I draghi delle Alpi

Articolo a cura del guestblogger Giovanni Savelli

In una montagna sempre più civilizzata, antropizzata e turisticamente affollata, si fa fatica a trovare il bizzarro. I mostri si sono ritirati verso luoghi ancora inaccessibili. Una migrazione teratologica che ha riguardato le Alpi, ancor prima di zone di confine come i Carpazi o le catene montuose della Norvegia settentrionale; dove ancora qualche sparuto gruppo di troll sopravvive a stento di fronte all’allargarsi dell’areale umano, temporaneo o stanziale che sia.

Eppure per secoli, e comunque fino a metà del Settecento, la più imponente e grandiosa catena montuosa d’Europa è stata un oggetto naturale da osservare a distanza. Se possibile una distanza commisurata alla potenza di binocoli o di osservazioni naturali che non implicassero un pericoloso avvicinamento all’oggetto osservato. La passione moderna per le altezze, e l’ancora più recente accanimento a mettere piede sulle cime più alte del mondo, non interessava affatto né i viaggiatori né i naturalisti dell’epoca. Nel bel mezzo della civilizzata Europa, le Alpi e le sue cime più elevate erano osservate con una certa indifferenza dagli esploratori, e con totale diffidenza da parte di chi, con quelle cime, doveva farci i conti ogni sacrosanto giorno.

Una vicinanza scomoda e foriera di guai per chi abitava le valli di Chamonix o il vicino villaggio di Courmayeur nel corso della Piccola Era glaciale, quando le lingue dei ghiacciai si erano fatte più invadenti e insidiose.
Questa percezione di pericolo e paura è confermata dalla stessa toponomastica con i suoi nomi tutt’altro che rassicuranti, Maudit o Dolant, a indicare oggetti naturali che suscitavano nel migliore dei casi diffidenza, nel peggiore un cieco terrore.

Incisione di H. G. Willink – Wilderwurm Gletscher (1892)

Come ci ricorda Elisabetta Dall’Ò (I draghi delle Alpi. Cambiamenti climatici, in Antropocene e immaginari di ghiaccio), la ragione è da ricercarsi nel progressivo allungamento, a partire dal XV secolo, delle lingue glaciali fino a ridosso dei villaggi alpini, con conseguenze spesso fatali per gli abitanti. Il distaccamento di giganteschi blocchi di ghiaccio provocava frequenti e letali ostruzioni dei corsi d’acqua con conseguenti allagamenti. La progressiva estensione dei ghiacciai sottraeva terreno fertile per l’agricoltura e pascoli per l’allevamento. È in questo contesto ecologico e socio-economico che prendono forma e si delineano le leggende di draghi e mostri. Un folklore che affonda le sue radici nell’etimologia stessa della parola drago associata all’acqua: sia nella sua forma liquida che solida. I draghi delle Alpi affollano l’immaginario alpino come mostri capaci di distruggere in una sola notte interi villaggi. I ghiacciai che scendono a valle diventano lingue di drago minacciose e imprevedibili. Imprevedibili tanto per il superstizioso abitante dei villaggi alpini, quanto per scienziati e naturalisti che fino alla fine del Seicento si sono ben guardati da mettere piede sulle fredde lande alpine. Meglio dedicarsi all’esplorazione di isole esotiche e sperdute: meteorologicamente più accoglienti.

Draghi e acqua, dicevamo; ed ecco che qua e là nelle Alpi incontriamo il termine dragonàre col significato (in epoca napoleonica) di allagare, oppure la parola dracare come sinonimo di grossa nevicata. La faccenda dei draghi nelle Alpi è comunque storia vecchia, visto che anche le regioni pedemontane conservano tracce di draghi nel loro ciclo fondativo. È un drago a minacciare l’antica Augusta Taurinorum ed è un toro (rosso) a sconfiggerlo. È sempre un drago a mettere in pericolo la sopravvivenza del vallone di Loo (siamo in Val d’Aosta) ed è ancora un torello a metterlo in fuga.

Ma torniamo ai draghi propriamente alpini, che è l’argomento che ci interessa. Così come, per un certo periodo, ha interessato fior fiore di naturalisti e studiosi settecenteschi che hanno raccolto nel corso della loro carriera più di una testimonianza di avvistamenti di draghi. Ce ne dà una sommaria classificazione Edward Topsell, chierico inglese vissuto a cavallo tra Seicento e Settecento nella sua opera The History of Serpents. Nella sezione dedicata ai draghi leggiamo infatti che:

Vi sono draghi che hanno ali e nessuna zampa, altri hanno sia zampe che ali, e altri ancora né zampe né ali, ma sono distinti dal tipo comune di serpenti unicamente in virtù della cresta che cresce sulle loro teste, e dalla barba sotto le loro guance.

“Consulente” scientifico di Topsell, fu un certo Conrad Gessner, guarda caso originario della regione alpina; nato in Svizzera, a Zurigo nel 1516, e autore di alcuni dei disegni che compaiono nell’opera. Il fatto che Topsell credesse davvero nell’esistenza di queste creature sembra poco probabile, ma ciò che conta è la bizzarra e, per nostra fortuna, attenta descrizione di animali (reali), accanto a mostri e bizzarrie naturalistiche che si traducono, in altri luoghi, nella realizzazione delle wunderkammer.

Il fatto che Edward Topsell non abbia mai messo un piede sulle Alpi lo rende, nella nostra storia dei draghi alpini, se non sospetto, perlomeno poco attendibile; almeno rispetto a naturalisti ed esploratori come Johann Jakob Scheuchzer che vanta un’affinità con il panorama alpino ben più stringente. Nato e cresciuto in terra elvetica, fu membro della Royal Society e intraprese i primi viaggi scientifici delle Alpi a partire dal 1693. Non esente da cantonate colossali, come la sua attribuzione dei fossili a resti del Diluvio Universale, fu comunque esploratore attento e curioso che nella sua ricerca non mancò di annotare i terribili e pittoreschi racconti dei draghi che all’epoca popolavano le Alpi.
A riprova di questo troviamo nella sua opera del 1723 (Itinera per Helvetiae alpinas regiones) una serie di curiose e intriganti rappresentazioni di draghi montani che mostrano indubbie somiglianze con la classificazione dracologica presente nell’opera di Topsell. È lo stesso Scheuchzer a parlarci nel suo libro dei due draghi più comuni, stando alle testimonianze raccolte, dell’arco alpino: il Tatzelwurm e il Lindworm.

A meno che non siate esperti di draghi, può essere utile ricapitolare le morfologie dragonesche affrontate finora:

  • Tatzelwurm: corpo di serpente, lunga coda, due o quattro zampe;
  • Lindworm: serpe drago con due zampe e senza ali;
  • Iaculo: corpo di serpente e due ali;
  • Viverna: corpo di serpente con ali e due zampe;
  • Anfittero: drago alato e senza zampe.

I primi due sembrano essere, in base alle testimonianze orali raccolte, i più comuni nell’arco alpino; gli altri tre li trovate localizzati nei film di Hayao Miyazaki, nei libri di George R. R. Martin e ai piedi dei colli bolognesi nel libro di Ulisse Aldrovandi Serpentum et Draconum historiae libri duo, pubblicato a Bologna nel 1604. Se non avete mai sentito parlare dell’Aldrovandi, vale la pena dare un’occhiata all’articolo a lui dedicato su Bizzarro Bazar, scritto da Dario Carere. Se volete vedere il famoso drago di Bologna da lui descritto, seguite questo link (la creatura in questione è a pagina 404).

E visto che Ulisse Aldrovandi non è certo tipo che si risparmia nel rappresentare figure mostruose e straordinarie, sempre nel suo Serpentum ed Draconum historiae, ci regala una serie di quattro disegni di draghi alati, bipedi e non.

Ulisse Aldrovandi è figura tipica del Seicento, in cui la curiosità scientifica si unisce a un più ampio interesse per tutto ciò che è bizzarro, mostruoso e stupefacente. Un’attitudine da cui appare anni luce distante il naturalista e scienziato svizzero Horace Bénédict de Saussure che, infatti, nelle sue numerose esplorazioni delle montagne alpine, di draghi non ne vide neppure uno. È a partire dalla seconda metà del Settecento che l’immaginario alpino, in fatto di draghi, subisce un lento e inesorabile impoverimento. Là dove un tempo fiorivano mostri e temibili lingue di drago pronte a inghiottire interi villaggi, la curiosità scientifica del de Saussure incontra solo oggetti naturali e fenomeni che devono essere compresi, studiati e, se possibile, spiegati.
Curiosità scientifica che si accompagna alle prime incursioni turistiche verso uno dei più grandi e temibili draghi delle Alpi: il ghiacciaio di Chamonix. È all’estate del 1741 che possiamo far risalire la scoperta della Mer de Glace, nell’avventurosa ascesa di un drappello di scapestrati inglesi che dopo ore di cammino giungono in vista di un ghiacciaio che fino a pochi anni prima era popolato da draghi e demoni. Gli stessi descritti negli anni venti del Settecento da Jakob Scheuchzer.

È l’inizio del turismo glaciologico che avrebbe, nei decenni a venire, resa celebre la località francese di Chamonix tra gli appassionati della montagna. I draghi delle Alpi si ritirano, lasciando spazio poco a poco alle folle di turisti e ai primi alpinisti, e assistono, a distanza, alla nascita di alberghi, funivie e strutture ricettive. Certo, il loro territorio fa ancora paura, suscitando terrore e meraviglia in chi capita da quelle parti. Sul ghiacciaio della Mer de Glace, Mary Shelley, che lo visitò in compagnia del marito nel 1816, avrebbe ambientato una scena del suo Frankestein. Ma è un fascino paragonabile, con le dovute proporzioni, a quello suscitato dalla funivia del Monte Bianco in chi osservi l’imponente ghiacciaio dall’alto delle sue cabine. Ben diverso dall’imprevedibile paura di ciò che non può essere spiegato e neppure controllato.
Nell’arco di un secolo il territorio alpino sarebbe mutato così radicalmente che oggi si fatica anche solo a pensare come un tempo quei luoghi fossero popolati da draghi e demoni. Naturale far coincidere a questo punto il ritiro dei draghi con le condizioni attuali in cui versano i ghiacciai alpini. Naturale, certo, ma anche necessario, perché immaginare il Monte Bianco senza neve può servire a comprendere dove siano andati a finire i temibili draghi delle Alpi. È così che folklore, leggende e tradizioni si legano all’ecologia di un territorio che, mutando, muta anche la rappresentazione che i suoi abitanti ne fanno.
I draghi, dalle Alpi, sono scomparsi; e non solo loro.

Il giocattolo del Gigante

C’era una volta una famiglia di Giganti che stava attraversando le Alpi: scavalcando le montagne, falcata dopo falcata, verso chissà quale destinazione.
Il figlioletto, un bambino alto circa 100 metri, piangeva a dirotto, e i suoi singhiozzi riecheggiavano per le valli. Era disperato perché aveva perso il suo coniglio di peluche; ma purtroppo non c’era tempo per tornare indietro a cercarlo. Mamma Gigantessa lo prese in braccio per consolarlo, e la marcia continuò.

Questo è quanto potremmo immaginare imbattendoci nella strana fotografia satellitare qui sotto. Cosa ci fa un enorme coniglio rosa a 1600 metri di altitudine sulle montagne piemontesi?

Posto sul Colletto Fava vicino al Bar La Baita, proprio sopra al paesino di Artesina in provincia di Cuneo, il coniglio è lungo 50 metri, ricoperto di lana, imbottito con mille metri cubi di paglia, ed ha richiesto cinque anni di lavoro a maglia. È stato creato nel 2005 dal collettivo viennese Gelitin, composto da quattro artisti dalle idee bizzarre e spesso geniali.

Ma non lasciatevi ingannare: se l’idea di un coniglio rosa gigante vi sembra fin troppo kawaii, l’installazione ha in realtà un effetto davvero perturbante. Le dimensioni innaturali del peluche contrastano con il paesaggio, il colore rosa shocking lo stacca dal resto del panorama: l’idea di posizionarlo lontano dalle gallerie d’arte o dai centri urbani, elemento artificiale “abbandonato” in un contesto naturale, contribuisce alla sensazione di disagio. La posa del peluche, inoltre, dà l’inquietante impressione di qualcosa di morto e in effetti le interiora del coniglio (cuore, fegato, budella, tutte di lana) fuoriescono dal suo fianco.

E non è tutto. Il coniglio resterà esposto agli elementi fino al 2025. Questo significa che i visitatori potranno, nel tempo, assistere a una vera e propria dissoluzione dell’opera d’arte; già adesso, a distanza di quasi dieci anni dall’inizio del progetto, la decomposizione del coniglio è in fase avanzata. Se fino a qualche tempo fa ci si poteva ancora arrampicare sul corpo del peluche, e sdraiarsi sul suo petto a prendere il sole, oggi l’installazione comincia a mostrare il suo lato più crudele e beffardo. Le intemperie hanno squarciato in più punti la superficie del pupazzo, esponendo la paglia sottostante e donando al povero coniglio l’aspetto di una vera e propria carcassa.

Il collettivo artistico austriaco, ben conscio dell’effetto destabilizzante che nel tempo avrebbe assunto l’opera, ha usato queste splendide righe per descrivere il proprio lavoro:

Le cose che si possono trovare vagando nel paesaggio: cose familiari, e completamente sconosciute, come un fiore che non si è mai visto prima oppure, come Colombo scoprì, un continente inesplicabile; e poi, dietro una collina, come lavorato a maglia da nonne giganti, giace questo vasto coniglio, per farti sentire piccolo come una margherita.
La creatura, rosa come carta igienica, è sdraiata sulla schiena: una montagna-coniglio come Gulliver a Lilliput.
Che felicità scalarlo lungo le orecchie, quasi cadendo nella sua bocca cavernosa, fino alla cima della pancia, e guardare verso il rosa panorama lanoso del corpo del coniglio, un paese caduto dal cielo; orecchie e arti che si dipanano verso l’orizzonte; dal suo fianco veder fluire il cuore, il fegato e gli intestini.
Felicemente innamorato scendi dal cadavere putrescente, verso la ferita, ora piccolo come una larva, sopra i reni e le budella di lana.
Felice te ne vai come la larva che acquista le sue ali da una carcassa innocente sul bordo della strada.
Tale è la felicità che diede forma a questo coniglio.
Io amo il coniglio e il coniglio mi ama.

Fra dieci anni, quando l’opera si potrà dire definitivamente conclusa, del coniglio gigante non rimarrà più traccia. Sarà stato “digerito” e assorbito dalla natura, come accade a tutto e a tutti.

Ecco il sito del collettivo Gelitin.

L’incidente del Passo Dyatlov

L’alpinismo porta con sé dei rischi, ma anche tutta la bellezza
che si nasconde nell’avventura dell’affrontare l’impossibile.
(Reinhold Messner)

Siamo riluttanti, qui su Bizzarro Bazar, ad affrontare tematiche “paranormali” o misteriose; il senso di meraviglia che possono provocare ci sembra sempre un po’ troppo facile, risaputo e sensazionalistico. Per questo di solito lasciamo questi argomenti ad alcune trasmissioni televisive notoriamente trash, dalle quali qualsiasi rigore scientifico è bandito per contratto.

Quello che stiamo per raccontarvi è però un episodio realmente accaduto, e ben documentato. È una storia inquietante, e nonostante le innumerevoli ipotesi che sono state avanzate, gli strani eventi che avvennero più di 50 anni fa su uno sperduto crinale di montagna nel centro della Russia rimangono a tutt’oggi senza spiegazione.

Il 25 Gennaio 1959 dieci sciatori partirono dalla cittadina di Sverdlovsk, negli Urali orientali, per un’escursione sulle cime più a nord: in particolare erano diretti alla montagna chiamata Otorten.

Per il gruppo, capitanato dall’escursionista ventitreenne Igor Dyatlov, quella “gita” doveva essere un severo allenamento per le future spedizioni nelle regioni artiche, ancora più estreme e difficili: tutti e dieci erano alpinisti e sciatori esperti, e il fatto che in quella stagione il percorso scelto fosse particolarmente insidioso non li spaventava.

Arrivati in treno a Ivdel, si diressero con un furgone a Vizhai, l’ultimo avamposto abitato. Da lì si misero in marcia il 27 gennaio diretti alla montagna. Il giorno dopo, però, uno dei membri si ammalò e fu costretto a tornare indietro: il suo nome era Yuri Yudin… l’unico sopravvissuto.

Gli altri nove proseguirono, e il 31 gennaio arrivarono ad un passo sul versante orientale della montagna chiamata Kholat Syakhl, che nel dialetto degli indigeni mansi significa “montagna dei morti”, una vetta simbolica per quel popolo e centro di molte leggende (cosa che in seguito contribuirà alle più fantasiose speculazioni). Il giorno successivo decisero di tentare la scalata, ma una tempesta di neve ridusse la visibilità e fece loro perdere l’orientamento: invece di proseguire verso il passo e arrivare dall’altra parte del costone, il gruppo deviò e si ritrovò a inerpicarsi proprio verso la cima della montagna. Una volta accortisi dell’errore, i nove alpinisti decisero di piantare le tende lì dov’erano, e attendere il giorno successivo che avrebbe forse portato migliori condizioni meteorologiche.

Tutto questo lo sappiamo grazie ai diari e alle macchine fotografiche ritrovate al campo, che ci raccontano la spedizione fino questo fatidico giorno e ci mostrano le ultime foto del gruppo allegro e spensierato. Ma cosa successe quella notte è impossibile comprenderlo. Più tardi Yudin, salvatosi paradossalmente grazie alle sue condizioni di salute precarie, dirà: “se avessi la possibilità di chiedere a Dio una sola domanda, sarebbe ‘che cosa è successo davvero ai miei amici quella notte?'”.

I nove, infatti, non fecero più ritorno e dopo un periodo di attesa (questo tipo di spedizione raramente si conclude nella data prevista, per cui un periodo di tolleranza viene di norma rispettato) i familiari allertarono le autorità, e polizia ed esercito incominciarono le ricerche; il 26 febbraio, in seguito all’avvistamento aereo del campo, i soccorsi ritrovarono la tenda, gravemente danneggiata.

Risultò subito chiaro che qualcosa di insolito doveva essere accaduto: la tenda era stata tagliata dall’interno, e le orme circostanti facevano supporre che i nove fossero fuggiti in fretta e furia dal loro riparo, per salvarsi da qualcosa che stava già nella tenda insieme a loro, qualcosa di talmente pericoloso che non ci fu nemmeno il tempo di sciogliere i nodi e uscire dall’ingresso.


Seguendo le tracce, i ricercatori fanno la seconda strana scoperta: poco distante, a meno di un chilometro di distanza, vengono trovati i primi due corpi, sotto un vecchio pino al limitare di un bosco. I rimasugli di un fuoco indicano che hanno tentato di riscaldarsi, ma non è questo il fatto sconcertante: i due cadaveri sono scalzi, e indossano soltanto la biancheria intima. Cosa li ha spinti ad allontanarsi seminudi nella tormenta, a una temperatura di -30°C? Non è tutto: i rami del pino sono spezzati fino a un’altezza di quattro metri e mezzo, e brandelli di carne vengono trovati nella corteccia. Da cosa cercavano di scappare i due uomini, arrampicandosi sull’albero? Se scappavano da un animale aggressivo perché i loro corpi sono stati lasciati intatti dalla fiera?

A diverse distanze, fra il campo e il pino, vengono trovati altri tre corpi: le loro posizioni indicano che stavano tentando di ritornare al campo. Uno in particolare tiene ancora in mano un ramo, e con l’altro braccio sembra proteggersi il capo.

All’inizio i medici che esaminarono i cinque corpi conclusero che la causa della morte fosse il freddo: non c’erano segni di violenza, e il fatto che non fossero vestiti significava che l’ipotermia era sopravvenuta in tempi piuttosto brevi. Uno dei corpi mostrava una fessura nel cranio, che non venne però ritenuta fatale.

Ma due mesi dopo, a maggio, vennero scoperti gli ultimi quattro corpi sepolti nel ghiaccio all’interno del bosco, e di colpo il quadro di insieme cambiò del tutto. Questi nuovi cadaveri, a differenza dei primi cinque, erano completamente vestiti. Uno di essi aveva il cranio sfondato, e altri due mostravano fratture importanti al torace. Secondo il medico che effettuò le autopsie, la forza necessaria per ridurre cosÏ i corpi doveva essere eccezionale: aveva visto fratture simili soltanto negli incidenti stradali. Escluse che le ferite potessero essere state causate da un essere umano.

La cosa bizzarra era che i corpi non presentavano ferite esteriori, né ematomi o segni di alcun genere; impossibile comprendere che cosa avesse sfondato le costole verso l’interno. Una delle ragazze morte aveva la testa rovesciata all’indietro: esaminandola, i medici si accorsero che la sua lingua era stata strappata alla radice (anche se non riuscirono a comprendere se la ferita fosse stata causata post-mortem oppure mentre la povera donna era ancora in vita). Notarono anche che alcuni degli alpinisti avevano addosso vestiti scambiati o rubati ai loro compagni: come se per coprirsi dal freddo avessero spogliato i morti. Alcuni degli indumenti e degli oggetti trovati addosso ai corpi pare emettessero radiazioni sopra la media.

L’unica descrizione possibile degli eventi è la seguente: a notte fonda, qualcosa terrorizza i nove alpinisti che fuggono tagliando la tenda; alcuni di loro si riparano vicino all’albero, cercando di arrampicarvici (per scappare? per controllare il campo che hanno appena abbandonato?). Il fatto che alcuni di loro fossero seminudi nonostante le temperature bassissime potrebbe essere ricollegato al fenomeno dell’undressing paradossale; comunque sia, essendo parzialmente svestiti, comprendono che stanno per morire assiderati. Così alcuni cercano di ritornare al campo, ma muoiono nel tentativo. Il secondo gruppetto, sceso più a valle, riesce a resistere un po’ di più; ma ad un certo punto succede qualcos’altro che causa le gravi ferite che risulteranno fatali.

Cosa hanno incontrato gli alpinisti? Cosa li ha terrorizzati così tanto?

Le ipotesi sono innumerevoli: in un primo tempo si sospettò che una tribù mansi li avesse attaccati per aver invaso il loro territorio – ma nessun’orma fu rinvenuta a parte quelle delle vittime. Inoltre nessuna lacerazione esterna sui corpi faceva propendere per un attacco armato, e come già detto l’entità delle ferite escluderebbe un intervento umano. Altri hanno ipotizzato che una paranoia da valanga avesse colpito il gruppo il quale, intimorito da qualche rumore simile a quello di una imminente slavina, si sarebbe precipitato a cercare riparo; ma questo non spiega le strane ferite. Ovviamente c’è chi giura di aver avvistato quella notte strane luci sorvolare la montagna… e qui la fantasia comincia a correre libera e vengono chiamati in causa gli alieni,  oppure delle fantomatiche operazioni militari russe segretissime su armi sperimentali (missilistiche o ad infrasuoni), e addirittura un “abominevole uomo delle nevi” tipico degli Urali chiamato almas. Eppure l’enigma, nonostante le decadi intercorse, resiste ad ogni tentativo di spiegazione. Come un estremo, beffardo indizio, ecco l’ultima fotografia scattata dalla macchina fotografica del gruppo.

Il luogo dei drammatici eventi è ora chiamato passo Dyatlov, in onore al leader del gruppo di sfortunati sciatori che lì persero tragicamente la vita.

Ecco la pagina di Wikipedia dedicata all’incidente del passo Dyatlov.

(Grazie, Frankie Grass!)