L’onda nera

4ee1c2e52d6034ff2e4310b1ea0ab5df

Era il 15 gennaio 1919. Il cielo mattutino era sereno sopra al North End, il quartiere italiano di Boston: dopo alcuni giorni di freddo davvero polare, l’aria si era improvvisamente riscaldata, e il mercurio del termometro si era spinto fino a qualche grado sopra lo zero. A mezzogiorno, lo scalo portuale di Commercial Street era già un brulichio di casse, scaricatori, cavalli, carri, camioncini a motore che andavano e venivano fra un molo e un magazzino, fra una nave cargo e l’altra.

b861a1008e6ea2356dd9aefdfe55a3cb

Le massaie stendevano il bucato al pallido ma confortevole sole mattutino, i mocciosi correvano qua e là alla ricerca di uno spicciolo da guadagnare, e al suono della sirena gli impiegati della North End Paving Yard uscivano dagli uffici per passare la pausa pranzo all’aperto.

Boston-slums-1909-Photo-by-Thomas-E.-Marr

Ad un tratto, però, si udì un forte brontolio, e la terra tremò come se stesse passando un treno. Un altro rumore, che ricordava quello di una mitraglia, riecheggiò nell’aria. E di colpo il giorno sprofondò nelle tenebre.

Un’onda scura e viscosa, alta 8 metri, sommerse l’area come un enorme tsunami, polverizzando con il suo incredibile peso l’intero fronte del porto e quasi un kilometro di strada all’interno del quartiere. Radendo al suolo le case e gli edifici, spazzando via persone e veicoli, la marea nera lasciò dietro di sé un’area completamente devastata. Incredibile a dirsi: quell’inaspettata, letale onda distruttrice era costituita da 9 milioni di litri di melassa.

Boston-Post-Cover-1-16-1919-BPL

4902097496_f15e748c9c_o
La melassa viene ottenuta dallo zucchero per centrifugazione: è un liquido scuro e denso, appiccicaticcio e dolcissimo. All’epoca, era il dolcificante più comunemente usato in tutti gli Stati Uniti, ma veniva anche fermentata per produrre etanolo e rum – e impiegata perfino nell’industria bellica. Il muro di melassa che si era abbattuto sul North End proveniva dalla fabbrica della Purity Distilling Company, e più precisamente dal suo enorme serbatoio in acciaio (fra i più grandi mai costruiti in superficie), alto 15 metri per 27 di diametro e contenente 8.700 m3 di materia prima. Il serbatoio era tutt’altro che “a norma”: era stato innalzato in fretta e furia per approfittare di un imponente carico di melassa proveniente dai Caraibi, senza un vero e proprio permesso e senza che fosse stato eseguito alcun test strutturale. Tutto il quartiere sapeva che la cisterna perdeva da anni, tanto che alcuni fra gli abitanti più poveri della zona raccoglievano la melassa che sgocciolava dalle giunture per usarla in cucina; dopo diverse lamentele del vicinato, i proprietari della distilleria avevano ridipinto l’acciaio del serbatoio di colore marrone, in modo da nascondere i rigagnoli di prodotto che ne fuoriuscivano. Ma quel giorno di gennaio, non si era trattato di una semplice perdita: il gigantesco serbatoio era letteralmente esploso, forse perché il rapido innalzarsi delle temperature nei giorni precedenti aveva dato avvio a una forte fermentazione all’interno. Fatto sta che la cisterna si disintegrò di colpo, in una nuvola di frammenti di metallo sparati in ogni direzione come letali proiettili, ed il muro di melassa che si riversò nelle strade viaggiava a quasi 60 km/h – talmente impetuoso da piegare persino le fondamenta della ferrovia sopraelevata.

4945271280_ddd5c66183_o

4944688109_cba5c5517f_o

boston-4

4901555337_df6b3065eb_o

La scena che accolse i primi soccorritori è quasi indescrivibile a parole. Melassa, alta fino al petto, copriva la strada vorticando ed emettendo bolle attorno alle macerie. Qua e là si poteva vedere una forma indistinta che lottava – se fosse un animale o un essere umano, era impossibile a dirsi. Soltanto un guizzo, un dimenarsi nella massa viscosa mostrava talvolta che tipo di forma di vita fosse… i cavalli morivano come le mosche sulla carta moschicida. Più si dibattevano, più venivano inghiottiti nella poltiglia. Gli esseri umani – uomini e donne – soffrivano la stessa sorte.

[da Dark Tide (2004) di Stephen Puleo]

004046

Firemen-in-Molasses-Leslie-Jones-BPL

CloughertyHouse.JPG

molasses1

molasses3

Il bilancio finale delle vittime fu di 21 morti, annegati e schiacciati dall’inondazione, e 150 feriti. Per ripulire il quartiere (edifici, selciati, automezzi, ecc.) dalla melassa ci vollero circa due settimane e più di 300 persone; l’area del porto restò colorata di marrone fino all’estate.

Slide2  molasses4

Tank-cut-into-sections-Leslie-Jones-via-BPL
Oggi una targa, posta all’ingresso di un parco, ricorda il disastro. Il folklore locale vuole che durante le estati più torride si possa ancora sentire il dolciastro aroma della melassa spandersi nell’aria – come se la tragedia avesse per sempre impregnato le fondamenta delle case e delle strade, attorno al luogo dell’incidente.

molasses-disaster-3

(Scoperto via Lampadinaccesa)

Gallopin’ Gertie

Verso le 10 del mattino del 7 novembre 1940 iniziò la torsione del tratto centrale del Ponte di Tacoma.

Si trattava di un’opera di ingegneria civile comprendente due ponti sospesi paralleli, che attraversavano il canale Tacoma Narrows, Washington. Il ponte collassò un’ora e dieci minuti dopo. Le cause del crollo sono da ricercarsi nelle oscillazioni torsionali indotte dall’azione di un vento costante di circa 30 nodi, che creò una scia di vortici che  trasmettevano alla struttura delle coppie torcenti pulsanti alla stessa frequenza torsionale del ponte, innescando un fenomeno di risonanza con ampiezze via via crescenti e non compensate da un adeguato smorzamento. La sua instabilità nei venti guadagnò al ponte l’appelativo di Gallopin’ Gertie – “Gertie la galoppante”.

Fortunatamente, nessuna vittima (se si esclude un cane intrappolato in una macchina, troppo spaventato per uscirne) fu registrata.

Le immagini del crollo furono immortalate su una cinepresa 16mm da Barney Elliott, il proprietario di un negozio locale di materiali fotografici, e mostrano Leonard Coatsworth, l’unica vittima intrappolata, mentre striscia fuori dalla sua automobile e raggiunge la salvezza.

Il ponte venne poi ricostruito nel 1950 facendo tesoro della drammatica esperienza (più largo, più rigido torsionalmente e con maggiore capacità di smorzamento) con una struttura molto più stabile nei confronti degli effetti del vento.

Il filmato del 1940, che qui riproponiamo, è stato selezionato dalla Libreria del Congresso per essere preservato nel Registro dei Film degli Stati Uniti, in virtù del suo valore “culturale, storico, o estetico”. Queste riprese sono ancor oggi mostrate agli studenti di ingegneria, architettura e fisica come monito ed esempio di disastro ingegneristico che diede una significativa spinta allo studio dell’aerostatica nelle costruzioni civili.

La qualità ipnotica e angosciante di queste immagini rimane in effetti intatta a 69 anni di distanza.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=j-zczJXSxnw]