico comprese presto che l’effetto era realizzato nascondendo il corpo di un attore dietro a due specchi, e in breve tempo per la folla il vero divertimento diventò il lancio di palline di carta sulla testa del povero figurante.

Che un rinomato e serio ceroplasta, con posto fisso all’Università, si dedicasse a questo genere di intrattenimento popolare non deve stupire più di tanto. Il suo museo, in effetti, si inseriva in un più ampio movimento che nella seconda metà del Diciannovesimo secolo aveva portato l’anatomia all’interno dei circhi e dei luna park itineranti, in bilico tra educazione scientifica e sensazionalismo.

In quegli anni tra le attrazioni secondarie delle fiere di paese si contava sempre anche un museo delle cere. Qui erano raggruppate

le figure pedagogiche che dovevano fornire informazioni sulle popolazioni lontane e sui misteri della procreazione, spiegare perché bisognava lavarsi e non bere troppo, mostrare come difendersi dalle malattie veneree e dalle ambiguità della consanguineità. Era una morale illustrata, ma anche l’occasione di lustrarsi gli occhi in buona coscienza, di farsi voyeur per virtù. Un riassunto delle perversità della civilizzazione borghese.

(A. de Baecque, “Tristes cires”, Libération, 13 luglio 2001)

Una strana e ambigua commistione di scienza e spettacolo:

i musei anatomici itineranti trovarono posto nelle fiere, a fianco dei padiglioni di divulgazione scientifica, dei musei delle cere storiche e degli altri diorami, manifestazioni del passaggio dalla cultura alta alla cultura popolare. Questi nuovi tipi di musei si differenziavano dai musei pedagogici universitari per il loro scopo e per il tipo di pubblico a cui erano destinati: contrariamente a questi ultimi, dovevano toccare il grande pubblico delle fiere itineranti come attrazioni lucrative, il che spiega la natura spettacolare di alcuni pezzi. Eppure, non persero mai del tutto la loro vocazione pedagogica, sebbene ritradotta in senso moralizzatore, come testimoniano le collezioni di “igiene sociale”.

(H. Palouzié, C. Ducourau, “De la collection Fontana à la collection Spitzner,
l’aventure des cires anatomiques de Paris à Montpellier
”, in In Situ n. 31, 2017)

Il Musée Français ebbe vita breve, e Talrich fu costretto a chiudere dopo meno di due anni di attività; nel 1876, aprì un secondo museo, questa volta più scientifico (ancorché non del tutto privo di attrazioni voyeuristiche) nei pressi di Montmartre. Qui erano esposti quasi 300 modelli patologici, e alcune cere etnologiche.


Ma oltre ai suoi propri musei, Jules Talrich fornì cere e gessi per tutta una serie di altre collezioni – sia stabili che itineranti – come il Musée Grevin, il Grand Panopticum de l’Univers o il famosissimo Museo Spitzner.
In effetti, buona parte dei pezzi che circolavano nei luna park erano stati realizzati da Talrich; e alcune di queste cere anatomiche, assieme a dei veri preparati patologici e teratologici, sono oggi conservate in un “gabinetto segreto” all’interno del Musée des Arts Forains ai Pavillons de Bercy di Parigi. (Questo museo, interamente dedicato alle fiere itineranti, è a mio avviso uno dei luoghi più meravigliosi del mondo e, ça va sans dire, l’ho incluso nel mio Paris Mirabilia).

Jules Talrich andò in pensione nel 1903, ma i suoi nipoti continuarono l’attività ancora per qualche tempo. Jules e suo padre Jacques sono ricordati come i più grandi ceroplasti francesi, assieme a Jean-Baptiste Laumonier (1749-1818), Jules Baretta (1834-1923) e Charles Jumelin (1848-1924).

Per concludere, l’ultima curiosità – nonché l’ultima “congiuntura”.

Di Jules Talrich ci rimangono diverse fotografie per un motivo particolare. Appassionato di fisiognomica e frenologia, Jules si era infatti prestato nel 1861 agli esperimenti di Guillaume Duchenne sulle espressioni facciali collegate alle emozioni (di cui ho parlato in questo post). Gli scatti che ritraevano Talrich furono inclusi da Duchenne nel suo Mécanisme de la physionomie humaine, pubblicato l’anno seguente.

Ma il bel volto di Jules, dagli iconici mustacchi, è visibile anche in alcuni écorché in gesso, a cui Talrich fornì le sue stesse fattezze: se per vezzo d’artista, o come simbolica meditazione sulla sua stessa mortalità, non lo sapremo mai.

(Grazie, calliroe!)

Joshua Hoffine

Articolo a cura del guestblogger Dario Carere

Le terrificanti immagini di Joshua Hoffine ci trascinano in un mondo di incubi, caccia, pericolo, e contengono anche una punta di ironia e di romanticismo.
Le sue prime fotografie dell’orrore, risalenti al 2003, lo hanno consacrato come il fondatore di un vero e proprio sottogenere, che combina elementi della letteratura e della cinematografia per generare una nuova prospettiva per l’arte fotografica che — come ha dichiarato in un’intervista — diversamente dai videogiochi, dalla musica ecc., non ha mai goduto di un suo vero “spazio horror” prima d’ora.

I mostri di Hoffine popolano le cantine, le soffitte, i bagni, i luoghi che ci sono familiari e reputiamo sicuri; i demoni ci deridono dall’oscurità quando cerchiamo di capire dove si trovino. Ma soprattutto, essi possono nascondersi dentro di noi.
Guardandoci allo specchio scopriamo di non essere che una copia grottesca delle nostre paure, e la bellezza, come spesso accade nella letteratura romantica, a volte non è che lo strato superficiale di un’anima corrotta e deforme. Scenari ottocenteschi fanno da sfondo a delitti efferati e surreali apparizioni, attraverso cui l’immaginario di Hoffine produce storie mute e inedite, compresse in un singolo scatto capace di vomitare mille domande.

 

Amante dei classici, Hoffine sfrutta la fama imperitura di icone dell’orrore come Jack lo Squartatore, Dr. Jekill e Mr. Hyde, Nosferatu ed Elizabeth Bathory (magnificamente immortalata con una maschera di bellezza durante il suo consueto bagno nel sangue di vergine), per rivisitarne lo spirito in chiave moderna, raccontando la storia in uno o più scatti. La luce, il trucco, l’espressività sono studiati nel dettaglio per trasformare l’immagine in un continuo scambio tra realtà e visione, motivo per cui ciascuna foto è sempre qualcosa di più una semplice “scena da film”. Il momento che egli decide di immortalare è il punto perfetto di massima tensione drammatica.

I classici dell’orrore campeggiano spesso nella sua opera, come è possibile vedere nella grande raccolta dei suoi scatti pubblicata di recente, rappresentativa degli ultimi tredici anni di lavoro. L’assassino silenzioso, il clown di Stephen King con il suo minaccioso palloncino, l’orda di zombie famelici, la sposa cadavere: si tratta di una sorta di grande omaggio all’orrore di ogni tempo che pugnalando la nostra fantasia ci costringe, nelle intenzioni dell’autore, a “vedere ciò che non volevamo vedere”.
Non stupisce dunque che Hoffine si sia anche cimentato nel ruolo di regista: è del 2014 il suo primo cortometraggio (breve ma molto intenso), Dark Lullaby.

https://vimeo.com/150959454

La protagonista di Dark Lulllaby è una delle figlie di Hoffine. Già a partire dai suoi primi scatti, dedicati agli incubi dell’infanzia, Hoffine aveva immerso le figlie (assieme ad altri parenti) all’interno dei suoi scenari surreali; sono proprio queste fotografie, contenute nella sua raccolta più celebre, After Dark My Sweet, quelli che a mio parere rappresentano tuttora il meglio della sua produzione.
Il motivo è che ci riguardano da vicino: il mostro sotto il letto, i ragni che entrano dalla finestra, le fauci che sembrano spuntare dalle tenebre dell’armadio appartengono ai ricordi più antichi di ciascuno di noi, e talvolta perfino alla nostra quotidianità di adulti. Si tratta di incubi primordiali, incancellabili: il buio, gli insetti e gli spiriti sono le tre cose che quasi tutti temiamo, anche quando non ce n’è davvero motivo, anche quando potrebbe sembrare sciocco averne paura.

L’accostamento delle bimbe ai mostri della fantasia di Hoffine creano un contrasto terribilmente efficace, caro da sempre al genere horror. Per quanto ricca possa essere la fantasia dell’artista e la bravura del modello/attore, nessuno può raccontare l’orrore meglio dei bambini. In verità, attraverso l’horror, retrocediamo sempre sino all’infanzia, riaprendo il baule dei ricordi che avevamo lasciato in soffitta, per tornare al pavor nocturnus. Per questo il bambino rimane il protagonista perfetto di qualsiasi scena spaventosa.

Viene da domandarsi che tipo di ricordo le cinque figlie di Hoffine conserveranno di questa esperienza.
Di certo, a questo maestro dell’orrore va riconosciuto il merito di aver creato un nuovo modo di fare fotografia, mostrandoci da vicino, anche attraverso l’eccellente uso del trucco, ciò che volevamo tenere lontano.

Ecco il sito ufficiale di Joshua Hoffine.