Un fascino selvaggio (parte seconda)

Nella prima parte di questo speciale abbiamo parlato di cannibali, ma anche più genericamente del concetto del Selvaggio, oggetto di disprezzo e fascinazione nel XIX secolo.
Abbiamo analizzato un racconto di finzione e sottolineato come gli indigeni vennissero spesso usati come puri espedienti letterari per titillare il voyeurismo del lettore. Il tono di superiorità è peraltro lo stesso che si ritrova in molti resoconti di autentiche spedizioni dell’epoca.

Se questo approccio è oggi scomparso, almeno dalle narrative più evidenti, rimane almeno in parte la presunzione di una certa supremazia occidentale rispetto alla supposta arretratezza delle società tradizionali. A poco vale cercare di «sfatare il mito che nelle “società primitive” viga un’economia di sussistenza che a fatica riesce ad assicurare il minimo necessario per garantire la sopravvivenza della società»(1)La citazione viene questo interessante articolo di Andrea Staid sulle società cosiddette “primitive”, estratto dal suo libro Contro la gerarchia e il dominio. Potere, economia e debito nelle società senza Stato (Meltemi 2018).; permane anche l’idea che queste comunità vivano in maniera più “naturale”.
Questo aggettivo può sembrare positivo, addirittura un ammirato apprezzamento, ma sappiamo che il contrapporre la Natura alla Cultura – uno dei principi fondanti del pensiero occidentale – spesso concettualmente serve a separare la civiltà (nostra) dalla barbarie (degli altri).

Come dicevamo, le tribù in cui resistono elementi tradizionali sono ancora oggetto di enorme curiosità. Io stesso ne ho parlato estesamente su queste pagine, anche se ho cercato di descrivere i loro costumi in modo circostanziato.
Una cosa che non molti sanno, però, è che oggi si organizzano numerosi tour in zone remote del globo, per chi se li può permettere, alla scoperta (cito da una brochure) degli “ultimi sistemi di tribù, clan e rituali ancora intatti al mondo”.

È forse uno dei pochi brividi rimasti nella grande macchina del turismo globale, l’estrema frontiera dell’esotismo. Gite esclusive a sfondo più o meno marcatamente etnologico, i cui partecipanti però non sono antropologi ma turisti: e a voler essere cinici viene il dubbio che l’appeal risieda nei selfie con gli indigeni, o nelle danze tradizionali inscenate dalle tribù a beneficio delle fotocamere dell’uomo occidentale.

Però non bisogna fare l’errore di giudicare (o, peggio ancora, indignarsi) sulla base di qualche foto trovata su internet. Cosa si fa davvero in questi tour, come sono organizzati, quali attività propongono? Qual è la filosofia che ne sta alla base? Chi vi partecipa, e perché?

Marco è un lettore di Bizzarro Bazar, e uno di questi viaggi organizzati l’ha provato proprio quest’anno. Dopo aver seguito con interesse il resoconto della sua avventura sui social, gli ho chiesto di raccontarcene i risvolti in maniera più approfondita. L’intervista che mi ha concesso è dunque un’occasione unica per trovare una risposta a questi interrogativi.
(Nota: da questo punto in poi tutte le bellissime foto che vedrete sono opera sua.)

Ci puoi dire in poche parole che tipo di persona sei, di cosa ti occupi, quali sono le tue passioni?

Mi chiamo Marco Mottura, ho trentasei anni e sono di Busto Arsizio. Nella vita di tutti i giorni faccio il grafico, e come secondo lavoro (o, per meglio dire, come hobby pagato) il giornalista videoludico. Proprio i videogiochi sono ovviamente da sempre una delle mie più grandi passioni, insieme ai giochi da tavolo, all’horror a 360°, alla musica crossover e alla mia adorata Juventus.

Mi affascina tutto ciò che è strano, oscuro e macabro. Sono un ateo convinto. Mi vesto sempre di nero o di grigio. Cannibal Holocaust è il mio film preferito di sempre. Sono ossessionato da Il Giardino delle Delizie Terrene di Hieronymus Bosch.

Come sei venuto a conoscenza della possibilità di fare questo viaggio?

La colpa in realtà è indirettamente proprio tua, Dottor Cenzi. Grazie a Bizzarro Bazar qualche anno fa ho scoperto The Last Tuesday Society di Londra, e dopo aver visitato la wunderkammer di Viktor Wynd durante uno dei miei viaggi nella capitale inglese non ho potuto fare a meno di seguire l’eccentrico milionario su Instagram. Un annetto fa ho visto alcuni suoi post mentre era in Papua Nuova Guinea ad assistere alla cerimonia di passaggio in cui i giovani delle tribù del fiume Sepik si trasformano in Uomini-Coccodrillo. Gli ho fatto alcune domande su un riturale così inusuale e cruento, e alla fine della chiacchierata la risposta di Wynd è stata: “Nel 2019 comunque ritornerò da queste parti, se vuoi puoi venire con me.” Lui era serio, io pure… e quindi sono partito per davvero.

Quali erano le opzioni di viaggio?

Si potevano scegliere due diversi viaggi da undici giorni ciascuno, oppure il pacchetto completo (impensabile per quanto mi riguardava, per motivi di budget). La prima parte era incentrata maggiormente sulla natura, con birdwatching ed escursioni a tema floreale, mentre la seconda metà era senza dubbio più estrema, e culminava con la visita alle remotissime mummie di Aseki. Inutile specificare per quale delle due abbia optato io.

Cosa ti aspettavi da questa esperienza? Qual è stata la motivazione che ti ha spinto a decidere di imbarcarti per questa avventura?

Mi sono trovato in una fase particolare della mia vita, in un momento di profonda crisi personale legata a un periodo di depressione e difficoltà di vario genere. Spinto anche dalla mia ragazza, ho deciso di fare qualcosa esclusivamente “per me stesso”: inseguendo l’esotismo estremo che tanto mi affascina (tutti quei Mondo movies visti durante l’adolescenza devono aver lasciato un segno), ho pensato proprio a un viaggio fuori dagli schemi, avventuroso e sì, anche potenzialmente rischioso. Perché nella peggiore delle ipotesi quella che sembrava un po’ la trama di un film horror di serie B mi pareva un finale potenzialmente perfetto per il tipo di esistenza che ho sempre cercato di vivere.

La prospettiva di evadere dalla mia quotidianità, l’idea di guardare in faccia un universo sconosciuto e lontanissimo e di vivere sulla mia pelle uno shock culturale mi affascinavano. Prima di questa esperienza non ero neppure mai stato in campeggio!

Raccontaci brevemente come si è svolto il viaggio: quanti eravate, quali tappe avete fatto, ecc.

La spedizione era aperta a dieci persone provenienti da tutto il mondo, più i due leader. Il primo capogruppo era il già citato Viktor Wynd, l’eccentrico dandy e artista inglese(2)A Viktor Wynd e alla sua wunderkammer londinese ho dedicato un capitolo della mia guida London Mirabilia. presidente della Last Tuesday Society, mentre il secondo era Stewart McPherson, un naturalista tra i massimi esperti al mondo in materia di piante carnivore: un’autorità nel suo campo, con 35 specie scoperte e 25 libri pubblicati sull’argomento.

Otto dei partecipanti erano uomini, quattro le donne: in totale otto Inglesi, due Americani, una Sudafricana e io a rappresentare l’Italia. La più giovane aveva ventotto anni, il più vecchio quarantacinque.

Ci siamo incontrati all’aeroporto della capitale, Port Moresby, e da lì siamo subito partiti per le isole Trobriand. Abbiamo trascorso tre notti da quelle parti, poi ci siamo spostati a Lae, quindi siamo andati in jeep verso la regione delle mummie (facendo tappa a Bulolo, un’isolata città di minatori, e trascorrendo una notte in un villaggio sperduto fra le montagne insieme ai locali). Quindi ritorno di nuovo Lae e poi dritti verso Madang, dove si è concluso il viaggio. In definitiva, una marea di chilometri percorsi – spesso su sentieri quasi impraticabili –, quattro voli aerei interni e tantissimi paesaggi e culture differenti incontrati sul cammino, per quella che è la nazione con maggiore biodiversità sulla Terra.

Quali sono state le esperienze e i dettagli che ti hanno colpito di più?

Difficile riassumere un’avventura del genere in pochi elementi: a colpirti è la poderosa sensazione di trovarti fuori dal tempo e dallo spazio a cui sei abituato. Il buio assoluto della notte nella foresta, una volta celeste così luminosa e mozzafiato da non sembrare nemmeno il tuo stesso cielo, i colori del tramonto, le peculiari capanne che si vedono qua e là. Ma anche gli attimi di puro orrore – come la tartaruga di mare che abbiamo visto pescare e squartare direttamente sul molo appena arrivati alle Trobriand (laggiù c’è un’economia di sussistenza, quel che si cattura si mangia e si usa per fare artigianato) o il ragno gigantesco che mi è sgattaiolato la primissima sera in camera – mi hanno subito scaraventato nell’atmosfera che mi aspettavo dalla Papua Nuova Guinea.

Un momento decisamente magico è stato vedere i “chiamatori” di squali del villaggio di Kaibola, che nel giro di cinque minuti con un sonaglio di cocco hanno letteralmente attirato a sé gli squali, per poi catturarli usando una semplice lenza riavvolta a mani nude. Solo poche decine di persone al mondo sono ancora capaci di eseguire quello strano ed efficacissimo rituale, entrando in completa comunione con il mare per ammaliare la preda. Tornando a riva siamo stati circondati da un branco di delfini giocherelloni, abbiamo mangiato lo squalo appena pescato, e poi esplorato una grotta sotterranea fino ad arrivare a una fonte d’acqua dolce. Il tutto nel giro di un paio di ore.

Ovviamente per me rimangono indimenticabili anche le mummie, così come la già menzionata notte passata in un villaggio nella regione di Aseki, all’interno di una capanna senza elettricità, senza acqua corrente e senza nulla (ma con parecchio alcool portato dalle compagne inglesi!).

C’è stata una differenza culturale che ti ha sorpreso più di altre?

Sicuramente vedere gli effetti che ha noce di Betel sulle condizioni della bocca nei locali. Lì chiunque, dai 6 ai 99 anni, è abituato a masticare il nocciolo di questo frutto verde, delle dimensioni di un’albicocca, mischiandolo con una pianta di senape e con una polvere di conchiglie bruciate che chiamano lime. La combinazione di questi tre elementi determina una reazione chimica fortemente alcalina, che macchia denti e gengive di un color rosso sangue molto intenso… oltre a corrodere tutto l’interno della bocca, con esiti spesso cancerogeni. Nonostante ciò, continuano ad assumere la noce di Betel per i suoi effetti energizzanti e non solo: ho provato anch’io il nocciolo, dal sapore pessimo, i cui effetti sono a metà strada tra l’alcool e le anfetamine, con tanto di potenziale hangover.

Altra grande particolarità sta nei diversi costumi, nel modo di approcciarsi agli altri. Un esempio per tutti: per molti abitanti di villaggi sperduti, lavarsi i denti è una pratica inusuale e incomprensibile. Mentre avevo uno spazzolino in bocca mi è capitato di ritrovarmi fissato da una ventina di persone, radunatesi a pochi metri da me per osservare il mio strano rituale: in quel momento mi sono sentito come un animale allo zoo.

C’è stato qualche episodio spiacevole durante il viaggio?

Assolutamente nessuno. Anzi, la gentilezza della gente è stata spiazzante e commovente. Persone che non hanno letteralmente NULLA e che pure non lesinano mai un sorriso, una cortesia, un gesto di buon cuore. Così, per puro senso dell’ospitalità, senza aspettarsi assolutamente niente in cambio: solo e soltanto felici di incontrare qualcuno di diverso da loro, di strano, di proveniente da chissà dove, accogliendolo a casa con tutta la naturalezza del mondo. Capita che la gente si metta in fila per stringerti la mano, o che persone di ogni età interrompano qualsiasi attività per inseguire di qualche metro il nostro furgoncino.

Sono situazioni che fanno riflettere perfino un convinto nichilista come me, ormai senza più alcuna speranza per il presente e per il futuro: ti confrontano con un contesto abissalmente diverso da quello a cui siamo abituati nella nostra società “civilizzata”.

Qual è stato il rapporto, tuo e dei tuoi compagni di viaggio, con i nativi che hai incontrato? E qual era il loro atteggiamento nei vostri confronti? Sei mai stato a disagio in qualche situazione?

La Papua Nuova Guinea è un paese gigantesco, in cui si parlano 850 lingue, stracolmo di comunità microscopiche e dai mezzi estremamente limitati, ma non è in generale il luogo rimasto all’età della pietra che forse ci si potrebbe immaginare. Per capirci, anche sulle montagne di Aseki, nel bel mezzo della foresta a diverse ore di macchina dalla città, può capitare di imbattersi in qualche sporadica capanna che espone cartelli pubblicitari della Coca Cola o della compagnia di telecomunicazioni Digicel.

Certo, permangono zone particolarmente inaccessibili e popolazioni magari rimaste in qualche modo isolate, ma non era certo nostra intenzione avventurarci alla ricerca di chissà che (anche perché sarebbe stato idiota, irrispettoso e irresponsabile). Detto ciò, fa comunque sorridere sentire gli abitanti delle isole Trobriand parlare di “esplosione del turismo nel 2019” alla luce di un totale di ben settanta persone (noi inclusi) arrivate da quelle parti dall’inizio dell’anno.

Per il resto, mi ha stupito vedere quanto i locali fossero assai poco interessati alla nostra tecnologia: tutti sanno cosa sia uno smartphone o una macchina fotografica, e per quanto vedere la propria immagine catturata susciti ancora un minimo di interesse, nessuno è parso molto attratto dai nostri gingilli hi-tech. Per assurdo, il già citato spazzolino da denti ha fatto di certo più colpo di uno smartwatch.

L’unico momento di disagio, o per meglio dire un momento in cui ho avvertito un leggero senso di non avere il controllo della situazione, è stato al nostro arrivo alle Trobriand: ci siamo ritrovati sulla via principale dell’imbarcadero e tutta la popolazione locale si è ovviamente incuriosita ed è corsa a vedere da vicino i dimdim (gli stranieri). In un baleno ci siamo visti accerchiati da qualche centinaio di persone che cercavano di attirare la nostra attenzione per venderci cibo e manufatti, invadendo un po’ quello che è il nostro concetto di spazio personale. Niente di minaccioso, sia chiaro, ma mentirei se affermassi di non aver provato almeno in minima parte la sensazione che la cosa potesse degenerare da un momento all’altro. In realtà la tensione credo fosse solo nella nostra testa, visti i modi davvero squisiti degli abitanti di quella provincia.

Passiamo alla parte critica. Ne abbiamo parlato, e sai che ho parecchie riserve riguardo a questo tipo di viaggi organizzati. Mi sembrano un po’ la versione, aggiornata al late capitalism, dei colonialismi otto-novecenteschi: certo, abbiamo messo da parte moschetti e fruste, ma è difficile allontanare il sospetto che stiamo ancora “prendendo per la gola” le zone povere, mascherando questo sfruttamento con narrative esotiche e vendendo il pacchetto come “avventura da brivido” per turisti occidentali annoiati. Tu cosa ne pensi?

Non prendiamoci in giro: l’esotismo esasperato, l’elemento di rischio e la fascinazione per i paradisi perduti (senza tralasciare l’immaginario horror) fanno innegabilmente parte dell’equazione. Mentirei spudoratamente se dicessi che sarebbe stata la stessa identica cosa con una destinazione alternativa; il particolare culto dei morti della regione di Aseki, le mummie, l’idea di potercisi avvicinare e volendo anche di toccarle, sono tutti fattori che mi hanno spinto verso questo viaggio. Quindi sì, una sfumatura di dark tourism c’è, non ha senso girarci attorno.

Detto questo, più che una squallida revisione di certe pseudo-imprese colonialiste credo si tratti di una cosa legata più a un’indole da inguaribile thrill-seeker: nessun indigeno è stato “preso per la gola”, anzi al contrario credo che in alcune circostanze siamo stati noi occidentali a venire un po’ fregati! Per poter accedere al sito in cui stavano le mummie del villaggio di Angapena, dopo estenuanti trattative abbiamo dovuto pagare, nell’ordine: 3000 dollari in contanti, un generatore di corrente, due Samsung Galaxy e dosi non trascurabili di viveri. Insomma, le tribù locali non sono certo fatte di sprovveduti pronti ad essere sfruttati, e anzi sembrano aver compreso alla grande come fare affari.

Be’, appunto, gli smartphone scambiati per le mummie degli antenati mi sembrano proprio un esempio di quella logica — Mark Fisher l’aveva battezzata “realismo capitalista”(3)«Il potere del realismo capitalista deriva in parte dal modo in cui il capitalismo sussume e consuma tutta la storia pregressa: è un effetto di quella “equivalenza” che riesce ad assegnare un valore monetario a qualsiasi oggetto culturale, si tratti di icone religiose, pornografia, o Il Capitale di Marx. Provate a passeggiare per il British Museum: vedrete oggetti privati di ogni vitalità riassemblati come sul ponte di qualche astronave alla Predator, e potrete così godervi una potente rappresentazione di questo processo. Nella conversione di pratiche e rituali in puri oggetti estetici, gli ideali delle culture precedenti diventano strumento di un’ironia oggettiva e si ritrovano trasformati in artefatti.» (Mark Fisher, Realismo capitalista, 2018, p. 30). — in cui tutto diventa monetizzabile e perfino il sacro viene trasformato in un semplice prodotto. E d’altronde questa cosa non stupisce se, come sottolineavi tu, la pubblicità della Coca-Cola è arrivata perfino nel fitto della giungla.
Riguardo alla vostra presenza lì, qual era l’approccio degli organizzatori?

Ti assicuro che l’approccio era di rigoroso e indiscusso rispetto per le popolazioni, per le culture e per la flora e la fauna locali (su questi aspetti McPherson, in quanto naturalista, è stato davvero estremamente attento e solerte): non si è mai nemmeno accennato al famigerato cannibalismo, e il termine “cannibale” non è mai stato pronunciato da nessuno. Perché va bene cercare le emozioni forti, o subire il fascino di tradizioni macabre o cruente; ma la realtà in Papua Nuova Guinea non necessita certo di ulteriori forzature. Per fare un esempio, l’uccisione a colpi di bastonate sulla testa di un povero maiale in un villaggio è stata ai limiti del tollerabile, impossibile da comprendere per noi. Non c’era bisogno di aggiungerci storie di cannibalismo.

A giudicare da quanto scrivevi sui social, sei partito convinto che il viaggio potesse essere molto pericoloso. Hai addirittura fatto testamento! Retrospettivamente, secondo te c’era davvero questo elemento di pericolo o il viaggio era più sicuro di quanto ti aspettassi?

Volare da quelle parti è oggettivamente molto più pericoloso che altrove, per via delle condizioni climatiche. Si tratta più in generale di un’esperienza forte e in alcuni passaggi fisicamente stressante (seppur mai davvero impossibile); certamente non sarà un’impresa folle come scalare l’Everest, ma optare per una destinazione simile significa volersi mettere alla prova. Per quanto mi riguarda era tutto preventivato, e personalmente avrei accettato con grande serenità anche un esito tragico. Il fatto di non essere certo di tornare si legava a certe mie tendenze autodistruttive che non voglio negare.

Ritornato a casa sano e salvo, posso affermare che il viaggio si sia rivelato infinitamente meno pericoloso del previsto. Ma d’altronde Stewart McPherson e la sua organizzazione non hanno mai presentato il viaggio come un biglietto di sola andata per aspiranti suicidi. A fare dell’autentico terrorismo psicologico, alimentando falsi miti, sono state semmai altre parti in causa, come ad esempio il sito dell’unità di Crisi della Farnesina, Viaggiare Sicuri: la Papua Nuova Guinea sarà anche un paese povero e pieno di problemi, ma sconsigliare qualsiasi tipo di viaggio non necessario e parlare apertamente di “paese pericoloso ovunque” significa descrivere una realtà esasperata e ben diversa dal contesto che ho avuto modo di vedere con i miei occhi.

Qual è la cosa più bella che ti ha regalato questa esperienza? E più in generale quale sentimento ti ha lasciato?

Un’esperienza simile è piuttosto difficile da spiegare a chi non l’ha vissuta. Ho voluto fare un salto nel buio, ma alla fine sono tornato con un bagaglio di emozioni, di ricordi, di sensazioni che mi hanno davvero stravolto la vita. Certe situazioni ti fanno fare i conti con i tuoi limiti, ti fanno uscire a schiaffoni dalla tua comfort zone, ti legano alle persone che hai vicino: è spiazzante trovarti ad avere a che fare con un universo che è sempre il tuo, ma al tempo stesso non è il tuo. Da un viaggio simile non puoi tornare uguale a com’eri prima di partire: certe cose ti entrano dentro, ti guardano in faccia, ti ribaltano e ti cambiano. E alla fine puoi scoprire che di momenti così, un po’ come succede con la noce di Betel, non ne hai mai abbastanza.

Questa chiacchierata fornisce a mio avviso interessanti spunti di riflessione: in una realtà globalizzata, nulla rimane davvero “intatto”. Ha senso crucciarsene, o fa parte di un processo di cambiamento inarrestabile? Questi tour contribuiscono ad avvicinare la nostra sensibilità a quella di popoli distanti, riducendo così pregiudizi e disinformazione — oppure perpetuano una visione essenzialmente etnocentrista occidentale?

Lascio al lettore il compito di formarsi una sua idea. Da parte mia ringrazio ancora Marco per la sua gentilezza e disponibilità (potete seguirlo su Twitter e Instagram).

Note   [ + ]

1. La citazione viene questo interessante articolo di Andrea Staid sulle società cosiddette “primitive”, estratto dal suo libro Contro la gerarchia e il dominio. Potere, economia e debito nelle società senza Stato (Meltemi 2018).
2. A Viktor Wynd e alla sua wunderkammer londinese ho dedicato un capitolo della mia guida London Mirabilia.
3. «Il potere del realismo capitalista deriva in parte dal modo in cui il capitalismo sussume e consuma tutta la storia pregressa: è un effetto di quella “equivalenza” che riesce ad assegnare un valore monetario a qualsiasi oggetto culturale, si tratti di icone religiose, pornografia, o Il Capitale di Marx. Provate a passeggiare per il British Museum: vedrete oggetti privati di ogni vitalità riassemblati come sul ponte di qualche astronave alla Predator, e potrete così godervi una potente rappresentazione di questo processo. Nella conversione di pratiche e rituali in puri oggetti estetici, gli ideali delle culture precedenti diventano strumento di un’ironia oggettiva e si ritrovano trasformati in artefatti.» (Mark Fisher, Realismo capitalista, 2018, p. 30).

Un fascino selvaggio (parte prima)

Popoli da poco sottomessi, riottosi,
Metà demoni e metà bambini.
(Rudyard Kipling, Il fardello dell’uomo bianco, 1899)

Torniamo a parlare di un argomento più volte affrontato su queste pagine: il rapporto dell’Occidente con le tribù “primitive”.
Si tratterà di un doppio post. In questa prima parte esamineremo un racconto ottocentesco, e nella seconda un viaggio esotico svoltosi proprio quest’anno.
Due prospettive lontane nel tempo legate però da un elemento di continuità: l’ossessione occidentale per i “selvaggi” e per il cannibalismo.

Inizio subito col dire che entrambi gli articoli sono debitori a due lettori e amici di Bizzarro Bazar: nel primo caso si tratta di Giulio, di Mala Tempora Studio, che ha scovato il racconto di cui parleremo in questo post; nel secondo caso, il mio ringraziamento va a Marco, che è il matto che quel viaggio esotico l’ha fatto.

E partiamo quindi dalla chicca straordinaria scoperta da Giulio.
Il n. 28 del Giornale Illustrato dei Viaggi (Sonzogno 1923) vanta una delle copertine più incredibili di sempre. C’è tutto: il naufragio, i cannibali, feti in formalina e preparati anatomici.

Il macabro episodio viene dettagliatamente raccontato all’interno della rivista. Questo è il finale:

Ciò che mi resta d’aggiungere, o signori – continuò il dottor Stephenson – oltrepassa i limiti dell’inverosimile. Le tre immense casse, contenenti i pezzi anatomici, furono aperte in un batter d’occhio, ed il contenuto apparve agli occhi dei predoni, che non s’aspettavano certo un simile spettacolo. Credettero che fosse una riserva per nostro conto personale, e che dividendo il loro gusto per la carne umana, avessimo gelosamente nascosto il nostro tesoro.
Sapete che i pezzi anatomici sono preparati in modo da produrre una completa illusione.
Fu più che un saccheggio, fu una vera orgia da cannibali. Essi si strappavano con furore quei pezzi secchi come carta pesta, e che non avevano più che l’apparenza della carne. Volendo soddisfare al più presto possibile i loro mostruosi gusti, accesero una mezza dozzina di bracieri, su cui posero tosto i pezzi intieri, che guardavano con una gelosia mista ad ammirazione per l’abile macellajo che li aveva preparati.
Sotto l’influenza del calore, quell’arrosto insolito si rammollì alquanto, ma le materie injettate si liquefecero e caddero in larghe conchiglie di madreperla che quei cuochi abili e previdenti avevano posto al disotto.
Vi lascio pensare ciò che doveva essere quella salsa!
Per colmo d’orrore, il cadavere di Ben, che avevamo sotterrato ai piedi di un mirto, fu brutalmente esumato da essi, fatto in pezzi in pochi minuti con coltelli di pietra e con rara abilità.
Noi possedevamo inoltre una mezza dozzina di cervelli, e una serie completa di feti, conservati nell’alcool a 75°. Nuova scoperta, accompagnata da contorsioni da gorilla. Sturarono con precauzione, religiosamente, sto per dire, gli enormi vasi che li contenevano, e bevettero con una ghiottoneria senza paragone il liquore conservatore. Quel liquido infernale, che doveva bruciare il loro stomaco, portò la loro ubbriachezza al colmo, ed essi trangugiarono come aranci all’acquavite quegli sventurati avanzi che solo la scienza ha il diritto di studiare e mutilare senza profanazione.
Felici, ed ubbriachi quegli abbominevoli selvaggi barcollavano, urlavano a squarciagola e si battevano il ventre con una beatitudine profonda.
Finalmente si addormentarono al pari di foche.
All’indomani, nell’ora profumata, in cui il sole del mattino sorge dalle verzure, scuote la sua capigliatura sui giganti delle foreste, il cinguettìo dei pappagalli svegliò quei bruti. Stesero le membra come convitati beatissimi che si destassero da pacifico sonno, e si alzarono freschi e disposti, sgambettando come giovani kanguri. – Senza la presenza di qualche ossame di lugubre forma, nessuno avrebbe sospettato l’orribile festino del giorno precedente.
Che organo meraviglioso è lo stomaco australiano!…
Fedeli al loro impegno, malgrado la nostra mancanza, ci condussero a Ballaratre, dove arrivammo completamente a mani vuote.
Le ultime parole di quegli indegni figli della natura furono per sollecitare calorosamente dalla nostra benevolenza la spedizione di un carico completo di piccoli bianchi all’acqua di fuoco.
Non giudicammo opportuno rispondere.
Tre giorni dopo eravamo a Melbourne!

Ora, un po’ di background. Il Giornale Illustrato dei Viaggi e delle Avventure di Terra e di Mare era una rivista settimanale fondata da Edoardo Sonzogno e pubblicata in Italia dal 1878. La rivista si rifaceva in modo palese al Journal des Voyages et des Aventures de Terre et de Mer, fondata l’anno prima a Parigi da Charles-Lucien Huard, riprendendone anche alcuni articoli e resoconti.

Si trattava, sia per quanto riguarda il nostro Giornale Illustrato che per la controparte francese, di racconti di esplorazione geografica e di fiction rocambolesche, tanto che negli ultimi anni sulle pagine della rivista apparvero anche racconti di fantascienza e perfino horror.
Nel 1931 il Giornale chiuse i battenti per confluire ne Il Mondo.

Tornando alla copertina apparsa nel 1923, in realtà si trattava della riedizione di un’illustrazione di Horace Castelli per il romanzo d’appendice À Travers l’Australie: les dix millions de l’opossum rouge di Louis-Henri Boussenard, picaresco racconto di avventure australiane apparso nel 1878 sul Journal des Voyages e poi nel 1881 su La Récréation.

La fantasiosa novella, come abbiamo visto, è incentrata sulla trovata (non priva di genio) di combinare assieme due classiche fissazioni ottocentesche: l’anatomia e il cannibalismo.
La figura dell’anatomista era infatti ricorrente nell’Ottocento romantico (dagli Scapigliati ai naturalisti), quando la letteratura guardava alla nuova scienza positivista, e in particolare all’anatomia, con un misto di esaltazione e di interesse morboso. In questo caso in effetti il narratore è uno scienziato, anche se la patina “asettica” del resoconto accademico viene presto dimenticata per lasciare campo ai toni più macabri e sensazionalistici.

L’altro chiodo fisso che emerge qui è l’imperitura fascinazione per il cannibalismo e per il mito del “selvaggio”. Si tratta di un’ossessione dalla duplice natura: in primo luogo serve a rimarcare la superiorità degli occidentali, che si sono affrancati dallo stato bestiale.
La spocchia dell’esploratore/colonialista ottocentesco si rispecchia nel tono sprezzante riservato agli indigeni («abbominevoli selvaggi», «mostruosi gusti», «quei bruti»), condito spesso da paragoni animali («al pari di foche», «contorsioni da gorilla», «come giovani kanguri») e riferimenti allo stato pre-culturale («quegli indegni figli della natura»).
Al tempo stesso, però, questa fissazione è venata di una malcelata invidia per la libertà di costumi delle popolazioni “primitive”. Non a caso questi sono narrative che insistono sulla morbosità, e in cui spesso i “selvaggi” non sono altro che personaggi-funzione inseriti in situazioni stereotipate – la scusa perfetta per descrivere con minuzia di particolari (e con mano tremante, ovviamente, che a malapena osa procedere nel descrivere l’orribile scena) orge, violenze assortite e nudità.

Leggendo simili resoconti fantastici si ha l’impressione di confrontarsi non tanto con l’antropofagia (che peraltro nella realtà seguiva rigorosi rituali tutt’altro che orgiastici, spesso era interna alla tribù e limitata all’assunzione di piccole parti del corpo di un parente defunto in segno di rispetto) quanto piuttosto con un represso anelito di libertà dalle norme sociali.
Come affermavo riguardo alle teste mozze – quei macabri souvenir che gli occidentali portavano a casa dalle loro esplorazioni – il Selvaggio è uno schermo su cui proiettiamo l’immagine distorta di ciò che vogliamo che egli sia.

Ma bisogna tenere a mente che dietro ai racconti di cannibalismo c’era anche una motivazione strettamente politica: quella di fornire un alibi etico all’espansionismo colonialista.

Queste storie non servivano soltanto a far rabbrividire la gente a casa; fornivano anche le basi morali per la dominazione degli indigeni da parte dei coloni occidentali. Il cannibalismo era un atto innaturale, il comportamento più distante dall’essere considerato accettabile per gli Europei. I racconti di antropofagia potevano dunque giustificare l’annessione di terre straniere così come l’introduzione della morale cristiana in un paese. […] Etichettare i ribelli come cannibali affamati riduceva le loro rivolte a una battaglia tra civiltà e barbarie […]. Una repressione violenta diventava così la riposta più plausibile da parte delle autorità, e diventava necessaria una presenza coloniale costante per assicurare che nuove ondate di cannibalismo fossero scongiurate.

Fonte: The History Notes.

Potremmo pensare che l’ossessione occidentale per il cannibalismo e per le tribù “incontaminate” sia acqua passata, come il topos macchiettistico dell’esploratore in pentola, ma non è affatto così (si veda quest’altro articolo).
I cannibali prosperano ancora in fumetti, film horror e più in generale nell’immaginario collettivo.

Così tanto che c’è chi è disposto a spendere cifre non indifferenti e ad affrontare un viaggio che tutto è tranne che comodo e sicuro, pur di provare il brivido di trovarsi faccia a faccia con dei “veri cannibali”.
Ma di questo parleremo in maniera approfondita nella seconda parte.

Annegare nel cielo

William-Rankin-Pilot

Il pomeriggio del 26 luglio 1959 il Luogotenente Colonnello William Rankin, veterano della Seconda Guerra Mondiale e della guerra in Corea, stava pilotando il suo aereo e tutto sembrava tranquillo. Era partito dall’aeroporto militare di South Weymouth, nel Massachussetts, ed era diretto verso la Carolina del Sud: il suo caccia supersonico Vought F-8 Crusader di ultima generazione filava liscio sopra le nuvole, a una velocità di crociera di 1.004 km/h.

Rankin1

Verso le sei di sera, Rankin vide avvicinarsi delle nubi dall’aspetto minaccioso, immense e scure torri di vapore illuminate da improvvisi lampi elettrici. Rankin decise di alzarsi di quota per superare il temporale, ma proprio mentre passava sopra alla tempesta udì un tonfo sordo e il motore del suo caccia cominciò ad emettere un brontolio che non prometteva nulla di buono. Dopo poco, infatti, si spense e la spia antincendio cominciò a lampeggiare: Rankin tirò la leva del motore ausiliario, e come in un film comico la manopola si ruppe e gli rimase nel pugno. Ma c’era ben poco da ridere: Rankin stava andando incontro a una morte certa, sia che fosse rimasto a bordo dell’aereo che perdeva quota rapidamente, sia che si fosse lanciato nel vuoto a più di 14.000 metri di altitudine, senza una tuta pressurizzata.

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In pochi secondi decise di tentare la sorte e premette il comando dell’espulsione. Venne catapultato fuori, in un cielo freddo e senza ossigeno. La temperatura dell’aria era di – 50°C, e gli arti si congelarono all’istante; a causa della decompressione, Rankin cominciò a sanguinare dagli occhi, dal naso, dalla bocca e dalle orecchie e il suo addome si gonfiò a dismisura. Riuscì comunque a raggiungere la maschera per l’ossigeno, e mentre cadeva si accorse con orrore che stava precipitando proprio dentro a un enorme cumulonembo.

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Questo tipo di nuvole, fra le più spettacolari, si sviluppano in altezza a causa di violente correnti ascensionali al loro interno: sono le nuvole tipiche dei temporali, a forma di torre e alte circa 12.000 metri. Il cumulonembo in cui si infilò Rankin 10 secondi dopo essersi lanciato dall’aereo era alto più di 14.000 metri.

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Di colpo, tutto si fece buio attorno al veterano dei Marines; la visibilità, all’interno della nube nera e densa, era completamente annullata. Venti violentissimi, pioggia e grandine: Rankin sopportava tutto questo, in attesa che il paracadute lo frenasse. Ma il paracadute non si apriva. Dopo cinque minuti di caduta libera, Rankin cominciò a temere un malfunzionamento della capsula barometrica, perché a 10.000 metri il paracadute avrebbe dovuto scattare automaticamente. Quello che Rankin non sapeva, era che non si trovava affatto a 10.000 metri: i venti ascensionali lo avevano tenuto più in alto, impedendogli di scendere.

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Finalmente riuscì ad aprire il paracadute, ma la sua situazione, invece di migliorare, peggiorò. In balìa dei venti, Rankin cominciò a salire e poi cadere nuovamente, in un ciclo ininterrotto e terrificante. La corrente ascensionale che lo risucchiava verso l’alto era talmente violenta che ogni volta che ne raggiungeva l’apice il suo corpo continuava a salire per diversi metri, andando a sbattere contro il paracadute; poi iniziava ancora la discesa. Rankin vomitò.

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Nel frattempo, durante queste vertiginose oscillazioni all’interno del cumulonembo, i fulmini si scatenavano attorno al colonnello, la grandine lo mitragliava da ogni direzione e i tuoni gli facevano vibrare la cassa toracica. Un fulmine colpì il paracadute, incendiandolo parzialmente. Il vapore acqueo e la pioggia erano talmente densi che Rankin dovette trattenere il respiro più volte, per non annegare.

Quando finalmente Rankin sbucò da sotto la nuvola, controllò l’orologio: aveva passato ben 40 minuti in quell’inferno. Cominciò la sua discesa, finalmente tranquilla, verso una radura; ma un colpo di vento improvviso, all’ultimo istante, lo gettò verso gli alberi – come regalino finale. Il paracadute si incastrò fra i rami e Rankin sbattè la testa sul tronco. Una volta liberatosi, raggiunse una strada e cercò di chiedere soccorso alle auto che passavano di lì. Ma gli autisti non erano certo invogliati a fermarsi, vedendo la sua tuta strappata, insanguinata e ricoperta di vomito. Finalmente qualcuno lo accompagnò fino a una cabina telefonica, dove Rankin chiamò un’ambulanza.

Le settimane successive Rankin rimase in ospedale ad Ahoskie, nella Carolina del Nord, per riprendersi dall’assideramento, dai gravi effetti della decompressione, da diversi lividi e tumefazioni sul suo corpo. Non riportò comunque nessun danno a lungo termine, e più tardi raccontò la sua disavventura nel libro The Man Who Rode The Thunder, “L’uomo che cavalcò il tuono”. Rankin, morto nel 2009, rimane ancora oggi l’unica persona al mondo ad essersi paracadutata in un cumulonembo – sopravvivendo.

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