Il cervello del Poeta

Cosa ci fa il poeta Walt Whitman vicino a un manuale per autopsie?

Ecco un post su un libro curioso, e su un mistero durato più di un secolo.

IL LIBRO

Qualche giorno fa ho aggiunto alla mia biblioteca un testo che cercavo da tempo: una prima edizione, del 1903, di Post Mortem Pathology del Dr. Henry Ware Cattell.

Si tratta di un manuale autoptico piuttosto conosciuto all’epoca, e corredato da numerose fotografie che dettagliano i metodi usati alla fine dell’Ottocento per svolgere gli esami post-mortem.

Sul frontespizio campeggia una gustosa citazione in italiano dalla Divina Commedia:

I versi vengono dal Canto XXVIII dell’Inferno, e descrivono la pena inflitta a Maometto (parafrasi: «tagliato dal mento fin dove si scorreggia. / Gli pendevano le interiora tra le gambe; / si vedevano gli organi interni e il ripugnante sacco / che trasforma in merda ciò che si mangia»), qui chiaramente riportata per alludere alle autopsie, che offrono un analogo spettacolo macabro.

Post Mortem Pathology è un libro interessante per almeno due motivi storici.

Per prima cosa, contiene dei “consigli” su come ottenere dai parenti del morto il consenso per procedere all’autopsia; ma sarebbe più giusto dire che Cattell dà indicazioni su come raggirare i famigliari del defunto, ottenendo il consenso per esempio da qualcuno di «collegato alla famiglia, ma non necessariamente il parente più stretto», guardandosi bene dallo specificare quali parti anatomiche si vogliono preservare, ecc.
Il Dr. Cattell lamenta anche la mancanza di una legge che permetta di fare autopsie su tutti coloro che muoiono negli ospedali, indistintamente.

Come scrive James R. Wright, queste sono

«informazioni uniche e importanti sulla “pratica” locale del consenso all’autopsia a Filadelfia negli anni ottanta del 1800, che […] permetteva ai patologi di passarla liscia praticando autopsie senza consenso legale all’ospedale di Blockley. […] Questi approcci discutibili e altamente paternalistici al consenso dell’autopsia, sebbene ora moralmente incomprensibili, permisero notevoli correlazioni clinico-patologiche che fecero di Blockley un eccellente ambiente di insegnamento.» (1)James R. Wright Jr., Henry Ware Cattell and Walt Whitman’s Brain, in Clinical Anatomy, 31:988–996 (2018)

In secondo luogo il libro di Cattell descrive la procedura, sviluppata originariamente dal ginecologo Howard Kelly, per eseguire la rimozione degli organi interni per vaginam, per rectum, e per perineum.(2)Julius P. Bonello, George E. Tsourdinis, Howard Kelly’s avant-garde autopsy method, Hektoen International Journal of Medical Humanities (2020)

Il metodo consisteva nell’incidere la vagina, nelle donne, o l’ano negli uomini; infilando il braccio fino alla spalla all’interno del corpo, si procedeva a perforare il diaframma e sfilare cuore, polmoni, fegato, reni e il resto degli organi attraverso quell’unico taglio.

Perché tutta questa fatica?, ci si potrebbe chiedere.

La risposta è purtroppo legata a quanto detto sopra: si trattava di un trucco per eseguire un’autopsia in assenza di consenso legale; gli organi venivano tolti senza turbare l’aspetto esteriore della salma, in modo che i parenti non si accorgessero di nulla.

Ma la vera curiosità legata a questo libro è un’altra, e cioè il fattaccio in cui fu implicato il suo autore.

IL MISTERO DEL CERVELLO SCOMPARSO

Nel 1892 uno dei più famosi e celebrati poeti americani, Walt Whitman, morì.

Alla fine dell’Ottocento la frenologia era già stata screditata, eppure si credeva ancora che l’encefalo dei “geni” potesse mostrare qualche differenza rispetto a quello di una persona normale; per questo motivo anche a Philadelphia, come in altre città, esisteva un Brain Club, nomignolo per la Anthropometric Society, una sorta di loggia segreta di medici e patologi che si occupava di preservare i cervelli dei grandi uomini. (Ovviamente maschi, non donne, ma OK.)

Il famoso patologo William Osler, membro del “Brain Club”, conduce un’autopsia cerebrale all’obitorio di Bockley, Filadelfia.

Riunione di anatomisti a Filadelfia.

Henry Cattell ne faceva parte, e all’epoca della morte di Whitman vi rivestiva la carica di prosettore, cioè colui che eseguiva il “lavoro sporco” di aprire e dissezionare il corpo.
Fu lui dunque a occuparsi del cadavere del poeta durante l’autopsia che si svolse proprio a casa di Whitman a Mickle Street il 27 marzo 1892, sotto la supervisione del prof. Francis Dercum.

Il cervello dell’immortale cantore del “corpo elettrico” venne rimosso e affidato a Cattell perché raggiungesse quelli degli altri importanti intellettuali preservati in liquido dalla Anthropometric Society.

Solo che a questo punto qualcosa andò orribilmente storto, e il prezioso organo scomparve nel nulla.

Questo enigmatico incidente cambiò per sempre la vita di Cattell, facendolo dubitare delle sue doti di patologo tanto che egli decise di rarefare sempre più i suoi impegni in sala autoptica, e di dedicarsi alle pubblicazioni scientifiche. Post Mortem Pathology rappresenta, appunto, la prima delle uscite della sua casa editrice.

Ma cos’era successo davvero?

La prima testimonianza al riguardo venne pubblicata nel 1907 in un paper del Dr. Edward Spitzka, che si basava a quanto pare sulle confidenze fatte da Cattell ad alcuni membri della Società. Spitzka scrisse che «il cervello di Walt Whitman, assieme al vaso di vetro in cui era stato riposto, a quanto si dice venne fatto cadere per terra da un assistente distratto. Sfortunatamente, non se ne salvarono nemmeno dei pezzi.» (3)Edward Spitzka, A study of the brains of six eminent scientists and scholars belonging to the American Anthropometric Society, together with a description of the skull of Professor E. D. Cope, in Trans Am Philos Soc 21:175–308 (1907)

La notizia fece un certo scalpore, tanto da entrare evidentemente nell’immaginario comune: si dice che fosse proprio questo episodio l’ispirazione per la scena di Frankenstein (1931) in cui l’assistente del Dottore, introdottosi all’università in cerca di un cervello per la Creatura, lascia cadere il vaso con quello “normale” e ruba quello “anormale”.

Ma, come scrive ancora James R. Wright, «quello che non si capiva era perché i frammenti fossero stati buttati, visto che ci sarebbe comunque stato qualche interesse nell’esaminarli. Ancora meno chiaro era se fosse stato un assistente oppure lo stesso Cattell ad aver distrutto il cervello di Walt Whitman.»

Comunque sia, in assenza di altri indizi, per più di un secolo questa rimase la versione ufficiale. Poi, nel 2012, fece la comparsa all’asta su eBay il diario segreto di Cattell.

Henry W. Cattell durante la Prima Guerra Mondiale.

Il diario non menziona direttamente l’autopsia, ma da quando venne eseguita nel marzo 1892 fino a ottobre dello stesso anno gli appunti di Cattell hanno un tono ottimista – era, insomma, un periodo lavorativamente e finanziariamente positivo.

Poi, a partire dal 14 ottobre, le voci nel diario si fanno cupe e preoccupate: Cattell sembra di colpo dubitare delle sue stesse capacità, arrivando ad avere perfino dei pensieri suicidi.

Qui sotto la cronologia degli appunti, che delineano una storia ben diversa da quella dell’assistente che lascia cadere in terra il preparato:

13 ottobre 1892 — «Preparare i pezzi anatomici per la Società»

14 ottobre 1892 — «Sono un idiota.»

16 ottobre 1892 — «Vorrei saper tenere meglio traccia del mio lavoro. Spesso mi sembra di essere un tale smemorato, eppure riesco a ricordarmi certe cose che agli altri sfuggono.»

13 aprile 1893 — «Per molti versi sono un tipo strano. Perché mi sono liberato di Edwards? Con ogni probabilità perché ero geloso di lui.»

15 maggio 1893 — «Sono un idiota, un dannato idiota, incosciente e senza memoria, inadatto a qualsiasi posizione di rilievo. Ho lasciato che il cervello di Walt Whitman si rovinasse perché non ho chiuso il vaso per bene. Scoperto questa mattina. Questa sarà la mia rovina con la Anthropometric Society, ma anche agli occhi di Allen, forse di Pepper, Kerlin, e gli altri. E poi come sono finito in questi problemi finanziari, non lo so nemmeno io. Quando ho rotto con Edwards avrei dovuto dirgli di andare all’inferno. Ho preso in prestito ancora $500 da papà e mamma. Sono buoni e gentili. Mi sarei ucciso una dozzina di volte prima di adesso, se non fosse stato per loro.»

18 settembre 1893 — «Dovrei essere felice e suppongo di esserlo in un certo senso. Eccetto che per i miei genitori, potrei andarmene in Africa o morire e nessuno sentirebbe la mia mancanza.»

30 settembe 1893 — «Guardo indietro alla fiducia e all’autocontrollo che avevo l’anno scorso come fossero qualcosa di meraviglioso. Adesso finalmente so di non conoscere abbastanza la patologia per la posizione che occupo.»

Ecco dunque la verità: Cattell aveva sigillato male il vaso contenente il cervello di Whitman; il liquido era probabilmente evaporato, e l’organo si era seccato, decomposto oppure era stato intaccato da qualche muffa. Cattell aveva incolpato l’assistente Edwards, il quale a seguito del licenziamento aveva probabilmente cominciato a ricattarlo minacciando di dire la verità; questa estorsione, oltre ai problemi finanziari che l’avevano costretto a chiedere prestiti ai suoi genitori, aveva gettato Cattell in uno stato di depressione e sfiducia nelle sue capacità.

Pubblicando gli estratti del diario di Cattell per la prima volta nel 2014, Sheldon Lee Gosline scriveva:

«Eppure, perché confidare a un diario queste prove incriminanti, a rischio di essere pubblicamente smascherato? Chiaramente Cattell voleva lasciare una confessione che un giorno diventasse pubblica – cosa che ora, 120 anni dopo, è finalmente successa.» (4)Gosline, Sheldon Lee. “I am a fool”: Dr. Henry Cattell’s Private Confession about What Happened to Whitman’s Brain. Walt Whitman Quarterly Review 31 (2014), 158-162.

EPILOGO

9 giugno 1924.

Cattell aveva ormai 61 anni, e ne erano passati 32 dalla sfortunata autopsia di Whitman.

All’epoca, come ricorda Gosline, Cattell «non soltanto poteva contare sullo stipendio dell’università, ma faceva pagare gli assistenti per il privilegio di assisterlo in privato, forniva pareri e testimonianze da esperto di post-mortem su parcella, dirigeva una rivista medica profittevole, era un autore lodato e di successo. Tutto questo era possibile perché aveva evitato di cadere in disgrazia con l’incidente Whitman.»

Se la sua fortuna era dovuta all’aver taciuto la sua incompetenza nel preservare il cervello di un poeta, è con una poesia che, appropriatamente, il patologo conclude i suoi diari. Questi versi suonano come una sorta di bilancio della sua intera vita. E l’immagine che emerge è quella di un animo roso dal senso di colpa, convinto che tutta la sua onorata carriera sia stata guadagnata con la frode; un uomo diviso tra la piacevole sicurezza economica, a cui non riesce a rinunciare, e il bisogno di confessare la sua impostura.

Forse l’unico a sorridere di tutta questa faccenda sarebbe stato lo stesso Walt Whitman, conscio che il corpo individuale (contenitore di “moltitudini”) non è altro che mera espressione transitoria dell’universale: «Perché ogni atomo che appartiene a me, appartiene anche a voi.» (5)Walt Whitman, “Il canto di me stesso”, Foglie d’erba (1855)

Note

↑ 1. James R. Wright Jr., Henry Ware Cattell and Walt Whitman’s Brain, in Clinical Anatomy, 31:988–996 (2018)
↑ 2. Julius P. Bonello, George E. Tsourdinis, Howard Kelly’s avant-garde autopsy method, Hektoen International Journal of Medical Humanities (2020)
↑ 3. Edward Spitzka, A study of the brains of six eminent scientists and scholars belonging to the American Anthropometric Society, together with a description of the skull of Professor E. D. Cope, in Trans Am Philos Soc 21:175–308 (1907)
↑ 4. Gosline, Sheldon Lee. “I am a fool”: Dr. Henry Cattell’s Private Confession about What Happened to Whitman’s Brain. Walt Whitman Quarterly Review 31 (2014), 158-162.
↑ 5. Walt Whitman, “Il canto di me stesso”, Foglie d’erba (1855)

Curiosa autobiografia d’un sacerdote extrapervertito

Qualche giorno fa ho pubblicato sui social network un paio di estratti dai Pervertimenti sessuali (1900) del Prof. Cav. Pietro Fabiani, edito dalla Società Editrice Partenopea. Dato che hanno suscitato un certo interesse, e che mi è stato richiesto da più parti di pubblicarne l’appendice, la presento qui con qualche precisazione storica.

Sul Prof. Cav. Fabiani non sono riuscito a trovare molte informazioni (viene anzi citato come “oscuro medico napoletano” in Homosexuality in Italian Literature, Society, and Culture, 1789-1919 a cura di Lorenzo Benadusi, Paolo L. Bernardini, Elisa Bianco).

L’unico dato a cui sono risalito è che all’inizio del XX° secolo egli gestiva la Casa di Salute sita in via S. Rocco di Capodimonte a Napoli. Le menzioni dei casi di perversione curati nel suo eccellente sanatorio si ripetono in effetti in maniera martellante, per evidenti scopi di autopromozione, lungo tutto questo libriccino.

Un secondo volume dello stesso autore venne pubblicato qualche anno dopo per la medesima casa editrice, ed ebbe a quanto pare più fortuna: si tratta di Inversioni sessuali, un trattato sulle disastrose conseguenze dell’omosessualità e sulle possibilità di cura di una simile “terribile depravazione”.

La Società Editrice Partenopea non era specializzata in testi medici, tutt’altro. Nel suo catalogo abbondavano i titoli sullo spiritismo, la magia, l’occulto; assieme a questi, l’altro filone della linea editoriale era costituita dai libri “pruriginosi”.

Il proprietario della casa editrice Giuseppe Garibaldi Rocco (che si fregiava d’essere amico di Oscar Wilde e Lord Douglas) aveva pubblicato nel 1899 il romanzo L’uomo-femmina, forse l’unico romanzo ottocentesco italiano ad avere come protagonista un “invertito”; in seguito Rocco avrebbe prefazionato il resoconto degli atti del processo per oscenità a Pitigrilli. La Società Editrice Partenopea venne probabilmente chiusa dal regime fascista con l’accusa di immoralità.

Il nostro Pervertimenti sessuali, dunque, è uno di quei testi tipici di inizio secolo che si situano a metà strada fra la letteratura osé e quella medica; scritto da un vero dottore, ma pubblicato da un editore “pulp”, è in continuo equilibrio tra la facciata scientifica e i toni scandalistici pensati per titillare le curiosità morbose del grande pubblico. Grande abbondanza di punti esclamativi, dunque, di aggettivi iperbolici e di dettagli in bilico sull’osceno — mitigati dalle occasionali considerazioni scientifiche, che “raffreddano” la prosa con la loro pretesa oggettività.

La necrofilia, descritta con grande misura e aplomb.

 

Altri passaggi molto misurati.

Per inciso, il trucco di parlare di argomenti tabù utilizzando l’inattaccabile registro medico-scientifico sarà usato anche più tardi al cinema, per aggirare le maglie della censura: negli anni ’50 e ’60, assieme all’avvento dei nudie cuties (film abientati in campi nudisti), apparirono anche numerosi presunti documentari che con la scusa del valore didattico si permettevano di mostrare nudità integrali e immagini conturbanti. Perfino la storia dei filmati di educazione sessuale, spesso finanziati da ambienti conservatori, è piena di casi ambigui in cui queste pellicole risultano paradossalmente più esplicite della “oscenità dilagante” che si proponevano di combattere.

Quando il politically correct non esisteva.

 

Il sodomizzatore di polli per causa di forza maggiore.

 

Come parlare di Sade in un’epoca in cui nessuno l’aveva letto – evidentemente neanche tu.

La gustosa appendice del libro è annunciata nell’indice come Curiosa autobiografia di un sacerdote extrapervertito per fantasmi erotici, ed è presentata come una vera lettera inviata all’autore.
Sull’autenticità di questa missiva avanzerei più di qualche dubbio: la storia del prete che, traviato nell’infanzia da un “nano deforme”, attraversa nel corso della sua vita tutte le perversioni immaginabili, fa abbastanza sorridere.
Dal punto di vista stilistico poi, se si esclude il ricorso alle desinenze latineggianti nell’indicativo imperfetto (“io mi stendeva al suolo, mi faceva salire sul petto una bambina di circa tre anni…”), lo stile dello scritto è esattamente quello di tutto il resto del libro. Il sospetto che l’autore di questo racconto programmatico sia in realtà lo stesso Prof. Cav. Fabiani emerge fino dalle prime righe, in cui il sacerdote protagonista si spertica nel lodare lo straordinario lavoro, guarda un po’… del Prov. Cav. Fabiani.

In ogni caso è uno scritto molto divertente, che testimonia di un’epoca in cui i testi di divulgazione medica si permettevano d’essere spudoratamente sensazionalistici. Se volete leggerlo, basta cliccare sull’immagine sottostante per aprire il PDF (4mb).

“Julia Pastrana” in arrivo!

Sono emozionato nell’annunciarvi l’imminente uscita del mio nuovo libro: Julia Pastrana – La Donna Scimmia, per Logos Edizioni.

Il libro ripercorre la vita di Julia Pastrana (Sinaloa, 1834 – Mosca, 25 marzo 1860), affetta da ipertricosi e ipertrofia gengivale; diventata una celebre performer circense e “curiosità della natura”, si esibì a lungo negli Stati Uniti e in Europa prima con il manager J.W. Beach, e poi con il marito Theodore Lent. Mentre era in tour a Mosca, diede alla luce un bambino, anch’egli affetto da ipertricosi, che sopravvisse per soli tre giorni. Julia cadde vittima di sepsi puerperale e lo seguì cinque giorni dopo. Dopo la morte, Theodore Lent fece imbalsamare madre e figlio e continuò a esibire le due mummie a Londra e in Europa, fino alla sua stessa morte nel 1884. Il corpo di Julia Pastrana fu esposto in varie fiere in Norvegia dal 1921 fino agli anni ’70, per poi essere dimenticato in un magazzino…

Le peripezie di cui questa donna è stata protagonista, sia prima che dopo la morte, ne fanno una figura assolutamente unica e di straordinaria rilevanza, tanto da ispirare ancora oggi artisti di tutto il mondo: la sua vicenda mi è sempre sembrata eccezionale perfino rispetto a quelle già incredibili di molti altri “fenomeni da baraccone”, perché contiene i germi di molte problematiche ancora attuali.

Suo malgrado, Julia Pastrana incarna ai miei occhi una sorta di eroina tragica; e come tutte le tragedie migliori, la sua storia ci parla della crudeltà umana, dello scontro tra natura e cultura, della necessità di amore e riscatto — ma anche dell’ambiguità, dell’incertezza dell’esistenza. Per raccontare tutto questo un oggettivo, classico saggio non sarebbe bastato. Ho sentito di dover tentare una direzione differente, e ho deciso di lasciare che fosse lei a raccontarci la sua vita.

Utilizzare la prima persona singolare è una scelta azzardata per due motivi: il primo è che ci sono parti della sua esistenza di cui sappiamo molto poco, e soprattutto ignoriamo quali fossero i suoi veri sentimenti. Ma questo in verità consente anche un minimo spazio per la speculazione e per qualche concessione poetica, pur nell’aderenza ai fatti storici.

Il secondo problema è di ordine etico, ed è quello che maggiormente mi preoccupava. Julia Pastrana ha dovuto subire diversi pregiudizi che purtroppo non sono solo un riflesso dell’epoca in cui visse: anche oggi, è difficile immaginare un destino più difficile che nascere donna, fisicamente diversa, e per giunta messicana. Ora, io non sono nessuna di queste tre cose.
Per restituire appieno la valenza archetipica della sua vita, ho cercato di approcciarmi a lei con empatia e umiltà, gli unici due sentimenti che mi permettevano di inserire qualche tocco di fantasia senza mancare di rispetto.

Spero davvero che il testo ultimato rechi l’evidenza di questo mio scrupolo, e che possa suggerire al lettore una partecipazione emotiva alla vicenda umana di Julia.

Fortunatamente il compito di rendere giustizia a Julia non è ricaduto solo sulle mie spalle: Marco Palena, giovane e talentuoso illustratore, ha graziato questo libro con le sue meravigliose tavole.
Fin dalle nostre primissime discussioni, ho subito riscontrato in lui il medesimo riguardo – perfino un po’ maniacale – che aveva guidato anche me nel ricostruire il contesto storico in cui la vita di Julia si è svolta. Il risultato di questa estrema attenzione è evidente nelle illustrazioni di Marco, che trovo di un’infinita dolcezza e di rara sensibilità.

Pastrana, sfortunata in vita come in morte, ha finalmente trovato pace nel 2013, grazie agli sforzi dell’artista Laura Anderson Barbata, del governatore Mario López Valdez e delle autorità norvegesi: il suo corpo è stato trasferito da Oslo in Messico, e seppellito a Sinaloa de Leyva il 12 febbraio di fronte a centinaia di persone.
Il nostro libro non vuole essere l’ennesima biografia, quanto piuttosto un piccolo tributo a una donna straordinaria, e al segno indelebile che la sua figura ha lasciato nell’immaginario collettivo.
Julia è ancora viva.

Julia Pastrana – La Donna Scimmia sarà disponibile nelle librerie a partire dal 21 ottobre, ma potete già prenotare la vostra copia a questo link. Il libro è anche pubblicato in versione inglese.
(Vi ricordo che ordinare i miei libri online tramite il bookshop ufficiale di Bizzarro Bazar contribuisce a sostenere il mio lavoro.)
Invito infine i lettori a seguire Marco Palena sul suo sito ufficiale, pagina Facebook e Instagram.

Le mummie di Palermo: un dialogo silenzioso

Questo mio articolo è apparso originariamente sul primo numero, intitolato “Apocrifo Siciliano”, del libro-rivista Cariddi – Rivista Vorace, edito da Rossomalpelo Edizioni di Catania. La rivista esplora le innumerevoli versioni di una Sicilia dimenticata, occulta, sospesa tra le molteplici magie del fantastico e le illusioni della realtà — in un racconto collettivo al quale hanno partecipato giornalisti, scrittori, illustratori, critici letterari e fotografi per affrontare le mille facce della Sicilia.
Cariddi si trova in libreria (sul profilo FB Cariddi – Rivista Vorace trovate tutti i punti vendita che la ospitano), su Amazon e gli altri store online, oppure è possibile ordinarne una copia scrivendo una mail alla casa editrice.

 

La prima volta non si scorda mai.
Appena entrato all’interno delle Catacombe dei Cappuccini, l’impressione fu quella di trovarmi di fronte a un gigantesco exercitus mortuorum, una spaventosa armata di revenant. Morti tutt’intorno dalla pelle arsa e rinsecchita, centinaia di bocche spalancate, mandibole abbassate da secoli di gravità, le orbite vuote eppure terribilmente espressive. La sensazione durò pochi secondi, perché in realtà nell’ipogeo regnava una pace così perfetta che lo sconcerto iniziale cedette il passo a un sentimento diverso: avvertii di essere un intruso.

Estraneo, in quanto uomo vivo in uno spazio sacro abitato dai morti; tutti coloro che scendono qui ammutoliscono di colpo. È il visitatore a sentirsi sotto scrutinio.
Io ero inoltre alieno a una cultura, quella siciliana, che dimostrava una familiarità con i suoi defunti inconcepibile per qualcuno nato e cresciuto al nord. La morte qui non era occultata dietro lastre di marmo, anzi: se ne faceva spettacolo. Esibito teatralmente, esposto come mirabilis – degno d’ammirazione – stava in bella mostra il vero rimosso del nostro tempo: il cadavere.

Un cadavere lavorato con cura dai frati, secondo un procedimento affinato nel tempo. Uno dei termini tecnici che gli antropologi usano per indicare il trattamento di scolatura e mummificazione delle salme è “tanatometamorfosi”, che rende bene l’idea della vera e propria trasformazione strutturale a cui viene sottoposto il corpo.
Una simile conservazione aveva peraltro costi non indifferenti, che solo i più abbienti potevano permettersi (anche in morte ci sono cittadini di prima e seconda classe). Ma questo non sorprende se si pensa alle innumerevoli, monumentali cittadelle dei morti, per innalzare le quali i vivi sono disposti a spendere fatiche e fortune ingenti. Quello che mi colpiva, mentre sfilavo davanti alle mummie, era che in questo caso l’investimento non era servito a costruire un fastoso mausoleo celebrativo quanto piuttosto a congelare, per quanto possibile, le fattezze del morto nel tempo.

Ecco, il tempo. Lì sotto scorreva in maniera diversa rispetto alla superficie, o forse non scorreva affatto. Sospeso, aveva smesso di divorare e trasfigurare la materia.
Indugiando sui volti antichi, sui logori vestiti, sulle mani avvizzite, risultava chiaro lo scopo di questa pratica: salvaguardare non la memoria del defunto, ma l’identità stessa.
Se in un ossario i morti sono tutti identici, il processo di mummificazione ha invece la virtù di rendere ogni corpo diverso dall’altro, di conferire ai resti una spiccata personalità – effetto ulteriormente amplificato quando la mummia indossa gli abiti che sfoggiava in vita.
Tra tutte le barriere che l’uomo ha innalzato nel donchisciottesco tentativo di negare l’impermanenza, questa è forse quella che più si avvicina al successo; è una strana strategia, perché invece di allontanare la morte, la si abbraccia fino a renderla parte della quotidianità. Così questi individui non erano mai veramente morti: i familiari potevano tornare a visitarli, a parlarci, se ne prendevano cura. Erano antenati che non avevano mai del tutto attraversato la soglia.

A poco a poco le mummie iniziarono a sembrarmi benevole – perfino solidali, come lo è sempre chi ha davvero coscienza della finitezza. I volti scheletrici, che potevano incutere timore, se osservati abbastanza a lungo apparivano sereni; tanto che non ero più così certo di compatire la loro condizione. Dentro di me cominciai una sorta di conversazione con la folla silenziosa, depositaria di un segreto inviolabile. Forse il loro sussurro, che dall’altra sponda tentava di raggiungermi, voleva rassicurarmi; forse raccontava la fine di ogni turbamento.

Quel dialogo muto e misterioso, iniziato allora, non si è mai più interrotto.
Qualche anno dopo tornai alle Catacombe assieme al fotografo Carlo Vannini. Restammo all’incirca una settimana in compagnia delle mummie, giorno e notte. Chi può dire se mi riconobbero? Da parte mia imparai a distinguerle una per una, a discernere ogni voce, poiché ancora mi chiamavano senza bisogno di parole.

Il mio primo libro, pubblicato per Logos Edizioni, fu proprio La Veglia Eterna.
In occasione della ristampa nel 2017 venne impreziosito da una prefazione del conservatore scientifico delle catacombe, il paleopatologo Dario Piombino-Mascali – il quale a sua volta, mentre scrivo, ha dato alle stampe quella che si preannuncia come la guida storico-scientifica definitiva sulle Catacombe, per i tipi di Kalòs Edizioni.
Dall’analisi delle mummie un paleopatologo è in grado di ricavare indizi sulle loro abitudini di vita, di risalire alla loro storia personale: a un esperto come lui, i corpi parlano davvero. Ma proprio adesso stanno parlando, ne sono certo, anche all’ennesima comitiva scesa nel fresco sottosuolo e incantata di fronte alla straordinaria visione.
Queste mummie, a cui mi lega un sentimento profondo e inesplicabile, mormorano a chiunque sappia davvero ascoltare.

Arriva “London Mirabilia”!

Il 10 Ottobre uscirà il mio nuovo libro, London Mirabilia: Viaggio nell’insolito incanto.

Edito come sempre da Logos Edizioni e ancora una volta arricchito dalle splendide fotografie di Carlo Vannini, il libro è il secondo volume della Collana Mirabilia, che propone guide alternative alle più celebri mete turistiche di tutto il mondo, pensate espressamente per gli esploratori del bizzarro.

Questa volta io e Carlo ci siamo avventurati nel cuore di Londra, alla ricerca dei luoghi più strani e meravigliosi da condividere con i lettori.
Dalla cartella stampa:

Non bisogna lasciarsi ingannare dal cliché del cielo perennemente plumbeo, o dal fantasma dei moralismi vittoriani, né limitarsi a vedere nella sobria e classica architettura londinese un’espressione della severità anglosassone. Ben più di altre metropoli, infatti, Londra è una sconfinata moltitudine che vive di contrasti.
Solo qui – forse proprio per reazione al congenito, misurato contegno – hanno potuto fiorire l’iconoclastia dandy, la scorrettezza senza tabù del British humour, le esplosioni estatiche di Blake e il nichilismo punk. Solo qui i più avveniristici palazzi si innalzano senza vergogna di fianco a filari di villette a schiera o ad antiche chiese. E solo qui si può contemplare un tramonto su una caotica stazione ferroviaria, e sentirsi “in paradiso”, come recita Waterloo Sunset dei Kinks, forse la più bella canzone che sia mai stata dedicata alla città.

LONDON MIRABILIA propone un’immersione negli inaspettati colori, nelle contraddizioni e negli splendori meno noti della City.
17 location eccentriche ed eleganti attendono il lettore che – accompagnato dai testi Ivan Cenzi, l’esploratore del bizzarro, e dalle suggestive fotografie di Carlo Vannini – potrà visitare i più reconditi musei, ammirando di volta in volta la delicatezza di antichi ventagli istoriati o la terribile maestosità delle macchine da guerra che conquistarono il cielo e il mare.
Sorseggerà l’immancabile pinta di real ale in un classico pub londinese che conserva macabre reliquie di una vicenda straordinaria; scoprirà sontuose dimore arabescate dissimulate dietro a facciate ordinarie, e collezioni fluorescenti di insegne al neon; si aggirerà tra le lapidi inghiottite dalla vegetazione nei romantici cimiteri inglesi; varcherà la soglia di interni fiabeschi e di autentiche wunderkammer moderne.

Potete già prenotare la vostra copia a questo link, scontata se acquistata in bundle assieme a Paris Mirabilia. Disponibile anche in inglese.

In attesa che London Mirabilia sbarchi nelle librerie, vi lascio con un assaggio di quello che potrete trovare all’interno della guida.

Bizzarro Bazar a Palermo

Questo fine settimana tornerò nuovamente nella mia amata Palermo per due distinti eventi.

Il primo è il festival dell’editoria Una marina di libri, giunto alla 9a edizione, che si tiene nella spettacolare cornice dell’Orto Botanico.
Sono stato invitato, venerdì 8 giugno alle 21, alla Serra Carolina; durante l’incontro intitolato Un terribile incanto sarò affiancato dal Prof. Marco Carapezza, docente di filosofia del linguaggio all’Università degli Studi di Palermo.
Al termine della chiacchierata ci sarà la possibilità di acquistare i libri della Collana Bizzarro Bazar e (se proprio siete quel genere di feticisti!) farseli dedicare dal sottoscritto. Vorrei ringraziare l’amico Vito Planeta, che ha reso possibile questo incontro.

Il secondo appuntamento invece è stato reso possibile dall’Associazione culturale “Lemosche” (sito / pagina FB), fondata nel 2013 a Palermo da un gruppo di eccellenti artisti e con la quale ho già collaborato in passato.

Domenica 10 giugno alle 19:30, presso la loro sede in Via Mariano Stabile 92, parlerò di Sante, madri & afroditi: seduzione e dissezione del corpo femminile.
Si tratta di una conferenza a cui tengo molto, frutto di una ricerca che mi appassiona da anni: un excursus su alcune narrative che hanno interessato il corpo della donna, dal Medioevo ai giorni nostri, e sui segreti legami tra erotismo, agiografia e anatomia.
Dopo averla presentata nel 2017 alle università di Padova e di Winchester, per la prima volta ho l’occasione di proporre questa conferenza a un pubblico non accademico (in versione riveduta e ampliata).

Quindi segnatevi questi due appuntamenti e se siete a Palermo passate almeno a salutare, mi raccomando!

Bestiario Mexicano

Sono felice di presentarvi un progetto che mi sta molto a cuore. In effetti, quando qualche tempo fa mi è stato chiesto di curare i testi critici per il Bestiario Mexicano di Claudio Romo, ho accettato senza esitare: non ho mai fatto segreto della mia incondizionata ammirazione per l’illustratore cileno, di cui ho parlato qui sul blog in più occasioni.

Esistono molti bravissimi disegnatori, che impressionano per la fantasia visionaria o la poesia del loro tratto; ma quando questi elementi si appoggiano su una ricerca che non è meramente estetica, l’opera acquista una dimensione diversa.
Non ce ne sono molti, di autori così.

Per questo, adesso che sarà presente a Bologna dal 25 al 28 marzo (tutti i dettagli sulla pagina FB di Logos Edizioni), vi consiglio caldamente di andare a conoscere Claudio di persona se ne avete l’occasione.

Potrete discutere di storia, di letteratura, di arte; vi contagerà con la sua passione per Borges e Cronenberg, Kircher e Frank Herbert, Ulisse Aldrovandi e Arcimboldo, passando senza sforzo dalla filosofia del linguaggio ai fumetti più popolari. Vi racconterà di come il Cile sia una terra tanto liquida da instillare nei suoi abitanti una visione fluida del reale; si farà prendere dal fervore parlando delle incisioni alchemiche, o della sacralità della lucha libre messicana. Come tutti i veri grandi, vi sorprenderà con la sua modestia e lo sterminato entusiasmo.

Per una persona dalla cultura così vasta e sfaccettata, è evidente che il disegno non è semplice mezzo di “espressione” del proprio mondo interiore, ma assomiglia a uno strumento per comprendere la realtà. È un tassello di un’esplorazione intellettuale più ampia, un gesto urgente, inevitabile.

Davvero: non ce ne sono molti, di autori così.

Questo coloratissimo Bestiario Mexicano, su cui Romo lavora da anni, viene pubblicato ora per la prima volta in edizione ampliata e definitiva.

Si tratta di una rivisitazione personale di cinque figure mitologiche della tradizione Maya, ancora diffuse al giorno d’oggi nel folklore dello Yucatán: il Sinsimito, gli Aluxe, il Nahual, il Waay Pop e il Waay Chivo.

Di queste creature Claudio restituisce una visione stupefacente e fantastica, mischiando i referenti iconografici precolombiani con una sensibilità moderna e surrealista.

Da parte mia, ho affrontato nell’introduzione il concetto di metamorfosi e la natura del mostruoso, cercando di sottolineare – al di là dell’apparente esotismo di questi mostri rispetto alla nostra tradizione – alcuni interessanti parallelismi tra la cultura della Mesoamerica e il paganesimo europeo.

Per ciascun mostro è presente anche una scheda di approfondimento che si propone di integrare le descrizioni poetiche che Claudio dà di queste figure soprannaturali: oltre a definirne l’aspetto, i poteri specifici, le abitudini e le varianti regionali, ho provato anche a tratteggiare il valore antropologico, la funzione simbolica che le diverse creature svolgono.

Il libro è secondo me un piccolo gioiello (non certo per merito mio), stipato com’è di meravigliose illustrazioni dall’inizio alla fine, e Claudio merita davvero un maggiore riconoscimento; nel mio piccolo spero di aver contribuito affinché il suo Bestiario, con tutta la ricchezza che offre, non venga scambiato per un semplice albo illustrato.

Potete acquistare la vostra copia di Bestiario Mexicano a questo indirizzo.

La Nave dei Folli: esilio del diverso, e altri naufragi

Nel 1494 a Basilea Sebastian Brant pubblica La nave dei folli (Das Narrenschiff). È un’operetta satirica in versi, suddivisa nella prima edizione in 112 capitoli illustrati da altrettante xilografie attribuite ad Albrecht Dürer.

L’immagine dell’imbarcazione il cui equipaggio è costituito unicamente da pazzi era già diffusa nella tradizione europea, dall’Olanda all’Austria, e compariva in diversi poemi a partire dal XIII Secolo. Brant però la utilizza a scopi umoristico-moralistici, dedicando a ogni stolto passeggero un capitolo, e facendone una sorta di compilazione dei peccati, dei difetti e delle meschinità umane.

Ciascun personaggio è l’espressione di una specifica “follia” dell’uomo – la cupidigia, il gioco d’azzardo, la crapula, l’adulterio, le chiacchiere, gli studi inutili, l’usura, la voluttà, l’ingratitudine, la bestemmia, eccetera. Ci sono capitoli per coloro che disubbidiscono al medico, per gli arroganti che correggono di continuo gli altri, per chi si caccia volontariamente nei guai, chi si crede superiore, chi non sa mantenere un segreto, chi sposa donne vecchie per l’eredità, chi se ne va in giro di notte a cantare e suonare quando è tempo di riposare.

La visione di Brant è impietosa, sebbene in parte stemperata dai toni carnascialeschi; e in effetti la nave dei pazzi ha una correlazione evidente con il Carnevale – che potrebbe prendere il suo nome dal carrus navalis, il carro delle processioni costruito, appunto, a forma di barca.
Il Carnevale era il momento dell’inversione “sacra”, in cui ogni eccesso era lecito, si poteva liberamente parodiare il clero o i potenti mettendo in scena pantomime e sberleffi sfrenati: le “navi su ruote”, cariche di maschere e di caratteri grotteschi, portavano effettivamente la follia nelle piazze. Ma queste esternazioni erano accettate soltanto in quanto limitate a un periodo preciso, eccezione consentita per rafforzare l’equilibrio.

Foucault, che della nave dei pazzi scrive nella sua Storia della follia, ne fa il simbolo di una delle due grandi strategie non programmatiche messe in atto nei secoli per combattere il pericolo della malattia (e, più genericamente, del Male che si annida nella società).

Da una parte c’è appunto il concetto della Stultifera Navis, che consiste nella marginalizzazione di tutto ciò che è ritenuto insanabile. Le navi piene di disadattati, matti e poco di buoni forse sono esistite per davvero: come scrive P. Barbetta, “i folli venivano allontanati dalle città, imbarcati su navi per essere abbandonati altrove, ma il navigatore spesso le gettava a mare o le sbarcava in qualche landa desolata, dove morivano. Molti annegavano.


Il pazzo e il lebbroso venivano esiliati fuori dalle mura in una sorta di grande rito di purificazione comunitario:

Il gesto violento che li scaccia dalla vita della polis definisce retroattivamente la natura immunitaria della Comunità dei normali. Il folle è infatti considerato un tabù, un corpo estraneo che deve essere spurgato, allontanato, escluso. I marinai diventano allora i loro custodi: essere stivati nella Stultifera navis e abbandonati sulle acque manifesta l’esigenza di un rituale simbolico di purificazione ma anche un imprigionamento senza alcuna possibilità di redenzione. La libertà di una navigazione senza rotta è, in realtà, una schiavitù impossibile da riscattare.

(M. Recalcati, Scacco alla ragione, Repubblica, 29-05-16)

Dall’altra parte Foucault individua un secondo modello, anch’esso antico, riemerso a partire dalla fine del XVII Secolo in concomitanza con l’esplodere della peste: il modello dell’inclusione dell’appestato.
Qui la società non cede all’istinto di bandire a priori una parte dei cittadini, ma pianifica invece una capillare rete di controllo per stabilire chi è ammalato e chi è sano.
La letteratura e il teatro hanno spesso descritto le epidemie di peste come un momento in cui tutte le regole saltano, ed è il disordine a imperare; al contrario Foucault vede nella peste il momento in cui viene istituito un potere politico “esaustivo, un potere senza ostacoli, un potere interamente trasparente al suo oggetto; un potere che si esercita pienamente” (da Gli anormali).
Si implementa lo strumento della quarantena; si organizzano ronde quotidiane, si controllano gli abitanti quartiere per quartiere, casa per casa, addirittura finestra per finestra; la popolazione è censita e parcellizzata fin nei minimi denominatori, e chi non si presenta all’appello è escluso dal consorzio sociale in maniera “chirurgica”.
Ecco perché questo secondo modello mostra i caratteri sadiani del controllo assoluto: una società appestata piace a chi sogna una società militare.

Come si noterà, una vera e propria integrazione della follia e della diversità non sembra essere mai stata contemplata.

Le figure davvero scandalose (ricordava Baudrillard in Simulacri e simulazione) sono ancora il pazzo, il bambino e l’animale – scandalosi perché non parlano. E se non parlano, se esistono al di fuori del logos, sono pericolosi: bisogna negarli, o perlomeno non considerarli, per non rischiare di mettere a repentaglio i confini della cultura.
E dunque i bambini non sono reputati capaci di intendere né di volere, non sono uomini a pieno titolo e ovviamente non contano in alcuna decisione (ma essendo comunque cittadini in fieri almeno vengono protetti); gli animali, con i loro occhi misteriosi e il loro mutismo insopportabile, vanno sempre sottomessi; i folli, infine, sono relegati alla loro nave di cui è meglio non sapere nulla, destinata a perdersi tra i flutti.

Alla triade di “scandali” di Baudrillard si potrebbe forse aggiungere un’ulteriore categoria, più problematica, quella dello Straniero – che parla sì una lingua, ma non la nostra, e che fin dall’antichità è stato visto di volta in volta come foriero di novità feconde oppure di pericolo, come “scherzo di natura” (incluso nei bestiari e nei resoconti di meraviglie esotiche) oppure monstrum inconciliabile con la società progredita.

In sostanza, la contrapposizione tra la città/terraferma intesa come Norma e l’esilio marittimo del diverso non è mai tramontata.

Ma per tornare alla satira di Brant, quel Narrenschiff che ha fissato nell’immaginario collettivo l’allegoria della nave: si potrebbe ipotizzarne una lettura meno reazionaria o conformista.
Infatti guardando meglio la folla di disadattati, matti e stolti, è difficile non identificarsi almeno in parte con qualcuno dei “naviganti”. Non è un caso che nel penultimo capitolo l’autore si diletti a includere perfino sé stesso nella dissennata marmaglia.

Per questo sorge il dubbio: e se il libro non fosse una semplice messa alla berlina dei vizi umani, ma piuttosto una metafora disperata della condizione esistenziale? Se quei volti grotteschi, avidi e riottosi fossero i nostri, e non esistesse davvero alcuna terraferma?
Se è così – se noi siamo i pazzi –, cosa ci ha spinto a questa follia?

C’è una quinta e ultima categoria di interlocutori “scandalosi-perché-non-parlano”, con cui abbiamo molto, troppo in comune: sono i cadaveri.

E gli scheletri beffardi, nella narrativa del memento mori, sono personaggi-funzione tanto quanto i matti galleggianti di Brant. Anche nelle danze macabre ognuno degli scheletri rappresenta la propria specifica vanagloria, ciascuno esibisce il suo patetico orgoglio mondano, il suo grado nobiliare, con la convinzione incrollabile d’essere principe o pecoraio.

Nonostante tutti gli stratagemmi escogitati per renderla simbolica, per motivarla, la morte è ancora l’innesco che fa crollare il castello di carte. Il cadavere è il vero osceno incurabile perché non comunica, non lavora e non produce, né conosce buone maniere.
In quest’ottica allora la nave dei folli, ben più capiente di quanto sospettato, non imbarca soltanto i viziosi e i peccatori ma l’umanità intera: rappresenta l’assurdità dell’esistenza che la morte depriva di senso. Di fronte a questa realtà, il diverso, il deviante non esistono più.

A renderci pazzi è dunque il presagio: quello dell’inevitabilità del naufragio.
La perdita della ragione, cioè, avviene nel momento in cui ci si rende conto che il crederci separati dalla natura è stata una sublime illusione. “L’umanità – nelle parole di Brechtè tenuta in vita dagli atti bestiali”. E con un atto bestiale, muore.

L’occhio luccicante (glittering eye) del vecchio marinaio di Coleridge possiede il bagliore di chi ha intravisto la verità: egli ha scoperto quanto labile sia il confine tra la nostra pretesa razionalità e i mostri, gli spettri, la dannazione, l’animalità, ed è condannato a raccontarlo per sempre.

L’umanità resa folle dalla visione della morte è quella dei disperati della zattera della Medusa; e la grande intuizione di Géricault, al fine di studiare la gamma dei colori della carne, fu di procurarsi e portare nel suo studio degli autentici arti mozzati e teste umane – riduzione dell’uomo a taglio di macelleria.

Nonostante nel dipinto ultimato l’orrore sia controbilanciato dalla speranza (la goletta salvifica avvistata all’orizzonte), non fu certo quest’ultima ad accendere l’interesse dell’artista, né ad alimentare le successive polemiche. Il fulcro qui è la carne oscena, il cannibalismo, l’atto animalesco, il Panico che irrompe e assedia, il naufragio come orgia in cui ogni ordine precipita.

Acqua, acqua ovunque”: è pazzo chi si crede sano e sensato, ma diventa pazzo chi si rende conto della mancanza di senso, della caducità del mondo… In questo dilemma senza soluzione sta tutto il dramma dell’uomo fin dai tempi dell’Ecclesiaste, nell’impossibilità di operare una scelta razionale.

Da questa follia non si può guarire, da questa nave non si può scendere.
Non resta altro, forse, che abbracciare l’assurdo, emozionarsi per l’avventurosa traversata, e restare attoniti di fronte all’antico cielo stellato.

Das Narrenschiff di Brant è disponibile online nell’edizione originale tedesca, in una traduzione inglese del 1874 in due volumi (1 & 2), oppure per l’acquisto su Amazon.

Svelando Gorini, il Pietrificatore

Questo post è apparso originariamente su The Order of the Good Death

Molti anni fa, quando avevo appena cominciato a esplorare la storia della medicina e delle preparazioni anatomiche, mi trovai terribilmente affascinato dai cosiddetti “pietrificatori”: anatomisti del Diciannovesimo e Ventesimo secolo che misero a punto oscuri procedimenti chimici per conferire ai loro preparati una solidità quasi lapidea ed eterna.
Il fine era quello di risolvere due problemi in uno: la costante penuria di corpi da dissezionare, e i problemi igienici relativi a questa pratica (all’epoca la dissezione era una faccenda non proprio pulita).
Ogni pietrificatore perfezionò la sua propria formula segreta per ottenere preparazioni anatomiche virtualmente incorruttibili: l’arte della pietrificazione divenne un’eccellenza squisitamente italiana, una branca dell’anatomia che fiorì grazie a una serie di fattori culturali, scientifici e politici.

Quando mi imbattei per la prima volta nella figura di Paolo Gorini (1813-1881), feci l’errore di presumere che il suo lavoro fosse molto simile a quello dei suoi colleghi pietrificatori.
Ma appena misi piede nella meravigliosa Collezione Gorini di Lodi, fui sorpreso nel vedere relativamente poche preparazioni scientifiche: molti dei pezzi esposti erano in realtà teste intere non sezionate, piedi, mani, corpi di bambini, ecc. Non si trattava insomma di studi strettamente medici: questi erano tentativi di preservare il corpo per sempre. Che Gorini stesse cercando di trovare il modo di trasformare i cari estinti in vere e proprie statue? Perché?
Dovevo saperne di più.

Qualsiasi ricerca biografica è di per sé una strana esperienza: scavare nel passato alla ricerca del segreto di un individuo è un’impresa inevitabilmente destinata al fallimento. Non importa quanto si legga della vita di una persona, i suoi desideri e i sogni più profondi rimangono comunque inaccessibili.
Eppure più esaminavo libri, carte, documenti su Paolo Gorini, più sentivo di poter in qualche modo relazionarmi con la ricerca di quest’uomo.

Sì, era un genio eccentrico. Sì, viveva solitario nel suo tenebroso laboratorio, circondato da “corpi d’uomo e di bestie, membri e organi di corpi, teste con intatta capigliatura […] oggetti per dama e scacchi fatti con sostanze animali; fegati e cervella pietrificati, pelli indurite, nervi di bue ecc.“. E sì, per certi versi egli si compiaceva di incarnare il personaggio dello scienziato un po’ pazzo, soprattutto a beneficio dei suoi amici scapigliati – scrittori e intellettuali che lo veneravano. Ma c’era di più.

Era necessario spogliare l’uomo dalla leggenda. Quindi, visto che una delle grandi passioni di Gorini fu la geologia, decisi di approcciarlo come se fosse un pianeta: procedendo sempre più a fondo, scendendo attraverso i diversi livelli di sedimenti che compongono il suo stratificato enigma.

La crosta esteriore era il frutto della mitopoiesi folklorica nutrita dalle storie sussurrate, dalle visioni d’orrore colte di sfuggita, dalle dicerie popolari. “Il Mago”, lo chiamavano. L’uomo che trasformava i cadaveri in pietra, che sapeva creare le montagne dalla lava fusa (come effettivamente faceva nelle sue dimostrazioni pubbliche di “geologia sperimentale”).
Lo strato immediatamente sottostante svelava l’immagine di uno scienziato “anomalo” eppure radicato entro i confini dello Zeitgeist, immerso nello spirito e nelle dispute del suo tempo, con tutti i vizi e le virtù che ne derivano.
Il livello più intimo – l’uomo vero e proprio – rimarrà forse per sempre oggetto di speculazione. Ma alcuni aneddoti erano talmente coloriti da permettermi di aprire uno spiraglio sulle sue paure e speranze.

Però ancora non sapevo come mai avvertissi un’affinità così curiosa con Gorini.

Le sue preparazioni, dal nostro punto di vista, possono apparire certamente grottesche e macabre. Egli aveva accesso ai cadaveri non reclamati dell’obitorio, fu in grado di sperimentare su un inconcepibile numero di corpi (“Alla compagnia dei viventi per la maggior parte della mia vita ho sostituito, senza troppo dolore, quella dei morti…“), e molti dei volti che possiamo vedere nel Museo sono quelli di contadini e gente povera. Questo è uno dei motivi per cui molti visitatori possono trovare la Collezione di Lodi piuttosto disturbante, rispetto a un’esposizione anatomica più “classica”.
Eppure, ecco quella che sembra una contraddizione macroscopica: verso la fine della sua vita, Gorini brevettò il primo forno crematorio realmente funzionale. Il suo modello era talmente efficiente che venne implementato in diverse parti del mondo, da Londra all’India. Ci si potrebbe chiedere perché quest’uomo, che aveva dedicato la sua vita intera a rendere i corpi eterni, tutto a un tratto aveva deciso di distruggerli con il fuoco.
Evidentemente Gorini non stava combattendo la morte: la sua era una crociata contro la putrefazione.

Quando Paolo aveva solo dodici anni, vide suo padre morire rovesciato da una carrozza in un orribile incidente: “Quel giorno è il punto nero della mia vita: segna la separazione della luce dalle tenebre, il dissiparsi d’ogni bene, il principale d’una infinita processione di mali. Dopo quel giorno io mi trovai sulla terra come un estraneo…
Il pensiero del corpo del suo amato padre che marciva nella tomba probabilmente lo perseguitò per sempre. “È una cosa orribile il rendersi conto di ciò che succede al cadavere allorché sia rinchiuso nella sua prigione sotterranea. Se attraverso un qualche spiraglio si potesse gittare là dentro uno sguardo, qualunque altro modo di trattamento dei cadaveri si giudicherebbe meno crudele, e l’uso del seppellimento sarebbe irremissibilmente condannato.”

Ed è qui che, all’improvviso, ho capito.

Questo era esattamente il motivo per cui trovavo il suo lavoro così rilevante: l’intento di Gorini era elaborare un modo per vincere lo “scandalo” del cadavere.
Egli inseguì instancabilmente un nuovo, più consono modo di relazionarsi con i resti dei cari scomparsi. Per un certo periodo, credette veramente che la pietrificazione potesse essere la risposta. Chi avrebbe più avuto bisogno di un ritratto, pensava, se la stessa persona amata poteva essere eternata per sempre?
Gorini suggerì perfino di usare le sue teste pietrificate per adornare le lapidi del cimitero di Lodi – una sfortunata ma innocente proposta, avanzata con la convinzione più genuina e un personale senso di pietas. (Non c’è bisogno di dire che quest’idea non venne accolta con molto entusiasmo).

Gorini era di sicuro eccentrico e un po’ strano ma, lungi dall’essere pazzo, era anche stimato dai suoi concittadini lodigiani in virtù della formidabile gentilezza e della sua generosità. Insegnante amato e appassionato patriota, era perennemente preoccupato che le sue invenzioni tornassero utili alla comunità.
Quindi appena comprese che la pietrificazione poteva forse avere i suoi vantaggi in campo scientifico, ma non era né pratica né particolarmente ben accetta come modo di rapportarsi con i defunti, si rivolse alla cremazione.

Ridefinire le prassi sociali di interazione con i defunti, focalizzare l’attenzione sul modo in cui trattiamo i cadaveri, esplorare nuove tecnologie in campo funerario – tutte queste preoccupazioni moderne erano già al cuore della sua ricerca.
Era un uomo del suo tempo, ma anche per certi versi un precursore. Gorini, lo scienziato e ingegnere interessato al destino dei morti, avrebbe paradossalmente incontrato condizioni più fertili oggi che non se fosse vissuto nel Ventesimo secolo. Non è difficile figurarselo mentre sperimenta entusiasta con l’idrolisi alcalina o con altre tecniche all’avanguardia per trattare i resti umani. E anche se alcune delle sue soluzioni, come la pietrificazione, appaiono ora inevitabilmente datate e lontane dal sentire contemporaneo, sembrano quasi rappresentare il seme di un’urgenza tuttora pertinente, e di una ricerca che continua anche oggi.

Il Pietrificatore è il quinto volume della Collana Bizzarro Bazar. Testo (in italiano e inglese) di Ivan Cenzi, fotografie di Carlo Vannini.

Il pietrificatore: La Collezione Anatomica Paolo Gorini

 

Il 16 febbraio uscirà Il pietrificatore, quinto volume della Collana Bizzarro Bazar, dedicato alla Collezione Anatomica Paolo Gorini di Lodi.

Pubblicato da Logos e ancora una volta impreziosito dalle meravigliose foto di Carlo Vannini, il libro racconta la vita e l’opera di Paolo Gorini, uno dei più celebri “pietrificatori” di corpi umani, e situa la straordinaria collezione nel contesto culturale, sociale e politico del tempo.

A breve scriverò qualcosa di più approfondito sul motivo che mi fa ritenere Gorini così importante ancora oggi, e così particolare anche rispetto ai suoi colleghi pietrificatori. Per adesso, ecco la descrizione nella scheda del libro:

Corpi interi, teste, neonati, giovani donne, contadini, la loro carne mutata in pietra, immune alla putredine: sono i “morti di Gorini”, fissati per sempre in un’eternità lapidea che li salva dalla famelica devastazione del Verme Conquistatore.
Li troviamo a Lodi, in un piccolo museo che raccoglie, sotto la volta cinquecentesca affrescata a grottesche, una collezione unica al mondo, lo straordinario lascito di Paolo Gorini (1813-1881).
Personaggio eccentrico, dai forti contrasti, Gorini si occupò di matematica, vulcanologia, geologia sperimentale, conservazione delle salme (imbalsamando quelle illustri di Mazzini e di Rovani) ma anche della progettazione di uno dei primi forni crematori italiani. Schivo eremita nel suo laboratorio ricavato da una vecchia chiesa sconsacrata, eppure amante delle donne e uomo di scienza capace di intrecciare stretti rapporti con i letterati del suo tempo, nell’immaginario popolare Gorini rimane ancora in bilico tra la figura del negromante e il cliché romantico dello “scienziato pazzo”, amato e temuto al tempo stesso. Proprio a causa dei suoi misteriosi procedimenti e delle segretissime formule in grado di “pietrificare” i cadaveri, la vita di Paolo Gorini è stata spesso offuscata da un alone di leggenda.
Questo libro ricostruisce, grazie anche ai contributi del curatore museale Alberto Carli e dell’antropologo Dario Piombino-Mascali, il peculiare periodo storico in cui il metodo della pietrificazione poté godere di una certa fortuna, nonché l’interesse e il valore che la collezione di Lodi riveste oggi. Perché questi preparati non sono affatto testimoni muti: raccontano la storia dell’antica ossessione umana per la conservazione delle spoglie documentando un momento seminale in cui il rapporto con la morte, in Occidente, si preparava a cambiare. E svelano, infine, l’enigma di Paolo Gorini stesso: “mago”, uomo e scienziato, che sconvolto in tenera età dalla morte del padre passerà tutta la vita a cercare di penetrare i segreti della Natura e sconfiggere il decadimento.

Potete prenotare la vostra copia de Il pietrificatore a questo link.