Ossari e voliere: quando gli uccelli nidificano nei teschi

Guest post a cura di Thomas J. Farrow

Il termine inglese bonehouse, che si riferisce a un ossario dove sono accatastati ed esposti grandi quantità di resti scheletrici riesumati, deriva dall’anglo-sassone beinhaus. Nel suo uso originale questa parola, prima che ad altre strutture, si riferiva al corpo umano come a una “casa delle ossa”. Finché le ossa dei viventi abitano i corpi, e le ossa dei morti abitano gli ossari, ogni distinzione tra la vita e la morte resta chiara e precisa. Tuttavia, l’emergere della vita animale all’interno delle ossa dei morti offre un’inedita svolta, in cui le ossa si mutano in vere e proprie dimore.

I resoconti di uccelli che nidificano nei teschi umani sono sorprendentemente comuni nella letteratura dell’Ottocento e primo Novecento, e all’epoca attirarono l’attenzione sia degli ornitologi vittoriani che dei curiosi. Numerosi casi sono segnalati in libri e riviste popolari del periodo, in cui si racconta di scriccioli che avevano fatto il nido in un cranio lasciato a sbiancare all’aperto da uno studente di anatomia (Blanchan 1907), così come di un altro teschio rinvenuto durante i lavori di costruzione a Hockwold Hall, Norfolk, durante gli anni ’70 dell’Ottocento (Chilvers 1877). In seguito alla sua scoperta, un uomo del posto inchiodò il teschio di Hockwold sul muro di un capanno da giardino, e più tardi rimase sorpreso nello scoprire che uno scricciolo, visto volare dentro e fuori dal cranio, aveva deposto al suo interno quattro o cinque uova.

Sempre a Norfolk, all’inizio del secolo, vennero trovati uccelli che nidificavano nei resti scheletrici di un assassino, esposti pubblicamente. Dopo l’esecuzione, il corpo era stato lasciato a marcire in una gabbia appesa fuori dal villaggio di Wereham, come macabro avvertimento per chiunque avesse avuto intenzione di minacciare la comunità locale. Circa cinque anni dopo, nel 1810 circa, un bambino si arrampicò sul patibolo e scoprì diverse cince blu che vivevano all’interno del cranio (Stevenson 1876).

FIG 1: Sebbene la forca di Wereham non esista più, quella di Rye mostra bene come si sarebbe conservato un teschio al suo interno. (Cartolina postale. Collezione dell’autore.)

Ulteriori racconti punteggiano libri sia antichi che recenti. Quando furono eseguiti degli scavi in un cimitero sassone a Saffron Walden intorno al 1870, un codirosso allevò una nidiata di quattro pulcini nel cranio di uno scheletro esposto (Travis 1876). Più di recente, durante una spedizione a Cape Clear Island, in Irlanda, all’interno di una cappella in rovina l’ornitologo Ronald M. Lockley scoprì un nido di pettirosso in un teschio, presumibilmente caduto da una vecchia tomba di pietra incassata nelle mura (Lockley 1983).

FIG 2: Illustrazione di un nido d’uccello in un teschio umano, c.1906.

I teschi non sono l’unica opzione abitativa per un uccello che abbia il gusto del macabro. Basti pensare all’Upupa cinese, chiamata anche “uccello della bara” per la sua abitudine di nidificare nei sarcofaghi che venivano spesso lasciati fuori terra nella Cina del XIX secolo. Inoltre, si dice che lo zigolo delle nevi, residente nell’Artico, cercasse riparo nelle cavità toraciche di coloro che erano così sfortunati da morire nella tundra (Dixon 1902). Se le rientranze e le fessure presenti nei cimiteri moderni forniscono spesso un utile riparo per i volatili (Smith/Minor 2019), questi siti di nidificazione non sono guidati da alcun meccanismo legato specificamente alla morte. Piuttosto, esprimono la versatile capacità degli uccelli di trovare rifugio ovunque sia possibile.

Gli uccelli possono nidificare in luoghi tutto sommato banali come vasi di fiori e vecchi stivali (Kearton 1895), ma anche nelle carcasse essiccate di animali, e addirittura in quelle di altri uccelli (Armstrong 1955), dimostrando l’indifferente intraprendenza dei nostri amici pennuti. Non sorprende quindi che se i teschi dei morti sono lasciati esposti agli elementi, possono occasionalmente fornire riparo più o meno come qualsiasi altro oggetto idoneo. Poiché cimiteri e ossari hanno storicamente ospitato grandi quantità di tali resti, è naturale che di tanto in tanto abbiano offerto domicilio agli uccelli nidificanti.
In Inghilterra, rimangono solo due grandi ossari. Il primo di questi, presso la chiesa di San Leonardo a Hythe, nel Kent, ospita centinaia di teschi tra cui uno che contiene un nido. Si dice che il nido sia stato costruito a metà del XX secolo, dopo che le finestre della chiesa furono distrutte da una bomba caduta nelle vicinanze durante la Seconda Guerra Mondiale, consentendo così agli uccelli di entrare nella struttura (Caroline 2015).

FIG 3: Il nido d’uccello nel teschio di St. Leonard’s, Hythe.

Il secondo ossario accessibile in Inghilterra si trova nella cripta della Holy Trinity Church a Rothwell, nel Northamptonshire. I giornali nel 1912 riportarono la scoperta di un nido in un teschio, che si credeva fosse stato fatto da un uccello intrufolatosi nella cripta attraverso un buco in un ventilatore (Northampton Mercury 12.7.12). Tuttavia, la mancanza di riferimenti in fonti più recenti suggerisce che il nido non sia sopravvissuto fino ai giorni nostri.
In Austria, l’ossario della Filialkirche St. Michael in der Wachau contiene i resti della popolazione locale e dei soldati morti durante la battaglia di Dürenstein (Engelbrecht) del 1805. Diversi teschi recano fori di proiettili che attestano la morte in combattimento, mentre un teschio privo di una larga porzione di volta cranica è esposto lateralmente in modo da rivelare il nido che contiene.

FIG 4: Il nido presso la Filialkirche St. Michael in der Wachau.

Ulteriori esempi esistono nella regione bretone della Francia nord-occidentale, dove gli ossari erano comuni fino a quando i cambiamenti culturali riguardo all’igiene nel XIX e XX secolo fecero sì che fossero in larga parte svuotati. L’ossario dell’Église Saint-Grégoire a Lanrivain ancora oggi ospita dei resti umani, assieme a un altro esempio di nido all’interno di un teschio.

FIG 5: Nido nell’Ossario di Lanrivain, Bretagna.

Un caso differente è quello dell’ossario di Église Saint-Fiacre. Negli ossari bretoni, era diffusa la pratica di conservare i teschi separatamente rispetto agli altri resti, all’interno di scatole recanti iscrizioni biografiche che registravano il nome del defunto, la data di nascita e morte, insieme a invocazioni e preghiere (Coughlin 2016). Queste scatole erano dotate di finestrelle da cui si potevano vedere i resti, ed avevano anche piccoli tetti spioventi – un dettaglio che spinse i viaggiatori del XIX secolo a descriverle come simili a cucce per cani. La metafora canina non si addice però a quella di Saint-Fiacre, visto che è stata trasformata nella casetta per uccelli più spettrale di sempre.

Ossario di Saint-Fiacre. Fonte: Photos 2 Brehiz.

Gli uccelli non sono nemmeno gli unici animali ad aver trovato una felice dimora tra i resti di un ossario. Nel suo libro A Tour of the Bones, Denise Inge ha descritto un topo che viveva nell’ossario di Hallstatt, in Austria. Più recentemente, lo studio delle ossa di topo ritrovate nell’ossario di Danzica, in Polonia, ha gettato nuova luce sulla diffusione della peste nell’Europa medievale (Morozova et al 2020). Non solo gli animali ma anche le piante hanno un rapporto di lunga data con i cimiteri, tanto che il muschio rimosso dai crani umani veniva storicamente usato nella medicina popolare per curare malattie come attacchi epilettici e sangue dal naso (Gerard 1636).

Fig 7: Muschio medicinale su un teschio umano, incisione di fine XVII secolo.

Se negli ultimi tempi i cimiteri hanno attirato una maggiore attenzione in quanto spazi verdi capaci di ospitare un habitat naturale nella cornice urbana (Quinton/Duinker 2018), lo studio degli ossari come ecosistemi rimane un campo ancora poco studiato ma promettente.
Poiché la maggior parte dei casi qui descritti sono stati scoperti accidentalmente, è inevitabile che il presente elenco rimanga incompleto. La speranza è che riunendo tutte le istanze conosciute in un unico scritto, questo strano fenomeno possa suscitare curiosità, e che altri esempi possano essere segnalati e aggiunti all’elenco.
Tutti sappiamo che la vita trova spesso modi prorompenti per rifiorire nei luoghi dei morti, ma gli uccelli che nidificano nei teschi degli ossari costituiscono un esempio particolarmente spiazzante: dai corpi come “case per le ossa”, alle ossa come “case per i corpi”.

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Thomas J. Farrow (mailTwitter) ha conseguito un Master in Archeologia della morte e della memoria presso l’Università di Chester, Regno Unito. Un precedente articolo sulla storia della carbonizzazione in Inghilterra può essere trovato qui (Farrow 2020), mentre un articolo che affronta gli usi popolari, medici e magici, del muschio di cranio e dei resti scheletrici è in uscita sul prossimo numero di primavera 2021 di The Inquiring Eye.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 9

Iniziamo con qualche veloce aggiornamento.

Mancano soltanto tre giorni alla fine del Bizzarro Bazar Contest. Sono arrivati moltissimi contributi fantastici, che scoprirete la settimana prossima quando saranno annunciati i vincitori. Quindi se siete fra i ritardatari dateci dentro, senza dimenticare una ripassatina alle linee guida: questo blog deve essere esplicitamente menzionato/raffigurato nel vostro lavoro.

Il 1 ottobre sarò al Teatro Bonci di Cesena nell’ambito nel CICAP Fest 2017. Visto che l’edizione di quest’anno è tutta incentrata sul tema delle bufale e della post-verità, l’amico Massimo Polidoro mi ha chiesto di portare un po’ di meraviglie dalla mia wunderkammer — nello specifico alcuni oggetti che si situano sul confine tra vero e falso, tra realtà e immaginazione. E, giusto per fare un po’ il “ribelle”, parlerò di bufale creative e di complotti fruttuosi.

Già che stiamo parlando della mia collezione, volevo condividere con i lettori il mio entusiasmo per uno degli ultimi arrivi: questa straordinaria opera d’arte.

Direte, “Be’, che avrà di così particolare?“. Si vede che non capite proprio niente di arte moderna!
Il quadro, del 2008, è stato dipinto dal celebre artista Jomo.

Ecco Jomo:

Ecco Jomo immortalato in una statua di bronzo, acquisita assieme al quadro.

Esatto, l’avrete indovinato: d’ora in poi potrò sperimentare sui miei ignari ospiti la vecchia beffa di Pierre Brassau.
Sono anche contento che i proventi della vendita del dipinto del gorilla siano andati al personale dello zoo di Toronto, che quotidianamente accudisce questi magnifici primati. Per inciso, lo Zoo di Toronto è membro attivo del North American Gorilla Species Survival Plan e lavora anche in Africa per salvare i gorilla che rischiano l’estinzione (a causa, ho scoperto, dei nostri cellulari).

E ora via con la nostra usuale selezione di link:

  • La poesia che vi favorisco qui sopra è di Igino Ugo Tarchetti, esponente della Scapigliatura, la corrente letteraria più bizzarra, gotica e maudit che l’Italia abbia conosciuto. (Il prossimo libro della Collana Bizzarro Bazar tratterà, seppure marginalmente, anche degli scapigliati.)

  • E passiamo alle averle, deliziosi uccellini dell’ordine dei Passeriformes.
    Deliziosi sì, ma carnivori: il nome della loro famiglia, Laniidae, deriva dal latino per “macellaio” e in effetti, essendo così piccoli, devono ricorrere a un’astuzia piuttosto crudele. Dopo aver attaccato le loro prede (insetti ma anche piccoli vertebrati), le averle le impalano su spine, rametti, rovi o fili spinati, al fine di immobilizzarle e poi sbranarle con comodo, spesso ancora vive, pezzetto dopo pezzetto — facendo sembrare Vlad Tepes un vero novellino.

  • Sempre in tema di animali, le balene (come molti altri mammiferi) piangono i loro morti. Ecco un articolo del National Geographic sul lutto nei cetacei.
  • Cambiamo argomento e parliamo un po’ di sex toys. L’amico sexpert Ayzad ha compilato la lista definitiva dei giocattoli erotici da NON comprare: gli accessori di pessimo gusto, completamente demenziali e perfino inquietanti sono talmente numerosi che ha dovuto dividere il tutto in tre articoli, uno, due e tre. Preparatevi per una discesa nella parte più schizofrenica e aberrante del consumismo sessuale (ovviamente alcune foto sono NSFW).
  • E arriviamo ai feticisti della cultura: le persone che si definiscono “sapiosessuali”, ovvero attratte sessualmente dall’intelligenza e dall’erudizione di un individuo, sono il miraggio di ogni nerd e di ogni introverso topo di biblioteca.
    Però, suggerisce questo articolo, scegliere un partner intelligente non è poi una gran trovata: fa già parte delle strategie evolutive da milioni di anni. Dunque chi si autodefinisce sapiosessuale sui social network fa la figura del vanitoso e finisce per sembrare stupido. Facendo così scappare a gambe levate chi ha un minimo di intelligenza. Ah, l’ironia.

Finalmente qualcuno ha pensato ad aggiustare le giraffe.

Bizzarro Bazar a Parigi – I

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Qualche anno fa avevamo pubblicato due articoli-reportage su New York (li trovate qui e qui), dedicati a musei, negozi e luoghi insoliti della Grande Mela. Quest’anno, invece, il vostro fedele esploratore del perturbante si è diretto a Parigi, dove ha scovato per voi alcuni fra gli angoli meno battuti della capitale francese.

Già nel XVIII secolo Francesco Algarotti sentenziava “molti vanno a Parigi, ma pochi ci sono stati“, e forse questo è ancora più vero oggi che il turismo di massa detta le regole per visitare qualsiasi città, imponendo al viaggiatore tutta una serie di tappe obbligate da spuntare come caselline della tombola. Questa esperienza di superficie certamente rassicura il pellegrino di aver visto “tutte le cose più importanti”, ma rischia di farlo tornare a casa con l’immagine della città che già aveva prima di partire. E invece anche Parigi, come tutti i luoghi ricchi d’una storia antica e travagliata, nasconde un volto sconosciuto ai più.

Dimenticatevi quindi – o, meglio, date pure per assodati – i fasti di Versailles, le folle che risalgono la Torre Eiffel, gli assiepati scalini di Montmartre, il sorriso beffardo della Gioconda o lo shopping di lusso sui Champs-Elisées; e preparatevi per un viaggio alla scoperta dei meravigliosi gioielli che le luci della Ville Lumière hanno lasciato nella penombra.

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Come prima tappa partiamo dalla banlieue a sud-est di Parigi, a soli tre chilometri dalla capitale, visitando a Maisons-Alfort il Musée Fragonard, che si trova ospitato all’interno della Scuola Veterinaria. Qui un’immensa collezione di ossa e di scheletri animali si contende la scena con dei modelli in gesso degli organi interni, a grandezza naturale oppure in scala notevolmente maggiore, a fini di studio.

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Le cose cominciano a farsi più impressionanti quando si raggiunge la sezione teratologica del museo, che espone le diverse malformazioni, mutazioni genetiche e mostruosità. Preparati a secco, mummificati, oppure in soluzione ci presentano la versione animale dei “gemelli siamesi”: agnelli craniopaghi e toracopaghi, maiali con sviluppi fetali parassitari e galline con arti in sovrannumero si alternano a feti ciclopi, vitelli idrocefali e capre nate senza testa (anencefalia).

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Ma è nell’ultima stanza che sono contenuti i reperti più straordinari. Si tratta dei celebri écorchés di Fragonard, di cui abbiamo parlato in questo articolo: duecento anni prima di Gunther Von Hagens e del suo Body Worlds, e senza alcuna delle tecnologie ultramoderne disponibili oggi, l’anatomista francese era riuscito a preservare perfettamente alcuni cadaveri sezionati e fissati in modo da esporre l’anatomia interna a beneficio degli studenti.

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In alcuni casi disposti in pose artistiche, come “l’uomo con la mandibola” o i “feti danzanti“, i preparati anatomici sono ancora perfetti, con le loro vernici lucide e brillanti e un’espressività per nulla diminuita dal passare dei secoli.

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Difficile non rimanere a bocca aperta di fronte al più incredibile fra tutti i pezzi conservati qui: il “Cavaliere dell’Apocalisse“, montato su un vero e proprio cavallo, a sua volta sezionato.

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Spostiamoci ora nel cuore della città.
Quartiere un tempo malfamato, divenuto iconico per i suoi spettacoli osé, per il Moulin Rouge, i bordelli, il Grand Guignol e i cafés a tema, Pigalle si è oggi adeguato ai tempi e alle esigenze turistiche, reinventandosi come paradiso dei locali di lap dance e dei negozi del sesso. Lungo il Boulevard de Clichy le vetrine propongono, senza censure o pudori, una costellazione di futuristici sex toys, coadiuvanti, afrodisiaci, ritardanti, arditi capi di lingerie affiancati al consueto armamentario BDSM fatto di cuoio, borchie, scudisci e ball gag.

Proprio al centro di questa esibizione del sesso fatto spettacolo e merchandising, si apre il Musée de l’Erotisme. Anche ad Amsterdam, nel Red Light District, ne esiste uno di simile, ma quello di Parigi si distingue dal suo omonimo olandese per almeno tre motivi: il primo è la ricchezza della sezione antropologica, che conta svariate decine di manufatti provenienti da diverse epoche e latitudini.

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Dalle terrecotte etrusche ai feticci africani, dalle colorate statue balinesi agli avori cinesi, la collezione dimostra come il tema erotico sia stato affrontato senza particolari inibizioni da quasi tutte le culture tradizionali e spesso proprio nel contesto dell’arte sacra (come simbolo/auspicio/invocazione di fecondità e fertilità).

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Il secondo punto di interesse è la parte dedicata alla storia e al costume delle case chiuse dalla fine del I secolo al 1946, con fotografie d’epoca, documenti vari e perfino un bidet in porcellana originale (come è noto, questo accessorio da bagno si diffuse proprio nell’ambito della prostituzione).

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Infine, ai livelli più alti (il museo si sviluppa su ben sette piani!) vengono ospitate mostre temporanee di artisti internazionali, le cui opere esposte sono in alcuni casi disponibili per l’acquisto.

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Ben più dei sexy shop che lo circondano, il Museo rimanda un’immagine dell’eros che un po’ si è andata a perdere nel tempo: attraverso queste varie declinazioni artistiche, raffigurazioni antiche e contemporanee, il desiderio sessuale viene riportato alla sua originaria dimensione mitologica, archetipica e sacra.

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Dall’Eros passiamo a Thanatos, e addentriamoci nei labirinti sotterranei che si snodano sotto le case di Montparnasse.
Nonostante il loro nome ricordi quelle romane, le Catacombe di Parigi erano in realtà le antiche cave da cui veniva estratta la pietra per costruire la città: quando nel 1785 il Cimitero degli Innocenti nel quartiere delle Halles, che era stato in uso per quasi dieci secoli, venne evacuato a causa del pericolo d’infezione, si decise di spostare i resti nelle cave ormai abbandonate. Consacrate nel 1786 come ossario municipale, le Catacombe ospitarono fino al 1814 le salme traslate da tutti i cimiteri della capitale, mano a mano che questi venivano chiusi per insalubrità. Oggi si stima che vi siano raccolte le ossa di circa sei o sette milioni di parigini.

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Fermati, qui sta l’impero della morte“, avverte un verso inciso all’entrata dell’ossario.
A venti metri sotto il suolo, sui lati degli stretti corridoi e delle gallerie oscure, sono disposte le une sulle altre migliaia e migliaia di ossa, a formare una scenografia macabra impressionante.

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Talvolta il muro di teschi e tibie si apre su camere più larghe, piccoli altari, croci o altri luoghi di raccoglimento. Lungo tutto il percorso (di ben due chilometri) sono disseminati poemi, aforismi, testi sacri e profani che esortano a meditare sulla propria mortalità.

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Questi morti accerchiano il visitatore, lo soverchiano in numero schiacciante – è davvero l’Impero della Morte, con le sue armate silenziose, che ci attende quaggiù: eppure, paradossalmente, non ci si può sentire dei veri e propri intrusi in questo mondo senza luce, perché il destino che attende tutti gli uomini accomuna l’ospite a questi resti anonimi. Fra le ossa vi sono, probabilmente, anche quelle di Rabelais, La Fontaine, Perrault, così come i ghigliottinati Danton e Robespierre, eppure nulla ormai li distingue dai loro coetanei. Mai come quaggiù l’égalité del motto nazionale francese assume una sfumatura beffarda e, al tempo stesso, stranamente rassicurante.

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MUSEE FRAGONARD
7, avenue Général-de-Gaulle
Maisons-Alfort
Apertura: mercoledì e giovedì, sabato e domenica
Orari: 14-18

MUSEE DE L’EROTISME
72 Boulevard de Clichy
Apertura: tutti i giorni
Orari: 10-02
Sito web

CATACOMBES DE PARIS
1, avenue du Colonel Henri Rol-Tanguy (place Denfert-Rochereau)
Apertura: da martedì a domenica
Orari: 10-20
Sito web

(Questo articolo è il primo di una serie dedicata a Parigi. Gli altri due capitoli sono qui e qui.)

La mummia più bella del mondo

All’interno delle suggestive Catacombe dei Cappuccini a Palermo, rinomate in tutto il mondo, sono conservate circa 8.000 salme mummificate. Fin dalla fine del Cinquecento, infatti, il convento cominciò ad imbalsamare ed esporre i cadaveri (principalmente provenienti da ceti abbienti, che potevano permettersi i costi di questa particolare sepoltura).

Forse queste immagini vi ricorderanno la Cripta dei Cappuccini a Roma, di cui abbiamo già parlato in un nostro articolo. La finalità filosofica di queste macabre esibizioni di cadaveri è in effetti la medesima: ricordare ai visitatori la transitorietà della vita, la decadenza della carne e l’effimero passaggio di ricchezze e onori. In una frase, memento mori – ricorda che morirai.

Le prime, antiche procedure prevedevano la “scolatura” delle salme, che venivano private degli organi interni e appese sopra a speciali vasche per un anno intero, in modo che perdessero ogni liquido e umore, e rinsecchissero. In seguito venivano lavate e cosparse con diversi olii essenziali e aceto, poi impagliate, rivestite ed esposte.

Ma fra le tante mummie contenute nelle Catacombe (così tante che nessuno le ha mai contate con precisione), ce n’è una che non cessa di stupire e commuovere chiunque si rechi in visita nel famoso santuario. Nella Cappella di Santa Rosalia, in fondo al primo corridoio, riposa “la mummia più bella del mondo”, quella di Rosalia Lombardo, una bambina di due anni morta nel 1920.

La piccola, morta per una broncopolmonite, dopo tutti questi anni sembra ancora che dorma, dolcemente adagiata nella sua minuscola bara. Il suo volto è sereno, la pelle appare morbida e distesa, e le sue lunghe ciocche di capelli biondi raccolte in un fiocco giallo le donano un’incredibile sensazione di vita. Com’è possibile che sia ancora così perfettamente conservata?

Il segreto della sua imbalsamazione è rimasto per quasi cento anni irrisolto, fino a quando nel 2009 un paleopatologo messinese, Dario Piombino Mascali, ha concluso una lunga e complessa ricerca per svelare il mistero. La minuziosa preparazione della salma di Rosalia è stata attribuita all’imbalsamatore palermitano Alfredo Salafia, che alla fine dell’Ottocento aveva messo a punto una sua procedura di conservazione dei tessuti mediante iniezione di composti chimici segretissimi. Salafia aveva restaurato la salma di Francesco Crispi (ormai in precarie condizioni), meritandosi il plauso della stampa e delle autorità ecclesiastiche; aveva perfino portato le sue ricerche in America, dove aveva dato dimostrazioni del suo metodo presso l’Eclectic Medical College di New York , riscuotendo un clamoroso successo.

Fino a pochissimi anni fa si pensava che Salafia avesse portato il segreto del suo portentoso processo di imbalsamazione nella tomba. Il suo lavoro sulla mummia di Rosalia Lombardo è tanto più sorprendente se pensiamo che alcune sofisticate radiografie hanno mostrato che anche gli organi interni, in particolare cervello, fegato e polmoni, sono rimasti perfettamente conservati. Piombino, nel suo studio delle carte di Salafia, ha finalmente scoperto la tanto ricercata formula:  si tratta di una sola iniezione intravascolare di formalina, glicerina, sali di zinco, alcool e acido salicilico, a cui Salafia spesso aggiungeva un trattamento di paraffina disciolta in etere per mantenere un aspetto vivo e rotondeggiante del volto. Anche Rosalia, infatti, ha il viso paffuto e l’epidermide apparentemente morbida come se non fosse trascorso un solo giorno dalla sua morte.

Salafia era già celebre quando nel 1920 effettuò l’imbalsamazione della piccola Rosalia e, come favore alla famiglia Lombardo, grazie alla sua influenza riuscì a far seppellire la bambina nelle Catacombe quando non era più permesso. Così ancora oggi possiamo ammirare Rosalia Lombardo, abbandonata al sonno che la culla da quasi un secolo: la “Bella Addormentata”, come è stata chiamata, è sicuramente una delle mummie più importanti e famose del ventesimo secolo.

E l’imbalsamatore? Dopo tanti anni passati a combattere i segni del disfacimento e della morte, senza ottenere mai una laurea in medicina, Alfredo Salafia si spense infine nel 1933. Nel 2000, allo spurgo della tomba, i familiari non vennero avvisati. Così, come ultima beffa, nessuno sa più dove siano finiti gli ultimi resti di quell’uomo straordinario che aveva dedicato la sua vita a preservare i corpi per l’eternità.

AGGIORNAMENTO: questo è un vecchio articolo, e alcuni dei dati che contiene sono imprecisi. Diversi anni dopo la stesura di questo post, ho pubblicato per Logos Edizioni un intero volume sulle Catacombe di Palermo.

La Cripta dei Cappuccini

Se capitate a Roma, vi consigliamo di ritagliarvi un quarto d’ora per una visita indimenticabile. Proprio all’inizio di Via Veneto, la famosa strada delle celebrità di Roma, frequentata da signore ingioiellate, attrici glamour e ambasciatori internazionali, si trova la Chiesa di Santa Maria Immacolata, al cui interno è conservato uno dei santuari più impressionanti e, a nostro avviso, suggestivi d’Italia. Un luogo non soltanto consigliato a chi avverte il fascino e il gusto del macabro, ma anche a chi vuole passare qualche minuto di sincera meditazione e di confronto con se stesso e il proprio senso.

La Cripta dei Cappuccini era l’ossario in cui venivano conservati i resti dei frati, e contiene le ossa raccolte durante le periodiche riesumazioni dal 1528 fino al 1870. In questo esiguo spazio si è calcolato che siano conservati i resti di 3700-4000 frati cappuccini. Verso la metà del 1700, con interventi successivi, questo luogo di sepoltura, di preghiera e di riflessione venne trasformato in un’opera d’arte. Nel 1775 il Marchese De Sade lo visitò e ne lasciò una suggestiva descrizione.

La Cripta è suddivisa in 6 piccole cappelle adiacenti: la cripta della Resurrezione, la cappella per le messe, la cripta dei teschi, la cripta dei bacini, la cripta delle tibie e dei femori, e la cripta dei tre scheletri.

Le ossa adornano i muri, il soffitto e sono posizionate a creare fantasiose ed elaborate composizioni allegoriche che ricordano la caducità dell’esistenza e l’inesorabile fine che ci attende. Un memento mori di rara bellezza, nel quieto silenzio delle volte ricoperte di ossa e scheletri. Assieme alle ossa, sono conservati alcune salme mummificate vestite con il tipico saio, alcune in piedi, altre sdraiate in nicchie curvilinee.

Teschi affiancati a scapole che fanno loro da ali, lampadari formati con costole e altre ossa, baldacchini di bacini, pendagli di vertebre, rosoni formati da mandibole e ossi sacri… la vista si perde in questi ornamenti barocchi e macabri.

Notevole è l’ultima cappella, quella chiamata “dei tre scheletri”, che ci svela l’intimo senso dell’opera. Due scheletri di bambini (della famiglia Barberini) sorreggono con una mano un cranio alato. Uno scheletro sottile (la “principessa Barberini”) tiene in una mano una falce, e nell’altra una bilancia: segni rispettivamente della morte livellatrice, che miete tutti indistintamente come l’erba di un prato, e del giudizio divino dell’anima, che soppesa opere buone e cattive. Ma questo scheletro è inserito all’interno di una mandorla, segno di vita che rinasce. La morte, dunque, non è che il seme di nuova vita.

Una targa, infine, ci sorprende perché dona voce a tutti questi scheletri – pensavamo di essere noi ad osservare quelle centinaia di orbite vuote, ma forse è accaduto proprio il contrario. Incisa sulla targa, una frase semplice ma toccante: “Noi eravamo ciò che voi siete, e quello che noi siamo voi sarete”.