Homo Algus

Strane figure primordiali, per metà umane e per metà vegetali, emergono dalla melma della palude… Possono apparire inquietanti a prima vista, ma in verità non fanno altro che osservarci, seminascoste tra la vegetazione. I loro volti immobili, venati di tristezza, sembrano spiare i nostri movimenti: siamo noi gli intrusi, il vero pericolo, la progenie che ha disconosciuto le proprie origini, coloro che hanno violato, guastato e logorato la natura siamo noi.
Queste ieratiche creature, invece, vivono con il ritmo delle maree; il vento dissecca e screpola la pelle fangosa, ma non intacca il loro calmo equilibrio — quella serenità che appartiene soltanto a chi ha accettato il fluido pulsare del tempo.

Esse sono l’opera della scultrice e artista francese Sophie Prestigiacomo.
Abitando nei paraggi delle paludi salmastre che formano la Réserve Naturelle des Marais de Séné, in Bretagna, una delle sue passioni è sempre stata addentrarsi fra gli acquitrini, camminando lungo i ponti di legno scricchiolante, osservando il panorama cambiare con il flusso e il riflusso delle maree che ciclicamente sommergono parte del terreno.

In una di queste escursioni, come racconta Sophie, ebbe luogo l’incontro fatale: l’incontro con un’alga.

Avendo notato che la texture di quest’alga assomigliava a quella della pelle, e che se lasciata a essiccare assumeva invece la consistenza di un tessuto, Sophie si rese conto della duttilità che questo materiale poteva avere in ambito artistico.

Se si esclude l’armatura di metallo che garantisce loro la posizione voluta, gli Homo algus di Sophie Prestigiacomo sono scolpiti unicamente con fango e alghe. Un tipo di arte effimera, che gli elementi naturali intaccano e modificano continuamente. L’artista di tanto in tanto effettua talvolta qualche lavoro di restauro, quando le sculture stanno cadendo a pezzi; ma la loro sorte ultima è quella di consumarsi del tutto, prima o poi.

Inizialmente gli Homo algus erano solo due. Incuriositi, e rinfrancati dall’accoglienza riservata a questi due primi ambasciatori, altri esseri d’alghe e fango hanno cominciato a emergere dalle acque stagnanti, convinti forse che vi possa essere ancora un legame con questo complicato primate chiamato Uomo.

Grazie all’interessamento del curatore della Riserva naturale, e a una campagna di crowdfunding, oggi le sculture sono quasi una decina.

Sophie Prestigiacomo è ancora innamorata della palude, dei suoi mutamenti. Ritorna spesso a fare visita alle sue creature, che cambiano dalla mattina alla sera, a seconda delle piogge, dei venti, dell’umidità: vulnerabili e sensibili come l’ecosistema di cui fanno parte.

Attendono soltanto che qualcuno s’incammini lungo il sentiero, tra le piane di marea e gli acquitrini, per sussurrare in sintonia con la brezza che arriva dall’immenso oceano: ricorda, umano, che questo paesaggio è tuo, come tu appartieni a esso.

(Grazie, Roger!)

Mummie di palude

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Siamo abituati a pensare alle mummie come a degli scheletri con ancora un po’ di pelle addosso. Eppure esiste un tipo di mummia esattamente opposta – in cui, cioè, lo scheletro è quasi del tutto deteriorato ma tutti i tessuti molli sono perfettamente preservati. Si tratta delle cosiddette mummie di palude.

Se un cadavere finisce infatti nelle fredde acque di un acquitrino, in certe particolari condizioni di acidità e di bassa temperatura, la decomposizione dei tessuti viene completamente inibita, mentre lo stesso acido presente nella torba scioglie il carbonato di calcio delle ossa. Il risultato è una mummificazione della pelle e degli organi interni stupefacente per dettagli e perfezione (se si esclude il colorito nero-bruno che assume l’epidermide), e una ridotta presenza di struttura ossea.

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Nell’Europa settentrionale questo tipo di paludi, chimate torbiere, sono comuni, e vi sono stati rinvenuti eccezionali resti umani (ma anche manufatti e carcasse animali) incredibilmente preservati. Nel caso dei corpi umani, i volti e la pelle di questi cadaveri mostrano ancora preziosi dettagli come ad esempio dei tatuaggi, e addirittura in alcuni casi le impronte digitali. E stiamo parlando di mummie risalenti a 5000 anni fa.

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L’importanza di questi ritrovamenti è ovviamente fondamentale per gli archeologi, anche se a dire il vero rimangono diversi enigmi al riguardo. La maggior parte di queste mummie, infatti, sono senza dubbio relative alla civiltà dei Celti, diffusa un po’ ovunque nel Nord Europa, dalle isole Britanniche al Danubio. Ma perché i Celti avrebbero voluto lasciare soltanto alcuni dei loro morti nelle paludi, spesso aiutandosi con dei pali per far sprofondare il cadavere? Qual è il motivo di queste sepolture fuori dalla norma? L’unico elemento che abbiamo a disposizione sono i corpi stessi, che mostrano inquietanti segni di violenza: ci sono mummie che sono state evidentemente pugnalate, bastonate, impiccate o strangolate. La mummia di Tollund (forse la più bella, risalente al IV secolo a.C) porta ancora al collo la corda usata per strozzarla; il vecchio di Croghan (vissuto fra il 362 e il 175 a.C.) è stato pugnalato, decapitato, i suoi capezzoli amputati e il suo corpo tagliato a metà. Spesso i cadaveri hanno i capelli rasati di fresco, talvolta soltanto da un lato del capo (come la ragazza di Yde).

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Questi segni di tortura e di morte violenta lasciano tre possibili spiegazioni: o si trattava di esecuzioni di criminali messi a morte, oppure i corpi ci parlano di sacrifici rituali che servivano a propiziare il favore di una qualche divinità (del raccolto di grano o latte, della guerra e via dicendo). Una terza alternativa, meno plausibile, riguarda l’utilizzo divinatorio delle viscere umane: un po’ come facevano gli aruspici etruschi e romani con le interiora di volatili, i Celti avrebbero (secondo Strabone) utilizzato le budella umane a fini oracolari. Quest’ultima teoria è la meno accreditata, e sembra che queste mummie siano con tutta probabilità appartenute a condannati a morte, oppure a vittime sacrificali.

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Un’altra interessante applicazione derivante dal perfetto stato di conservazione delle mummie è la possibilità odierna di ricostruire i volti di questi uomini e donne morti migliaia di anni fa. Sembra che si trattasse principalmente di esponenti della nobiltà, dal viso curato e dalle unghie non rovinate da lavori manuali, e le analisi chimiche dei loro capelli ci svelano che non si trattava certo di individui malnutriti.

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Chi erano questi uomini di alta estrazione, destinati a morire e sprofondare nelle nere acque di una palude? Quale scopo aveva la loro cruenta esecuzione? Nessuna risposta ancora è certa. Per adesso i loro resti riposano nei musei, dalle teche pressurizzate sembrano ancora interrogarci… e noi, uomini del futuro, rimarremo forse per sempre ignari del loro segreto.

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