Coccole e frustate: una serata particolare

A novembre dell’anno scorso sono stato invitato al Sadistique, il party BDSM organizzato dall’amico Ayzad. Ho parlato di “erotica del martirio” di fronte a una folla attenta, variopinta e semisvestita, nella stanza stile dungeon dove a fine conferenza – molto appropriatamente – sarebbe stata montata una croce di Sant’Andrea.
Ho rimuginato a lungo sulla possibilità di raccontare quella serata; ci vorrebbe una scrittura all’altezza, perché lì dentro era tutta questione di atmosfera, e renderla palpabile va al di là delle mie povere doti letterarie.
Alla fine, visto che questo blog è comunque un diario delle mie esplorazioni, ho deciso di trascrivere gli appunti presi a caldo quella sera, così come li avevo annotati sul mio taccuino una volta tornato all’hotel. Avevano già un abbozzo di forma, anche se non raffinata come avrei preferito, quindi li pubblico qui senza troppe revisioni.
(Le foto, tutte provenienti dal sito di Sadistique, sono NSFW. Per i pochi termini tecnici che trovate qua e là, rimando al Glossario BDSM redatto da Ayzad.)

Il primo, intenso sovraccarico sensoriale di cui mi rendo conto è quello sonoro.
Costante, incessante sinfonia di schiaffi e grida, un torpore narcotico, come quei dormiveglia in cui gli ormoni mattutini suggeriscono visioni solo vagamente erotiche, in realtà più sotterranee. Lo schioccare sincopato delle fruste, gli urti secchi dei paddle e delle mani nude che battono sulle natiche e sulle gambe, ipnotici quanto la mia memoria dei tamburi africani – la notte che negli slum di Dar-Es-Salaam incontrammo quella donna posseduta da un demone. La reiterazione induce la trance: terga e schiena e schiena e terga – punti colpiti ancora, ancora, ancora. Sempre quelli. Anche quando si vuole fantasioso, il sesso è sempre ripetitivo. Variazioni a prima vista molto, molto sporadiche: però cambiano gli strumenti, e il pubblico avveduto sa riconoscere la progressione, gustare l’effetto, sa bene la differenza nelle sensazioni. (Nota: ogni sadico si identifica nella vittima, o non proverebbe alcun piacere dall’infliggerle una pena; ogni masochista si identifica nel carnefice, o non godrebbe nel vedere sé stesso così umiliato e ferito.)

Arena centrale per i giochi “pubblici”, con tanto di spettatori. In realtà quasi tutte le sessioni, anche quelle sui divanetti appartati, si guadagnano il loro gruppetto di ammiratori. Ma sul palco centrale si presentano i più esibizionisti, o perlomeno i più sicuri di sé. Tocca davvero esserlo, sicuri di sé, perché il pubblico non resta solo a guardare, tra di loro gli spettatori giudicano le performance, fanno considerazioni tecniche manco stessero commentando i gol della domenica. «Guarda lì, quel nodo non va fatto così, dico io, almeno allentalo durante la transizione!» «Questo flogger non devi perdertelo, ha un polso meraviglioso. A quel livello lì mica ci arrivi in un mese.» «A me il caning fatto così, solo per far male, non dice nulla. Dov’è finita la poesia?»

La cosa più disarmante: l’alternanza costante di dolcezza e brutalità. Brutalità somministrata come parte di un cammino fatto assieme – anche se solo per un quarto d’ora, per il tempo d’una sessione – esplorazione e alterazione dello spaziotempo… Tre frustate ben assestate, poi il dom si avvicina al sub e lo carezza, gli sussurra all’orecchio, si accerta di star procedendo nella direzione giusta. Vuole l’intesa più precisa possibile, perché si va avanti solo in due, entrambi uniti affinché la soddisfazione sia reciproca. Chiede se è troppo o troppo poco. Come il fremere indeciso della bacchetta da rabdomante, qui si va in cerca della vena nascosta del desiderio. Su un divano poco distante va avanti da quasi mezz’ora una scena di spanking estremo: «Mi lasci dartene un’ultima, con tutta la forza?» «Con tutta la forza no…» (Lei sta già quasi piangendo, si contorce, le natiche segnate da cui spillano due o tre gocce di sangue a imperlare i lividi violacei.) «Metà forza, posso?» «Metà. Ma solo una volta.»

Un uomo sta spiegando a una ragazza il modo in cui dovrà saltargli addosso, quando lui sarà sdraiato a terra. «Qui e qui», le mostra il torso nudo. «Non qui.» Lei è titubante, terrorizzata all’idea di rompergli una costola. «Numero uno: se ti dico di saltare sulla mia pancia o sul petto, è perché so che non mi farai male. Numero due – qui lui abbassa la voce e le si avvicina, così facendo si avvicina anche a me che dunque sento bene ciò che le sussurra – ricordati che tu per me sei un regalo.» Lei comincia a piangere di commozione. Salterà su di lui più volte, dall’alto di uno sgabello, affondando i calcagni nel ventre.

Serata non priva di accenti grotteschi. Anche il Comico ha diritto di cittadinanza – non potrebbe essere altrimenti, in un luogo mentale talmente in bilico sul ciglio del precipizio.
Adoro quando, anche al master più esperto, un colpo non va a segno. La frusta si gira male e colpisce il pavimento; il nodo si ingarbuglia e tocca rifarlo; uno scudiscio vibrato in aria arriva troppo vicino a uno spettatore («Ehi, sta’ attento!»). Momenti umanissimi: contrasto meraviglioso tra l’aria generale che si vorrebbe sofisticata – siamo a Milano dopotutto – e l’affiorare del carnascialesco.
La ragazza appariscente indossa una maschera fetish con cerniera che copre la bocca, si avvicina al bancone. Il barista: «Cosa ti do?» «Mmmfmmmfmsssmchhh», risponde lei. (Devo allontanarmi per non scoppiare a ridere.)
Comicità involontaria ma pure volontaria: mi si racconta di una leggendaria sessione in cui la safeword era il verso del pollo, con tanto di movimento dei gomiti, QUACK!

Il gentiluomo che si presenta a una coppia chiedendo se può far loro da poggiapiedi. «Ma cosa dobbiamo fare?» «Niente, mi sdraio qui, mi mettete i piedi sopra, ogni tanto tirate il guinzaglio, e basta.» Dopo dieci minuti di questo trattamento il signore si alza, ringrazia cortesemente, e va via.
E questo sketch, con il suo asciutto surrealismo, mi spinge a un’altra considerazione.
L’uomo sotto i piedi della coppia ha mantenuto tutto il tempo un contegno, un’aria seria e discreta distante anni luce dagli schiavi sbavanti e arrapati alla Tokyo Decadence. Non saprei nemmeno dire se si è eccitato. In effetti nelle aree comuni capita solo poche volte di vedere del sesso vero e proprio (ci sono i privé per quello); eppure tutto è sesso. «Io sono specializzato in knife e cutting, mia moglie invece è un’artista degli aghi.» E infatti poco dopo eccola che punzecchia un dito a un cinquantenne coi mustacchi da hipster, lentamente, più volte. Lui seduto lì, come al bar, con un cocktail in una mano e una signorina che gli infila un ago a fondo nell’indice dell’altra mano. Ecco, si può chiamare sesso, questo? Non ne ho idea. Forse lo è senza esserlo.

Mi avvicina una avvenente fanciulla praticamente nuda.
(Non sono uno di quei maschi che di fronte a una scollatura hanno sempre l’occhietto calante, ma mi domando: in una situazione del genere, sarebbe considerato scortese come accade nel mondo là fuori? Qual è la regola sociale, qui?)
Chiacchieriamo del più e del meno, mi racconta della tesi di laurea che sta ultimando, e mi dice: «Tocca pianificare». Per lei è essenziale separare queste serate dagli impegni sentimentali, mi spiega. Fa solo corde e frusta, ma quest’ultima sempre e soltanto con lo stesso partner di cui si fida. Le chiedo qual è la frequenza. «Le corde se potessi anche una volta alla settimana. La frusta no, una volta al mese, perché poi devi riprenderti e devono sparire i segni. Per questo dico che va pianificata bene. Perché se esci con un ragazzo poco dopo la sessione, e le cose si fanno romantiche, magari ti trovi a dover spiegare il perché di quei segni, e finisci per sembrare matta.»

Il mio ospite, nella sua opera di divulgazione delle sessualità alternative, parla spesso di come in un ambito in cui in maniera consenziente ci si provoca dolore l’un l’altro, la “cultura del rispetto” sia ancora più congenita che nella vita sessuale normale/normativa. Qui tutto mi pare confermare quest’idea.
Avventori multietnici, di ogni estrazione sociale, orientamento sessuale, genere o genderbending, età, struttura fisica – disabilità incluse. Outfit griffati fianco a fianco con soluzioni di abbigliamento assolutamente proletarie. Corpi da copertina di Vogue, ma qui anche la pelle adiposa o avvizzita è considerata bella – alla fine non importa che aspetto hai, finché sei bravo a maneggiare una frusta o a sopportarla.
Suppongo che la tanto sbandierata e un po’ fastidiosa “esclusività” dell’evento, di cui discutevo l’altro giorno con M., sia più che altro una dovuta facciata; perché a conti fatti il livello di inclusività mi pare invece molto buono. Vedo perfino un tizio in jeans, anche se chiaramente l’estetica dominante è quella fetish, tutta borchie e lattice, forse un po’ trita e risaputa ma ormai una sorta di divisa di questa sottocultura.

Penso a quanto l’immaginario BDSM sia ambiguo, complesso – mai fare l’errore di prenderlo at face value: echi di schiavismo, prigionie, torture reali… Ma si tratta, appunto, di immaginario. Di fantasmi. E cosa sono le fantasie erotiche se non un modo di metabolizzare l’Osceno – quando non addirittura un trauma sociale – v. i Nazi porno.
Traslare paure, pulsioni inconfessabili e orrori reali nel mondo della rappresentazione, dei simulacri. Messa in scena dell’osceno. (Per questo la maggior parte della letteratura erotica è fatta di personaggi-funzione, figurine bidimensionali, marionette da spostare e ricombinare a piacimento.)

Guardo una donna chiusa in una gabbia. Un corpo femminile nudo lì dentro sarebbe un’immagine terribile, se fosse vera. Invece è quello che tutti qui chiamano un “gioco” (la messa in scena, appunto): la donna nella gabbia non è affatto una vittima, la pantomima non ha nemmeno i caratteri dell’umiliazione; viene carezzata da tre o quattro persone, uomini e donne, con delicatezza – ed è lei che scosta una mano troppo impertinente, è sempre lei che decide i tempi e i modi, protagonista di questo tableau teatrale in cui si compiace di immaginarsi vittima sacrificale, o Dea in cattività.

Un “gioco”. «Andiamo a giocare». Non fanno che ripeterlo tutti, ma sarà poi davvero solo gioco?
Certo, ci sono i momenti da circo – alle volte sembra di aggirarsi tra i carrozzoni di un sideshow. Non ci sono i mangiatori di fuoco, ma ci sono i fachiri: un uomo ha tre bottiglie da due litri ciascuna appese allo scroto (nota: sembra sentire più male quando le tiene ferme, quindi fa un movimento oscillatorio ad altalena mentre la sua mistress lo colpisce con il frustino).


C’è tutta la pittoresca panoplia che ci si aspetterebbe: ci sono le donne appese a testa in giù (altra nota: mi torna in mente Soter Mulè in televisione, accusato di essere responsabile della morte della ventitreenne Paola Caputo durante una sessione di shibari estremo, quando la Leosini alla ricerca del pruriginoso lo bersaglia: «Lei cosa trova di eccitante in una donna legata come un salame?», e il poveretto che cerca di mantenere toni pacati in quel massacro voyeuristico risponde sottovoce: «Se è legata come un salame, niente»), ci sono uomini calpestati da tacchi a spillo, cera multicolore fusa su seni e genitali, schiavi e schiavette, lacci e laccetti, collari, guinzagli e gente a carponi.

Però poi vedo questa coppia, due giovani di una bellezza accecante, lei legata con le braccia sopra la testa a un praticabile… una molletta la obbliga a tenere la lingua fuori dalla bocca… lui con la cintura le batte la schiena e le natiche sempre più forte… il ragazzo è metodico e inespressivo, sembra quasi un automa concentrato sul lavoro. Lei ansimante tiene gli occhi chiusi, non li apre mai, nemmeno quando lui si avvicina per dirle qualcosa all’orecchio (da quello che riesco a sentire – sono molto vicino – sembrano frasi di incoraggiamento). La molletta la costringe all’umiliazione di un costante filo di saliva che scende sui seni nudi, e che lui ogni tanto asciuga con gesto clemente. Il corpo è un diapason, e per farlo risuonare va portato all’estremo. Curioso animale, il primate uomo. Come vorrei nascondermi dietro i loro occhi, capire cosa sta succedendo nel loro sistema nervoso: questa punizione pubblica è una performance, un rituale, un passatempo, un esercizio di ginnastica? Un semplice modo di essere e di esprimersi? O è davvero quello che sembra, cioè un momento intimo di trascendenza della/nella carne, un abbandonarsi totalmente l’un l’altro?
Tutta questa strana folla, sempre così sicura di ciò che vuole o non vuole, fino al minimo dettaglio contrattuale, quanto è conscia di ciò che cerca?

Alla fine della sessione, ogni tanto c’è un pianto liberatorio. Le coccole, gli abbracci, le parole mormorate, «tu sei un regalo»… altri invece ridono, chiacchierano, vanno a fare la pausa sigaretta nella saletta fumatori.
Proprio lì ritrovo un pensionato con cui ho già parlato a inizio serata, 67 anni, ex-impiegato in una ditta di fotocopiatrici. Adesso sta accarezzando le spalle della moglie. Esamina con tenerezza le striature che poco prima, sferzandola, ha impresso sulla sua pelle, come se quelle lingue arrossate fossero un’opera d’arte astratta. Le sussurra: «Sembri un tigrotto». La faccia di lei si illumina, e sorridono entrambi.

Ecco forse la cosa più sorprendente.
In un simile caleidoscopio di morsetti, staffili, corde, lividi, bacchettate, urla – e quel soporifero suono senza tregua degli schiaffi – non ho visto traccia di crudeltà.

Il sesso fuori dalla pagina

In amore gli scritti volano e le parole restano.

(E. Flaiano)

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La critica ha spesso analizzato lo stile e il senso (allegorico, filosofico) delle più celebri scene erotiche descritte dai maestri della letteratura. Ma qui vorremmo dedicarci a una riflessione sulla faccia più nascosta degli autori, sulla loro sessualità “fuori” dalla letteratura, dalla pagina scritta.
Le peripezie sessuali di Henry Miller a Parigi ci sono ben note, perché egli stesso ne ha reso conto con dovizia di dettagli nei suoi romanzi più celebri. Ma cosa sappiamo dell’approccio al sesso di altri grandi scrittori? Di quali segreti inconfessabili o piccole manie siamo a conoscenza?

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Alcune loro gesta amatorie sono celebri. Lord Byron, stando a quanto si racconta, riuscì a dormire con 250 donne in un solo anno. Con la sua amante Caroline Lamb vi fu (pare) perfino uno scambio di peli pubici inviati via posta.
Nella categoria dei sessuomani, alcuni biografi inseriscono Stendhal, in virtù delle sue numerosissime relazioni amorose, della sua sensualità esaltata e di alcune curiose pagine autobiografiche in cui, ad esempio, ci regala la ricetta per mantenere duratura un’erezione: basterebbe strofinarsi l’alluce destro con un unguento di ceneri di tarantola. Un altro fenomenale amatore si dice fosse Balzac, e un aneddoto recita così: alla signora che gli chiedeva se fosse vero, come si vociferava, che egli era in grado di avere un’erezione “a comando”, Balzac rispose aprendo la giacca, e dicendo semplicemente “Controlli pure”.
A supporto di questi racconti c’è l’enorme scandalo che suscitò a fine ‘800 la statua che di Balzac realizzò Rodin, nella quale il grande autore viene ritratto con una lunga vestaglia e, sotto il drappeggio, sembra tenere in mano il proprio pene eretto.

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Siamo in un territorio spesso e volentieri circonfuso dall’alone della leggenda, e sarebbe bene non dimenticarlo quando ad esempio ci imbattiamo in qualche pagina che associa per esempio Francis Scott Fitzgerald al feticismo del piede: l’intera storia nasce dall’interpretazione tendenziosa – ad opera di un biografo evidentemente interessato allo scandalo – delle parole della sua segretaria, orripilata in seguito nello scoprire che le sue dichiarazioni erano state distorte per sostenere una teoria simile.

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Esistono poi casi in cui viene male interpretata l’ironia di certe frasi: un esempio celebre, Benjamin Franklin e la sua supposta parafilia gerontofila (l’attrazione sessuale per le persone anziane). Nella realtà Franklin, che era un accanito donnaiolo ma anche fine umorista, satirico e goliardico, scrisse una lettera a Cadwaller Colden, in cui argomentava i motivi per cui è preferibile scegliersi una moglie vecchia, invece che una bella e giovane. Nei primi punti Franklin asserisce che la conversazione con le donne di una certa età è molto più piacevole, perché conoscono il mondo; che quando una donna non è più bella, cerca di diventare buona; che le femmine anziane sono più prudenti e discrete, e via dicendo. Per quanto riguarda il sesso, Franklin vi arriva al punto 5:

In ogni animale che cammina eretto, il declino dei fluidi che riempiono i muscoli appare prima nelle parti alte: il viso diventa flaccido e rugoso per primo; poi il collo; e poi i seni e le braccia; le parti basse continuano ad essere fresche come sempre, fino alla fine. Quindi se coprissi tutta la parte superiore con un cesto, e guardassi soltanto quello che c’è sotto il busto, ti sarebbe impossibile distinguere fra due donne qual è la vecchia o la giovane. E poiché nell’oscurità tutti i gatti sono grigi, il piacere delle gioie corporali con una donna vecchia è almeno uguale, se non frequentemente superiore, visto che ogni talento con la pratica può migliorare.

Fare attenzione a distinguere il mito dalla storia è ancora più essenziale quando si affronta un “maledetto” come Sade, la cui sulfurea opera viene troppo spesso confusa con la sua turbolenta, ma infinitamente più innocua, biografia. Nella realtà, pur avendo inventato per i suoi libri proibiti il più sconcertante e sconvolgente campionario di crudeltà mai vergato su pagina, nella vita reale non mise in pratica se non una minima parte delle sue fantasie. Due sono gli “scandali” a sfondo sessuale del Divin Marchese, che secondo le testimonianze coinvolsero una mendicante e alcune prostitute, drogate da Sade con dei confetti alla cantaride, frustate e sodomizzate. Per l’epoca, la flagellazione era pratica comune fra i giochi sessuali, e infatti fu per sodomia che il Marchese venne condannato. Ma le sue incarcerazioni senza fine sono in realtà da ascriversi principalmente ai suoi scritti, ritenuti osceni, e per i quali pagherà passando 30 dei suoi 74 anni di vita da una prigione all’altra, fino all’internamento nel manicomio di Charenton. Certo che, almeno a giudicare dalle lettere scritte in cella all’amata/odiata moglie, a cui rimproverava di avergli procurato un godemichet (dildo) troppo piccolo, la sua vigorosa sessualità e l’ossessione anale non lo abbandonarono mai.

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Alcuni autori hanno apertamente parlato delle proprie inclinazioni in materia di sesso. Fra le parafilie confesse, possiamo citare con sicurezza quella di Jean-Jacques Rousseau, a cui piaceva essere sculacciato (il termine moderno di questa pratica è spanking), e che nelle Confessioni faceva risalire l’origine di questa sua ossessione alla governante della sua infanzia:

La Signorina Lambercier, nostra tutrice, esercitava in tutto su di noi l’autorità di una madre, anche per infliggerci la punizione classica data ai bambini… Chi avrebbe mai detto che questa disciplina infantile, ricevuta all’età di otto anni dalle mani di una donna di trenta, dovesse influenzar così tanto le mie propensioni, i miei desideri, tutte le mie passioni per il resto dell’esistenza… Cadere ai piedi d’una padrona imperiosa ed esser messo sulle sue ginocchia, del tutto inerme e scoperto a lei, obbedendo ai suoi ordini ed implorando perdono, sono stati per me i godimenti più squisiti; e più il mio sangue s’è infiammato sforzandosi in fervide fantasie e più ho acquisito l’aspetto d’un amante piagnucolante.

Fra gli scrittori che non facevano segreto delle proprie fissazioni sessuali ricordiamo ad esempio Cartesio, attratto dalle donne affette da strabismo; André Pieyre de Mandiargues, che andava orgoglioso delle sue due anime – una sadica e una masochista – e le cui inclinazioni crudeli hanno intriso di poetica sensualità gran parte della sua migliore produzione; Bruno Schulz, autore delle Botteghe Color Cannella, il cui spirito masochistico-feticista risulta evidente in diverse sue pagine sulle “veneri ucraine” ma soprattutto nelle illustrazioni che egli stesso realizzava, e in cui si autoritraeva schiacciato e calpestato sotto i piedi di bellissime donne.

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E, ovviamente, Charles Bukowski, lo “sporcaccione ubriaco” per eccellenza, che non ha mai celato la sua simpatia per le situazioni più volgari, disperate e “ai margini”, come risulta evidente nella sua poesia La donna ideale:

il sogno di un uomo
è una puttana con un dente d’oro
e il reggicalze,
profumata
con ciglia finte
rimmel
orecchini
mutandine rosa
l’alito che sa di salame
tacchi alti
calze con una piccolissima smagliatura
sul polpaccio sinistro,
un po’ grassa,
un po’ sbronza,
un po’ sciocca e un po’ matta
che non racconta barzellette sconce
e ha tre verruche sulla schiena
e finge di apprezzare la musica sinfonica
e che si ferma una settimana
solo una settimana
e lava i piatti e fa da mangiare
e scopa e fa i pompini
e lava il pavimento della cucina
e non mostra le foto dei suoi figli
né parla del marito o ex-marito
di dove è andata a scuola o di dove è nata
o perché l’ultima volta è finita in prigione
o di chi è innamorata,
si ferma solo una settimana
solo una settimana
e fa quello che deve fare
poi se ne va e non torna più indietro

a prendere l’orecchino dimenticato sul comò.

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Bukowski

Ma c’è chi invece ha tenuto debitamente nascosta la propria parafilia, salvo essere postumamente “scoperto”. Parliamo per esempio di James Joyce, le cui lettere passionali ed esplicite alla moglie Nora sono riemerse soltanto di recente. Si tratta di una corrispondenza violentemente oscena, anche se allo stesso tempo mirabilmente delicata e colma d’amore. Nella furia erotica di queste lettere si evince un’inclinazione di Joyce per tutto ciò che è lurido, estremo, a tratti rivoltante, e trovano spazio parafilie come ad esempio la petofilia:

Mia dolce puttanella, Nora, ho fatto come mi hai detto, cara mia piccola sporcacciona.
Le parti del tuo corpo che fanno sconcezze sono quelle che mi piacciono di più, ma preferisco il sedere, amore, alle poppe, perché fa una cosa così sporca.
Io penso, Nora, che riconoscerei dovunque le tue scoregge. Scommetto le riconoscerei perfino in una stanza piena di donne che scoreggiano. Fanno un rumore da ragazza, non come certe mogli ciccione che immagino scoreggino umido e ventoso. Le tue sono improvvise, secche e sporche come le farebbe una ragazza spiritosa, per gioco, di notte, in dormitorio. Spero proprio che la mia Nora voglia farmele sul viso, sì che io possa anche odorarle.
Buona notte, piccola Nora scoreggiante.

James Joyce anteojos sobre tapa ojo

Questa lettera del 1909 (che non è certo fra le più spinte – le altre le trovate in lingua originale qui) è stata venduta all’asta da Sotheby’s per 350.000 euro. L’episodio ha avviato un dibattito critico sulla liceità della pubblicazione postuma di una parte così intima della vita di uno scrittore, per quanto importante. È davvero necessario conoscere questi dettagli per comprendere meglio il lavoro di un artista? Non si tratta forse di puro e semplice voyeurismo, di gossip, di un sensazionalismo che ci allontana, invece che avvicinarci, al vero intento dell’opera dello scrittore?

Questo tipo di discussioni è in realtà una versione più piccante, in quanto esacerbata dal contesto “proibito” dei dettagli in questione, del vecchio dibattito sull’Opera e l’Autore. Secondo la scuola semiologica della seconda metà del ‘900, qualsiasi testo va analizzato isolandolo dalle informazioni para-testuali che abbiamo a disposizione (come ad esempio le vicende biografiche dell’autore), perché il suo valore deve consistere unicamente in se stesso. Secondo l’esperienza di molti altri critici, invece, non si può apprezzare intimamente un’opera se non abbiamo elementi che ci permettano di comprendere meglio l’umanità di chi vi sta dietro, il carattere e la personalità dell’autore. Se amo un quadro, mi piacerebbe sapere chi l’ha dipinto, come ha vissuto, in cosa credeva… e forse, sì, anche come amava.

In questo senso, qualsiasi dettaglio può contare, e anche scoprire i vizi e le manie della sessualità – che rimane una delle fondamentali espressioni dell’individuo – non può che gettare un’ulteriore luce sulla personalità (se non sull’opera) dei grandi autori. Quando questa sessualità non fosse aneddotica o amplificata dai toni scandalistici, potrebbe aprire uno spiraglio più intimo sulla visione della vita e del mondo degli scrittori che hanno cambiato e influenzato la letteratura.

Purtroppo, però, sono pochi quegli artisti che hanno parlato apertamente della propria sfera sessuale, autorizzando in questo modo che essa entrasse a far parte della discussione sulla loro opera. E allora il dilemma etico rimane.