Un fascino selvaggio (parte prima)

Popoli da poco sottomessi, riottosi,
Metà demoni e metà bambini.
(Rudyard Kipling, Il fardello dell’uomo bianco, 1899)

Torniamo a parlare di un argomento più volte affrontato su queste pagine: il rapporto dell’Occidente con le tribù “primitive”.
Si tratterà di un doppio post. In questa prima parte esamineremo un racconto ottocentesco, e nella seconda un viaggio esotico svoltosi proprio quest’anno.
Due prospettive lontane nel tempo legate però da un elemento di continuità: l’ossessione occidentale per i “selvaggi” e per il cannibalismo.

Inizio subito col dire che entrambi gli articoli sono debitori a due lettori e amici di Bizzarro Bazar: nel primo caso si tratta di Giulio, di Mala Tempora Studio, che ha scovato il racconto di cui parleremo in questo post; nel secondo caso, il mio ringraziamento va a Marco, che è il matto che quel viaggio esotico l’ha fatto.

E partiamo quindi dalla chicca straordinaria scoperta da Giulio.
Il n. 28 del Giornale Illustrato dei Viaggi (Sonzogno 1923) vanta una delle copertine più incredibili di sempre. C’è tutto: il naufragio, i cannibali, feti in formalina e preparati anatomici.

Il macabro episodio viene dettagliatamente raccontato all’interno della rivista. Questo è il finale:

Ciò che mi resta d’aggiungere, o signori – continuò il dottor Stephenson – oltrepassa i limiti dell’inverosimile. Le tre immense casse, contenenti i pezzi anatomici, furono aperte in un batter d’occhio, ed il contenuto apparve agli occhi dei predoni, che non s’aspettavano certo un simile spettacolo. Credettero che fosse una riserva per nostro conto personale, e che dividendo il loro gusto per la carne umana, avessimo gelosamente nascosto il nostro tesoro.
Sapete che i pezzi anatomici sono preparati in modo da produrre una completa illusione.
Fu più che un saccheggio, fu una vera orgia da cannibali. Essi si strappavano con furore quei pezzi secchi come carta pesta, e che non avevano più che l’apparenza della carne. Volendo soddisfare al più presto possibile i loro mostruosi gusti, accesero una mezza dozzina di bracieri, su cui posero tosto i pezzi intieri, che guardavano con una gelosia mista ad ammirazione per l’abile macellajo che li aveva preparati.
Sotto l’influenza del calore, quell’arrosto insolito si rammollì alquanto, ma le materie injettate si liquefecero e caddero in larghe conchiglie di madreperla che quei cuochi abili e previdenti avevano posto al disotto.
Vi lascio pensare ciò che doveva essere quella salsa!
Per colmo d’orrore, il cadavere di Ben, che avevamo sotterrato ai piedi di un mirto, fu brutalmente esumato da essi, fatto in pezzi in pochi minuti con coltelli di pietra e con rara abilità.
Noi possedevamo inoltre una mezza dozzina di cervelli, e una serie completa di feti, conservati nell’alcool a 75°. Nuova scoperta, accompagnata da contorsioni da gorilla. Sturarono con precauzione, religiosamente, sto per dire, gli enormi vasi che li contenevano, e bevettero con una ghiottoneria senza paragone il liquore conservatore. Quel liquido infernale, che doveva bruciare il loro stomaco, portò la loro ubbriachezza al colmo, ed essi trangugiarono come aranci all’acquavite quegli sventurati avanzi che solo la scienza ha il diritto di studiare e mutilare senza profanazione.
Felici, ed ubbriachi quegli abbominevoli selvaggi barcollavano, urlavano a squarciagola e si battevano il ventre con una beatitudine profonda.
Finalmente si addormentarono al pari di foche.
All’indomani, nell’ora profumata, in cui il sole del mattino sorge dalle verzure, scuote la sua capigliatura sui giganti delle foreste, il cinguettìo dei pappagalli svegliò quei bruti. Stesero le membra come convitati beatissimi che si destassero da pacifico sonno, e si alzarono freschi e disposti, sgambettando come giovani kanguri. – Senza la presenza di qualche ossame di lugubre forma, nessuno avrebbe sospettato l’orribile festino del giorno precedente.
Che organo meraviglioso è lo stomaco australiano!…
Fedeli al loro impegno, malgrado la nostra mancanza, ci condussero a Ballaratre, dove arrivammo completamente a mani vuote.
Le ultime parole di quegli indegni figli della natura furono per sollecitare calorosamente dalla nostra benevolenza la spedizione di un carico completo di piccoli bianchi all’acqua di fuoco.
Non giudicammo opportuno rispondere.
Tre giorni dopo eravamo a Melbourne!

Ora, un po’ di background. Il Giornale Illustrato dei Viaggi e delle Avventure di Terra e di Mare era una rivista settimanale fondata da Edoardo Sonzogno e pubblicata in Italia dal 1878. La rivista si rifaceva in modo palese al Journal des Voyages et des Aventures de Terre et de Mer, fondata l’anno prima a Parigi da Charles-Lucien Huard, riprendendone anche alcuni articoli e resoconti.

Si trattava, sia per quanto riguarda il nostro Giornale Illustrato che per la controparte francese, di racconti di esplorazione geografica e di fiction rocambolesche, tanto che negli ultimi anni sulle pagine della rivista apparvero anche racconti di fantascienza e perfino horror.
Nel 1931 il Giornale chiuse i battenti per confluire ne Il Mondo.

Tornando alla copertina apparsa nel 1923, in realtà si trattava della riedizione di un’illustrazione di Horace Castelli per il romanzo d’appendice À Travers l’Australie: les dix millions de l’opossum rouge di Louis-Henri Boussenard, picaresco racconto di avventure australiane apparso nel 1878 sul Journal des Voyages e poi nel 1881 su La Récréation.

La fantasiosa novella, come abbiamo visto, è incentrata sulla trovata (non priva di genio) di combinare assieme due classiche fissazioni ottocentesche: l’anatomia e il cannibalismo.
La figura dell’anatomista era infatti ricorrente nell’Ottocento romantico (dagli Scapigliati ai naturalisti), quando la letteratura guardava alla nuova scienza positivista, e in particolare all’anatomia, con un misto di esaltazione e di interesse morboso. In questo caso in effetti il narratore è uno scienziato, anche se la patina “asettica” del resoconto accademico viene presto dimenticata per lasciare campo ai toni più macabri e sensazionalistici.

L’altro chiodo fisso che emerge qui è l’imperitura fascinazione per il cannibalismo e per il mito del “selvaggio”. Si tratta di un’ossessione dalla duplice natura: in primo luogo serve a rimarcare la superiorità degli occidentali, che si sono affrancati dallo stato bestiale.
La spocchia dell’esploratore/colonialista ottocentesco si rispecchia nel tono sprezzante riservato agli indigeni («abbominevoli selvaggi», «mostruosi gusti», «quei bruti»), condito spesso da paragoni animali («al pari di foche», «contorsioni da gorilla», «come giovani kanguri») e riferimenti allo stato pre-culturale («quegli indegni figli della natura»).
Al tempo stesso, però, questa fissazione è venata di una malcelata invidia per la libertà di costumi delle popolazioni “primitive”. Non a caso questi sono narrative che insistono sulla morbosità, e in cui spesso i “selvaggi” non sono altro che personaggi-funzione inseriti in situazioni stereotipate – la scusa perfetta per descrivere con minuzia di particolari (e con mano tremante, ovviamente, che a malapena osa procedere nel descrivere l’orribile scena) orge, violenze assortite e nudità.

Leggendo simili resoconti fantastici si ha l’impressione di confrontarsi non tanto con l’antropofagia (che peraltro nella realtà seguiva rigorosi rituali tutt’altro che orgiastici, spesso era interna alla tribù e limitata all’assunzione di piccole parti del corpo di un parente defunto in segno di rispetto) quanto piuttosto con un represso anelito di libertà dalle norme sociali.
Come affermavo riguardo alle teste mozze – quei macabri souvenir che gli occidentali portavano a casa dalle loro esplorazioni – il Selvaggio è uno schermo su cui proiettiamo l’immagine distorta di ciò che vogliamo che egli sia.

Ma bisogna tenere a mente che dietro ai racconti di cannibalismo c’era anche una motivazione strettamente politica: quella di fornire un alibi etico all’espansionismo colonialista.

Queste storie non servivano soltanto a far rabbrividire la gente a casa; fornivano anche le basi morali per la dominazione degli indigeni da parte dei coloni occidentali. Il cannibalismo era un atto innaturale, il comportamento più distante dall’essere considerato accettabile per gli Europei. I racconti di antropofagia potevano dunque giustificare l’annessione di terre straniere così come l’introduzione della morale cristiana in un paese. […] Etichettare i ribelli come cannibali affamati riduceva le loro rivolte a una battaglia tra civiltà e barbarie […]. Una repressione violenta diventava così la riposta più plausibile da parte delle autorità, e diventava necessaria una presenza coloniale costante per assicurare che nuove ondate di cannibalismo fossero scongiurate.

Fonte: The History Notes.

Potremmo pensare che l’ossessione occidentale per il cannibalismo e per le tribù “incontaminate” sia acqua passata, come il topos macchiettistico dell’esploratore in pentola, ma non è affatto così (si veda quest’altro articolo).
I cannibali prosperano ancora in fumetti, film horror e più in generale nell’immaginario collettivo.

Così tanto che c’è chi è disposto a spendere cifre non indifferenti e ad affrontare un viaggio che tutto è tranne che comodo e sicuro, pur di provare il brivido di trovarsi faccia a faccia con dei “veri cannibali”.
Ma di questo parleremo in maniera approfondita nella seconda parte.

La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 2

Nel secondo episodio della serie web di Bizzarro Bazar: mummie officiali e derivati del corpo umano usati in medicina; un misterioso artista; un teatro ricavato dalla carcassa di una balena.

Se la puntata vi piace iscrivetevi al canale, e soprattutto passate parola. Buona visione!

Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
Prodotto da Ivan Cenzi, Francesco Erba, Theatrum Mundi & Onda Videoproduzioni

La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 1

Ci siamo!

Ecco finalmente il primo episodio della serie web di Bizzarro Bazar: processi animali, forchette per carne umana, e un curioso sport estremo.
Se la puntata vi piace iscrivetevi al canale, e soprattutto passate parola. Buona visione!

Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
Prodotto da Ivan Cenzi, Francesco Erba, Theatrum Mundi & Onda Videoproduzioni

La tribù perfetta

Articolo apparso originariamente su #ILLUSTRATI n. 51 — Il Barone Rampante

© Markus Fleute

I Korowai sono la tribù perfetta, perché sono puri e incontaminati.
Il primo contatto avvenne nel 1974, quando una trentina di indigeni fu avvicinata da un’équipe di antropologi; si presume che fino ad allora i Korowai non sapessero dell’esistenza di altre popolazioni a parte la loro. Qualche anno più tardi, arrivarono i missionari, a cercare di convertirli.

I Korowai sono la tribù perfetta, perché vivono in maniera esotica.
Nascosti in un angolo di foresta in uno dei paesi più remoti — l’isola di Nuova Guinea — costruiscono palafitte sulla cima degli alberi. In questo modo si proteggono da insetti, serpenti, cinghiali e nemici di altre tribù. Diversi documentari, negli anni, hanno mostrato la loro abilità ingegneristica: nel 2011 un episodio di Human Planet, prodotto dalla BBC, dettagliò l’edificazione di una casa alla vertiginosa altezza di 40 metri, e trasloco di una famiglia in questa nuova incredibile abitazione.


I Korowai sono la tribù perfetta, perché sono cannibali.
Non mangiano i nemici, né praticano l’endocannibalismo indiscriminato: uccidono e divorano unicamente chi pratica la magia nera.
Quando qualcuno si ammala di un morbo sconosciuto, di solito prima di morire fa il nome del khakhua, lo stregone che ha lanciato su di lui la fatale maledizione. A quel punto i parenti del morto catturano il negromante e lo fanno a pezzi, distribuendo la carne tra le famiglie del villaggio.
Nel 2006 l’australiano Paul Raffaele, giornalista d’avventura e personalità televisiva, si recò tra i Korowai per salvare un ragazzino che stava per essere cannibalizzato. La puntata di 60 Minutes in cui raccontava la sua spedizione registrò un boom di ascolti. L’intrepido reporter scrisse anche un resoconto intitolato “Sleeping With The Cannibals” per il prestigioso Smithsonian Magazine; si tratta di un articolo ancora oggi molto popolare.

I Korowai sono la tribù perfetta, perché abbiamo ancora bisogno del mito del Selvaggio.
Ci piace pensare all’esistenza di tribù “fuori dal tempo”, cristallizzatesi in una fase preistorica senza mai conoscere evoluzioni o trasformazioni sociali. Questa favola ci rassicura sulla nostra superiorità, sulle nostre straordinarie capacità di progresso. Per questo preferiamo che il Selvaggio sia nudo, primitivo, brutale, se non addirittura animalesco, caratterizzato cioè da tutti quei tratti che noi abbiamo abbandonato.
Prendiamo l’esempio delle tsantsa, le famose teste rimpicciolite degli indios Jivaros stanziati tra Ecuador e Perù: fino all’arrivo dell’uomo bianco, gli indigeni ne producevano poche, in maniera molto sporadica. Ma gli esploratori occidentali videro nelle tsantsa il perfetto souvenir macabro, e soprattutto l’emblema della “primitiva barbarie” di queste tribù. Fu soltanto a causa della crescente domanda di questi manufatti che le tribù Shuar e Achuar cominciarono a organizzare dei raid tra le popolazioni limitrofe per approvvigionarsi di nuove teste, da rimpicciolire e vendere ai bianchi in cambio dei fucili.
Nei musei di antropologia, pochi visitatori si rendono conto che in alcuni casi non stanno affatto guardando dei reperti di un’antica e lontana cultura: stanno ammirando una fantasia, l’idea di quella cultura che gli stessi occidentali hanno creato e costruito.

E i Korowai, che vivono appollaiati sugli alberi come Tarzan?
Nell’aprile di quest’anno la BBC ha ammesso che la casa sull’albero di 40 metri, mostrata nella puntata del 2011 di Human Planet, era un falso.
Si trattava cioè di una sequenza concordata con gli indigeni, ai quali la troupe televisiva aveva commissionato la realizzazione di una palafitta gigante — che normalmente non avrebbero mai costruito. Un membro della tribù ha dichiarato che la casa era stata fabbricata “a beneficio dei produttori di programmi d’oltreoceano”: in realtà le abitazioni tradizionali dei Korowai venivano costruite a un massimo di 5-10 metri dal suolo.

© George Steinmetz

E i banchetti a base di carne umana?
In realtà, neanche il cannibalismo è più praticato da chissà quanti decenni. “La maggior parte di questi gruppi ha un’esperienza decennale nel fornire queste storie [di cannibalismo] ai turisti”, ha dichiarato l’antropologo Chris Ballard della Australian National University.
La loro vita dipende ormai dagli occidentali che arrivano nella giungla in cerca di forti emozioni. I Korowai hanno imparato a dare loro ciò che desiderano.
E se i bianchi hanno ancora bisogno del Selvaggio, eccoli serviti.