Due scorticati: una breve riflessione

Questa immagine è forse la mia tavola anatomica preferita di sempre, proveniente dalla Historia de la composicion del cuerpo humano di Valverde, 1556. Dal punto di vista filologico è una di quelle immagini che dimostrano come l’iconografia sacra abbia influenzato l’illustrazione anatomica (il riferimento qui è San Bartolomeo), ma il mio amore per questa figura è motivato da un altro aspetto.
Non solo si tratta di una tavola raffinata, metafisica, surreale, grottesca e impressionante, ma soprattutto è filosoficamente programmatica. L’uomo qui ha il pugnale in mano, dunque si è scorticato da solo: autopsia non solo nel senso etimologico di vedere da sé, guardare con i propri occhi, ma soprattutto autopsia come vedere sé stessi.

Il famoso monito del tempio di Delfi, “conosci te stesso”, comporta un atto di crudeltà: ogni introspezione implica il denudarsi dalle apparenze (la pelle superficiale) e far terra bruciata delle proprie certezze. A volersi guardare dentro con reale sincerità, insomma, tocca scorticarsi da soli, un processo tutt’altro che piacevole.
Il mosaico di San Gregorio a Roma, qui sotto, reca appunto la scritta gnōthi sautón, conosci te stesso: e non è un caso che rappresenti un altro scorticato ante litteram, questa volta utilizzato come memento mori.


Conoscersi significa considerare la propria mortalità, ma ognuno di noi deve decidere: accettare l’impermanenza è la fine di ogni ricerca, o solo l’inizio?

Per una trattazione un po’ più approfondita della figura dell’écorché, lo scorticato delle tavole anatomiche, rimando al video della mia conferenza “La Carne e il Sogno: Anatomia del Surrealismo“.

Il cervello del Poeta

Cosa ci fa il poeta Walt Whitman vicino a un manuale per autopsie?

Ecco un post su un libro curioso, e su un mistero durato più di un secolo.

IL LIBRO

Qualche giorno fa ho aggiunto alla mia biblioteca un testo che cercavo da tempo: una prima edizione, del 1903, di Post Mortem Pathology del Dr. Henry Ware Cattell.

Si tratta di un manuale autoptico piuttosto conosciuto all’epoca, e corredato da numerose fotografie che dettagliano i metodi usati alla fine dell’Ottocento per svolgere gli esami post-mortem.

Sul frontespizio campeggia una gustosa citazione in italiano dalla Divina Commedia:

I versi vengono dal Canto XXVIII dell’Inferno, e descrivono la pena inflitta a Maometto (parafrasi: «tagliato dal mento fin dove si scorreggia. / Gli pendevano le interiora tra le gambe; / si vedevano gli organi interni e il ripugnante sacco / che trasforma in merda ciò che si mangia»), qui chiaramente riportata per alludere alle autopsie, che offrono un analogo spettacolo macabro.

Post Mortem Pathology è un libro interessante per almeno due motivi storici.

Per prima cosa, contiene dei “consigli” su come ottenere dai parenti del morto il consenso per procedere all’autopsia; ma sarebbe più giusto dire che Cattell dà indicazioni su come raggirare i famigliari del defunto, ottenendo il consenso per esempio da qualcuno di «collegato alla famiglia, ma non necessariamente il parente più stretto», guardandosi bene dallo specificare quali parti anatomiche si vogliono preservare, ecc.
Il Dr. Cattell lamenta anche la mancanza di una legge che permetta di fare autopsie su tutti coloro che muoiono negli ospedali, indistintamente.

Come scrive James R. Wright, queste sono

«informazioni uniche e importanti sulla “pratica” locale del consenso all’autopsia a Filadelfia negli anni ottanta del 1800, che […] permetteva ai patologi di passarla liscia praticando autopsie senza consenso legale all’ospedale di Blockley. […] Questi approcci discutibili e altamente paternalistici al consenso dell’autopsia, sebbene ora moralmente incomprensibili, permisero notevoli correlazioni clinico-patologiche che fecero di Blockley un eccellente ambiente di insegnamento.» (1)James R. Wright Jr., Henry Ware Cattell and Walt Whitman’s Brain, in Clinical Anatomy, 31:988–996 (2018)

In secondo luogo il libro di Cattell descrive la procedura, sviluppata originariamente dal ginecologo Howard Kelly, per eseguire la rimozione degli organi interni per vaginam, per rectum, e per perineum.(2)Julius P. Bonello, George E. Tsourdinis, Howard Kelly’s avant-garde autopsy method, Hektoen International Journal of Medical Humanities (2020)

Il metodo consisteva nell’incidere la vagina, nelle donne, o l’ano negli uomini; infilando il braccio fino alla spalla all’interno del corpo, si procedeva a perforare il diaframma e sfilare cuore, polmoni, fegato, reni e il resto degli organi attraverso quell’unico taglio.

Perché tutta questa fatica?, ci si potrebbe chiedere.

La risposta è purtroppo legata a quanto detto sopra: si trattava di un trucco per eseguire un’autopsia in assenza di consenso legale; gli organi venivano tolti senza turbare l’aspetto esteriore della salma, in modo che i parenti non si accorgessero di nulla.

Ma la vera curiosità legata a questo libro è un’altra, e cioè il fattaccio in cui fu implicato il suo autore.

IL MISTERO DEL CERVELLO SCOMPARSO

Nel 1892 uno dei più famosi e celebrati poeti americani, Walt Whitman, morì.

Alla fine dell’Ottocento la frenologia era già stata screditata, eppure si credeva ancora che l’encefalo dei “geni” potesse mostrare qualche differenza rispetto a quello di una persona normale; per questo motivo anche a Philadelphia, come in altre città, esisteva un Brain Club, nomignolo per la Anthropometric Society, una sorta di loggia segreta di medici e patologi che si occupava di preservare i cervelli dei grandi uomini. (Ovviamente maschi, non donne, ma OK.)

Il famoso patologo William Osler, membro del “Brain Club”, conduce un’autopsia cerebrale all’obitorio di Bockley, Filadelfia.

Riunione di anatomisti a Filadelfia.

Henry Cattell ne faceva parte, e all’epoca della morte di Whitman vi rivestiva la carica di prosettore, cioè colui che eseguiva il “lavoro sporco” di aprire e dissezionare il corpo.
Fu lui dunque a occuparsi del cadavere del poeta durante l’autopsia che si svolse proprio a casa di Whitman a Mickle Street il 27 marzo 1892, sotto la supervisione del prof. Francis Dercum.

Il cervello dell’immortale cantore del “corpo elettrico” venne rimosso e affidato a Cattell perché raggiungesse quelli degli altri importanti intellettuali preservati in liquido dalla Anthropometric Society.

Solo che a questo punto qualcosa andò orribilmente storto, e il prezioso organo scomparve nel nulla.

Questo enigmatico incidente cambiò per sempre la vita di Cattell, facendolo dubitare delle sue doti di patologo tanto che egli decise di rarefare sempre più i suoi impegni in sala autoptica, e di dedicarsi alle pubblicazioni scientifiche. Post Mortem Pathology rappresenta, appunto, la prima delle uscite della sua casa editrice.

Ma cos’era successo davvero?

La prima testimonianza al riguardo venne pubblicata nel 1907 in un paper del Dr. Edward Spitzka, che si basava a quanto pare sulle confidenze fatte da Cattell ad alcuni membri della Società. Spitzka scrisse che «il cervello di Walt Whitman, assieme al vaso di vetro in cui era stato riposto, a quanto si dice venne fatto cadere per terra da un assistente distratto. Sfortunatamente, non se ne salvarono nemmeno dei pezzi.» (3)Edward Spitzka, A study of the brains of six eminent scientists and scholars belonging to the American Anthropometric Society, together with a description of the skull of Professor E. D. Cope, in Trans Am Philos Soc 21:175–308 (1907)

La notizia fece un certo scalpore, tanto da entrare evidentemente nell’immaginario comune: si dice che fosse proprio questo episodio l’ispirazione per la scena di Frankenstein (1931) in cui l’assistente del Dottore, introdottosi all’università in cerca di un cervello per la Creatura, lascia cadere il vaso con quello “normale” e ruba quello “anormale”.

Ma, come scrive ancora James R. Wright, «quello che non si capiva era perché i frammenti fossero stati buttati, visto che ci sarebbe comunque stato qualche interesse nell’esaminarli. Ancora meno chiaro era se fosse stato un assistente oppure lo stesso Cattell ad aver distrutto il cervello di Walt Whitman.»

Comunque sia, in assenza di altri indizi, per più di un secolo questa rimase la versione ufficiale. Poi, nel 2012, fece la comparsa all’asta su eBay il diario segreto di Cattell.

Henry W. Cattell durante la Prima Guerra Mondiale.

Il diario non menziona direttamente l’autopsia, ma da quando venne eseguita nel marzo 1892 fino a ottobre dello stesso anno gli appunti di Cattell hanno un tono ottimista – era, insomma, un periodo lavorativamente e finanziariamente positivo.

Poi, a partire dal 14 ottobre, le voci nel diario si fanno cupe e preoccupate: Cattell sembra di colpo dubitare delle sue stesse capacità, arrivando ad avere perfino dei pensieri suicidi.

Qui sotto la cronologia degli appunti, che delineano una storia ben diversa da quella dell’assistente che lascia cadere in terra il preparato:

13 ottobre 1892 — «Preparare i pezzi anatomici per la Società»

14 ottobre 1892 — «Sono un idiota.»

16 ottobre 1892 — «Vorrei saper tenere meglio traccia del mio lavoro. Spesso mi sembra di essere un tale smemorato, eppure riesco a ricordarmi certe cose che agli altri sfuggono.»

13 aprile 1893 — «Per molti versi sono un tipo strano. Perché mi sono liberato di Edwards? Con ogni probabilità perché ero geloso di lui.»

15 maggio 1893 — «Sono un idiota, un dannato idiota, incosciente e senza memoria, inadatto a qualsiasi posizione di rilievo. Ho lasciato che il cervello di Walt Whitman si rovinasse perché non ho chiuso il vaso per bene. Scoperto questa mattina. Questa sarà la mia rovina con la Anthropometric Society, ma anche agli occhi di Allen, forse di Pepper, Kerlin, e gli altri. E poi come sono finito in questi problemi finanziari, non lo so nemmeno io. Quando ho rotto con Edwards avrei dovuto dirgli di andare all’inferno. Ho preso in prestito ancora $500 da papà e mamma. Sono buoni e gentili. Mi sarei ucciso una dozzina di volte prima di adesso, se non fosse stato per loro.»

18 settembre 1893 — «Dovrei essere felice e suppongo di esserlo in un certo senso. Eccetto che per i miei genitori, potrei andarmene in Africa o morire e nessuno sentirebbe la mia mancanza.»

30 settembe 1893 — «Guardo indietro alla fiducia e all’autocontrollo che avevo l’anno scorso come fossero qualcosa di meraviglioso. Adesso finalmente so di non conoscere abbastanza la patologia per la posizione che occupo.»

Ecco dunque la verità: Cattell aveva sigillato male il vaso contenente il cervello di Whitman; il liquido era probabilmente evaporato, e l’organo si era seccato, decomposto oppure era stato intaccato da qualche muffa. Cattell aveva incolpato l’assistente Edwards, il quale a seguito del licenziamento aveva probabilmente cominciato a ricattarlo minacciando di dire la verità; questa estorsione, oltre ai problemi finanziari che l’avevano costretto a chiedere prestiti ai suoi genitori, aveva gettato Cattell in uno stato di depressione e sfiducia nelle sue capacità.

Pubblicando gli estratti del diario di Cattell per la prima volta nel 2014, Sheldon Lee Gosline scriveva:

«Eppure, perché confidare a un diario queste prove incriminanti, a rischio di essere pubblicamente smascherato? Chiaramente Cattell voleva lasciare una confessione che un giorno diventasse pubblica – cosa che ora, 120 anni dopo, è finalmente successa.» (4)Gosline, Sheldon Lee. “I am a fool”: Dr. Henry Cattell’s Private Confession about What Happened to Whitman’s Brain. Walt Whitman Quarterly Review 31 (2014), 158-162.

EPILOGO

9 giugno 1924.

Cattell aveva ormai 61 anni, e ne erano passati 32 dalla sfortunata autopsia di Whitman.

All’epoca, come ricorda Gosline, Cattell «non soltanto poteva contare sullo stipendio dell’università, ma faceva pagare gli assistenti per il privilegio di assisterlo in privato, forniva pareri e testimonianze da esperto di post-mortem su parcella, dirigeva una rivista medica profittevole, era un autore lodato e di successo. Tutto questo era possibile perché aveva evitato di cadere in disgrazia con l’incidente Whitman.»

Se la sua fortuna era dovuta all’aver taciuto la sua incompetenza nel preservare il cervello di un poeta, è con una poesia che, appropriatamente, il patologo conclude i suoi diari. Questi versi suonano come una sorta di bilancio della sua intera vita. E l’immagine che emerge è quella di un animo roso dal senso di colpa, convinto che tutta la sua onorata carriera sia stata guadagnata con la frode; un uomo diviso tra la piacevole sicurezza economica, a cui non riesce a rinunciare, e il bisogno di confessare la sua impostura.

Forse l’unico a sorridere di tutta questa faccenda sarebbe stato lo stesso Walt Whitman, conscio che il corpo individuale (contenitore di “moltitudini”) non è altro che mera espressione transitoria dell’universale: «Perché ogni atomo che appartiene a me, appartiene anche a voi.» (5)Walt Whitman, “Il canto di me stesso”, Foglie d’erba (1855)

Note

1 James R. Wright Jr., Henry Ware Cattell and Walt Whitman’s Brain, in Clinical Anatomy, 31:988–996 (2018)
2 Julius P. Bonello, George E. Tsourdinis, Howard Kelly’s avant-garde autopsy method, Hektoen International Journal of Medical Humanities (2020)
3 Edward Spitzka, A study of the brains of six eminent scientists and scholars belonging to the American Anthropometric Society, together with a description of the skull of Professor E. D. Cope, in Trans Am Philos Soc 21:175–308 (1907)
4 Gosline, Sheldon Lee. “I am a fool”: Dr. Henry Cattell’s Private Confession about What Happened to Whitman’s Brain. Walt Whitman Quarterly Review 31 (2014), 158-162.
5 Walt Whitman, “Il canto di me stesso”, Foglie d’erba (1855)

Curiosa autobiografia d’un sacerdote extrapervertito

Qualche giorno fa ho pubblicato sui social network un paio di estratti dai Pervertimenti sessuali (1900) del Prof. Cav. Pietro Fabiani, edito dalla Società Editrice Partenopea. Dato che hanno suscitato un certo interesse, e che mi è stato richiesto da più parti di pubblicarne l’appendice, la presento qui con qualche precisazione storica.

Sul Prof. Cav. Fabiani non sono riuscito a trovare molte informazioni (viene anzi citato come “oscuro medico napoletano” in Homosexuality in Italian Literature, Society, and Culture, 1789-1919 a cura di Lorenzo Benadusi, Paolo L. Bernardini, Elisa Bianco).

L’unico dato a cui sono risalito è che all’inizio del XX° secolo egli gestiva la Casa di Salute sita in via S. Rocco di Capodimonte a Napoli. Le menzioni dei casi di perversione curati nel suo eccellente sanatorio si ripetono in effetti in maniera martellante, per evidenti scopi di autopromozione, lungo tutto questo libriccino.

Un secondo volume dello stesso autore venne pubblicato qualche anno dopo per la medesima casa editrice, ed ebbe a quanto pare più fortuna: si tratta di Inversioni sessuali, un trattato sulle disastrose conseguenze dell’omosessualità e sulle possibilità di cura di una simile “terribile depravazione”.

La Società Editrice Partenopea non era specializzata in testi medici, tutt’altro. Nel suo catalogo abbondavano i titoli sullo spiritismo, la magia, l’occulto; assieme a questi, l’altro filone della linea editoriale era costituita dai libri “pruriginosi”.

Il proprietario della casa editrice Giuseppe Garibaldi Rocco (che si fregiava d’essere amico di Oscar Wilde e Lord Douglas) aveva pubblicato nel 1899 il romanzo L’uomo-femmina, forse l’unico romanzo ottocentesco italiano ad avere come protagonista un “invertito”; in seguito Rocco avrebbe prefazionato il resoconto degli atti del processo per oscenità a Pitigrilli. La Società Editrice Partenopea venne probabilmente chiusa dal regime fascista con l’accusa di immoralità.

Il nostro Pervertimenti sessuali, dunque, è uno di quei testi tipici di inizio secolo che si situano a metà strada fra la letteratura osé e quella medica; scritto da un vero dottore, ma pubblicato da un editore “pulp”, è in continuo equilibrio tra la facciata scientifica e i toni scandalistici pensati per titillare le curiosità morbose del grande pubblico. Grande abbondanza di punti esclamativi, dunque, di aggettivi iperbolici e di dettagli in bilico sull’osceno — mitigati dalle occasionali considerazioni scientifiche, che “raffreddano” la prosa con la loro pretesa oggettività.

La necrofilia, descritta con grande misura e aplomb.

 

Altri passaggi molto misurati.

Per inciso, il trucco di parlare di argomenti tabù utilizzando l’inattaccabile registro medico-scientifico sarà usato anche più tardi al cinema, per aggirare le maglie della censura: negli anni ’50 e ’60, assieme all’avvento dei nudie cuties (film abientati in campi nudisti), apparirono anche numerosi presunti documentari che con la scusa del valore didattico si permettevano di mostrare nudità integrali e immagini conturbanti. Perfino la storia dei filmati di educazione sessuale, spesso finanziati da ambienti conservatori, è piena di casi ambigui in cui queste pellicole risultano paradossalmente più esplicite della “oscenità dilagante” che si proponevano di combattere.

Quando il politically correct non esisteva.

 

Il sodomizzatore di polli per causa di forza maggiore.

 

Come parlare di Sade in un’epoca in cui nessuno l’aveva letto – evidentemente neanche tu.

La gustosa appendice del libro è annunciata nell’indice come Curiosa autobiografia di un sacerdote extrapervertito per fantasmi erotici, ed è presentata come una vera lettera inviata all’autore.
Sull’autenticità di questa missiva avanzerei più di qualche dubbio: la storia del prete che, traviato nell’infanzia da un “nano deforme”, attraversa nel corso della sua vita tutte le perversioni immaginabili, fa abbastanza sorridere.
Dal punto di vista stilistico poi, se si esclude il ricorso alle desinenze latineggianti nell’indicativo imperfetto (“io mi stendeva al suolo, mi faceva salire sul petto una bambina di circa tre anni…”), lo stile dello scritto è esattamente quello di tutto il resto del libro. Il sospetto che l’autore di questo racconto programmatico sia in realtà lo stesso Prof. Cav. Fabiani emerge fino dalle prime righe, in cui il sacerdote protagonista si spertica nel lodare lo straordinario lavoro, guarda un po’… del Prov. Cav. Fabiani.

In ogni caso è uno scritto molto divertente, che testimonia di un’epoca in cui i testi di divulgazione medica si permettevano d’essere spudoratamente sensazionalistici. Se volete leggerlo, basta cliccare sull’immagine sottostante per aprire il PDF (4mb).

La Carne e il Sogno: la conferenza

Per tutti quelli che non sono potuti venire, ecco il video della mia conferenza La Carne e il Sogno: Anatomia del Surrealismo, registrato il 24 Novembre 2019 al Teatro Tempo di Mezzo di Cecchina (RM).

In questa conferenza propongo un sorprendente percorso storico-iconografico che parte dalla medicina degli albori e approda ai più interessanti artisti contemporanei, per esplorare i rapporti tra Surrealismo e Anatomia.
Scopriremo il modo in cui l’interno del corpo umano venne affrontato dai primi anatomisti, intenti a cartografare questo nuovo territorio inesplorato, e da quegli artisti che a cominciare dal Novecento vi hanno visto la perfetta allegoria dell’inconscio, del rimosso e del “fuori scena”.

Un ringraziamento particolare a Max Vellucci e a Tempo di Mezzo che mi hanno ospitato. Buona visione!

“Più luminoso di mille soli”: l’uomo che entrò nell’acceleratore di particelle

Tutti quanti abbiamo sentito parlare degli acceleratori di particelle, se non altro in occasione della “scoperta” del bosone di Higgs qualche anno fa.
E ci sono soltanto due domande che noi profani ci facciamo, a proposito di questi macchinari:

1. Ma cosa diamine sono gli acceleratori, e come funzionano?
2. Cosa succede se infilo la mano in un acceleratore di particelle acceso?

Ok, magari la seconda domanda me la sono fatta solo io.

© 2017 Robert Hradil, Monika Majer/ProStudio22.ch

Comunque, per quanto riguarda il punto n.1, il sito ufficiale del CERN risponde così:

Un acceleratore spinge particelle cariche, come protoni o elettroni, ad alta velocità, vicina alla velocità della luce. Vengono quindi fatte scontrare con un bersaglio o con altre particelle che circolano nella direzione opposta. Studiando queste collisioni, i fisici sono in grado di sondare il mondo dell’infinitamente piccolo.
Quando le particelle hanno energia sufficiente, accade un fenomeno che sfida l’immaginazione: l’energia della collisione si trasforma in materia sotto forma di nuove particelle, la più massiccia delle quali esisteva nell’Universo primordiale. Questo fenomeno è descritto dalla famosa equazione di Einstein E = mc2, secondo la quale la materia è una forma concentrata di energia, e le due sono intercambiabili.

Per quanto riguarda la seconda domanda, da una veloce ricerca viene fuori che non sono affatto l’unico ignorante che se la pone: su internet, appena uno dice di lavorare a un acceleratore viene sommerso dalle richieste di chi non vede l’ora di farsi investire da un fascio di protoni nella speranza di acquisire dei superpoteri.

Perfino alcuni fisici del CERN hanno provato a rispondere all’annosa questione della mano nell’acceleratore, nei primi 4 minuti di questo video.
Eppure, vuoi perché sapranno anche tutto di fisica ma non sono medici, vuoi perché si tratta di una domanda troppo infantile e frivola, i luminari sembrano cadere dalle nuvole e i loro tentativi di rispondere si possono riassumere in un imbarazzato “non lo sappiamo”. (Possibile che non si siano preparati una risposta migliore? Nessuno ha mai fatto loro domande sceme?)

Poco male comunque, perché sulla delicata questione l’unico scienziato della cui risposta mi fiderei ciecamente non sta al CERN, ma in Russia.
Si tratta di Anatoli Bugorski, e non ha messo la mano dentro un acceleratore di particelle acceso… ci ha infilato tutta la testa.

© Sergey Velichkin – TASS

Il 13 luglio del 1978 Bugorski stava ispezionando il sincrotrone U-70 all’Istituto di fisica ad alta energia nella città di Protvino.
Inaugurato nel 1967, questo acceleratore circolare dal perimetro di 1,5 km aveva detenuto per cinque anni il record del mondo per l’altissima energia del suo fascio (quel “70” infatti indica i gigaelectronvolt che raggiunge nella fase finale); e ancora oggi è il più potente di tutta la Russia.

Ispezionare una bestia del genere non è come aprire il cofano e controllare il motore dell’auto – nonostante per chi scrive siano due attività ugualmente esoteriche. Per eseguire la manutenzione, quella mattina, Burgoski doveva infilarsi nel circuito dell’acceleratore. Prima di scendere aveva dunque avvisato la centrale di controllo di spegnere il raggio, nei cinque minuti successivi.
Era arrivato alla sala sperimentale con un minuto o due di anticipo, ma non ci aveva fatto caso perché aveva trovato la porta aperta; inoltre il segnale di sicurezza era spento, segno che il macchinario non era più in funzione. “Che bravi, che efficienti, i ragazzi alla centrale – avrà pensato – hanno già fermato tutto, sapendo che stavo arrivando”.

I ragazzi nella sala di controllo.

Bello tranquillo, si decise quindi ad aprire l’acceleratore.
Quello che non sapeva era che la porta era stata lasciata socchiusa per sbaglio; e che la lampadina del segnale di pericolo si era appena fulminata.

© Sergey Velichkin – TASS

Appena sbirciò all’interno del corridoio, la sua testa venne trapassata all’istante da un fascio di protoni di 2×3 millimetri di grandezza, sparato a una velocità vertiginosa.
Burgoski vide un flash “più luminoso di mille soli”, mentre il raggio entrava dalla parte posteriore del cranio e in una frazione di secondo bruciava una linea retta attraverso il suo cervello, uscendo in prossimità della narice sinistra.
Il tutto fu troppo veloce perché Burgoski avvertisse dolore; ma non abbastanza veloce (almeno, questo voglio immaginare) da impedirgli di imprecare mentalmente contro gli addetti alla sicurezza.

Burgoski venne portato in infermeria, e nel giro di poco tempo la metà del volto colpita si gonfiò a dismisura. Il raggio aveva trapassato il suo orecchio medio, e la ferita continuava a friggergli pian piano i nervi della faccia. Ma il problema vero erano le radiazioni.
In quel millesimo di secondo, Bugorski era stato esposto a una dose di radiazioni pari a 200.000/300.000 röntgen, vale a dire una dose 300 volte maggiore della quantità letale.

Per gli scienziati questo sfortunato dottorando era diventato di colpo un caso di studio interessante.
Dato per spacciato, venne trasferito d’urgenza in una clinica a Mosca, per essere posto sotto osservazione durante quelli che, presumibilmente, sarebbero stati i suoi ultimi giorni di vita. Arrivarono studiosi da tutte le parti per guardarlo morire, perché nessuno prima di lui era mai stato vittima di un fascio di radiazioni così concentrato, come ricorda un articolo su The Atlantic:

la particolarità nel caso di Bugorski era che le radiazioni erano concentrate lungo un sottile fascio attraverso la testa, piuttosto che essere distribuite ampiamente a causa di ricadute radioattive, come nel caso di molte vittime del disastro di Chernobyl o del bombardamento di Hiroshima. Nell’incidente di Bugorski, i tessuti particolarmente vulnerabili, come il midollo osseo e il tratto gastrointestinale, potrebbero essere stati in larga parte risparmiati. Ma dove il raggio colpì la testa di Bugorski, depositò una quantità oscena di energia di radiazione, centinaia di volte maggiore di una dose letale.

Eppure, a dispetto di qualsiasi previsione, Burgoski non morì.
In seguito all’incidente perse totalmente l’udito dall’orecchio sinistro (rimpiazzato da un acufene), soffrì per il resto della vita di crisi epilettiche, e di un’emiparesi facciale. Ma a parte questi danni, permanenti ma non letali, recuperò del tutto la salute: nel giro di 18 mesi tornò al lavoro, completò il dottorato e continuò la carriera di scienziato e coordinatore sperimentale.
Non poté parlare della sua disavventura fino alla fine degli anni ’80, per via del segreto di stato che copriva tutte le informazioni anche solo lontanamente connesse con il nucleare. Burgoski è ancora vivo e vegeto all’età di 77 anni.

Insomma, magari la sua storia non risponde esattamente alla nostra puerile domanda su cosa succederebbe alla nostra mano nell’acceleratore, ma ci può dare un’idea approssimativa.
Come riassume il Professor Michael Merrifield nel video citato:

La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 9

Nel nono episodio della web serie di Bizzarro Bazar: l’incredibile storia dell’acqua tonica; un commovente manufatto funebre; la misteriosa “sabbia urlante” del deserto.

Se la puntata vi piace iscrivetevi al canale, e soprattutto passate parola. Buona visione!

Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
Prodotto da Ivan Cenzi, Francesco Erba, Theatrum Mundi & Onda Videoproduzioni

La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 5

Nel quinto episodio della web serie di Bizzarro Bazar: l’incredibile caso di Mary Toft, uno dei più grandi scandali della medicina degli albori; un macabro vaso antico; la statua più sorprendente mai realizzata.

Se la puntata vi piace iscrivetevi al canale, e soprattutto passate parola. Buona visione!

Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
Prodotto da Ivan Cenzi, Francesco Erba, Theatrum Mundi & Onda Videoproduzioni

Link, curiosità & meraviglie assortite – 18

Io, mentre preparo questo post.

Bentrovati con la rubrica responsabile — a detta dei lettori — di diverse ore di lavoro perse, ma anche di amorosi idilli: infatti già due o tre persone mi hanno scritto affermando che questi spunti di conversazione sono ottimi per rimorchiare. Galeotto fu Bizzarro Bazar e chi lo scrisse.

Permettetemi come al solito un veloce riassunto di quello che mi è successo in quest’ultimo periodo: oltre a un’ospitata a Miracolo Italiano su RaiRadio2, e a un’intervista per Radio Cusano Campus, un paio di giorni fa sono stato invitato a Terza Pagina — trasmissione che amo molto condotta dalla straordinaria Licia Troisi, astrofisica e scrittrice fantasy.
Assieme a Federica Gentile e Alessandro Masi abbiamo chiacchierato del significato oscuro e profondo del carnevale, della nuova serie TV tratta da Il nome della rosa, di una ricerca scientifica piuttosto weird e di un libro che mi sta particolarmente a cuore. La puntata è disponibile in streaming su RaiPlay.

E partiamo con i link meravigliosi che, nonostante queste piacevoli distrazioni, ho raccolto per voi.

  • Ogni settimana, puntualmente per ben quarant’anni, una lettera veniva recapitata all’Hotel Spaander in Olanda da parte di un signore giapponese, Mr. Kaor. Il testo era sempre lo stesso: “Cari signori, come state e com’è il tempo questa settimana?”. Finalmente nel 2018 dei giornalisti si misero sulle tracce del misterioso mittente, scoprendo che 1) non aveva mai messo piede in quell’hotel in vita sua, e 2) dietro quei 40 anni di missive si nascondevano delle motivazioni alquanto eccentriche. Oggi Mr. Kaor ha addirittura un suo ritratto all’interno dell’hotel. Ecco la storia completa. (Grazie, Matthew!)
  • Mai sentito parlare della Estinzione dell’Olocene, la sesta estinzione di massa avvenuta sul nostro pianeta?
    Dovreste, perché sta succedendo adesso, e l’abbiamo causata noi.
    Da parte mia, forse a causa di tutta la semiotica studiata all’università, non ho potuto che essere intrigato da un risvolto linguistico: la situazione è talmente allarmante che gli scienziati, nei loro studi, hanno smesso di usare il classico vocabolario freddo e distante. Il linguaggio formale non si addice all’Apocalisse.
    Per esempio una nuova ricerca sul rapido declino nella popolazione di insetti su scala globale usa dei toni sorprendentemente forti, che gli autori motivano così: “Volevamo davvero svegliare la gente. Se si considera che l’80% della biomassa degli insetti è scomparsa in 25-30 anni, è una preoccupazione enorme. È molto rapida. In 10 anni avremo un quarto di insetti in meno, in 50 anni soltanto la metà e tra 100 anni non ne resterà nessuno.
  • Su una nota più ottimista, a partire dalla seconda metà di quest’anno arriveranno sui nostri smartphone delle nuove emoji, dedicate alla disabilità e alla diversità. E ci sarà anche, finalmente, la tanto attesa emoticon per le mestruazioni.
  • Nonostante si fosse proclamato innocente, Hew Draper fu imprigionato nella Torre di Londra per stregoneria. Una volta in cella, si mise a incidere sul muro questa roba. Certo, certo, innocente, come no, caro Draper.

  • Un bell’articolo di Barbara Milano su morte e lutto in epoca digitale che menziona Capsula Mundi, l’Ordine della Buona Morte nonché il sottoscritto.
  • Il blog Thomas Morris rimane sempre una delle mie letture preferite. Setaccia instancabilmente le pubblicazioni mediche dell’Ottocento alla ricerca di storielle simpatiche — come questa dell’uomo schiacciato dalla ruota di un carro che gli spinse il pene fin dentro l’addome, lasciando la pelle completa a penzolare fuori, vuota come un guanto.
  • C’è una foto drammatica e straziante, che non posso riguardare senza commuovermi. È stata scattata dalla fotografa freelance Taslima Akhter durante i soccorsi alle vittime coinvolte nel terribile crollo del Rana Plaza in Bangladesh nel 2013 (il bilancio finale fu di 1129 morti, più di 2500 feriti). La foto in questione, intitolata Final Embrace, ha vinto numerosi premi e potete vederla cliccando qui.
  • Jack Stauber è un matto: fa dei video musicali nonsense che sembrano provenire da VHS anni 80 rovinate, e sono tra le cose più genuinamente creepy ed esilaranti che esistano su YouTube. Qui sotto vi propongo Cooking with Abigail, ma una visita al suo canale vi regalerà molto altro.

  • In Gran Bretagna è uscito un nuovo libro su Jack Lo Squartatore.
    “Ancora?”, direte.
    Sì, ma questo è il primo che parla delle vittime. Donne alle cui vite nessuno studioso si è mai interessato davvero perché, detta schiettamente, in fondo erano solo puttane. (Un’edizione italiana sarebbe una gran bella cosa.)
  • Mettiamo che state andando a caccia di farfalle, tutti allegri col vostro retino, e vi imbattete in un cadavere. Cosa fare?
    Ecco un’utile infografica:

  • Quelle che vedete qui sopra sono alcune opere di Lidia Kostanek, artista polacca che vive a Nantes, e che attraverso la ceramica indaga il corpo e la condizione femminile. (Scoperta via La Lune Mauve)
  • Su questo blog ho parlato a più riprese di trapianti di testa. Quello che ancora ignoravo è che da ben 90 anni questi trapianti vengono effettuati con successo, mantenendo in vita sia donatore che ricevente. Benvenuti nel magico mondo dei trapianti di testa tra insetti. (Grazie, Simone!)

  • Probabilmente sapete che i canarini venivano utilizzati nelle miniere per rilevare la presenza di monossido di carbonio. Essendo più sensibili dell’uomo, in presenza di gas tossici gli uccellini svenivano per primi e davano il tempo ai minatori di correre ai ripari. A dispetto della pratica che oggi ci appare crudele, i minatori spesso si affezionavano a questi canarini cui dovevano la vita: una testimonianza di questo affetto è l’apparecchio qui sotto, che serviva per rianimare i poveri uccellini.

  • E concludiamo con l’arrivo nelle sale di un documentario che personalmente aspettavo da un pezzo, e che schiude le porte di alcune delle più esclusive e sontuose wunderkammer del mondo: si intitola Wunderkammer – Le Stanze della Meraviglia, è prodotto da Magnitudo Film, e sarà distribuito nei cinema soltanto il 4, 5 e 6 Marzo. Tra i collezionisti intervistati nel film ci sono un bel po’ di amici, tra cui anche quel Luca Cableri che avete imparato a conoscere nella web serie di Bizzarro Bazar.
    Ecco qui sotto il trailer, e qui trovate la lista dei cinema italiani che lo proiettano. Buona visione!

La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 3

Nel terzo episodio della web serie di Bizzarro Bazar parliamo di alcuni scienziati che hanno tentato di ibridare l’uomo con le scimmie, di un incredibile impermeabile fatto di budella, e del Prepuzio di Gesù Cristo.

Se la puntata vi piace iscrivetevi al canale, e soprattutto passate parola. Buona visione!

Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
Prodotto da Ivan Cenzi, Francesco Erba, Theatrum Mundi & Onda Videoproduzioni

La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 2

Nel secondo episodio della serie web di Bizzarro Bazar: mummie officiali e derivati del corpo umano usati in medicina; un misterioso artista; un teatro ricavato dalla carcassa di una balena.

Se la puntata vi piace iscrivetevi al canale, e soprattutto passate parola. Buona visione!

Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
Prodotto da Ivan Cenzi, Francesco Erba, Theatrum Mundi & Onda Videoproduzioni