Ossari e voliere: quando gli uccelli nidificano nei teschi

Guest post a cura di Thomas J. Farrow

Il termine inglese bonehouse, che si riferisce a un ossario dove sono accatastati ed esposti grandi quantità di resti scheletrici riesumati, deriva dall’anglo-sassone beinhaus. Nel suo uso originale questa parola, prima che ad altre strutture, si riferiva al corpo umano come a una “casa delle ossa”. Finché le ossa dei viventi abitano i corpi, e le ossa dei morti abitano gli ossari, ogni distinzione tra la vita e la morte resta chiara e precisa. Tuttavia, l’emergere della vita animale all’interno delle ossa dei morti offre un’inedita svolta, in cui le ossa si mutano in vere e proprie dimore.

I resoconti di uccelli che nidificano nei teschi umani sono sorprendentemente comuni nella letteratura dell’Ottocento e primo Novecento, e all’epoca attirarono l’attenzione sia degli ornitologi vittoriani che dei curiosi. Numerosi casi sono segnalati in libri e riviste popolari del periodo, in cui si racconta di scriccioli che avevano fatto il nido in un cranio lasciato a sbiancare all’aperto da uno studente di anatomia (Blanchan 1907), così come di un altro teschio rinvenuto durante i lavori di costruzione a Hockwold Hall, Norfolk, durante gli anni ’70 dell’Ottocento (Chilvers 1877). In seguito alla sua scoperta, un uomo del posto inchiodò il teschio di Hockwold sul muro di un capanno da giardino, e più tardi rimase sorpreso nello scoprire che uno scricciolo, visto volare dentro e fuori dal cranio, aveva deposto al suo interno quattro o cinque uova.

Sempre a Norfolk, all’inizio del secolo, vennero trovati uccelli che nidificavano nei resti scheletrici di un assassino, esposti pubblicamente. Dopo l’esecuzione, il corpo era stato lasciato a marcire in una gabbia appesa fuori dal villaggio di Wereham, come macabro avvertimento per chiunque avesse avuto intenzione di minacciare la comunità locale. Circa cinque anni dopo, nel 1810 circa, un bambino si arrampicò sul patibolo e scoprì diverse cince blu che vivevano all’interno del cranio (Stevenson 1876).

FIG 1: Sebbene la forca di Wereham non esista più, quella di Rye mostra bene come si sarebbe conservato un teschio al suo interno. (Cartolina postale. Collezione dell’autore.)

Ulteriori racconti punteggiano libri sia antichi che recenti. Quando furono eseguiti degli scavi in un cimitero sassone a Saffron Walden intorno al 1870, un codirosso allevò una nidiata di quattro pulcini nel cranio di uno scheletro esposto (Travis 1876). Più di recente, durante una spedizione a Cape Clear Island, in Irlanda, all’interno di una cappella in rovina l’ornitologo Ronald M. Lockley scoprì un nido di pettirosso in un teschio, presumibilmente caduto da una vecchia tomba di pietra incassata nelle mura (Lockley 1983).

FIG 2: Illustrazione di un nido d’uccello in un teschio umano, c.1906.

I teschi non sono l’unica opzione abitativa per un uccello che abbia il gusto del macabro. Basti pensare all’Upupa cinese, chiamata anche “uccello della bara” per la sua abitudine di nidificare nei sarcofaghi che venivano spesso lasciati fuori terra nella Cina del XIX secolo. Inoltre, si dice che lo zigolo delle nevi, residente nell’Artico, cercasse riparo nelle cavità toraciche di coloro che erano così sfortunati da morire nella tundra (Dixon 1902). Se le rientranze e le fessure presenti nei cimiteri moderni forniscono spesso un utile riparo per i volatili (Smith/Minor 2019), questi siti di nidificazione non sono guidati da alcun meccanismo legato specificamente alla morte. Piuttosto, esprimono la versatile capacità degli uccelli di trovare rifugio ovunque sia possibile.

Gli uccelli possono nidificare in luoghi tutto sommato banali come vasi di fiori e vecchi stivali (Kearton 1895), ma anche nelle carcasse essiccate di animali, e addirittura in quelle di altri uccelli (Armstrong 1955), dimostrando l’indifferente intraprendenza dei nostri amici pennuti. Non sorprende quindi che se i teschi dei morti sono lasciati esposti agli elementi, possono occasionalmente fornire riparo più o meno come qualsiasi altro oggetto idoneo. Poiché cimiteri e ossari hanno storicamente ospitato grandi quantità di tali resti, è naturale che di tanto in tanto abbiano offerto domicilio agli uccelli nidificanti.
In Inghilterra, rimangono solo due grandi ossari. Il primo di questi, presso la chiesa di San Leonardo a Hythe, nel Kent, ospita centinaia di teschi tra cui uno che contiene un nido. Si dice che il nido sia stato costruito a metà del XX secolo, dopo che le finestre della chiesa furono distrutte da una bomba caduta nelle vicinanze durante la Seconda Guerra Mondiale, consentendo così agli uccelli di entrare nella struttura (Caroline 2015).

FIG 3: Il nido d’uccello nel teschio di St. Leonard’s, Hythe.

Il secondo ossario accessibile in Inghilterra si trova nella cripta della Holy Trinity Church a Rothwell, nel Northamptonshire. I giornali nel 1912 riportarono la scoperta di un nido in un teschio, che si credeva fosse stato fatto da un uccello intrufolatosi nella cripta attraverso un buco in un ventilatore (Northampton Mercury 12.7.12). Tuttavia, la mancanza di riferimenti in fonti più recenti suggerisce che il nido non sia sopravvissuto fino ai giorni nostri.
In Austria, l’ossario della Filialkirche St. Michael in der Wachau contiene i resti della popolazione locale e dei soldati morti durante la battaglia di Dürenstein (Engelbrecht) del 1805. Diversi teschi recano fori di proiettili che attestano la morte in combattimento, mentre un teschio privo di una larga porzione di volta cranica è esposto lateralmente in modo da rivelare il nido che contiene.

FIG 4: Il nido presso la Filialkirche St. Michael in der Wachau.

Ulteriori esempi esistono nella regione bretone della Francia nord-occidentale, dove gli ossari erano comuni fino a quando i cambiamenti culturali riguardo all’igiene nel XIX e XX secolo fecero sì che fossero in larga parte svuotati. L’ossario dell’Église Saint-Grégoire a Lanrivain ancora oggi ospita dei resti umani, assieme a un altro esempio di nido all’interno di un teschio.

FIG 5: Nido nell’Ossario di Lanrivain, Bretagna.

Un caso differente è quello dell’ossario di Église Saint-Fiacre. Negli ossari bretoni, era diffusa la pratica di conservare i teschi separatamente rispetto agli altri resti, all’interno di scatole recanti iscrizioni biografiche che registravano il nome del defunto, la data di nascita e morte, insieme a invocazioni e preghiere (Coughlin 2016). Queste scatole erano dotate di finestrelle da cui si potevano vedere i resti, ed avevano anche piccoli tetti spioventi – un dettaglio che spinse i viaggiatori del XIX secolo a descriverle come simili a cucce per cani. La metafora canina non si addice però a quella di Saint-Fiacre, visto che è stata trasformata nella casetta per uccelli più spettrale di sempre.

Ossario di Saint-Fiacre. Fonte: Photos 2 Brehiz.

Gli uccelli non sono nemmeno gli unici animali ad aver trovato una felice dimora tra i resti di un ossario. Nel suo libro A Tour of the Bones, Denise Inge ha descritto un topo che viveva nell’ossario di Hallstatt, in Austria. Più recentemente, lo studio delle ossa di topo ritrovate nell’ossario di Danzica, in Polonia, ha gettato nuova luce sulla diffusione della peste nell’Europa medievale (Morozova et al 2020). Non solo gli animali ma anche le piante hanno un rapporto di lunga data con i cimiteri, tanto che il muschio rimosso dai crani umani veniva storicamente usato nella medicina popolare per curare malattie come attacchi epilettici e sangue dal naso (Gerard 1636).

Fig 7: Muschio medicinale su un teschio umano, incisione di fine XVII secolo.

Se negli ultimi tempi i cimiteri hanno attirato una maggiore attenzione in quanto spazi verdi capaci di ospitare un habitat naturale nella cornice urbana (Quinton/Duinker 2018), lo studio degli ossari come ecosistemi rimane un campo ancora poco studiato ma promettente.
Poiché la maggior parte dei casi qui descritti sono stati scoperti accidentalmente, è inevitabile che il presente elenco rimanga incompleto. La speranza è che riunendo tutte le istanze conosciute in un unico scritto, questo strano fenomeno possa suscitare curiosità, e che altri esempi possano essere segnalati e aggiunti all’elenco.
Tutti sappiamo che la vita trova spesso modi prorompenti per rifiorire nei luoghi dei morti, ma gli uccelli che nidificano nei teschi degli ossari costituiscono un esempio particolarmente spiazzante: dai corpi come “case per le ossa”, alle ossa come “case per i corpi”.

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Thomas J. Farrow (mailTwitter) ha conseguito un Master in Archeologia della morte e della memoria presso l’Università di Chester, Regno Unito. Un precedente articolo sulla storia della carbonizzazione in Inghilterra può essere trovato qui (Farrow 2020), mentre un articolo che affronta gli usi popolari, medici e magici, del muschio di cranio e dei resti scheletrici è in uscita sul prossimo numero di primavera 2021 di The Inquiring Eye.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 15

  • Cogito, ergo… memento mori“: il busto in gesso che vedete qui sopra rappresenta Cartesio, con teschio incorporato e calotta rimovibile. Fa parte della collezione di gessi anatomici dell’École des Beaux-Arts di Parigi, ed è stato scolpito nel 1913 da Paul Richer, professore di anatomia artistica originario di Chartres. Il vero teschio di Cartesio ha una storia piuttosto bizzarra, che ho raccontato anni fa in questo post.
  • Una testimonianza straordinaria su una condizione di cui probabilmente non avete mai sentito parlare: l’afantasia, ovvero l’incapacità di immaginare e di visualizzare oggetti, situazioni, persone o sensazioni “con l’occhio della mente”. Articolo assolutamente da leggere.
  • XV secolo: sono molto diffusi i reliquiari contenenti il latte della Vergine. Ma San Bernardino non ci sta, e si lancia in una gustosissima invettiva.
  • Un bel pezzo di Jen Aitken sui necrologi, e più in generale sulla terminologia relativa alla morte e al fine vita:
    La morte non è una guerra. Quando parliamo di “lunga battaglia”, “combattere” o “sfidare” “valorosamente” e “coraggiosamente”, stiamo trasformando la morte in qualcosa di malvagio che possiamo “vincere”. La morte non è un fallimento. È inevitabile. Le persone non vengono “sconfitte”, semplicemente muoiono.
  • I libertini esistono ancora? Qual era la relazione tra libero amore e libero pensiero? Cosa accomuna Lord Byron a George Best?
  • Ecco qui sotto un caldo, confortevole e morbidissimo nido preparato da un gufo delle nevi. Un nido composto interamente di lemming morti.

  • Nel 1973 tre donne e cinque uomini finsero di avere allucinazioni per scoprire se gli psichiatri si sarebbero accorti che in realtà erano sani di mente. Risultato: finirono ricoverati in 12 diversi ospedali. Così il pionieristico esperimento Rosenhan scosse le fondamenta della pratica psichiatrica.
  • Non sapete cosa regalare alla nonna? I servizi da tè di Ronit Baranga fanno al caso vostro.

  • David Nebreda, classe 1952, è affetto da schizofrenia fin dall’età di 19 anni. Invece di sottoporsi alle cure mediche, si è ritirato da eremita in un appartamento di due stanze, senza contatti con il mondo esterno, praticando l’astinenza sessuale e costringendosi a lunghi digiuni. La sua unica arma per combattere i dèmoni è una macchina fotografica: i suoi autoritratti sono, certamente, la rappresentazione di un inferno mentale — ma anche uno squarcio di luce al fondo di questo abisso; paiono quasi immortalare la catarsi nell’atto di compiersi, e a dispetto della loro natura estrema e disturbante sembrano celebrare un’autentica vittoria sulla carne. Nebreda si riappropria del dolore, e lo trascende attraverso l’arte. Potete vedere alcune sue fotografie qui e qui.
  • La femme fatale, vestita in modo glamour e diabolicamente letale, è un mito letterario e cinematografico: nella realtà, le assassine riescono a essere invisibili proprio giocando sulle aspettative culturali e mantenendo un profilo decisamente sobrio.
  • Sempre parlando dell’immaginario legato alla figura femminile, c’è un topos della fantascienza raramente preso in considerazione: le donne in provetta. Che l’ossessiva presenza di quest’immagine abbia a che fare con l’oggettificazione del femmineo, con un certo feticismo, con un inconscio desiderio maschile di costringere, recludere e dominare la donna? A scorrere il centinaio di esempi raccolti sulla pagina Sci-Fi Women in Tubes, qualche dubbio viene. (Grazie, Mauro!)

  • Ho sempre sostenuto che muffe e funghi siano esseri superiori. Ad esempio gli organismi mucillaginosi nelle foto qui sopra, chiamati Stemonitis fusca, sembrano in grado di sfidare la gravità. Il mio primo articolo per la rivista Illustrati, anni fa, era dedicato all’incredibile Cordyceps unilateralis, un parassita capace di controllare il corpo e la mente dell’ospite che attacca. E di recente ho trovato la foto qui sotto, che mostra cosa succede quando un Cordyceps si impianta nel corpo di una tarantola. Altro che Cthulhu! I funghi, gente! I funghi sono i veri padroni dell’Universo! E sono anche buoni nel risotto!

  • Non hai mai pensato a un tatuaggetto? / La tua amica sfoggia un tatuaggetto / Corri corri a farti un tatuaggetto…“, recita una canzone di Elio e le Storie Tese. Di certo è passata l’epoca in cui tatuarsi era appannaggio dei reietti sociali, dei carcerati, dei delinquenti. Ma la storia di questo tipo di body art non sarebbe stata la stessa senza le donne tatuate che si esibivano nei freakshow. Wikipedia (inglese) ha una bella pagina al riguardo, e qui trovate un’intervista a un’esperta che ha studiato la vita di queste artiste. Come colonna sonora durante la lettura, si consiglia il pirotecnico cavallo di battaglia di Groucho Marx, Lydia The Tattooed Lady.
  • Può un armadietto del Settecento lasciarvi a bocca aperta? Be’, guardate il video qui sotto.

https://www.youtube.com/watch?v=uzSirMY0rWg

  • L’ultima aggiunta alla lista dei candidati per il mio Museo del Fallimento è il brasiliano Adelir Antônio de Carli, noto come Padre Baloeiro (“il prete dei palloncini”). Carli intendeva raccogliere fondi per costruire una cappella per i camionisti di Paranaguá; così, per pubblicizzare la sua causa, il 20 aprile 2008 legò una sedia a 1000 palloncini gonfiati con l’elio e prese il volo di fronte a giornalisti e curiosi. Dopo aver raggiunto i 6000 metri di altitudine scomparve tra le nuvole.
    Passò un mese e mezzo prima che la parte inferiore del suo corpo venisse ritrovata, a 100 km dalla costa.

  • La passionata è un pezzo di Guy Marchand che ebbe grande successo nel 1966. E che dimostra due sorprendenti verità: 1- i tormentoni estivi spagnoleggianti esistevano già allora; 2- i suddetti tormentoni portavano a evidenti disturbi della personalità. Cosa che peraltro fanno anche oggi. (Grazie, Gigio!)

  • Due neuroscienziati costruiscono una specie di casco che eccita i lobi temporali di chi lo indossa, con l’intento di studiare l’effetto di una leggera stimolazione magnetica sulla creatività. E i soggetti del test si mettono a vedere angeli, parenti deceduti, e a parlare con Dio. È forse la scoperta destinata a spiegare le estasi mistiche, le esperienze paranormali, il senso stesso del sacro? O si tratta di un mezzo di comunicazione con una realtà invisibile? Nessuna delle due, perché la verità è un po’ più deludente: tutti i tentativi di replicare l’esperimento non hanno rilevato effetti particolari. Però rimane una buona idea per un romanzo. Ecco la pagina Wiki italiana sul casco di Dio, ma quella inglese è più completa.
  • Il California Institute of Abnormalarts è un nightclub a tema sideshow situato a North Hollywood (Los angeles) che ospita eventi di burlesque, concerti underground, spettacoli di freakshow e proiezioni cinematografiche. Ma se avete paura dei clown, forse è meglio che stiate alla larga: nel locale è presente il famoso cadavere imbalsamato di Achile Chatouilleu, un pagliaccio che chiese di essere sepolto nel suo costume di scena e con il viso truccato.
    Certo, per essere morto nel 1912 è conservato fin troppo bene (sarà mica un’altra di quelle finte meraviglie per cui erano celebri i sideshow di una volta?). Comunque sia, l’effetto è grottesco e decisamente inquietante…

  • Vi lascio infine con l’immagine intitolata The Crossing, opera del fotografo naturalista Ryan Peruniak. Tutti i suoi lavori sono spettacolari, come potete vedere dando un’occhiata al suo sito ufficiale, ma trovo questo scatto particolarmente poetico.
    Ecco il suo ricordo del momento:
    All’inizio di aprile nelle Montagne Rocciose, la neve ricopre ancora i picchi maestosi mentre sulle vette più basse si è sciolta così come i laghi e i fiumi. Stavo camminando sulla sponda quando vidi una forma scura sul fondo del fiume. Il mio primo pensiero fu che un cervo doveva essere caduto attraverso il ghiaccio, quindi mi avvicinai per investigare… e in quel momento vidi la lunga coda. Mi ci volle qualche momento per capire cosa stavo vedendo… un puma adulto riverso serenamente sul letto del fiume, una vittima del ghiaccio sottile.