Ulisse Aldrovandi

Dario Carere, nostro guestblogger già autore dell’articolo sulla pedagogia mostruosa, continua la sua esplorazione della figura del mostro con questo contributo sul grande naturalista Aldrovandi.

Perché nascono i mostri? L’istinto d’ordine e archiviazione che ha sempre accompagnato l’analisi scientifica non ha mai smesso di andare di pari passo con l’interesse per la stranezza, per l’inclassificabile. Cos’è per noi un mostro? Sarebbe interessante capire quando esattamente il termine monstrum ha perso il significato puramente meraviglioso per approdare a quello orribile e pericoloso. Ciò che ci fa paura oggi è “mostruoso”; eppure i monstra in quanto stranezze hanno sempre costituito oggetto di curiosità al punto da farne oggetto di categoria scientifica. Il film dell’orrore è la sintesi estetica del nostro bisogno di spaventarci, proprio perché nei mostri non crediamo più, o quasi.

Bestiari, wunderkammer e leggende su bestie favolose hanno in comune il desiderio di comprendere i misteri della natura: desiderio mai sopito, con la differenza che mentre un tempo si finiva per credere a cose false a causa dell’ignoranza sui fatti, oggi spesso si cerca di gonfiare ciò che non si conosce per cavarne forzatamente un’attraente mostruosità, come nel caso degli extraterrestri, delle luci nel cielo, di Big Foot.

Sono forse proprio le wunderkammer, ossia le collezioni di stranezze ad opera di uomini ricchi e colti del passato, che costituiscono la più interessante testimonianza dell’istinto di cui parlavo all’inizio. Celebre quella di Ferdinando II d’Austria (1529 – 1595), a Innsbruck. Qui trova posto, oltre a una splendida Immagine della morte scolpita nel legno che certo avrà fatto andare in visibilio molti tra i romantici di due secoli dopo, una rassegna di dipinti dedicati a soggetti unici, come persone affette da strane malattie. L’interesse per il bizzarro diventa qui un desiderio di possesso, quasi un prestigio: ciò che per noi sarebbe fatto di cronaca era all’epoca cimelio, reperto sul miracoloso; è un circo in nuce, dove la ripugnanza è l’attrazione.

Immagine della morte, di Hans Leinberger, XVI secolo.

Il disabile, anonimo, XVI secolo.

Proprio quest’ultimo affascinante dipinto, raffigurante un uomo che probabilmente si guadagnò da vivere in virtù della sua curiosa deformità, ci rimanda a un altro straordinario collezionista di bizzarrie e non solo: si tratta del bolognese Ulisse Aldrovandi (1522 – 1605), contemporaneo di Ferdinando che dedicò la propria vita allo studio e alla rappresentazione degli esseri viventi e della natura in genere. Per quanto riguarda la deformità, i suoi studi sono particolarmente interessanti. Quest’uomo geniale scrisse svariate opere scientifiche su fenomeni comuni e meno comuni, commissionando a diversi artisti molte splendide tavole esplicative destinate soprattutto alle università e allestendo ciò che può considerarsi come il primo vero e proprio museo di scienza naturale. Dopo la sua morte, i suoi appunti e le immagini relative alle creature mostruose vennero raccolti in una grande opera postuma, la Monstrorum historia, con l’aggiunta di varie considerazioni da parte dello studioso che se ne occupò. L’edizione cui faccio riferimento (1642) è facilmente consultabile da chiunque, come molte altre opere di Aldrovandi, tramite l’archivio digitale di opere storiche a cura dell’Università di Bologna.

Si tratta di un’evoluzione molto saporita del concetto di bestiario: il mostro non è più funzionale a una rappresentazione allegorica moralizzante, ma diviene un caso di studio scientifico vero e proprio, dove stranezza e deformità sono illustrate in quanto aspetto dell’esistente (anche se non mancano le consuete suggestioni mitico-letterarie; il Cinquecento non si era ancora congedato dalle fonti fantasiose ma autorevoli della classicità).

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L’opera prende in esame soprattutto i mostri antropomorfi; spesso si tratta di casi di deformità, che per l’Aldrovandi erano sufficiente materiale, se non proprio per la classificazione di nuove specie, almeno per un resoconto scientifico. La malformazione anatomica cominciava a trovare posto nel contesto medico, e si può dire che il bolognese anticipi Linneo per quanto riguarda la nomenclatura e la precisione, pur non essendo un vero e proprio classificatore sistematico: egli si preoccupò, sì, di presentare le varie forme di anomalie ai futuri studiosi, ma in lui troviamo ancora una certa confusione tra osservazione e leggenda.

Uomini senza faccia, senza braccia, ma anche con arti o teste in esubero si accompagnano a centauri, satiri, creature alate e sciapodi (leggendari uomini con un solo piede gigantesco con il quale si facevano ombra, già descritti da Plinio). Non mancano anche immagini di genti esotiche, selvagge, originarie di luoghi remotissimi, agghindate con strani copricapo o monili; non erano deformi, ma comunque meravigliose, strane. Tutti monstra.

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Un’ottima introduzione alla “mitologia” di Aldrovandi è Animali e creature mostruose di Ulisse Aldrovandi, a cura di Biancastella Antonino (24 Ore Cultura, Milano, 2004). Oltre a una ricca rassegna di splendide illustrazioni a colori di animali, conchiglie e mostri appartenenti al corpus aldrovandiano, l’opera presenta degli interessanti saggi introduttivi, tra cui quello dell’anatomopatologo Paolo Scarani, il quale avanza l’ipotesi che lo sguardo dello studioso bolognese nei confronti dei malformati fosse anche di pietà, e non sempre di disinteressata curiosità. Se Aldrovandi vide e conobbe in prima persona dei “mostri”, come si pose nei loro confronti? Può darsi che l’intento dei suoi studi fosse anche quello di far avvicinare la comunità scientifica alle mostruosità della natura suggerendo un approccio diverso – più umano; per avallare questa ipotesi Scarani prende ad esempio l’immagine di un improbabile uomo-uccello trafitto da alcune frecce. Scarani, inoltre, esamina le immagini dei mostri di Aldrovandi alla luce delle malformazioni oggi diagnosticate: anencefalia, sirenomelia, gemelli parassiti ecc., e ne conclude che Aldrovandi possa considerarsi anche come un innovatore in ambito medico, avendo per primo dedicato un’attenzione tutta particolare alla deformità, anche in ambito animale (ne è un esempio il vitello con sette zampe, fatto illustrare in base a un vero esemplare citato dalle cronache dell’epoca).

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Vista la stranezza di alcuni di questi mostri, non è sempre facile capire dove la fantasia incontri la testimonianza scientifica. Aldrovandi è un interessante punto di incontro tra le credenze antiche (suffragate anche da fonti autorevoli che non ci si poteva ancora permettere di smentire) e la rivoluzione scientifica allora nascente. Alcuni mostri sono riconducibili a patologie ormai “familiari” (negli ultimi anni non abbiamo forse visto, in diversi discutibili programmi televisivi, persone con due teste, senza gambe, col volto completamente ricoperto di una fitta peluria?), ma altri ci fanno più pensare alle saghe fantasy o ai bassorilievi medievali. Così Scarani:

Tutto ciò [la cura di Aldrovandi per i dettagli], insieme con la nitidezza con cui le malformazioni sono rappresentate, fa guardare con un certo imbarazzo le tavole che rappresentano malformazioni decisamente fantasiose. Interpolazioni posteriori? Non credo. Il fatto che alcune tavole si presentino ibride, con malformazioni note accanto a creature fantastiche (come il bambino dal volto di ranocchio [cioè un anencefalico]), mi fa supporre che Aldrovandi le abbia introdotte, magari da stampe popolari, perché così va il mondo! Tanti ne parlavano, anche in pubblicazioni ritenute autorevoli … che, citando le fonti, anche lui si dovette adeguare. Certo, il rispetto del principio d’autorità e delle antiche tradizioni non fa progredire. Ognuno fa quel che può.

L’opera di Aldrovandi, insomma, può considerarsi una grande wunderkammer, una raccolta alquanto disomogenea di cose degne di nota, non classificate in modo rigido e puramente “aristotelico”, ma con una curiosità che aggiunge all’osservazione l’entusiasmo per il meraviglioso e l’inspiegabile. Altri due studiosi di Bologna, B. Sabelli e S. Tommasini, ricordano:

Tutto ciò [la mescolanza eterogenea di oggetti vari nelle stanze delle meraviglie] era stato ereditato dal passato, ma rispondeva anche allo spirito del tempo che vedeva appunto i prodotti naturali come testimonianza e simbolo della tradizione leggendaria – le metamorfosi sono elementi costanti del mito – e considerava l’opera della natura e dell’artista omogenee, forse al massimo antagoniste, in quanto l’artista tendeva a raggiungere o superare la natura.

Ed è da questo concetto di “superamento” che nascono illustrazioni di animali che oggi riconosceremmo facilmente (rinoceronti, lucertole, testuggini), ma alterate rispetto alla realtà, proprio in quanto quell’animale viveva lontano, in terre che né Aldrovandi né il lettore avrebbero mai visitato; e si sa che la stranezza più grande si attribuiva anticamente soprattutto a luoghi remoti, anche perché in effetti “normalità” è spesso un concetto puramente geografico.

Adesso i mostri non abitano in terre lontane e misteriose; eppure la nostra ripugnanza, e la nostra curiosità, sono forse mutate? È inutile negarlo: noi abbiamo bisogno dei mostri, se non altro per rassicurarci della nostra normalità, per avere dominio su ciò che non capiamo. E Aldrovrandi anticipa di molto la teratologia ottocentesca: molte delle sue tavole possono ritenersi validissime anche nei secoli successivi, e casi di “vite straordinarie” che oggi diversi programmi televisivi ci raccontano per tenerci incollati al televisore, egli già li aveva osservati. Ne sono esempi la ragazza col volto completamente ricoperto di peli, o quella priva di gambe, che era tra l’altro, come ci dice una cronaca dell’epoca, splendida di viso. Il circo non ha mai lasciato la città, si è solo massificato. Ancora Scarani:

Colpisce, in queste rappresentazioni, la quasi sovrapponibilità con casi teratologici illustrati da studiosi posteriori ad Aldrovandi. Forse le tavole del Nostro furono copiate. Non credo che questa sia la sola spiegazione, anche se accettabile, dato il grande successo dell’iconografia aldrovandiana. Preparati naturali di malformati più recenti, o loro fotografie, sono perfettamente sovrapponibili a molte tavole di Aldrovandi.

Come ci sembra strano ritrovare oggi, accanto a queste malattie rare, i buffi e leggendari Sciapodi, ritratti nella loro canonica postura!

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Aldrovandi, peraltro, non andò solo a caccia di mostri, e la teratologia non è che uno dei molti rami di studi di cui si occupò. In questo termine, “teratologia”, è presente la radice greca per “mostro”, “fiera”: è anche per via di uomini dall’ingegno straordinario, come appunto Aldrovandi, che la diversità, per fortuna, non si associa più esclusivamente al male. Eppure il mostruoso, anche ora che la tendenza generale è di “livellare” le categorie umane tra loro, non finisce di attirarci. Ci ricorda quanto fragile sia il nostro dominio su una realtà che sembra fornirci per puro caso un certo numero di gambe e di occhi, e per puro caso darcene in eccesso o in difetto. Il mostro rappresenta il caos, e il caos, anche se non necessariamente è malvagio, e anche se non abbiamo più scuse mitico-religiose per sbarazzarcene, forse ci apparirà sempre nemico.

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Uomini aragosta

L’ectrodattilia è una malformazione genetica che risulta nell’assenza o nello sviluppo incompleto delle dita: il numero di dita può essere inferiore alla norma, oppure alcune dita risultano “saldate” assieme. La forma forse più appariscente di ectrodattilia è quella che comporta la cosiddetta schisi mediana, vale a dire che la mano è aperta in due fino al polso, per un arresto dello sviluppo in fase embrionale. Questo tipo di malformazione può interessare sia le mani che i piedi, e oggi vi si può porre rimedio tramite chirurgia plastica entro il primo anno d’età.

Questo tratto genetico è trasmissibile e, sembrerebbe, dominante. Uno dei primi accenni all’ectrodattilia risale addirittura al 1685, quando in un remoto paesino scozzese, Wigtown, due donne vennero giustiziate per dissenso religioso. Si racconta che, nonostante le richieste di pietà e le dichiarazioni di innocenza, il boia le annegò crudelmente nel fiume Bladnoch. Una delle due donne, mentre annegava, chiese ai granchi del fiume di maledire il boia, che poco tempo dopo diede alla luce un bambino “con mani da granchio”. Il tratto somatico venne trasmesso di generazione in generazione per 300 anni.

Ma l’ectrodattilia fece anche la fortuna di quanti, affetti da questa malattia, decisero di sfruttarla per assicurarsi una vita decorosa. Pare che il primo uomo ad adottare il soprannome di lobster boy (“ragazzo aragosta”) sia stato Fred Wilson, bisecato alle mani e ai piedi, nato nel 1866 a Somerville, Massachussetts. Purtroppo poche informazioni ci rimangono di lui, tranne alcune foto sbiadite.

Ma la vera e propria star, l’uomo aragosta per antonomasia, sarebbe nato soltanto molti anni dopo, nel 1937 a Pittsburgh. Si chiamava Grady Stiles Jr., e proveniva da una famiglia che aveva una lunga tradizione di ectrodattilia. William Stiles era stato il primo, nel 1805, a nascere con le mani e i piedi divisi, seguito da Jacob Stiles, Elisha Stiles e Grady Stiles Sr. Quest’ultimo era già artista in un sideshow quando sua moglie diede alla luce il piccolo Grady Jr., così decise di includere il figlioletto nel suo spettacolo già da una tenera età.

La malformazione di Grady Stiles Jr. era piuttosto drammatica: il ragazzo non poteva camminare, quindi cominciò ad utilizzare mani e ginocchia per deambulare, sviluppando così un’incredibile forza negli arti superiori. Crebbe comunque sano, si sposò due volte ed ebbe quattro figli, due dei quali (Cathy e Grady III) affetti da ectrodattilia. Il successo era enorme, soprattutto quando tutti e tre si esibivano come la “famiglia aragosta”.

Così il tempo passava, e i suoi spettacoli erano tra i più celebri d’America. Ma dentro le mura domestiche, non tutto brillava come sul palcoscenico. Grady era violento e dedito all’acol, e usava la sua incredibile forza per picchiare continuamente moglie e figli. Nel 1978 avvenne l’irreparabile. La notte prima del matrimonio della sua figlia più vecchia, Donna, con un uomo che lui non approvava, Grady uccise con una fucilata lo sposo.

Il processo fu un evento mediatico. Grady ammise pubblicamente l’assassinio, e non si mostrò granché pentito. Utilizzò la sua disabilità a proprio favore, e fece bene: la giuria reputò che non vi fossero strutture carcerarie adeguate per garantire l’assistenza per una malformazione di simile gravità, e decise di condannarlo a 15 anni di libertà vigilata. Tornato a casa, per la famiglia l’incubo ricominciò. Esultante e reso “invincibile” dalla prova giudiziaria superata, Grady Stiles scatenò la sua furia senza più freni. “Ho già ucciso, e l’ho fatta franca; posso farlo di nuovo”, era divenuta la sua minaccia preferita. Così, un giorno di novembre del 1993, la famiglia decise che ne aveva avuto abbastanza. Assoldò un sicario che sparò tre colpi di pistola in testa all’uomo aragosta, mentre stava guardando la televisione.

La mandante dell’omicidio, la moglie Maria, al momento della condanna a 12 anni di carcere dichiarò di sentirsi sollevata, perché la sua famiglia ora era al sicuro. “Grady ci avrebbe uccisi tutti”.

La figlia Cathy è oggi sposata, e ha una figlia con ectrodattilia di nome Misty. Assieme al fratello Grady III e alla figlia si esibiscono ancora saltuariamente. Cathy ha intrapreso la carriera di attrice ed è apparsa in Big Fish di Tim Burton, in Sisters di Brian DePalma e in un episodio della splendida serie HBO, Carnivale.

Anche Grady III è sposato, ma sua figlia Sara non è affetta da ectrodattilia.

La sindrome dell’ “uomo aragosta” è molto rara, e colpisce approssimativamente un bambino su 90.000. Eppure, fra i Vadoma dello Zimbabwe, questa malattia genetica colpisce 1 bambino su 4.

Considerati una leggenda fino agli anni ’50, i Vadoma sono l’esempio perfetto di una mutazione genetica perpetratasi a causa del totale isolamento in cui vivono, e del divieto di sposare qualcuno al di fuori della tribù. Ma, vista l’altissima incidenza, fra queste persone la malformazione non è vista come qualcosa di strano o meraviglioso: è semplicemente una caratteristica come un’altra, come da noi possono essere i capelli rossi o biondi.

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Gemelli siamesi

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I gemelli siamesi sono una coppia di gemelli identici uniti in una parte del corpo dalla nascita.

L’evento è causato da una divisione tardiva dell’embrione:  i gemelli siamesi sono sempre ed esclusivamente monozigoti. Le tipologie cambiano a seconda delle parti in cui sono uniti e degli organi che hanno in comune: solitamente si dividono in quelle che non coinvolgono il cuore e l’ombelico e quelle che coinvolgono l’ombelico. A parte, sono classificate quelle “anomale”, in cui uno dei due embrioni è malformato o interno all’altro.

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La nascita di gemelli siamesi è un’eventualità molto rara, circa una ogni 120.000 nascite, e nei tre quarti dei casi porta a morti premature a causa delle malformazioni degli organi interni.

3128517961_e89860de80_b3116781654_89037175fd_bIl termine “siamese” deriva dal caso più celebre, quello di Chang ed Eng Bunker, gemelli nati nel Siam (l’attuale Thailandia) nel 1811 uniti al torace da una striscia di cartilagine. I loro nomi possono essere tradotti nella nostra lingua rispettivamente come Sinistro e Destro.
Chang ed Eng Bunker, dopo essere emigrati negli Stati Uniti, lavorarono a lungo nel circo Barnum: sposarono due sorelle, ebbero 22 figli e vissero fino all’età di 62 anni.

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Se uno dei due corpi non si sviluppa completamente, può dare origine a un gemello parassita; questo è il motivo per cui esitono uomini nati con arti in sovrannumero, o con teste o volti in posti inusitati all’interno del  corpo.

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Seppure non frequenti, alcuni casi vengono registrati anche al giorno d’oggi. Ecco alcuni filmati che documentano l’esistenza e i problemi concreti che si trovano ad affrontare i gemelli siamesi.

Abby e Brittany Hensel festeggiano i sedici anni (commovente quando la madre dice di averle soprese mentre si toccavano il busto, cercando di capire dove “finiva” l’una e “incominciava” l’altra) :

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Una bambina a due teste:

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Una bambina nata con due facce, in India, è venerata come un’incarnazione divina:

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Due sorelle siamesi congiunte alla faccia:

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Due bambine attaccate per la testa:

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