Totentanz

Oggi vi parlo di un progetto davvero fuori dall’ordinario, a cui sono onorato d’aver partecipato. Si tratta di Totentanz, ideato dall’incisore e cartaio Andrea De Simeis.

Una delle raffigurazioni della morte che, dal Medioevo fino al Seicento, conobbe maggiore fortuna è il cosiddetto Trionfo della Morte.
Ne ho parlato su YouTube nel mio video Danzare con la morte: la Nera Regina che, armata di falce, schiaccia sotto le ruote del suo carro tutti indistintamente – villici, pontefici, regnanti – non era solo una raffigurazione pittorica, ma parte concreta delle festività di Carnevale. Tra i carri allegorici carnascialeschi infatti sfilava anche il Trionfo, attorniato da figuranti mascherati da scheletri che deridevano gli spettatori danzando e cantando poesie incentrate sul memento mori.

Questa è la tradizione a cui ha attinto Andrea De Simeis per inventare il suo moderno Trionfo della Morte, un vero e proprio carro musicale che sfilerà attraverso l’Italia e, virus permettendo, in Europa, portando allegria e poesia ma ricordandoci al tempo stesso la nostra finitezza.

Totentanz (“danza macabra” in tedesco) è un grande carillon in legno su ruote; al giro della manovella, la macchina suona un dies irae e mette in moto tre cilindri con diciotto illustrazioni stampate al torchio a stella.

Le immagini di questo carosello sono ispirate alle più celebri danze macabre europee: dal cimitero degli Innocenti di Parigi alle xilografie di Marchant; dalle superbe incisioni di Holbein il Giovane alle magnifiche silhouettes di Melchior Grossek; fino agli ironici scheletri messicani di José Guadalupe Posada, l’inventore dell’iconica Calavera Catrina.

La boîte à musique, alla fine del suo delicato motivo musicale, sorteggia un fascicolo per il suo manovratore: una plaquette illustrata con un breve dialogo, una massima, un aforisma, una poesia.

Ogni prezioso libretto è tirato in soli undici esemplari; le illustrazioni e i testi sono stampati su carta vergata a mano in cellulosa di puro cotone, canapa e fico spontaneo della vegetazione mediterranea.

Gli autori che hanno accolto l’invito a scrivere questi brevi testi sono tanti e prestigiosi; ne potete scoprire alcuni sulla pagina Facebook del progetto.

Tra questi, mi sono cimentato anch’io in una poesiola per accompagnare l’illustrazione intitolata “L’appeso”. Si tratta di un mio piccolo omaggio a François Villon e alla sua Ballade des pendus.

Clicca per ingrandire

La vendita delle pubblicazioni servirà a far viaggiare questo carillon su ruote lungo un percorso di città in città, accompagnato a ogni tappa da un autore, musicista o attore che interpreterà il tema del memento mori. Le iniziative di Totentanz non hanno finalità di lucro, ma servono solo a finanziare questa tournée.
Se l’iniziativa vi affascina, potete sostenerla in molti modi: date un’occhiata a questa pagina per conoscerli.
Nel video promozionale qui sotto potete vedere la fantastica macchina in azione:

Totentanz – Paramusica del Chiarivari: sito ufficiale, pagina Facebook.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 23

Benvenuti alla raccolta di risorse online pensata per fornirvi tanti simpatici spunti di conversazione in questo torrido ferragosto. Parleremo di gente morta male, di mestruazioni, di riti vudù, di ortaggi sessualmente eccitanti e del fatto che la realtà non esiste.

  • Cominciamo con un’ottima lista di videogame che hanno come tema centrale la morte.
  • Una mia idea per una serie TV post-apocalittica di sapore ballardiano.
    Sulla Terra, dopo la catastrofe ecologica, sono rimaste soltanto poche centinaia di abitanti. I superstiti sono distinti in due fazioni in guerra tra loro: da una parte i discendenti dei ricchi capitalisti, chiamati “Travis”, dall’altra gli ultimi rappresentanti di quella che un tempo era la classe media, che chiamano sé stessi “Talbot”. (Le fasce più povere, senza mezzi per proteggersi, sono state le prime a estinguersi.) Le risorse naturali sono limitate, quindi le due tribù hanno costruito due città limitrofe, in costante tensione bellica.
    La guerra fredda tra i Travis e i Talbot, che dura ormai da decenni, raggiungerà il punto di rottura con l’arrivo di un allucinato straniero, sopravvissuto alle tempeste di sabbia, che sostiene di aver visto al di là del deserto un’oasi immensa in cui gli uomini sono mutati in ibridi a sangue freddo…
    Ok, con la storia sono arrivato solo fino a qui. Però la cosa bella è che non occorre nemmeno costruire i set, perché sono già pronti.
    Ecco la cittadella dei Talbot:

E questa invece è la città dei Travis, composta unicamente da piccoli castelli che dovrebbero rimarcare la loro antica superiorità economica:

Questi due luoghi stranianti sono Pardis, vicino a Teheran, e il villaggio fantasma di Burj Al Babas in Turchia.

  • Ma aspettate, ho qui pronto un altro concept favoloso per una serie! Un prete esorcista, esoterista e investigatore del paranormale che negli anni ’40 costruisce una wunderkammer in un piccolo paesino del Chianti senese.
    Poi ditemi se Netflix non dovrebbe assumermi all’istante. (Grazie, Paolo!)
  • Visto che abbiamo parlato di scenari apocalittici, quale animale ha le migliori probabilità di sopravvivere a un olocausto nucleare? Probabilmente uno scarafaggio. Perché? Be’, per dire, intanto quel furfantello può andare avanti tranquillo per settimane dopo essere stato decapitato.
  • Ok, siamo arrivati all’angolo della filosofia.
    Il nostro cervello, intrappolato nel cranio, crea una rappresentazione delle cose basata sulla percezione, ed è in quella “mappa” desunta dagli stimoli che viviamo.
    «Là fuori non c’è nessun suono. Se un albero cade nella foresta e non c’è nessuno che possa sentirlo, esso crea dei cambi nella pressione dell’aria e delle vibrazioni nel suolo. Il rumore è un effetto che succede nel cervello. Se sbatti il mignolo e senti il dolore pulsare, anche quello è un’illusione. Quel dolore non è nel tuo dito, ma nel tuo cervello. Là fuori non esiste nemmeno il colore. Gli atomi non sono colorati.»
    La citazione viene da questo articolo che è una breve ma chiara introduzione alla natura allucinatoria della realtà.
    Il problema è stato discusso a lungo dai migliori pensatori, però alla fine ci si potrebbe chiedere: cosa cambia che il dolore sia nel mio dito, nel mio cervello, o in un ipotetico software alieno che sta simulando l’universo? Sbattere il piede fa comunque un male cane.
    Questa perlomeno è la mia interpretazione del famoso aneddoto che vede protagonista Samuel Johnson: «Dopo essere usciti dalla chiesa, ci fermammo a parlare per qualche tempo dell’ingegnoso sofisma formulato dal Vescovo Berkeley per dimostrare la non-esistenza della materia e che ogni cosa nell’universo è solo ideale. Io osservai che, per quanto sicuri della non verità della sua dottrina, non siamo in grado di confutarla. Io non dimenticherò mai con quanta prontezza Johnson, tirando con forza un calcio ad un grosso sasso sino a farlo rimbalzare via, rispose “Io la confuto così!»
    (Questo per dire che da giovane ero intrigato da quale fosse la realtà “là fuori”, ora penso sempre più spesso al mignolo dolorante di Samuel Johnson.)

  • L’immagine qui sopra nasconde una storia triste e macabra ormai dimenticata. Sul “prigioniero di Mondovi” ha indagato Alessandro Calzolaro in questo articolo. (Grazie, Storvandre!)
  • La foto qui sotto, invece, venne scattata quella volta che, nel 1941, un noto occultista e un gruppo di “giovani idealisti” cercarono di uccidere Hitler… con una maledizione vudù.

  • I titoli giornalistici che ci piacciono.
  • «Vespe truccate, anni Sessanta / Girano in centro sfiorando i novanta», cantavano più di vent’anni fa i Lùnapop.
    Che pivellini.
    In Indonesia c’è una comunità di rider mattoidi che ha ridefinito il concetto di “truccare una Vespa”.  (Grazie, Cri!)

  • Finalmente un video essay, ironico e sornione, sulla valenza spirituale delle teste esplose al cinema.
  • E qui c’è un’interessante lettura esoterica, alchemica e iniziatica del cinema di David Lynch.
  • Londra, 1876. Un falegname con problemi di soldi affitta un appartamento, poi una sera viene visto tornare a casa con due grandi assi di legno e una doppia lama simile a quelle usate per conciare la pelle. Ma i vicini, come da buona tradizione, non ci fanno caso. L’articolo del Police Illustrated News racconta l’epilogo così:
    Lunedì la scoperta del suo suicidio, la testa tagliata da una ghigliottina. Le due assi erano state usate come montanti in cima ai quali era posta la lama. Delle scanalature intagliate sul lato interno delle assi hanno consentito al coltello di scorrere facilmente e due pesanti pietre sono state legate al lato superiore della lama come zavorra. Per mezzo di una carrucola il suicida ha innalzato il coltello e lo ha lasciato cadere sulla gola, tranciandosi di netto la testa.

  • E chiudiamo con uno dei report psichiatrici più incredibili di sempre: il caso, documentato nel 2005, di un uomo che soffriva contemporaneamente della sindrome di Cotard (la convinzione allucinatoria di essere morti) e di licantropia clinica.
    Per quanto la situazione di questo sfortunato individuo sia tutto fuorché comica, bisogna ammettere che i risultati della perizia rappresentano un piccolo e insuperabile capolavoro di surrealismo medico: “Un paziente che soddisfa i criteri DSM-IV per disturbo bipolare, tipo misto con psicosi, aveva la convinzione delirante di essersi trasformato in cane. Era anche convinto di essere morto. Era irrequieto e provava un pesante senso di colpa riguardo a un suo precedente contatto sessuale con una pecora.

È tutto, alla prossima!

Danzare con la Morte

Durante le grandi ondate di peste nel Medioevo sorsero due grandi motivi allegorici, il Trionfo della Morte e la Danza Macabra: cosa possono insegnarci oggi?

Ecco un video che ho realizzato per l’Università di Padova nell’ambito del progetto Catalogo delle Perdite e dei Ritrovamenti in Tempi di Covid (tutti gli interventi sono liberamente consultabili sul sito dell’Università).

La Morte Amica

Nel 1851 l’artista tedesco Alfred Rethel (che tre anni prima aveva già firmato una Danza Macabra apertamente politica) produsse i bozzetti per due incisioni gemelle: La morte come nemica e La morte come amica.

Se la sua Morte nemica (qui sopra), benché raffinata, non è poi così originale in quanto ispirata a una lunga tradizione di Trionfi e di figure scheletriche che torreggiano sulle pile di morti, è invece la speculare Morte amica che mi ha sempre affascinato.
Di recente sono riuscito a procurarmene una riproduzione, espunta da un testo di fine ‘800, e ho potuto finalmente scannerizzarla come si deve. Gran parte del fascino di questa litografia, infatti, deriva dalla cura nei più minuti dettagli, che richiedono d’essere esaminati e interpretati con attenzione; per questo motivo ammirarla in alta qualità è fondamentale. Alla fine di questo articolo troverete il link per scaricarla; ma vorrei prima mostrarvi perché amo così tanto questa immagine.

La scena ci mostra la sala più alta del campanile d’una cattedrale medievale.
L’ambiente è modesto, l’unico discreto fregio presente sopra l’arco della finestra è senz’altro poca cosa rispetto a come la chiesa deve apparire dall’esterno: lo intuiamo dalla gargolla intravista nell’angolo in alto a sinistra, e dalla guglia decorata che svetta fuori dalla finestra.


Tra queste quattro mura ha passato tutta la sua vita il vecchio sacrestano e campanaro; possiamo immaginare il freddo dei duri inverni, quando il vento fischiava entrando dalla grande finestra, facendo turbinare la neve nella stanza. Possiamo sentire la fatica di quelle scale di legno, salite e scese Dio solo sa quante volte per guadagnare la cima della torre.
Ora il guardiano è giunto alla fine dei suoi giorni: il corno resta silenzioso, appeso al corrimano.


Le membra fragili del vecchio (il piede destro si è girato di lato, sotto il peso della gamba), la sua figura sprofondata nella poltrona, le mani abbandonate in grembo e flebilmente unite in un’ultima preghiera — tutto ci dice che la sua vita volge al termine.

La sua è stata una vita umile ma pia. Lo intuiamo dai resti del suo ultimo povero pasto, un semplice tozzo di pane e un calice che alludono all’eucarestia. Lo capiamo anche dal crocifisso, unica suppellettile oltre al tavolo e la sedia, e dal libro delle Scritture ancora aperto.
Il mazzo di chiavi portato alla cintura è un altro elemento dal duplice significato: identifica il ruolo di sacrista, ma rimanda alle altre chiavi che lo attendono, quelle che San Pietro userà per dischiudergli i cancelli del Paradiso.

Il vero punto di fuga è il sole che tramonta dietro l’orizzonte di un panorama campestre. È la sera del giorno, la sera della vita che ha fatto il suo corso proprio come il fiume che vediamo in lontananza, emblema del panta rei. Eppure sulle sue rive scorgiamo dei campi ben coltivati e regolari, segno che lo scorrere di quell’acqua ha portato frutto.
Un uccellino si posa sul davanzale della grande finestra; è forse un amico del vecchio, con cui egli condivideva qualche briciola di pane? Si è preoccupato quando non ha sentito suonare le campane come d’abitudine? In ogni caso è un dettaglio commovente, e un indizio della vita che continua.

E guardiamo infine la Morte.
Non si tratta della Nera Signora delle raffigurazioni più classiche, la sua figura non potrebbe essere più lontana da quella che portava flagello e devastazione nei Trionfi medievali. Certo è scheletrica e può incutere paura, ma il cappuccio e la bisaccia sono quelli di un viaggiatore. La Morte è venuta da molto lontano, tanto è vero che porta sul petto la capasanta, conchiglia di San Giacomo simbolo del pellegrino; i suoi piedi ossuti calpestano la Terra in lungo e in largo, da tempo immemore. E questo suo costante vagabondare la accomuna, nello spirito, all’uomo — non a caso la stessa conchiglia è appuntata anche sul cappello del sacrestano, accanto al suo bastone e a un fascio d’erbe che egli ha raccolto.

Questa Morte però, come indicato dal titolo, è “amica”. Di fronte a un uomo virtuoso, quella stessa Morte che sa essere una spietata e feroce tiranna diviene “sorella” in senso francescano. Il capo abbassato, le orbite vuote rivolte a terra, sembra quasi intenta in una segreta meditazione: dall’inizio dei tempi ella svolge il suo compito con solerzia, ma non è malvagia.
E infatti ecco che compie un gesto di una delicatezza disarmante: suona le campane un’ultima volta, per annunciare i vespri al posto del moribondo che non è più in grado di farlo.

È l’ora del cambio della guardia, l’anziano uomo può ora lasciare in altre mani il ruolo che per così lungo tempo ha occupato. Con il giungere tranquillo della sera, con gli ultimi rintocchi delle campane che per tutta la vita egli ha fatto vibrare, si conclude un’esistenza semplice e devota. Tutto è sereno, tutto è compiuto.

Poche altre immagini, credo, sanno raccontare con simile eleganza l’ideale cristiano (ma, in generale, l’ideale umano) della “Buona Morte”.
Purtroppo non tutti potremo permetterci una fine così idilliaca; ma se la morte fosse davvero così gentile, premurosa e compassionevole, chi non vorrebbe averla come amica?

Per scaricare la mia scansione in alta qualità (60Mb) di La morte come amica, cliccate qui.

Ipnotismo nella morgue

Parte prima: Trance mortale

8 novembre 1909, Opera House di Somerville nel New Jersey.
Il Professor Arthur Everton era un uomo dalle maniere gentili, con una voce soave e un bel paio di mustacchi neri. L’ipnotismo era una sua passione giovanile, e dopo un periodo passato a traslocare pianoforti, era da poco tornato a calcare il palco. Ma non aveva perso lo smalto dei vecchi tempi: dominava ancora la scena con garbo e sicurezza.
Il suo show serale volgeva al termine; fino a quel momento l’ipnotista aveva divertito il pubblico costringendo i suoi soggetti a pescare con una lenza invisibile, e altre amenità del genere. Ora però annunciò il gran finale.

L’elettricità era palpabile mentre i suoi occhi magnetici scrutavano intensamente la platea, fila dopo fila, alla ricerca del soggetto del suo prossimo esperimento. E il pubblico, come sempre in questi casi, era combattuto.
C’erano alcuni, tra gli spettatori e le spettatrici, che abbassavano timidamente lo sguardo per timore d’essere chiamati sul palco, non avendo alcuna intenzione di rendersi ridicoli di fronte a tutti. Altri invece speravano in segreto d’essere scelti: o si figuravano abbastanza lucidi da sfidare il Professore, resistendo all’intensa forza di volontà dell’ipnotista… oppure erano inconsciamente allettati dall’idea di perdere il controllo per qualche minuto, per gioco, senza grosse conseguenze.
Finalmente, un uomo alzò la mano.
“Ah, abbiamo un volontario!”, esclamò Everton.

L’uomo salì sul palco. Si trattava del trentacinquenne Robert Simpson, un rubicondo marcantonio, grande e grosso. Il Professor Everton lasciò che il pubblico applaudesse questo coraggioso sconosciuto, e poi procedette a farlo cadere in uno stato catalettico. Secondo il New York Times

eseguì alcuni passaggi, ordinò a Simpson di diventare rigido, e così fu. Everton poi chiamò gli assistenti per stendere il corpo tra due sedie, la testa appoggiata sull’una e i piedi sull’altra, e salì in piedi sullo stomaco del soggetto per poi discenderne. Due assistenti, sotto suo ordine, alzarono Simpson in posizione eretta ed Everton, battendo le mani, gridò: ‘Rilassati!’.
Il corpo di Simpson si ammorbidì così in fretta da sfuggire alle mani degli assistenti, e la sua testa colpì una delle sedie mentre scivolava giù sul pavimento.

Tutti compresero subito, anche solo guardando la faccia attonita degli assistenti, che quella non era una certo una sceneggiata concordata in anticipo. Il Professor Everton — che in realtà non era nemmeno un vero professore — a questo punto fu preso dal panico. Lui e i suoi collaboratori cercarono di risvegliare dalla trance il malcapitato, scuotendolo in ogni maniera, ma l’uomo non rispondeva a nessuno stimolo.
Everton, sempre più isterico, riuscì a squittire un grido d’aiuto chiedendo se vi fossero medici in sala. Tre dottori, che erano stati invitati allo spettacolo dal manager del teatro, arrivarono in soccorso; ma nemmeno i loro tentativi di rianimare Simpson ebbero fortuna. Il Dr. W. H. Long, medico della contea, alzò lo sguardo dal corpo e fissò serio l’ipnotista.
“Questo è morto stecchito”, sibilò.
“No, è ancora in trance”, replicò Everton, e cominciò a battere le mani vicino alle orecchie di Simpson, e a scuotere il cadavere dell’uomo.

Quando arrivò la polizia, il Professor Everton era ancora intento a cercare di risvegliare il suo volontario. Venne arrestato seduta stante con l’accusa di omicidio colposo.
Mentre lo portavano fuori dall’Opera House, in manette e a testa bassa, i suoi occhi non sembravano più così magnetici, ma soltanto atterriti.

Parte seconda: Lazzaro, vieni fuori

Il giorno successivo, il corpo senza vita di Robert Simpson giaceva coperto da un lenzuolo nero nell’obitorio dell’ospedale di Somerville, in attesa dell’autopsia.
A un tratto la porta si aprì quattro uomini entrarono nella camera mortuaria. Tre di loro erano dottori.
Il quarto si avvicinò al cadavere e liberò dal sudario le livide membra. Respirando a fondo, toccò prima le guance del morto; poi avvicinò il capo sul petto di Simpson come per auscultarlo. Nessun battito. Infine appoggiò delicatamente tre dita sulla fredda pelle dello sterno, pose le labbra all’orecchio della salma e cominciò a parlare.
“Ascolta, Bob, l’azione del tuo cuore è forte… Bob, il tuo cuore sta cominciando a battere.”
Poi si mise di colpo ad urlare: “BOB, RIESCI A SENTIRMI?”
I tre medici si scambiarono un’occhiata perplessa.
La voce dell’uomo ricominciò, stavolta nuovamente sussurrando: : “Il tuo cuore sta ripartendo, Bob…”
Simpson, steso sul tavolo, non si mosse.

La strana scena si protrasse per un bel po’, fino a quando i medici spazientiti non decisero che quella farsa era durata anche troppo.
“Mr. Davenport, direi che è sufficiente.”
“Ma ci siamo quasi…”
“Basta così.”

Parte terza: Death Is Not The End

L’uomo che cercava di resuscitare il morto si chiamava William E. Davenport, ed era un amico del Professor Everton (provenivano entrambi da Newark). Davenport svolgeva ufficialmente la mansione di segretario per il sindaco ma si dilettava anche di ipnotismo e mesmerismo.
Il sedicente Professore in quel momento si trovava in galera “spaventato e scosso”, in attesa che il gran giurì decidesse come procedere con il suo caso. Everton sosteneva — e forse voleva disperatamente convincere anche sé stesso — di aver gettato il suo soggetto in una trance tanto profonda da sconfinare in uno stato di morte apparente. Dicendosi sicuro che Simpson si trovasse in realtà ancora in catalessi, il Professore tanto aveva brigato che era riuscito a convincere le autorità a concedergli quel bizzarro tentativo di rianimazione ipnotica. Essendo confinato in cella, si era accordato per mandare l’amico Davenport nella morgue al suo posto.

Purtroppo quest’ultimo (forse perché era solo un dilettante?) non era riuscito a risvegliare il morto. Per un breve momento si parlò anche di far arrivare un terzo ipnotista da New York per provare a riportare in vita la vittima, ma non se ne fece nulla.
Quindi rimaneva da chiarire se Simpson fosse morto a causa del peso sopportato mentre era in stato catalettico e l’ipnotista gli era salito sulla pancia, oppure se tutto l’incidente non fosse stata una tragica coincidenza.
L’autopsia mise fine alla suspense: Simpson era morto per la rottura dell’aorta, e secondo i medici probabilmente soffriva di quel silente aneurisma da molto tempo. Non c’erano prove conclusive che lo sforzo sopportato durante il numero di ipnotismo fosse la vera causa della morte, che alla fine venne dichiarata naturale.

Everton, ormai al collasso nervoso totale nella sua cella, anche dopo l’autopsia continuava a ripetere che Simpson era vivo. Venne rilasciato su cauzione, e dopo tre settimane il gran giurì decise di non procedere nei suoi confronti.
Fu la fine di un incubo per il Professor Everton, che si ritirò dalle scene, e la chiusura di un caso che aveva tenuto con il fiato sospeso i lettori dei quotidiani — e soprattutto gli altri ipnotisti. In fin dei conti, sarebbe potuto succedere a chiunque di loro.

Ma la reputazione degli ipnotisti non venne danneggiata da questo clamore, anzi; essi acquisirono un fascino ancora più sinistro e conturbante. E seguitarono, come facevano prima, a sfidarsi a suon di esibizioni sempre più spettacolari.
Già l’11 novembre, a soli tre giorni dalla sventurata esibizione di Everton, il New York Times titolava:

IL RIVALE DI EVERTON TRIONFA: Altro ipnotista di Somerville mette TRE uomini sul petto del suo soggetto.

D’altronde, nello show biz, “lo spettacolo deve andare avanti”.

Mors in fabula

La morte ci spaventa perché ci hanno insegnato che deve farlo. Perché ce l’hanno raccontata così.

Se vogliamo sollevare almeno un poco questo pesante tabù, ci sono due cose da fare:
1) capire come e perché è nata la specifica visione della morte che abbiamo ereditato;
2) cominciare a raccontarla in maniera diversa, più creativa e serena, forgiare un nuovo sguardo, ripartire dalla meraviglia.

Usare tutti gli strumenti a nostra disposizione: il corpo, l’arte, la parola, il teatro. È quello che vogliamo fare con Mors in fabula, un evento di due giorni che si svolgerà a Palermo sabato 18 e domenica 19 gennaio.

Cominceremo dal corpo, con una performance dell’artista Gaetano Costa, che da anni esplora in maniera intensa e suggestiva i rapporti tra la materia, la carne e l’identità.

Proseguiremo con l’arte, inaugurando una fantastica mostra collettiva che abbraccerà la scultura, con le scenografiche creazioni di Cesare Inzerillo, ironico omaggio alle mummie delle Catacombe dei Cappuccini; il collage e la fotografia surrealista di Francesco Viscuso; la pittura, con i personaggi grotteschi e le atmosfere macabro/fiabesche di Sergio Padovani; e infine illustrazione e cinema con Stefano Bessoni, attraverso i disegni e i pupazzi utilizzati nei suoi film in stop-motion.

Il secondo giorno ci dedicheremo alla parola con un convegno, in cui oltre al mio intervento parleranno Francesco Romeo (docente di letteratura, sceneggiatura, analisi filmica) ed Eliana Urbano Raimondi (autrice e curatrice); avremo inoltre il piacere di chiacchierare con diversi artisti e studiosi (Stefano Bessoni, Rossana Taormina, Marco Canzoneri, Giuseppe Tarantino), il tutto intervallato da pause di degustazione di prodotti tipici. Questa ricognizione ad ampio raggio terminerà con una narrazione dell’attore Alberto Nicolino riguardo alla morte nelle fiabe popolari.

Per concludere, il teatro: all’interno degli stessi spazi della mostra, in un inedito dialogo con le opere esposte, verrà rappresentata l’opera Cruci e Nuci di Giuseppe Tarantino.

Mors in fabula vuole quindi essere un viaggio alla scoperta delle connessioni tra l’immaginario delle favole e quello della morte, un’esplorazione del registro poetico e fiabesco con cui alcuni artisti si approcciano a questi temi.
D’altro canto, fabula va inteso nel senso più generale di narrazione: saranno due giornate in cui proveremo a “raccontare la morte” in modo inedito.
Ripartendo, appunto, dalla meraviglia.

Per quanto riguarda le info pratiche: Mors in fabula si svolgerà a Palermo, e gli eventi avranno luogo in due sedi (la Sala Astrea di Palazzo Tagliavia e la sede dell’associazione).
È possibile iscriversi ai singoli eventi oppure acquistare tutto il pacchetto (convegno, mostra, performance, spettacolo). Trovate tutte le informazioni sul sito dell’associazione L’Arca degli Esposti, sulla pagina Facebook dell’evento, scrivendo una mail a questo indirizzo oppure chiamando il numero 3663462971.

I ritratti funebri di Filippo Severati

Si dice che non vi sia nulla di più lusinghiero per un artista che vedere le proprie opere trafugate dal museo in cui sono esposte. Se qualcuno è disposto a rischiare la galera per un quadro, si tratta in definitiva di un tributo – per quanto discutibile – alla maestria del pittore e un indice della sua quotazione sul mercato.

Eppure c’è un artista che, se fosse vivo oggi, di certo non apprezzerebbe il fatto che dei ladri abbiano rubato quasi un centinaio di ritratti da lui realizzati. Perché nel suo caso le opere in questione non erano esposte nelle sale d’un museo, ma tra le file di lapidi di un cimitero, e lì sarebbero dovute rimanere affinché tutti le vedessero.

Il cimitero monumentale del Verano, con i suoi 83 ettari di superficie, colpisce per la sontuosità di alcune cappelle, e appare come un luogo piuttosto surreale. Mausolei faraonici, statue di squisita fattura, edifici grandi come case. Questo non è un semplice camposanto, assomiglia a una città metafisica; dimostra quanti e quali sforzi gli uomini siano disposti a compiere per mantenere viva la memoria dei defunti (nonché la speranza, o l’illusione, che la morte non sia del tutto definitiva).

Scorrendo le lapidi, assieme ad alcune foto consunte dalle intemperie, attirano lo sguardo alcuni ritratti particolarmente raffinati.
Sono le peculiari pitture su lava di Filippo Severati.

Nato a Roma il 4 aprile 1819, Filippo seguì le orme del padre pittore e già dalla precoce età di 6 anni cominciò a dedicarsi alle miniature, facendone il proprio mestiere dagli 11 anni in poi. Nel frattempo, iscrittosi all’Accademia di S. Luca, vinse numerosi premi e guadagnò diverse menzioni di merito; sotto l’egida di Tommaso Minardi eseguì incisioni, disegni e con il passare degli anni si specializzò nella ritrattistica.

Fu a partire circa dal 1850 che Severati cominciò a utilizzare lo smalto su base lavica o di porcellana. La tecnica era già conosciuta per la sua proprietà di rendere i colori quasi del tutto inalterabili e per la durevolezza che le numerose fasi di cottura conferivano all’opera.

Nel 1859 depositò il brevetto per la sua procedura di pittura a fuoco sulla lava smaltata, rinnovata e migliorata rispetto alle precedenti (trovate una descrizione dettagliata del processo in questo articolo); nel 1873 vinse la medaglia del progresso all’Esposizione di Vienna.

Nel 1863 avvenne la svolta, quando Severati dipinse un autoritratto per la tomba di famiglia: lo si può ammirare ancora oggi in posa, tavolozza in mano, mentre accanto a lui si intravede un ritratto dei genitori su un cavalletto, vero quadro nel quadro.

Dopo quel primo dipinto tombale, la ritrattistica funebre divenne in breve tempo la sua unica occupazione. Grazie all’affinarsi della tecnica, i clipei (le effigi dei defunti) realizzati da Severati erano in grado di durare a lungo mantenendo intatta la brillantezza e la vivacità delle campiture.

Questa era la vera novità introdotta da Severati: egli era in grado di “riproporre in esterno la tipologia e le caratteristiche formali del ritratto ottocentesco destinato agli interni delle case borghesi(1)M. Cardinali – M.B. De Ruggieri – C. Falcucci, «Fra le più utili e maravigliose scoperte di questo secolo…». I dipinti di F. S. al Verano, in Percorsi della memoria. Il Quadriportico del Verano, a cura di L. Cardilli – N. Cardano, Roma 1998, pp. 165-170. Citato in Treccani. . Invece di appenderlo in casa, i famigliari potevano collocare un ritratto del defunto direttamente sulla lapide, seppure in piccolo formato. E alcuni di questi clipei colpiscono ancora per la vitalità e la resa commovente dei tratti del defunto, eternati nella pittura a fuoco.

Severati morì nel 1892. Dimenticato per quasi un secolo, venne “riscoperto” dal fotografo Claudio Pisani, che nel 1983 pubblicò sulla rivista Frigidaire un articolo di encomio corredato con diverse foto scattate al Verano.

Oggi Filippo Severati rimane una figura poco nota al grande pubblico, ma fra gli addetti ai lavori il suo talento di pittore è ben riconosciuto; a tal punto da far gola ai ladri citati all’inizio, che hanno vandalizzato le tombe staccando circa una novantina dei suoi ritratti dalle lapidi del cimitero romano.

(Ringrazio Nicola per le scansioni della rivista. Alcune foto nell’articolo sono mie, altre trovate in rete.)

 

Note

↑ 1. M. Cardinali – M.B. De Ruggieri – C. Falcucci, «Fra le più utili e maravigliose scoperte di questo secolo…». I dipinti di F. S. al Verano, in Percorsi della memoria. Il Quadriportico del Verano, a cura di L. Cardilli – N. Cardano, Roma 1998, pp. 165-170. Citato in Treccani.

Le mummie di Palermo: un dialogo silenzioso

Questo mio articolo è apparso originariamente sul primo numero, intitolato “Apocrifo Siciliano”, del libro-rivista Cariddi – Rivista Vorace, edito da Rossomalpelo Edizioni di Catania. La rivista esplora le innumerevoli versioni di una Sicilia dimenticata, occulta, sospesa tra le molteplici magie del fantastico e le illusioni della realtà — in un racconto collettivo al quale hanno partecipato giornalisti, scrittori, illustratori, critici letterari e fotografi per affrontare le mille facce della Sicilia.
Cariddi si trova in libreria (sul profilo FB Cariddi – Rivista Vorace trovate tutti i punti vendita che la ospitano), su Amazon e gli altri store online, oppure è possibile ordinarne una copia scrivendo una mail alla casa editrice.

 

La prima volta non si scorda mai.
Appena entrato all’interno delle Catacombe dei Cappuccini, l’impressione fu quella di trovarmi di fronte a un gigantesco exercitus mortuorum, una spaventosa armata di revenant. Morti tutt’intorno dalla pelle arsa e rinsecchita, centinaia di bocche spalancate, mandibole abbassate da secoli di gravità, le orbite vuote eppure terribilmente espressive. La sensazione durò pochi secondi, perché in realtà nell’ipogeo regnava una pace così perfetta che lo sconcerto iniziale cedette il passo a un sentimento diverso: avvertii di essere un intruso.

Estraneo, in quanto uomo vivo in uno spazio sacro abitato dai morti; tutti coloro che scendono qui ammutoliscono di colpo. È il visitatore a sentirsi sotto scrutinio.
Io ero inoltre alieno a una cultura, quella siciliana, che dimostrava una familiarità con i suoi defunti inconcepibile per qualcuno nato e cresciuto al nord. La morte qui non era occultata dietro lastre di marmo, anzi: se ne faceva spettacolo. Esibito teatralmente, esposto come mirabilis – degno d’ammirazione – stava in bella mostra il vero rimosso del nostro tempo: il cadavere.

Un cadavere lavorato con cura dai frati, secondo un procedimento affinato nel tempo. Uno dei termini tecnici che gli antropologi usano per indicare il trattamento di scolatura e mummificazione delle salme è “tanatometamorfosi”, che rende bene l’idea della vera e propria trasformazione strutturale a cui viene sottoposto il corpo.
Una simile conservazione aveva peraltro costi non indifferenti, che solo i più abbienti potevano permettersi (anche in morte ci sono cittadini di prima e seconda classe). Ma questo non sorprende se si pensa alle innumerevoli, monumentali cittadelle dei morti, per innalzare le quali i vivi sono disposti a spendere fatiche e fortune ingenti. Quello che mi colpiva, mentre sfilavo davanti alle mummie, era che in questo caso l’investimento non era servito a costruire un fastoso mausoleo celebrativo quanto piuttosto a congelare, per quanto possibile, le fattezze del morto nel tempo.

Ecco, il tempo. Lì sotto scorreva in maniera diversa rispetto alla superficie, o forse non scorreva affatto. Sospeso, aveva smesso di divorare e trasfigurare la materia.
Indugiando sui volti antichi, sui logori vestiti, sulle mani avvizzite, risultava chiaro lo scopo di questa pratica: salvaguardare non la memoria del defunto, ma l’identità stessa.
Se in un ossario i morti sono tutti identici, il processo di mummificazione ha invece la virtù di rendere ogni corpo diverso dall’altro, di conferire ai resti una spiccata personalità – effetto ulteriormente amplificato quando la mummia indossa gli abiti che sfoggiava in vita.
Tra tutte le barriere che l’uomo ha innalzato nel donchisciottesco tentativo di negare l’impermanenza, questa è forse quella che più si avvicina al successo; è una strana strategia, perché invece di allontanare la morte, la si abbraccia fino a renderla parte della quotidianità. Così questi individui non erano mai veramente morti: i familiari potevano tornare a visitarli, a parlarci, se ne prendevano cura. Erano antenati che non avevano mai del tutto attraversato la soglia.

A poco a poco le mummie iniziarono a sembrarmi benevole – perfino solidali, come lo è sempre chi ha davvero coscienza della finitezza. I volti scheletrici, che potevano incutere timore, se osservati abbastanza a lungo apparivano sereni; tanto che non ero più così certo di compatire la loro condizione. Dentro di me cominciai una sorta di conversazione con la folla silenziosa, depositaria di un segreto inviolabile. Forse il loro sussurro, che dall’altra sponda tentava di raggiungermi, voleva rassicurarmi; forse raccontava la fine di ogni turbamento.

Quel dialogo muto e misterioso, iniziato allora, non si è mai più interrotto.
Qualche anno dopo tornai alle Catacombe assieme al fotografo Carlo Vannini. Restammo all’incirca una settimana in compagnia delle mummie, giorno e notte. Chi può dire se mi riconobbero? Da parte mia imparai a distinguerle una per una, a discernere ogni voce, poiché ancora mi chiamavano senza bisogno di parole.

Il mio primo libro, pubblicato per Logos Edizioni, fu proprio La Veglia Eterna.
In occasione della ristampa nel 2017 venne impreziosito da una prefazione del conservatore scientifico delle catacombe, il paleopatologo Dario Piombino-Mascali – il quale a sua volta, mentre scrivo, ha dato alle stampe quella che si preannuncia come la guida storico-scientifica definitiva sulle Catacombe, per i tipi di Kalòs Edizioni.
Dall’analisi delle mummie un paleopatologo è in grado di ricavare indizi sulle loro abitudini di vita, di risalire alla loro storia personale: a un esperto come lui, i corpi parlano davvero. Ma proprio adesso stanno parlando, ne sono certo, anche all’ennesima comitiva scesa nel fresco sottosuolo e incantata di fronte alla straordinaria visione.
Queste mummie, a cui mi lega un sentimento profondo e inesplicabile, mormorano a chiunque sappia davvero ascoltare.

La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 9

Nel nono episodio della web serie di Bizzarro Bazar: l’incredibile storia dell’acqua tonica; un commovente manufatto funebre; la misteriosa “sabbia urlante” del deserto.

Se la puntata vi piace iscrivetevi al canale, e soprattutto passate parola. Buona visione!

Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
Prodotto da Ivan Cenzi, Francesco Erba, Theatrum Mundi & Onda Videoproduzioni

Il pene di Napoleone

Al Museo della Storia della Medicina a Parigi è conservata la trousse di strumenti chirurgici utilizzata per eseguire l’autopsia sul cadavere di Napoleone a Sant’Elena.
Ma pochi sanno che quei bisturi, probabilmente, l’hanno anche evirato.

Negli ultimi mesi a Sant’Elena, Napoleone soffriva di lancinanti dolori di stomaco. Sir Hudson Lowe, il governatore dell’isola sotto il cui controllo Bonaparte era stato confinato, aveva sminuito il tutto come una lieve anemia. Eppure il 5 maggio 1821 Bonaparte morì.
L’autopsia condotta il giorno successivo dal medico personale di Napoleone, Francesco Carlo Antommarchi, rivelò che a ucciderlo era stato un tumore allo stomaco, aggravato da grossa ulcere (anche se sulle effettive cause di morte sono stati avanzati dei sospetti).
Ma durante l’esame autoptico Antommarchi si prese, a quanto pare, qualche libertà.

Francesco Carlo Antommarchi

Il cuore venne estratto e messo sotto spirito; teoricamente avrebbe dovuto essere recapitato a Parma alla seconda moglie dell’Imperatore, Maria Luisa. In realtà quest’ultima non doveva essere particolarmente interessata a un simile pegno d’amore, visto che a pochi mesi dalla morte di Napoleone si era già sposata con il suo amante.
Anche lo stomaco, l’organo canceroso responsabile della morte, venne asportato e conservato in liquido. Antommarchi eseguì dunque il calco del volto di Bonaparte, a partire dal quale produsse in seguito la famosa maschera mortuaria ancora oggi conservata al Musée de l’Armée.

Ma a questo punto il medico marsigliese decise di impossessarsi di un ulteriore, macabro trofeo: recise il pene di Napoleone.
Le motivazioni di Antommarchi per questo taglio extra non sono chiare. Secondo alcuni era una sorta di vendetta per i maltrattamenti che aveva dovuto subire, negli ultimi mesi, da parte dell’irascibile Napoleone; secondo altri, il dottore (che sarebbe stato un uomo ignorante e privo di rispetto) l’aveva fatto semplicemente con l’intenzione di ricavarne qualche profitto.

Ma forse non fu nemmeno Antommarchi a prelevare il pruriginoso reperto. Trent’anni più tardi, nel 1852, il Mamelucco Ali (ovvero Louis-Étienne Saint-Denis, fedelissimo valletto di Napoleone) pubblicò un memoriale nella Revue des Mondes. Nel testo, Ali attribuiva a sé stesso e al cappellano che aveva somministrato l’estrema unzione a Bonaparte, l’Abate Angelo Paolo Vignali, la responsabilità della mutilazione. Affermò infatti che lui e Vignali avevano rimosso alcune non meglio specificate “porzioni” del cadavere di Napoleone durante l’autopsia.

Tutte queste storie sono piuttosto dubbie; appare improbabile che una simile menomazione potesse passare inosservata. All’autopsia di Napoleone erano presenti cinque medici inglesi, tre ufficiali inglesi e tre francesi. Dopo l’imbalsamazione, il fido cameriere Marchand lo vestì con l’uniforme. Possibile che nessuno si fosse accorto della virilità mancante sul corpo del “piccolo caporale”?

Fatto sta che magari non proprio “il” pene di Napoleone, ma “un” pene di Napoleone cominciò a circolare in Europa.
Chiunque fosse stato a reciderlo materialmente, alla fine fu il cappellano Vignali che lo portò con sé in Corsica insieme ad altri ricordi più convenzionali (documenti e lettere varie, qualche pezzo d’argenteria, una ciocca di capelli, un paio di pantaloni alla zuava, ecc.), e l’organo passò ai suoi eredi quando Vignali morì in un sanguinoso regolamento di conti nel 1828. Rimase per quasi un secolo in famiglia, e venne infine venduto all’asta nel 1916, in blocco assieme all’intera collezione, a un anonimo compratore. Nel catalogo il pene era descritto con un eufemismo: “tendine mummificato”.

Dopo essere stato acquistato dalla famosa libreria antiquaria Maggs di Londra, il lotto venne rivenduto nel 1924 al collezionista di Filadelfia Abraham Simon Wolf Rosenbach, il quale tre anni più tardi lo espose al Museo di Arte Francese a New York. Qui il pene di Napoleone, per la prima e unica volta visibile al grande pubblico, venne descritto da un giornalista come una “striscetta malmessa di cuoio per lacci da scarpe, o un’anguilla avvizzita”.

Nel 1944 Rosenbach cedette nuovamente la collezione, che continuò a passare di mano in mano. Ma nonostante il valore storico di questi cimeli, il mercato si dimostrava sempre meno interessato e la collezione Vignali rimase invenduta a diverse aste. Nel 1977 venne per la maggior parte acquisita dal governo francese e destinata a raggiungere i resti di Napoleone a Les Invalides. Non il pene, però, che i francesi si rifiutarono di riconoscere. Fu John K. Lattimer, urologo americano, a comprarlo per 4000 dollari. Sembra che volesse toglierlo definitivamente dalla circolazione affinché non venisse ridicolizzato.

L’urologo aveva ammassato un’impressionante collezione di macabre curiosità storiche – dal colletto insanguinato che il Presidente Lincoln indossava la notte del suo omicidio a teatro, a una delle capsule di veleno usate da Göring per suicidarsi. Lattimer tenne per anni l’infame “tendine mummificato” in una valigia sotto il letto, protetto da sguardi morbosi, e rifiutò sempre qualsiasi offerta di acquisto. Lo sottopose però ai raggi X, e quel pezzetto di carne si rivelò essere effettivamente un pene umano.

Dopo la morte di Lattimer, avvenuta nel 2007, sua figlia cominciò a riorganizzare l’incredibile collezione con un faticoso processo di archiviazione.
Il pene è ancora conservato all’interno della collezione: Tony Perrottet, autore del libro Napoleon’s Privates, è tra i pochissimi che hanno avuto occasione di vederlo di persona. “Era una cosa abbastanza incredibile da vedere. Eccolo lì: il pene di Napoleone, adagiato sul cotone, disposto in maniera piuttosto raffinata, ed era molto piccolo, parecchio raggrinzito, lungo circa un pollice e mezzo. Era come il dito di un bambino”.
Ecco il video del momento in cui lo scrittore si è trovato finalmente faccia a faccia con gli illustri genitali:

All’epoca Perrottet non aveva il permesso di filmare il reperto, ma nel 2015 in occasione di alcuni reading dal suo libro ha tirato fuori dal cilindro una presunta replica, che potete ammirare qui sotto.

L’evidente emozione mostrata da Perrottet nel video è comprensibile: l’autore ha dichiarato che per lui il pene di Napoleone è una sorta di simbolo “di tutto ciò che c’è di interessante nella storia. In un certo senso unisce amore, morte e sesso, tragedia e farsa”. E di sicuro tutti questi elementi contribuiscono a spiegare il fascino che proviamo per una simile reliquia, al tempo stesso comica, macabra, oscena e pruriginosa. Eppure c’è anche qualcos’altro.

Il corpo di un uomo che – nel bene e nel male – ha cambiato in maniera così incisiva la storia del mondo possiede un’aura quasi magica. Perché allora il pensiero che esso possa essere stato profanato in modo così irrispettoso ci provoca una inconfessabile, ambigua soddisfazione? Perché Lattimer temeva che mostrare quel piccolo pene avvizzito e mummificato l’avrebbe esposto alla derisione pubblica?

Forse perché quel pezzetto di carne è un capolavoro di ironia, un contrappasso perfetto.
Come riassumeva senza peli sulla lingua il comico americano George Carlin,

gli uomini sono terrorizzati all’idea che i loro cazzi siano inadeguati e quindi devono competere tra loro per sentirsi meglio con se stessi e poiché la guerra è la competizione definitiva, in pratica gli uomini si uccidono a vicenda per migliorare la propria autostima. Non occorre essere uno storico o uno scienziato politico per vedere all’opera la politica estera di chi-ha-il-cazzo-più-grosso.

George Carlin, Jammin’ In New York (1992)

Il controverso tweet del Presidente degli Stati Uniti (03/01/2018) su chi detenga il “bottone nucleare” più grosso.

D’altro canto la reliquia ci ricorda anche che Napoleone era mortale, dopotutto, e riporta la sua figura alla concretezza di un cadavere sul tavolo autoptico. Il pene mummificato fa le veci di quell’hominem te memento (“Ricordati che sei solo un uomo”) che veniva ripetuto all’orecchio dei generali romani di rientro da un trionfo, perché non si montassero la testa, o al sic transit che il protodiacono pronunciava al passaggio in San Pietro del neoeletto Papa (“allo stesso modo passa la gloria del mondo”).

Quel lembo di pelle rattrappita e rinsecchita è assieme un simbolo di vanitas, e uno sberleffo al machismo tipico del condottiero o del grande regnante. Ripete alle nostre orecchie che il Re — o l’Imperatore, in questo caso — è nudo.
Peggio: è nudo, morto, e privato della sua virilità.

Una parte delle informazioni contenute in questo articolo provengono dal bel libro di Bess Lovejoy Rest In Pieces: The Curious Fates of Famous Corpses (2014).
Al Museo della Storia della Medicina di Parigi è dedicato un capitolo del mio
Paris Mirabilia – Viaggio nell’insolito incanto.
Il libro di Tony Perrottet Napoleon’s Privates: 2,500 Years of History Unzipped è essenzialmente una collezione di aneddoti piccanti su famosi personaggi storici. Tra questi, uno in particolare è pertinente. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Stalin avrebbe chiesto a Winston Churchill di aiutare l’armata russa con un problema di “seria carenza di preservativi”. Il primo ministro britannico fece preparare una partita speciale di preservativi extra-large, e li spedì in Russia con la dicitura “Made in Britain – Medium“. Di fronte a questo lampante esempio di politica estera, George Carlin sarebbe rimasto deliziato.