Un fascino selvaggio (parte seconda)

Nella prima parte di questo speciale abbiamo parlato di cannibali, ma anche più genericamente del concetto del Selvaggio, oggetto di disprezzo e fascinazione nel XIX secolo.
Abbiamo analizzato un racconto di finzione e sottolineato come gli indigeni vennissero spesso usati come puri espedienti letterari per titillare il voyeurismo del lettore. Il tono di superiorità è peraltro lo stesso che si ritrova in molti resoconti di autentiche spedizioni dell’epoca.

Se questo approccio è oggi scomparso, almeno dalle narrative più evidenti, rimane almeno in parte la presunzione di una certa supremazia occidentale rispetto alla supposta arretratezza delle società tradizionali. A poco vale cercare di «sfatare il mito che nelle “società primitive” viga un’economia di sussistenza che a fatica riesce ad assicurare il minimo necessario per garantire la sopravvivenza della società»(1)La citazione viene questo interessante articolo di Andrea Staid sulle società cosiddette “primitive”, estratto dal suo libro Contro la gerarchia e il dominio. Potere, economia e debito nelle società senza Stato (Meltemi 2018).; permane anche l’idea che queste comunità vivano in maniera più “naturale”.
Questo aggettivo può sembrare positivo, addirittura un ammirato apprezzamento, ma sappiamo che il contrapporre la Natura alla Cultura – uno dei principi fondanti del pensiero occidentale – spesso concettualmente serve a separare la civiltà (nostra) dalla barbarie (degli altri).

Come dicevamo, le tribù in cui resistono elementi tradizionali sono ancora oggetto di enorme curiosità. Io stesso ne ho parlato estesamente su queste pagine, anche se ho cercato di descrivere i loro costumi in modo circostanziato.
Una cosa che non molti sanno, però, è che oggi si organizzano numerosi tour in zone remote del globo, per chi se li può permettere, alla scoperta (cito da una brochure) degli “ultimi sistemi di tribù, clan e rituali ancora intatti al mondo”.

È forse uno dei pochi brividi rimasti nella grande macchina del turismo globale, l’estrema frontiera dell’esotismo. Gite esclusive a sfondo più o meno marcatamente etnologico, i cui partecipanti però non sono antropologi ma turisti: e a voler essere cinici viene il dubbio che l’appeal risieda nei selfie con gli indigeni, o nelle danze tradizionali inscenate dalle tribù a beneficio delle fotocamere dell’uomo occidentale.

Però non bisogna fare l’errore di giudicare (o, peggio ancora, indignarsi) sulla base di qualche foto trovata su internet. Cosa si fa davvero in questi tour, come sono organizzati, quali attività propongono? Qual è la filosofia che ne sta alla base? Chi vi partecipa, e perché?

Marco è un lettore di Bizzarro Bazar, e uno di questi viaggi organizzati l’ha provato proprio quest’anno. Dopo aver seguito con interesse il resoconto della sua avventura sui social, gli ho chiesto di raccontarcene i risvolti in maniera più approfondita. L’intervista che mi ha concesso è dunque un’occasione unica per trovare una risposta a questi interrogativi.
(Nota: da questo punto in poi tutte le bellissime foto che vedrete sono opera sua.)

Ci puoi dire in poche parole che tipo di persona sei, di cosa ti occupi, quali sono le tue passioni?

Mi chiamo Marco Mottura, ho trentasei anni e sono di Busto Arsizio. Nella vita di tutti i giorni faccio il grafico, e come secondo lavoro (o, per meglio dire, come hobby pagato) il giornalista videoludico. Proprio i videogiochi sono ovviamente da sempre una delle mie più grandi passioni, insieme ai giochi da tavolo, all’horror a 360°, alla musica crossover e alla mia adorata Juventus.

Mi affascina tutto ciò che è strano, oscuro e macabro. Sono un ateo convinto. Mi vesto sempre di nero o di grigio. Cannibal Holocaust è il mio film preferito di sempre. Sono ossessionato da Il Giardino delle Delizie Terrene di Hieronymus Bosch.

Come sei venuto a conoscenza della possibilità di fare questo viaggio?

La colpa in realtà è indirettamente proprio tua, Dottor Cenzi. Grazie a Bizzarro Bazar qualche anno fa ho scoperto The Last Tuesday Society di Londra, e dopo aver visitato la wunderkammer di Viktor Wynd durante uno dei miei viaggi nella capitale inglese non ho potuto fare a meno di seguire l’eccentrico milionario su Instagram. Un annetto fa ho visto alcuni suoi post mentre era in Papua Nuova Guinea ad assistere alla cerimonia di passaggio in cui i giovani delle tribù del fiume Sepik si trasformano in Uomini-Coccodrillo. Gli ho fatto alcune domande su un riturale così inusuale e cruento, e alla fine della chiacchierata la risposta di Wynd è stata: “Nel 2019 comunque ritornerò da queste parti, se vuoi puoi venire con me.” Lui era serio, io pure… e quindi sono partito per davvero.

Quali erano le opzioni di viaggio?

Si potevano scegliere due diversi viaggi da undici giorni ciascuno, oppure il pacchetto completo (impensabile per quanto mi riguardava, per motivi di budget). La prima parte era incentrata maggiormente sulla natura, con birdwatching ed escursioni a tema floreale, mentre la seconda metà era senza dubbio più estrema, e culminava con la visita alle remotissime mummie di Aseki. Inutile specificare per quale delle due abbia optato io.

Cosa ti aspettavi da questa esperienza? Qual è stata la motivazione che ti ha spinto a decidere di imbarcarti per questa avventura?

Mi sono trovato in una fase particolare della mia vita, in un momento di profonda crisi personale legata a un periodo di depressione e difficoltà di vario genere. Spinto anche dalla mia ragazza, ho deciso di fare qualcosa esclusivamente “per me stesso”: inseguendo l’esotismo estremo che tanto mi affascina (tutti quei Mondo movies visti durante l’adolescenza devono aver lasciato un segno), ho pensato proprio a un viaggio fuori dagli schemi, avventuroso e sì, anche potenzialmente rischioso. Perché nella peggiore delle ipotesi quella che sembrava un po’ la trama di un film horror di serie B mi pareva un finale potenzialmente perfetto per il tipo di esistenza che ho sempre cercato di vivere.

La prospettiva di evadere dalla mia quotidianità, l’idea di guardare in faccia un universo sconosciuto e lontanissimo e di vivere sulla mia pelle uno shock culturale mi affascinavano. Prima di questa esperienza non ero neppure mai stato in campeggio!

Raccontaci brevemente come si è svolto il viaggio: quanti eravate, quali tappe avete fatto, ecc.

La spedizione era aperta a dieci persone provenienti da tutto il mondo, più i due leader. Il primo capogruppo era il già citato Viktor Wynd, l’eccentrico dandy e artista inglese(2)A Viktor Wynd e alla sua wunderkammer londinese ho dedicato un capitolo della mia guida London Mirabilia. presidente della Last Tuesday Society, mentre il secondo era Stewart McPherson, un naturalista tra i massimi esperti al mondo in materia di piante carnivore: un’autorità nel suo campo, con 35 specie scoperte e 25 libri pubblicati sull’argomento.

Otto dei partecipanti erano uomini, quattro le donne: in totale otto Inglesi, due Americani, una Sudafricana e io a rappresentare l’Italia. La più giovane aveva ventotto anni, il più vecchio quarantacinque.

Ci siamo incontrati all’aeroporto della capitale, Port Moresby, e da lì siamo subito partiti per le isole Trobriand. Abbiamo trascorso tre notti da quelle parti, poi ci siamo spostati a Lae, quindi siamo andati in jeep verso la regione delle mummie (facendo tappa a Bulolo, un’isolata città di minatori, e trascorrendo una notte in un villaggio sperduto fra le montagne insieme ai locali). Quindi ritorno di nuovo Lae e poi dritti verso Madang, dove si è concluso il viaggio. In definitiva, una marea di chilometri percorsi – spesso su sentieri quasi impraticabili –, quattro voli aerei interni e tantissimi paesaggi e culture differenti incontrati sul cammino, per quella che è la nazione con maggiore biodiversità sulla Terra.

Quali sono state le esperienze e i dettagli che ti hanno colpito di più?

Difficile riassumere un’avventura del genere in pochi elementi: a colpirti è la poderosa sensazione di trovarti fuori dal tempo e dallo spazio a cui sei abituato. Il buio assoluto della notte nella foresta, una volta celeste così luminosa e mozzafiato da non sembrare nemmeno il tuo stesso cielo, i colori del tramonto, le peculiari capanne che si vedono qua e là. Ma anche gli attimi di puro orrore – come la tartaruga di mare che abbiamo visto pescare e squartare direttamente sul molo appena arrivati alle Trobriand (laggiù c’è un’economia di sussistenza, quel che si cattura si mangia e si usa per fare artigianato) o il ragno gigantesco che mi è sgattaiolato la primissima sera in camera – mi hanno subito scaraventato nell’atmosfera che mi aspettavo dalla Papua Nuova Guinea.

Un momento decisamente magico è stato vedere i “chiamatori” di squali del villaggio di Kaibola, che nel giro di cinque minuti con un sonaglio di cocco hanno letteralmente attirato a sé gli squali, per poi catturarli usando una semplice lenza riavvolta a mani nude. Solo poche decine di persone al mondo sono ancora capaci di eseguire quello strano ed efficacissimo rituale, entrando in completa comunione con il mare per ammaliare la preda. Tornando a riva siamo stati circondati da un branco di delfini giocherelloni, abbiamo mangiato lo squalo appena pescato, e poi esplorato una grotta sotterranea fino ad arrivare a una fonte d’acqua dolce. Il tutto nel giro di un paio di ore.

Ovviamente per me rimangono indimenticabili anche le mummie, così come la già menzionata notte passata in un villaggio nella regione di Aseki, all’interno di una capanna senza elettricità, senza acqua corrente e senza nulla (ma con parecchio alcool portato dalle compagne inglesi!).

C’è stata una differenza culturale che ti ha sorpreso più di altre?

Sicuramente vedere gli effetti che ha noce di Betel sulle condizioni della bocca nei locali. Lì chiunque, dai 6 ai 99 anni, è abituato a masticare il nocciolo di questo frutto verde, delle dimensioni di un’albicocca, mischiandolo con una pianta di senape e con una polvere di conchiglie bruciate che chiamano lime. La combinazione di questi tre elementi determina una reazione chimica fortemente alcalina, che macchia denti e gengive di un color rosso sangue molto intenso… oltre a corrodere tutto l’interno della bocca, con esiti spesso cancerogeni. Nonostante ciò, continuano ad assumere la noce di Betel per i suoi effetti energizzanti e non solo: ho provato anch’io il nocciolo, dal sapore pessimo, i cui effetti sono a metà strada tra l’alcool e le anfetamine, con tanto di potenziale hangover.

Altra grande particolarità sta nei diversi costumi, nel modo di approcciarsi agli altri. Un esempio per tutti: per molti abitanti di villaggi sperduti, lavarsi i denti è una pratica inusuale e incomprensibile. Mentre avevo uno spazzolino in bocca mi è capitato di ritrovarmi fissato da una ventina di persone, radunatesi a pochi metri da me per osservare il mio strano rituale: in quel momento mi sono sentito come un animale allo zoo.

C’è stato qualche episodio spiacevole durante il viaggio?

Assolutamente nessuno. Anzi, la gentilezza della gente è stata spiazzante e commovente. Persone che non hanno letteralmente NULLA e che pure non lesinano mai un sorriso, una cortesia, un gesto di buon cuore. Così, per puro senso dell’ospitalità, senza aspettarsi assolutamente niente in cambio: solo e soltanto felici di incontrare qualcuno di diverso da loro, di strano, di proveniente da chissà dove, accogliendolo a casa con tutta la naturalezza del mondo. Capita che la gente si metta in fila per stringerti la mano, o che persone di ogni età interrompano qualsiasi attività per inseguire di qualche metro il nostro furgoncino.

Sono situazioni che fanno riflettere perfino un convinto nichilista come me, ormai senza più alcuna speranza per il presente e per il futuro: ti confrontano con un contesto abissalmente diverso da quello a cui siamo abituati nella nostra società “civilizzata”.

Qual è stato il rapporto, tuo e dei tuoi compagni di viaggio, con i nativi che hai incontrato? E qual era il loro atteggiamento nei vostri confronti? Sei mai stato a disagio in qualche situazione?

La Papua Nuova Guinea è un paese gigantesco, in cui si parlano 850 lingue, stracolmo di comunità microscopiche e dai mezzi estremamente limitati, ma non è in generale il luogo rimasto all’età della pietra che forse ci si potrebbe immaginare. Per capirci, anche sulle montagne di Aseki, nel bel mezzo della foresta a diverse ore di macchina dalla città, può capitare di imbattersi in qualche sporadica capanna che espone cartelli pubblicitari della Coca Cola o della compagnia di telecomunicazioni Digicel.

Certo, permangono zone particolarmente inaccessibili e popolazioni magari rimaste in qualche modo isolate, ma non era certo nostra intenzione avventurarci alla ricerca di chissà che (anche perché sarebbe stato idiota, irrispettoso e irresponsabile). Detto ciò, fa comunque sorridere sentire gli abitanti delle isole Trobriand parlare di “esplosione del turismo nel 2019” alla luce di un totale di ben settanta persone (noi inclusi) arrivate da quelle parti dall’inizio dell’anno.

Per il resto, mi ha stupito vedere quanto i locali fossero assai poco interessati alla nostra tecnologia: tutti sanno cosa sia uno smartphone o una macchina fotografica, e per quanto vedere la propria immagine catturata susciti ancora un minimo di interesse, nessuno è parso molto attratto dai nostri gingilli hi-tech. Per assurdo, il già citato spazzolino da denti ha fatto di certo più colpo di uno smartwatch.

L’unico momento di disagio, o per meglio dire un momento in cui ho avvertito un leggero senso di non avere il controllo della situazione, è stato al nostro arrivo alle Trobriand: ci siamo ritrovati sulla via principale dell’imbarcadero e tutta la popolazione locale si è ovviamente incuriosita ed è corsa a vedere da vicino i dimdim (gli stranieri). In un baleno ci siamo visti accerchiati da qualche centinaio di persone che cercavano di attirare la nostra attenzione per venderci cibo e manufatti, invadendo un po’ quello che è il nostro concetto di spazio personale. Niente di minaccioso, sia chiaro, ma mentirei se affermassi di non aver provato almeno in minima parte la sensazione che la cosa potesse degenerare da un momento all’altro. In realtà la tensione credo fosse solo nella nostra testa, visti i modi davvero squisiti degli abitanti di quella provincia.

Passiamo alla parte critica. Ne abbiamo parlato, e sai che ho parecchie riserve riguardo a questo tipo di viaggi organizzati. Mi sembrano un po’ la versione, aggiornata al late capitalism, dei colonialismi otto-novecenteschi: certo, abbiamo messo da parte moschetti e fruste, ma è difficile allontanare il sospetto che stiamo ancora “prendendo per la gola” le zone povere, mascherando questo sfruttamento con narrative esotiche e vendendo il pacchetto come “avventura da brivido” per turisti occidentali annoiati. Tu cosa ne pensi?

Non prendiamoci in giro: l’esotismo esasperato, l’elemento di rischio e la fascinazione per i paradisi perduti (senza tralasciare l’immaginario horror) fanno innegabilmente parte dell’equazione. Mentirei spudoratamente se dicessi che sarebbe stata la stessa identica cosa con una destinazione alternativa; il particolare culto dei morti della regione di Aseki, le mummie, l’idea di potercisi avvicinare e volendo anche di toccarle, sono tutti fattori che mi hanno spinto verso questo viaggio. Quindi sì, una sfumatura di dark tourism c’è, non ha senso girarci attorno.

Detto questo, più che una squallida revisione di certe pseudo-imprese colonialiste credo si tratti di una cosa legata più a un’indole da inguaribile thrill-seeker: nessun indigeno è stato “preso per la gola”, anzi al contrario credo che in alcune circostanze siamo stati noi occidentali a venire un po’ fregati! Per poter accedere al sito in cui stavano le mummie del villaggio di Angapena, dopo estenuanti trattative abbiamo dovuto pagare, nell’ordine: 3000 dollari in contanti, un generatore di corrente, due Samsung Galaxy e dosi non trascurabili di viveri. Insomma, le tribù locali non sono certo fatte di sprovveduti pronti ad essere sfruttati, e anzi sembrano aver compreso alla grande come fare affari.

Be’, appunto, gli smartphone scambiati per le mummie degli antenati mi sembrano proprio un esempio di quella logica — Mark Fisher l’aveva battezzata “realismo capitalista”(3)«Il potere del realismo capitalista deriva in parte dal modo in cui il capitalismo sussume e consuma tutta la storia pregressa: è un effetto di quella “equivalenza” che riesce ad assegnare un valore monetario a qualsiasi oggetto culturale, si tratti di icone religiose, pornografia, o Il Capitale di Marx. Provate a passeggiare per il British Museum: vedrete oggetti privati di ogni vitalità riassemblati come sul ponte di qualche astronave alla Predator, e potrete così godervi una potente rappresentazione di questo processo. Nella conversione di pratiche e rituali in puri oggetti estetici, gli ideali delle culture precedenti diventano strumento di un’ironia oggettiva e si ritrovano trasformati in artefatti.» (Mark Fisher, Realismo capitalista, 2018, p. 30). — in cui tutto diventa monetizzabile e perfino il sacro viene trasformato in un semplice prodotto. E d’altronde questa cosa non stupisce se, come sottolineavi tu, la pubblicità della Coca-Cola è arrivata perfino nel fitto della giungla.
Riguardo alla vostra presenza lì, qual era l’approccio degli organizzatori?

Ti assicuro che l’approccio era di rigoroso e indiscusso rispetto per le popolazioni, per le culture e per la flora e la fauna locali (su questi aspetti McPherson, in quanto naturalista, è stato davvero estremamente attento e solerte): non si è mai nemmeno accennato al famigerato cannibalismo, e il termine “cannibale” non è mai stato pronunciato da nessuno. Perché va bene cercare le emozioni forti, o subire il fascino di tradizioni macabre o cruente; ma la realtà in Papua Nuova Guinea non necessita certo di ulteriori forzature. Per fare un esempio, l’uccisione a colpi di bastonate sulla testa di un povero maiale in un villaggio è stata ai limiti del tollerabile, impossibile da comprendere per noi. Non c’era bisogno di aggiungerci storie di cannibalismo.

A giudicare da quanto scrivevi sui social, sei partito convinto che il viaggio potesse essere molto pericoloso. Hai addirittura fatto testamento! Retrospettivamente, secondo te c’era davvero questo elemento di pericolo o il viaggio era più sicuro di quanto ti aspettassi?

Volare da quelle parti è oggettivamente molto più pericoloso che altrove, per via delle condizioni climatiche. Si tratta più in generale di un’esperienza forte e in alcuni passaggi fisicamente stressante (seppur mai davvero impossibile); certamente non sarà un’impresa folle come scalare l’Everest, ma optare per una destinazione simile significa volersi mettere alla prova. Per quanto mi riguarda era tutto preventivato, e personalmente avrei accettato con grande serenità anche un esito tragico. Il fatto di non essere certo di tornare si legava a certe mie tendenze autodistruttive che non voglio negare.

Ritornato a casa sano e salvo, posso affermare che il viaggio si sia rivelato infinitamente meno pericoloso del previsto. Ma d’altronde Stewart McPherson e la sua organizzazione non hanno mai presentato il viaggio come un biglietto di sola andata per aspiranti suicidi. A fare dell’autentico terrorismo psicologico, alimentando falsi miti, sono state semmai altre parti in causa, come ad esempio il sito dell’unità di Crisi della Farnesina, Viaggiare Sicuri: la Papua Nuova Guinea sarà anche un paese povero e pieno di problemi, ma sconsigliare qualsiasi tipo di viaggio non necessario e parlare apertamente di “paese pericoloso ovunque” significa descrivere una realtà esasperata e ben diversa dal contesto che ho avuto modo di vedere con i miei occhi.

Qual è la cosa più bella che ti ha regalato questa esperienza? E più in generale quale sentimento ti ha lasciato?

Un’esperienza simile è piuttosto difficile da spiegare a chi non l’ha vissuta. Ho voluto fare un salto nel buio, ma alla fine sono tornato con un bagaglio di emozioni, di ricordi, di sensazioni che mi hanno davvero stravolto la vita. Certe situazioni ti fanno fare i conti con i tuoi limiti, ti fanno uscire a schiaffoni dalla tua comfort zone, ti legano alle persone che hai vicino: è spiazzante trovarti ad avere a che fare con un universo che è sempre il tuo, ma al tempo stesso non è il tuo. Da un viaggio simile non puoi tornare uguale a com’eri prima di partire: certe cose ti entrano dentro, ti guardano in faccia, ti ribaltano e ti cambiano. E alla fine puoi scoprire che di momenti così, un po’ come succede con la noce di Betel, non ne hai mai abbastanza.

Questa chiacchierata fornisce a mio avviso interessanti spunti di riflessione: in una realtà globalizzata, nulla rimane davvero “intatto”. Ha senso crucciarsene, o fa parte di un processo di cambiamento inarrestabile? Questi tour contribuiscono ad avvicinare la nostra sensibilità a quella di popoli distanti, riducendo così pregiudizi e disinformazione — oppure perpetuano una visione essenzialmente etnocentrista occidentale?

Lascio al lettore il compito di formarsi una sua idea. Da parte mia ringrazio ancora Marco per la sua gentilezza e disponibilità (potete seguirlo su Twitter e Instagram).

Note

1 La citazione viene questo interessante articolo di Andrea Staid sulle società cosiddette “primitive”, estratto dal suo libro Contro la gerarchia e il dominio. Potere, economia e debito nelle società senza Stato (Meltemi 2018).
2 A Viktor Wynd e alla sua wunderkammer londinese ho dedicato un capitolo della mia guida London Mirabilia.
3 «Il potere del realismo capitalista deriva in parte dal modo in cui il capitalismo sussume e consuma tutta la storia pregressa: è un effetto di quella “equivalenza” che riesce ad assegnare un valore monetario a qualsiasi oggetto culturale, si tratti di icone religiose, pornografia, o Il Capitale di Marx. Provate a passeggiare per il British Museum: vedrete oggetti privati di ogni vitalità riassemblati come sul ponte di qualche astronave alla Predator, e potrete così godervi una potente rappresentazione di questo processo. Nella conversione di pratiche e rituali in puri oggetti estetici, gli ideali delle culture precedenti diventano strumento di un’ironia oggettiva e si ritrovano trasformati in artefatti.» (Mark Fisher, Realismo capitalista, 2018, p. 30).

Un fascino selvaggio (parte prima)

Popoli da poco sottomessi, riottosi,
Metà demoni e metà bambini.
(Rudyard Kipling, Il fardello dell’uomo bianco, 1899)

Torniamo a parlare di un argomento più volte affrontato su queste pagine: il rapporto dell’Occidente con le tribù “primitive”.
Si tratterà di un doppio post. In questa prima parte esamineremo un racconto ottocentesco, e nella seconda un viaggio esotico svoltosi proprio quest’anno.
Due prospettive lontane nel tempo legate però da un elemento di continuità: l’ossessione occidentale per i “selvaggi” e per il cannibalismo.

Inizio subito col dire che entrambi gli articoli sono debitori a due lettori e amici di Bizzarro Bazar: nel primo caso si tratta di Giulio, di Mala Tempora Studio, che ha scovato il racconto di cui parleremo in questo post; nel secondo caso, il mio ringraziamento va a Marco, che è il matto che quel viaggio esotico l’ha fatto.

E partiamo quindi dalla chicca straordinaria scoperta da Giulio.
Il n. 28 del Giornale Illustrato dei Viaggi (Sonzogno 1923) vanta una delle copertine più incredibili di sempre. C’è tutto: il naufragio, i cannibali, feti in formalina e preparati anatomici.

Il macabro episodio viene dettagliatamente raccontato all’interno della rivista. Questo è il finale:

Ciò che mi resta d’aggiungere, o signori – continuò il dottor Stephenson – oltrepassa i limiti dell’inverosimile. Le tre immense casse, contenenti i pezzi anatomici, furono aperte in un batter d’occhio, ed il contenuto apparve agli occhi dei predoni, che non s’aspettavano certo un simile spettacolo. Credettero che fosse una riserva per nostro conto personale, e che dividendo il loro gusto per la carne umana, avessimo gelosamente nascosto il nostro tesoro.
Sapete che i pezzi anatomici sono preparati in modo da produrre una completa illusione.
Fu più che un saccheggio, fu una vera orgia da cannibali. Essi si strappavano con furore quei pezzi secchi come carta pesta, e che non avevano più che l’apparenza della carne. Volendo soddisfare al più presto possibile i loro mostruosi gusti, accesero una mezza dozzina di bracieri, su cui posero tosto i pezzi intieri, che guardavano con una gelosia mista ad ammirazione per l’abile macellajo che li aveva preparati.
Sotto l’influenza del calore, quell’arrosto insolito si rammollì alquanto, ma le materie injettate si liquefecero e caddero in larghe conchiglie di madreperla che quei cuochi abili e previdenti avevano posto al disotto.
Vi lascio pensare ciò che doveva essere quella salsa!
Per colmo d’orrore, il cadavere di Ben, che avevamo sotterrato ai piedi di un mirto, fu brutalmente esumato da essi, fatto in pezzi in pochi minuti con coltelli di pietra e con rara abilità.
Noi possedevamo inoltre una mezza dozzina di cervelli, e una serie completa di feti, conservati nell’alcool a 75°. Nuova scoperta, accompagnata da contorsioni da gorilla. Sturarono con precauzione, religiosamente, sto per dire, gli enormi vasi che li contenevano, e bevettero con una ghiottoneria senza paragone il liquore conservatore. Quel liquido infernale, che doveva bruciare il loro stomaco, portò la loro ubbriachezza al colmo, ed essi trangugiarono come aranci all’acquavite quegli sventurati avanzi che solo la scienza ha il diritto di studiare e mutilare senza profanazione.
Felici, ed ubbriachi quegli abbominevoli selvaggi barcollavano, urlavano a squarciagola e si battevano il ventre con una beatitudine profonda.
Finalmente si addormentarono al pari di foche.
All’indomani, nell’ora profumata, in cui il sole del mattino sorge dalle verzure, scuote la sua capigliatura sui giganti delle foreste, il cinguettìo dei pappagalli svegliò quei bruti. Stesero le membra come convitati beatissimi che si destassero da pacifico sonno, e si alzarono freschi e disposti, sgambettando come giovani kanguri. – Senza la presenza di qualche ossame di lugubre forma, nessuno avrebbe sospettato l’orribile festino del giorno precedente.
Che organo meraviglioso è lo stomaco australiano!…
Fedeli al loro impegno, malgrado la nostra mancanza, ci condussero a Ballaratre, dove arrivammo completamente a mani vuote.
Le ultime parole di quegli indegni figli della natura furono per sollecitare calorosamente dalla nostra benevolenza la spedizione di un carico completo di piccoli bianchi all’acqua di fuoco.
Non giudicammo opportuno rispondere.
Tre giorni dopo eravamo a Melbourne!

Ora, un po’ di background. Il Giornale Illustrato dei Viaggi e delle Avventure di Terra e di Mare era una rivista settimanale fondata da Edoardo Sonzogno e pubblicata in Italia dal 1878. La rivista si rifaceva in modo palese al Journal des Voyages et des Aventures de Terre et de Mer, fondata l’anno prima a Parigi da Charles-Lucien Huard, riprendendone anche alcuni articoli e resoconti.

Si trattava, sia per quanto riguarda il nostro Giornale Illustrato che per la controparte francese, di racconti di esplorazione geografica e di fiction rocambolesche, tanto che negli ultimi anni sulle pagine della rivista apparvero anche racconti di fantascienza e perfino horror.
Nel 1931 il Giornale chiuse i battenti per confluire ne Il Mondo.

Tornando alla copertina apparsa nel 1923, in realtà si trattava della riedizione di un’illustrazione di Horace Castelli per il romanzo d’appendice À Travers l’Australie: les dix millions de l’opossum rouge di Louis-Henri Boussenard, picaresco racconto di avventure australiane apparso nel 1878 sul Journal des Voyages e poi nel 1881 su La Récréation.

La fantasiosa novella, come abbiamo visto, è incentrata sulla trovata (non priva di genio) di combinare assieme due classiche fissazioni ottocentesche: l’anatomia e il cannibalismo.
La figura dell’anatomista era infatti ricorrente nell’Ottocento romantico (dagli Scapigliati ai naturalisti), quando la letteratura guardava alla nuova scienza positivista, e in particolare all’anatomia, con un misto di esaltazione e di interesse morboso. In questo caso in effetti il narratore è uno scienziato, anche se la patina “asettica” del resoconto accademico viene presto dimenticata per lasciare campo ai toni più macabri e sensazionalistici.

L’altro chiodo fisso che emerge qui è l’imperitura fascinazione per il cannibalismo e per il mito del “selvaggio”. Si tratta di un’ossessione dalla duplice natura: in primo luogo serve a rimarcare la superiorità degli occidentali, che si sono affrancati dallo stato bestiale.
La spocchia dell’esploratore/colonialista ottocentesco si rispecchia nel tono sprezzante riservato agli indigeni («abbominevoli selvaggi», «mostruosi gusti», «quei bruti»), condito spesso da paragoni animali («al pari di foche», «contorsioni da gorilla», «come giovani kanguri») e riferimenti allo stato pre-culturale («quegli indegni figli della natura»).
Al tempo stesso, però, questa fissazione è venata di una malcelata invidia per la libertà di costumi delle popolazioni “primitive”. Non a caso questi sono narrative che insistono sulla morbosità, e in cui spesso i “selvaggi” non sono altro che personaggi-funzione inseriti in situazioni stereotipate – la scusa perfetta per descrivere con minuzia di particolari (e con mano tremante, ovviamente, che a malapena osa procedere nel descrivere l’orribile scena) orge, violenze assortite e nudità.

Leggendo simili resoconti fantastici si ha l’impressione di confrontarsi non tanto con l’antropofagia (che peraltro nella realtà seguiva rigorosi rituali tutt’altro che orgiastici, spesso era interna alla tribù e limitata all’assunzione di piccole parti del corpo di un parente defunto in segno di rispetto) quanto piuttosto con un represso anelito di libertà dalle norme sociali.
Come affermavo riguardo alle teste mozze – quei macabri souvenir che gli occidentali portavano a casa dalle loro esplorazioni – il Selvaggio è uno schermo su cui proiettiamo l’immagine distorta di ciò che vogliamo che egli sia.

Ma bisogna tenere a mente che dietro ai racconti di cannibalismo c’era anche una motivazione strettamente politica: quella di fornire un alibi etico all’espansionismo colonialista.

Queste storie non servivano soltanto a far rabbrividire la gente a casa; fornivano anche le basi morali per la dominazione degli indigeni da parte dei coloni occidentali. Il cannibalismo era un atto innaturale, il comportamento più distante dall’essere considerato accettabile per gli Europei. I racconti di antropofagia potevano dunque giustificare l’annessione di terre straniere così come l’introduzione della morale cristiana in un paese. […] Etichettare i ribelli come cannibali affamati riduceva le loro rivolte a una battaglia tra civiltà e barbarie […]. Una repressione violenta diventava così la riposta più plausibile da parte delle autorità, e diventava necessaria una presenza coloniale costante per assicurare che nuove ondate di cannibalismo fossero scongiurate.

Fonte: The History Notes.

Potremmo pensare che l’ossessione occidentale per il cannibalismo e per le tribù “incontaminate” sia acqua passata, come il topos macchiettistico dell’esploratore in pentola, ma non è affatto così (si veda quest’altro articolo).
I cannibali prosperano ancora in fumetti, film horror e più in generale nell’immaginario collettivo.

Così tanto che c’è chi è disposto a spendere cifre non indifferenti e ad affrontare un viaggio che tutto è tranne che comodo e sicuro, pur di provare il brivido di trovarsi faccia a faccia con dei “veri cannibali”.
Ma di questo parleremo in maniera approfondita nella seconda parte.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 4

Essendo assorbito dai lavori dell’Accademia dell’Incanto, appena avviati, mi perdonerete se ripiego su una nuova raccolta di stranezze, sempre e comunque di prima scelta.

  • Vi ricordate il mio articolo sulle mummie affumicate? Ulla Lohmann ha documentato per la prima volta il processo di mummificazione di un anziano del villaggio, che la fotografa aveva conosciuto quand’era ancora in vita. La storia della rispettosa ostinazione con cui la Lohmann è riuscita a farsi accettare dalla tribù, e le spettacolari fotografie che ha scattato, sono su National Geographic.

  • Pire collettive che bruciavano per giorni e giorni appestando l’aria, denti strappati ai caduti per costruire le dentiere dei vivi, ossa usate come fertilizzante: benvenuti nel feroce mondo di chi doveva pulire i campi di battaglia durante le guerre napoleoniche. (Scoperto via Prismo)
  • A tre miglia dalla costa di Miami c’è un vero cimitero sottomarino. Certo, non saranno molti i parenti che prenderanno lezioni di scuba diving per venirvi a porgere un ultimo saluto; ma in compenso la vostra tomba si ricoprirà di bellissimi coralli.

  • Avreste mai immaginato di veder comparire su queste pagine Giancarlo Magalli? L’episodio di cui il presentatore è stato recentemente protagonista è però un brillante esempio di memento mori come forza sovversiva: in questo caso, la spettacolare irruzione è avvenuta proprio in uno dei tanti momenti di televisione anestetica — quella che conforta e ottunde con il miraggio della vincita, del premio che arriva senza fatica, della cuccagna distribuita a casaccio da una sorte benigna. La sconfitta è ironica e definitiva: “l’orologio a questo punto mi sembra inutile…
    (Grazie, Silvia!)

  • Come essere sicuri che un morto sia veramente morto? Nell’800 la questione era tutto fuorché scontata. Ecco perché c’era chi aveva l’ingrato compito di tirare la lingua ai cadaveri, chi provava a infilarsi le dita della salma nelle orecchie, e chi ai corpi stesi nell’obitorio somministrava dei clisteri di tabacco… soffiando attraverso un tubo.
  • E se i Monty Python, nella loro canzone dei filosofi che descrive i giganti del pensiero come alcolizzati terminali, fossero andati vicini alla verità? Un interessante long read sulla relazione fra la filosofia occidentale e l’uso delle sostanze psicotrope.
  • Per chi non l’avesse ancora vista, c’è una crudele radiografia che disintegra il mantra autoconsolatorio ho-solo-le-ossa-grosse.

  • L’uomo sbarcherà su Marte, presto o tardi. Presto, probabilmente. Ma oltre alla vita, sul Pianeta Rosso porteremo anche un’altra novità: la morte. Cosa succede a un cadavere nell’atmosfera marziana, in assenza di insetti, saprofaghi e batteri? Dovremmo seppellirlo, cremarlo o compostarlo? Se l’è chiesto Sarah Laskow su AtlasObscura.
  • Per finire, ecco una splendida serie di foto intitolata Wilder Mann. Attraversando in lungo e in largo l’Europa, il fotografo francese Charles Fréger ha documentato decine di maschere rurali. Inquietanti e suggestive, queste figure pagane sopravvivono al passare del tempo, e da secoli continuano ad annunciare ogni anno l’arrivo dell’inverno.

La seduzione del primitivo: due insoliti “selvaggi”

Nel 1929, per i tipi della Knopf di New York, apparve il libro Lobagola: An Africa Savage’s Own Story. La notevole autobiografia, scritta da Bata Kindai Amgoza ibn LoBagola, raccontava la vita avventurosa e bizzarra di uno “straniero nel XX secolo“.
Bata LoBagola era nato nell’Africa occidentale, in una regione del Dahomey (oggi Benin) così remota da non essere ancora stata raggiunta dall’uomo bianco. Bata ebbe il primo incontro con gli europei negli ultimi anni dell’800 quando, assieme ad altri membri della sua tribù, si spinse fino alla costa e vide una nave pronta a salpare. Raggiuntala in canoa, i “selvaggi” furono benvenuti a bordo dai mercanti, che per un’ora circa li accompagnarono ad esplorare l’imbarcazione; ma quando la nave lasciò la sponda senza preavviso, impauriti, tutti i compagni di Bata si gettarono in acqua, finendo divorati dagli squali. Bata, che era stato trattenuto sottocoperta, scampò quel destino ma dovette partire per le sconosciute terre di un diverso continente. Aveva soltanto sette anni.

Arrivò dunque in Scozia, dove visse per tutta l’adolescenza sotto la protezione di un generoso benefattore e venne educato fra Edimburgo e Glasgow. Quasi per caso, scoprì che poteva guadagnare qualche soldo nel mondo dello spettacolo, semplicemente raccontando del suo paese d’origine e del suo popolo. Cominciò quindi ad esibirsi nei vaudeville e in piccoli show itineranti, rispondendo alle domande del pubblico e mostrando alcune danze tradizionali. Essendo colto e intelligente, oltre che un ottimo oratore, divenne presto più di una semplice attrazione da sideshow, e cominciò ad essere richiesto anche da etnologi e antropologi. Viaggiando di continuo fra Europa e Stati Uniti, LoBagola tenne lezioni all’Università della Pennsylvania e a quella di Oxford, diventando una sorta di “ambasciatore culturale” dell’Africa occidentale e dei costumi e tradizioni del suo popolo.

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Per comprendere quanto il pubblico fosse affascinato da questo “selvaggio”, bisogna calarsi nella realtà del tempo. Nella seconda metà dell’800 l’intensificarsi del colonialismo aveva portato alla scoperta di numerose popolazioni primitive, e in contemporanea era nata la nuova antropologia scientifica. A livello popolare, i romanzi d’avventura incentrati sull’esplorazione di terre vergini erano fra le pubblicazioni di maggior successo. E l’insaziabile desiderio di esotismo si mescolava al diffuso e aperto razzismo, alla curiosità di vedere l’arretrato primitivo con i propri occhi; tanto che quando fu invitato a Philadelphia nel 1911 LoBagola si guadagnò la definizione di “esemplare più interessante dell’intero Museo“. Come recitava il suo pamphlet promozionale, sembrava davvero “troppo raffinato per la primitiva rozzezza della sua tribù, e troppo selvaggio per la società sofisticata“.

Bata LoBagola era ormai diventato una piccola celebrità, in costante tour come informatore culturale nelle scuole e le università, ma purtroppo la sua vita prese una brutta piega. Bata aveva problemi con l’alcol e la tendenza a farsi coinvolgere in risse di poco conto, ma la vera spada di Damocle sul suo capo era la sua omosessualità. Arrestato più volte per sodomia e altri reati minori, finì in carcere una volta per tutte nel 1931 per piccoli furti e crimini sessuali. L’anno successivo il Bureau of Naturalization, ai cui ufficiali evidentemente sembrava che qualcosa non quadrasse, strinse la morsa attorno a LoBagola, costringendolo infine a confessare una realtà che nessuno aveva sospettato fino ad allora.
Bata Kindai Amgoza ibn LoBagola si chiamava in realtà Joseph Howard Lee, ed era nato a Baltimora, nel Maryland.

Non tutto, nel suo libro, era inventato: Joseph Lee era probabilmente stato a Glasgow da giovane, visto che dalle sue pagine si evince una certa conoscenza della città, e secondo diverse testimonianze egli aveva un leggero accento scozzese. Ma di certo la sua infanzia non era trascorsa tra leoni ed elefanti — e altrettanto sicuro è che leoni ed elefanti non si “alleavano”, come raccontato in una fantasiosa pagina del libro, per dare la caccia agli uomini.
Se alcuni lettori, che avevano familiarità con l’Africa occidentale, già alla pubblicazione della sua falsa autobiografia si erano accorti che le descrizioni di quei luoghi erano di pura invenzione, il dubbio non era invece mai sorto nella mente dei professori universitari. Fatto ancora più curioso se si pensa che nello stesso libro viene candidamente suggerita l’idea che agli uomini bianchi si possa raccontare qualsiasi cosa sull’Africa nera, ed essi ci crederanno.
La discriminazione razziale, a cui si accennava prima, può essere considerata uno dei fattori dietro la falsa identità di LoBagola: fin dal 1907, fingersi un primitivo gli aveva permesso di accedere a una serie di privilegi e di aiuti che paradossalmente non avrebbe mai ottenuto in qualità di afroamericano. Morì nel 1947 nel carcere di massima sicurezza di Attica, dove erano detenuti i più pericolosi criminali del tempo.

La sua strana truffa aveva però un precedente eccellente.


George Psalmanazar era apparso a Londra nel 1703, dichiarandosi nativo di Formosa (Taiwan), un’allora lontana isola di cui si conosceva molto poco. Psalmanazar aveva abitudini strabilianti: mangiava soltanto carne cruda speziata con cardamomo, dormiva seduto dritto su una sedia, metteva in scena complessi rituali quotidiani in onore del Sole e della Luna, seguiva un calendario sconosciuto. E i racconti della sua terra natìa erano favolosi e crudeli — in particolare le descrizioni dei sacrifici rituali di 18.000 ragazzi all’anno che culminavano nel cannibalismo.
George Psalmanazar venne invitato a parlare della cultura di Formosa nei più importanti circoli intellettuali, e si esibì in una lezione addirittura di fronte alla Royal Society.
Nel 1704 pubblicò il volume An Historical and Geographical Description of Formosa, an Island subject to the Emperor of Japan, che conobbe immediatamente un successo clamoroso e numerose ristampe. Ovunque non si parlava che di Formosa: lettori e intellettuali erano affascinati dalle descrizioni di questi selvaggi che indossavano soltanto una placca d’oro per coprire i genitali, abitavano sottoterra nutrendosi di serpenti, e occasionalmente si cibavano di carne umana. Oltre agli usi e costumi di Formosa, Psalmanazar ne riportava nel dettaglio anche il linguaggio e l’alfabeto, in maniera talmente convincente che molte grammatiche tedesche continuarono a riportare queste informazioni anche decenni dopo che l’inganno era stato confessato.

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Infatti nel 1706, di fronte al crescente scetticismo e ai resoconti di chi Formosa l’aveva raggiunta davvero, Psalmanazar aveva dovuto calare la maschera: era in realtà originario della Francia, educato dai Gesuiti, e le sue uniche doti erano un’enorme cultura e una geniale attitudine per le lingue. Tanto da riuscire a costruirne una dal nulla, per corroborare le sue menzogne, e raggiungere la fama.
Prima di morire nel 1763, scrisse un secondo libro di memorie, pubblicato postumo, in cui raccontava i retroscena della sua truffa. Ma nemmeno in quest’ultima autobiografia rivelava il suo vero nome, che rimane ancora oggi un mistero.

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Eppure, nonostante la conversione religiosa nei suoi ultimi anni di vita e il pentimento per la messinscena, l’opera di Psalmanazar rimane un piccolo capolavoro di inventiva. Oltre che una lingua precisa, alla sua Formosa l’autore aveva dato una storia, dei culti e tradizioni, perfino diverse monete di conio e minuziosi abiti cerimoniali, tanto che oggi il suo affresco sembra precorrere, per cura maniacale del dettaglio, certe costruzioni letterarie più moderne (si pensi alle appendici tolkieniane su genealogia, linguistica, botanica, ecc. della sua immaginaria Terra di Mezzo).
Ma c’è di più, come scrive lo storico Benjamin Breen:

Mentre divoravo l’immensa creatività mostrata in Description of Formosa, compresi che Psalmanazar stava anche raccontandoci qualcosa di fondamentale sulle origini della modernità. Il mondo di marinai, mercanti, schiavi e criminali deportati che aveva dato vita agli imperi europei oltreoceano, era costruito su finzioni elaborate, dal Prete Gianni a Jonathan Swift. Nonostante la scala e la singolarità del suo inganno l’avesse reso unico, Psalmanazar era anche rappresentativo: mentre stava inventando storie di cannibalismo formosano, i suoi pari scrivevano storie falsificate di utopie piratesche, resoconti parodistici di isole popolate da cavalli super-intelligenti, e sincere descrizioni di sacrifici demoniaci.
Queste opere sollevavano domande profonde sulla natura della verità e della finzione. L’atto di viaggiare è anche un atto autoriale, l’invenzione di una realtà che tutti noi filtriamo attraverso i nostri preconcetti individuali? Come possiamo capire dei mondi che differiscono dal nostro così fondamentalmente da sembrarci quasi altri pianeti?

(B. Breen, Made in Taiwan?: An Eighteenth-Century Frenchman’s Fictional Formosa)

Per la storia di LoBagola, la fonte primaria è un maginifico podcast di Futility Closet. L’autobiografia di LoBagola è disponibile su Amazon. La vicenda di George Psalmanazar è invece splendidamente raccontata in La follia di Banvard, e l’opera Description of Formosa è disponibile sull’Internet Archive.

Lutto e sacrificio: l’assenza incisa nella carne

Alcuni di voi avranno probabilmente sentito parlare del sati (o suttee), il rito indù di auto-immolazione che prevedeva che la vedova salisse sulla pira del marito defunto per bruciare viva assieme a lui. Ufficialmente vietato dagli inglesi nel 1829, la pratica diminuì nel tempo – non senza opposizioni da parte dei tradizionalisti – fino ad estinguersi quasi del tutto: se nell’800 si contavano circa 600 sati all’anno, dal 1943 al 1987 i casi registrati furono circa 30, e soltanto quattro nel nuovo millennio.

Il sacrificio delle vedove non era certo limitato all’India, visto che compariva in diverse culture. Nelle Storie, Erodoto parla di un popolo che abitava “al di sopra dei Crestoni“, in Tracia: presso queste genti, la favorita fra le vedove di un grande uomo veniva uccisa sulla sua tomba e sepolta con lui, mentre le altre mogli reputavano un disonore il continuare a vivere.

Fra gli Eruli del III secolo d.C. era comune per le vedove impiccarsi sul luogo di sepoltura del marito; nel 1700 dall’altra parte dell’oceano, quando un capo Natchez moriva le sue mogli (accompagnate spesso da altri martiri volontari) lo seguivano mediante suicidio rituale. Talvolta accadeva che alcune madri della tribù sacrificassero perfino i propri neonati, in un atto d’amore verso il defunto talmente grande che le donne che lo compivano erano trattate con i massimi onori e accedevano a un più elevato livello sociale. Simili pratiche funebri esistevano anche in altre popolazioni di nativi lungo il corso meridionale del fiume Mississippi.

Anche nel Pacifico, ad esempio nelle isole Fiji, furono attestate tradizioni che implicavano lo strangolamento delle vedove dei capi villaggio. Usualmente era il fratello della vedova ad eseguire o sovrintendere al soffocamento (si vedano le Notes on Fijian Burial Customs di Fison, 1881).

L’idea che sottendeva tali pratiche è che fosse inconcepibile (o sconveniente) per una donna rimanere in vita dopo il decesso dello sposo. Più genericamente, il vuoto che la morte di un leader lasciava dietro di sé era visto come incolmabile, fino ad annullare l’esistenza sociale dei sopravvissuti.
Se l’auto-immolazione femminile, e in rari casi maschile, è dunque rintracciabile in varie epoche e latitudini, la tribù Dani ha elaborato un tipo di sacrificio funebre del tutto particolare.

I Dani sono stanziati principalmente nella Valle del Baliem, la parte indonesiana dell’altipiano centrale sull’isola Nuova Guinea. Si tratta di un popolo ormai ben conosciuto anche per via del turismo; i guerrieri si vestono con accessori simbolici – un copricapo di piume, dei bracciali in pelliccia, una sorta di cravatta di conchiglie che specifica il rango di chi la indossa, delle zanne di maiale fissate alle narici e il koteka, un astuccio per il pene ricavato da una zucca essiccata.
Il vestiario femminile è più semplice, e consiste essenzialmente in una gonna di corteccia ed erbe, e un copricapo di variopinte penne d’uccello.

Presso questa popolazione, quando un uomo moriva, era tradizione che le donne a lui vicine (moglie, madre, sorella ecc.) si amputassero una o più falangi delle dita. Oggi quest’usanza è stata abbandonata, ma le anziane del villaggio ne portano ancora i segni.

Permettetemi a questo punto una piccola digressione.

Nel meraviglioso racconto di Dino Buzzati intitolato Le gobbe nel giardino (pubblicato nel 1968 all’interno de La boutique del mistero), il protagonista possiede attorno alla sua casa un grande parco in cui ama fare delle lunghe passeggiate notturne. Una sera, durante una di queste camminate, inciampa in una specie di collinetta formatasi sul prato, e l’indomani chiede al giardiniere che cosa sia:

«Che cosa hai fatto in giardino, nel prato c’è come una gobba, ieri sera ci sono incespicato e questa mattina appena si è fatta luce l’ho vista. È una gobba stretta e oblunga, assomiglia a un tumulo mortuario. Mi vuoi dire che cosa succede?». «Non è che assomiglia, signore» disse il giardiniere Giacomo «è proprio un tumulo mortuario. Perché ieri, signore, è morto un suo amico.»
Era vero. Il mio carissimo amico Sandro Bartoli di ventun anni era morto in montagna col cranio sfracellato.
«E tu vuoi dire» dissi a Giacomo «che il mio amico è stato sepolto qui?»
«No» lui rispose «il suo amico signor Bartoli […] è stato sepolto ai piedi delle montagne che lei sa. Ma qui nel giardino il prato si è sollevato da solo, perché questo è il suo giardino, signore, e tutto ciò che succede nella sua vita, signore, avrà un seguito precisamente qui.»

Più passano gli anni, e più il parco del narratore si riempie di nuove gobbe, mano a mano che le persone a lui care muoiono. Alcuni rilievi sono piccoli, altri enormi; il giardino, un tempo piatto e regolare, è ormai tutto disseminato di collinette comparse con ogni nuova perdita.

Perché questa faccenda delle gobbe del prato accade a tutti, e ciascuno di noi […] è proprietario di un giardino dove succedono quei dolorosi fenomeni. È un’antica storia che si è ripetuta dal principio dei secoli, anche per voi si ripeterà. E non è uno scherzetto letterario, le cose stanno proprio cosi.

Nel finale del racconto, si scopre che il protagonista non è affatto un personaggio di fantasia, e che la metafora dolorosa è riferita all’autore stesso:

Naturalmente mi domando anche se in qualche giardino sorgerà un giorno una gobba che mi riguarda, magari una gobbettina di secondo o terzo ordine, appena un’increspatura del prato che di giorno, quando il sole batte dall’alto, manco si riuscirà a vedere. Comunque, una persona al mondo, almeno una, vi incespicherà. Può darsi che, per colpa del mio dannato carattere, io muoia solo come un cane in fondo a un vecchio e deserto corridoio. Eppure una persona quella sera inciamperà nella gobbetta cresciuta nel giardino e inciamperà anche la notte successiva e ogni volta penserà, perdonate la mia speranza, con un filo di rimpianto penserà a un certo tipo che si chiamava Dino Buzzati.

Ecco, se mi è concesso fare l’azzardato accostamento, le gobbe nel giardino di Buzzati mi sembrano poeticamente analoghe alle dita mancanti delle donne Dani. Queste ultime rappresentano un’immagine commovente e potentissima: ogni volta che ci lascia una persona che amiamo, si sente spesso dire, “se ne va un pezzetto di noi” – ma qui la perdita non è soltanto emotiva, è un’assenza che si fa concreta. A causa di questa oggettivazione fisica del dolore, le donne senza dita fanno senza dubbio più fatica a svolgere i lavori quotidiani; e più i lutti si accumulano, più diventa impossibile per loro utilizzare le mani. Le donne anziane, che hanno visto morire tante persone, devono per forza essere aiutate dalla comunità. La morte si rivela dunque una ferita che rende, per così dire, invalidi a vita.

Certo, almeno ai nostri occhi contemporanei rimane uno scoglio immenso: la metafora sarebbe perfetta se la tradizione riguardasse anche i maschi, ai quali non è invece mai stato richiesto questo tipo di estremo sacrificio. È il corpo femminile a farsi, volontariamente o meno, portatore di questi segni tangibili del dolore.
Ma, volendoli leggere in una prospettiva più universale, mi pare che questi simboli racchiudano in fondo la certezza che tutti noi lasceremo un segno, una gobba nel giardino di qualcun altro. L’orgoglio con cui le donne Dani esibiscono le loro mani mutilate sembra suggerire che il passaggio di una persona inevitabilmente modifica il reale attorno a sé, riflettendosi nella comunità, addirittura fino a “scolpire” la carne dei suoi simili. La creazione di senso nelle manifestazioni del lutto sta anche nella reciprocità – la tradizione che oggi fa sì che io pianga il defunto, mi assicura che un domani altri piangeranno la mia dipartita.

Al di là delle declinazioni in cui il concetto si è storicamente proposto, in questa consapevolezza di reciprocità il genere umano pare aver sempre trovato conforto, perché significa in definitiva che non potremo mai essere soli.

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Nella provincia di Morobe, in Papua Nuova Guinea, vive il popolo degli Anga.
Un tempo temibili guerrieri, protagonisti di feroci raid nei pacifici villaggi limitrofi, oggi gli Anga hanno imparato a trarre profitto da un peculiare tipo di turismo. Antropologi, avventurieri e curiosi viaggiatori si spingono fino agli sperduti villaggi dell’altopiano di Morobe appositamente per vedere le celebri mummie affumicate.

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Non è chiaro quando la pratica abbia avuto inizio, anche se secondo alcuni risalirebbe almeno a duecento anni fa. Fu ufficialmente vietata nel 1975, quando la Papua Nuova Guinea divenne indipendente; di conseguenza, le mummie più recenti risalgono agli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.

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Questo trattamento d’onore era di norma riservato ai guerrieri più valorosi, che quando morivano venivano dissanguati, privati delle interiora e posti sopra alle fiamme per essiccare. L’affumicatura durava anche più di un mese. Infine, quando il corpo era completamente asciutto, le cavità corporali venivano cucite e si spalmava l’intera salma con fango misto ad argilla rossa per preservare ulteriormente le carni dal disfacimento e formare una sorta di strato protettivo contro insetti e saprofagi.
Molte fonti riportano che il grasso ricavato dal processo di affumicamento era in seguito utilizzato come olio di cottura, ma questo dettaglio potrebbe essere frutto della fantasia dei primi esploratori (come ad esempio Charles Higginson che per primo parlò delle mummie nel 1907): spesso gli occidentali, quando entravano in contatto con tribù così remote e “primitive”, volevano vedere il cannibalismo anche dove non c’era.

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I corpi così affumicati venivano portati, dopo una cerimonia rituale, sulle pendici dei monti che guardano verso il villaggio. Qui si fissavano le mummie alle ripide pareti di roccia mediante strutture di bambù, in modo che potessero fare da vedette a protezione delle case sparse nella vallata sottostante. In questo modo, continuavano il loro compito di guerrieri anche dopo la morte.

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I corpi sono ancora oggi venerati, e talvolta riportati al villaggio per essere “restaurati”: i discendenti del morto cambiano il bendaggio di liane e assicurano le ossa ai pali, prima di riportare l’antenato al suo posto di guardia.

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Nonostante le mummie affumicate siano, come già ricordato, per la maggior parte costituite da guerrieri del villaggio, fra di esse si possono trovare talvolta anche i resti di qualche donna particolarmente importante all’interno della tribù. Quella ritratta nella foto qui sotto stringe ancora al petto il suo bambino.

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Questo tipo di preservazione dei corpi, per quanto molto particolare, ricorda da vicino sia le esequie dei Toraja indonesiani (ne avevo parlato in questo post) sia le più antiche “mummie del fuoco“, che si possono trovare a Kabayan nel nord delle Filippine. Anche qui il cadavere veniva posto, in posizione fetale, sopra al fuoco ed essiccato; fumo di tabacco veniva soffiato nella bocca del morto per asciugare ulteriormente gli organi interni. I corpi così preparati erano chiusi in bare di legno e deposti in caverne naturali o nicchie appositamente scavate nelle montagne. Si assicurava in questo modo l’integrità degli spiriti degli antenati, che continuavano a proteggere e rendere prospero il villaggio.

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Ne La veglia eterna ho scritto di come fino a poco tempo fa le Catacombe di Palermo garantissero un contatto con l’aldilà, tanto che i ragazzi potevano imparare la storia della propria famiglia proprio di fronte alle mummie degli avi, e chiedere loro aiuto e benevolenza. La morte non comportava la fine dell’esistenza, non si presentava come una separazione irreparabile, perché fra le due modalità vi era un interscambio continuo.
Allo stesso modo, dall’altro capo del pianeta, la mummificazione rituale permetteva di mantenere aperta la comunicazione fra i vivi e i morti, definendo una soglia netta ma non impenetrabile fra i due mondi. La morte era, per così dire, un semplice cambio di stato ma non cancellava né la personalità del defunto né il suo ruolo nella società, che divenivano se possibile ancora più rilevanti.

Ancora oggi, interpellato dalla guida che accompagna i turisti di fronte alle mummie, un Anga può indicare uno dei cadaveri appesi alla roccia e presentarlo orgogliosamente con queste parole: “Quello è mio nonno“.

(Grazie, batisfera!)

I morti in piedi

Le tradizioni funerarie, come qualsiasi altra espressione culturale, non sono fisse e immutabili ma si evolvono e variano a seconda dell’epoca e della sensibilità della società che le adotta. Non bisogna perciò stupirsi se anche nell’ambito delle pratiche di sepoltura si formano nuovi costumi, e in qualche caso delle vere e proprie mode.

È quello che succede da qualche anno nel bacino del Golfo del Messico, dove sta prendendo piede l’usanza dei muertos paraos (“morti in piedi”). Si tratta ancora di una nicchia all’interno della tradizione più classica, ma si contano già diversi casi di questa peculiare e fantasiosa attitudine nei confronti del cadavere di un defunto. Rintracciarne la storia può riservare alcune sorprese.

Il primo caso di muerto parao avvenne nel 2008 nell’isola di Porto Rico. Le spoglie di David Morales Colon, un giovane vittima di una sparatoria, per volere dei parenti vengono preparate nella camera ardente in maniera pittoresca: il cadavere è fissato sulla sua motocicletta preferita, come se stesse ancora sfrecciando a tutto gas sulla strada (l’avevamo segnalato in un vecchio post).

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Questo tipo di disposizione scenografica della salma non è, com’è intuibile, in alcun modo contemplata dalla legge, che prevede severe norme igieniche, in particolare in relazione alla vicinanza fra il pubblico e il cadavere. In effetti, sempre nel 2008, i responsabili delle pompe funebri passano qualche guaio giudiziario, soprattutto dopo che replicano l’exploit sul corpo di  Luis Angel Pantoja Medina, esposto in piedi nel salotto di famiglia per tutti e tre i giorni della veglia funebre.

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Ma è difficile imputare un vero e proprio reato agli imbalsamatori: si tratta, in definitiva, di un modo forse un po’ stravagante di onorare le passioni e gli ultimi voleri del defunto.
Nel frattempo le fotografie e i video realizzati nelle camere ardenti fanno il giro del mondo, complice la rete, e ci vuole poco perché l’idea prenda piede.

Quindi su internet compare la salma di Carlos Cabrera, alias El Che Cabrera, seduto come se stesse meditando sull’imminente rivoluzione, nel tentativo di dare un’estrema veste iconografica alla sua figura.

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Ed ecco il boxeur Christopher Rivera, le cui spoglie mortali sono fissate all’angolo di un ring, come se la morte non avesse minimamente intaccato il suo spirito battagliero: un guerriero pronto ad affrontare l’aldilà con forza e determinazione immutate.

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La moda dei muertos paraos sbarca a New Orleans. Qui “Uncle” Lionel Batiste, storico musicista e cantante jazz e blues, leader di una banda tradizionale di ottoni, decide che “nessuno guarderà il mio cadavere dall’alto in basso”. Si fa quindi imbalsamare in piedi, per l’estremo saluto.

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Allo stesso modo, lo scorso aprile la mondana Mary Cathryn “Mickey” Easterling, gran dama di New Orleans, è rimasta seduta – senza vita -, tra fiori, piume di struzzo, sigarette con bocchino, e tutto il suo usuale armamentario di seduzione, all’interno del Saenger Theatre.

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Il proprietario di una ditta di veicoli di pronto soccorso, deceduto quando un colpo di pistola è accidentalmente partito dall’arma di un suo collega, viene immortalato nell’atto di guidare un’autoambulanza.

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La moda conquista altri stati. Un biker di ben 82 anni, Bill Standley, viene seppellito in Ohio in una bara di plexiglas appositamente studiata, a cavallo della sua amata moto.

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Ma da dove nasce questa moda? È una trovata degli ultimi anni, o sono esistiti dei precursori?
Se questo trend vi sembra moderno e originale, ricordiamo qui l’antesignano Willie “The Wimp” Stokes Jr., ganster e pappone di Chicago (figlio di “Flukey” Stokes Sr.) che nel 1984 venne esposto, e in seguito seppellito, all’interno di una bara a forma di Cadillac con banconote da 100$ nascoste sotto i suoi anelli con diamante.

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E viene spontaneao azzardare un parallelo, anche soltanto pensando al patrimonio che gli Stati Uniti hanno ereditato geneticamente e culturalmente dall’Africa, fra questo peculiare tipo di rapporto con la morte, e quello esibito dalle tribù Ga-Adangme del Ghana e del Togo.
In queste popolazioni dell’Africa, infatti, vigono dei pittoreschi costumi funebri: le bare vengono realizzate da falegnami esperti, ciascuna in una foggia che richiami i gusti personali o il lavoro del defunto. Le hall di queste pompe funebri assomigliano ad un laboratorio di un parco divertimenti: se un morto viveva di pesca, il suo sarcofago sarà a forma di pesce. L’operaio, invece, verrà sepolto in una bara a forma di martello. Se il trapassato indulgeva nell’alcol, la sua cassa avrà la forma di una bottiglia, se era un gran fumatore assomiglierà ad una sigaretta, e così via. Ecco quindi che anche qui, come nella moda dei muertos paraos, il funerale non è standardizzato e identico per tutti, ma personalizzato: le bare dei Ga-Adangme sono un colorato, vivace e simbolico viatico per l’aldilà, nel rispetto delle passioni e della vita del defunto, così come si è dipanata.

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Per noi, che ancora deponiamo i nostri morti in loculi “democraticamente” identici, orizzontali, nascosti alla vista, potrebbe quasi sembrare un insulto o una mancanza di rispetto verso il morto. Ma ogni funerale non è che un simbolo volto ad elaborare il lutto, e le modalità di consegna del defunto all’ “aldilà” mutano come e quando muta la cultura.

Così, non è detto che la moda non sbarchi anche sulle coste italiche. E il cadavere di una donna, seduta al suo posto preferito, con una birra in una mano e una sigaretta nell’altra, potrebbe in futuro sembrarci meno assurdo di quanto crediamo.

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(Grazie, ipnosarcoma!)

On the Midway

Abbiamo spesso parlato dei sideshow e dei luna-park itineranti che si spostavano di città in città attraversando l’America e l’Europa, assieme ai circhi, all’inizio del secolo scorso. Ma cosa proponevano, oltre allo zucchero filato, al tiro al bersaglio, a qualche ruota panoramica e alle meraviglie umane?
In realtà l’offerta di intrattenimenti e di spettacoli all’interno di un sideshow era estremamente diversificata, e comprendeva alcuni show che sono via via scomparsi dal repertorio delle fiere itineranti. Questo articolo scorre brevemente alcune delle attrazioni più sorprendenti dei sideshow americani.

Step right up! Fatevi sotto signore e signori, preparate il biglietto, fatelo timbrare da Hank, il Nano più alto del mondo, ed entrate sulla midway!


All’interno del luna-park, i vari stand e le attrazioni erano normalmente disposti a ferro di cavallo, lasciando un unico grande corridoio centrale in cui si aggirava liberamente il pubblico: la midway, appunto. Su questa “via di mezzo” si affacciavano i bally, le pedane da cui gli imbonitori attiravano l’attenzione con voce stentorea, ipnotica parlantina e indubbio carisma; talvolta si poteva avere una piccola anticipazione di ciò che c’era da aspettarsi, una volta entrati per un quarto di dollaro. Di fianco al signore che pubblicizzava il freakshow, ad esempio, poteva stare seduta la donna barbuta, come “assaggio” dello spettacolo vero e proprio.
A sentire l’imbonitore, ogni spettacolo era il più incredibile evento che occhio umano avesse mai veduto – per questo il termine ballyhoo rimane tutt’oggi nell’uso comune con il significato di pubblicità sensazionalistica ed ingannevole.


Aggirandosi fra gli schiamazzi, la musica di calliope e i colori della midway, si poteva essere incuriositi dalle ultime “danze elettriche”: ballerine i cui abiti si illuminavano magicamente, emanando incredibili raggi di luce… il trucco stava nel fatto che l’abito della performer era completamente bianco, e un riflettore disegnava pattern e fantasie sul suo corpo, mentre danzava. Con l’arrivo dei primissimi proiettori cinematografici, l’idea divenne sempre più elaborata e spettacolare: nel 1899 George La Rose presentò il La Rose’s Electric Fountain Show, che era descritto come

una stupefacente combinazione di Arte, Bellezza e Scienza. Lo show è l’unico al mondo equipaggiato con un grande palco girevole che si alza dall’interno di una fontana. Nel turbinare dell’acqua stanno alcune selezionate artiste che si producono in gruppi statuari, danze illuminate, danze fotografiche e riproduzioni dal vivo dei più raffinati soggetti.

Lo show contava su effetti scenici, cinematografici e si chiudeva con l’eruzione del vulcano Pelée.

L’affascinante e tenebroso esotismo delle tribù “primitive” non passava mai di moda. Ecco quindi i Musei delle Mummie (in realtà minuscoli spazi ricavati all’interno di un carrozzone) che proponevano le tsantsa, teste rimpicciolite degli indios Jivaro, e stravaganze mummificate sempre più fantasiose. Si trattava, ovviamente, di sideshow gaff, ovvero di reperti falsificati ad arte (ne abbiamo parlato in questo articolo) da modellatori e scultori piuttosto abili.

Uno dei migliori in questo campo era certamente William Nelson, proprietario della Nelson Supply House con cui vendeva ai circhi “curiosità mummificate”. Fra le finte mummie offerte a inizio secolo da Nelson, c’erano il leggendario gigante della Patagonia a due teste, King Mac-A-Dula; King Jack-a-Loo-Pa, che secondo la descrizione avrebbe avuto una testa, tre volti, tre mani, tre braccia, tre dita, tre gambe, tre piedi e tre dita dei piedi; il fantastico Poly-Moo-Zuke, creatura a sei gambe; il Grande Cavalluccio Marino, ricavato a partire da un vero teschio di cavallo, la cui coda si divideva in due lunghe pinne munite di zoccoli; mummie egiziane di vario tipo, come ad esempio Labow, il “Doppio Ragazzo Egiziano con Sorella che gli Cresce sul Petto”.

Più avanti la cartapesta verrà soppiantata dalla gomma, con cui si creeranno i finti feti deformi sotto liquido, e dalla cera: nel decennio successivo alla Seconda Guerra, famose attrazioni includevano il cervello di Hitler sotto formalina, e riproduzioni del cadavere del Führer.


Altri classici spettacoli erano le esibizioni di torture. Pubblicizzati dai banner con toni grandguignoleschi, erano in realtà delle ricostruzioni con rozzi manichini che lasciavano sempre un po’ l’amaro in bocca, rispetto alle raffinate crudeltà annunciate. Ma con il tempo anche i walk-through show ampliarono l’offerta, anche sulla scia dei vari successi del cinema noir: ecco quindi che si poteva esplorare i torbidi scenari della prostituzione, delle gambling house in cui loschi figuri giocavano d’azzardo, scene di droga ambientate nelle Chinatown delle grandi città americane, dove mangiatori d’oppio stavano accasciati sulle squallide brandine.

La curiosità per il fosco mondo della malavita stava anche alla base delle attrazioni che promettevano di mostrare straordinari reperti dalle scene del crimine: la gente pagava volentieri la moneta d’entrata per poter ammirare l’automobile in cui vennero uccisi Bonnie e Clyde, su cui erano visibili i fori di proiettile causati dallo scontro a fuoco con le forze dell’ordine. Peccato che quasi ogni sideshow avesse la sua “autentica” macchina di Bonnie e Clyde, così come circolavano decine di Cadillac che sarebbero appartenute ad Al Capone o ad altri famigerati gangster. Anzi, crivellare di colpi una macchina e tentare di venderla al circo poteva rivelarsi un buon affare, come dimostrano le inserzioni dell’epoca.

Nulla, però, fermava le folle come il frastuono delle moto che giravano a tutto gas nel motodromo.
Evoluzione di quelli progettati per le biciclette, già in circolazione dalla metà dell’800, i motodromi con pareti inclinate lasciarono il posto a loro volta ai silodrome, detti anche Wall of Death, con pareti verticali. Assistere a questi spettacoli, dal bordo del “pozzo”, era una vera e propria esperienza adrenalinica, che attaccava tutti i sensi contemporaneamente con l’odore della benzina, il rumore dei motori, le motociclette che sfrecciavano a pochi centimetri dal pubblico e gli scossoni dell’intera struttura in legno, vibrante sotto la potenza di questi temerari centauri. Con lo sviluppo della tecnologia, anche le auto da corsa avranno i loro spettacoli in autodromi verticali; e, per aggiungere un po’ di pepe al tutto, si cominceranno a inserire stunt ancora più impressionanti, come ad esempio l’inseguimento dei leoni (lion chase) che, in alcune varianti, vengono addirittura fatti salire a bordo delle auto che sfrecciano in tondo (lion race).

Ogni sideshow aveva i suoi live act con artisti eclettici: mangiaspade, giocolieri, buttafuoco, fachiri, lanciatori di coltelli, trampolieri, uomini forzuti e stuntman di grande originalità. Ma l’idea davvero affascinante, in retrospettiva, è l’evidente consapevolezza che qualsiasi cosa potesse costituire uno spettacolo, se ben pubblicizzato: dalla ricostruzione dell’Ultima Cena si Gesù, ai primi “polmoni d’acciaio” di cui si faceva un gran parlare, dai domatori di leoni alle gare di scimmie nelle loro minuscole macchinine.


Certo, il principio di Barnum — “ogni minuto nasce un nuovo allocco” — era sempre valido, e una buona parte di questi show possono essere visti oggi come ingannevoli trappole mangiasoldi, studiate appositamente per il pubblico rurale e poco istruito. Eppure si può intuire che, al di là del business, il fulcro su cui faceva leva il sideshow era la più ingenua e pura meraviglia.

Molti lo ricordano ancora: l’arrivo dei carrozzoni del circo, con la musica, le luci colorate e la promessa di visioni incredibili e magiche, per la popolazione dei piccoli villaggi era un vero e proprio evento, l’irruzione del fantastico nella quotidiana routine della fatica. E allora sì, anche se qualche dime era speso a vanvera, a fine serata si tornava a casa consci che quelle quattro mura non erano tutto: il circo regalava la sensazione di vivere in un mondo diverso. Un mondo esotico, sconosciuto, popolato da persone stravaganti e pittoresche. Un mondo in cui poteva accadere l’impossibile.

Gran parte delle immagini è tratta da A. W. Stencell, Seeing Is Believing: America’s Sideshows.

Tabù alimentari

L’uomo è un animale onnivoro, e può mangiare e digerire cibi di origine vegetale e animale alla stessa stregua. Eppure la maggior parte degli esseri umani consuma soltanto poche varietà di prodotti alimentari.

Alcune popolazioni si nutrono di alimenti che disgustano altre popolazioni: i tabù alimentari sono fra i più radicati, e intimamente legati al gruppo etnico di cui si fa parte. Secondo alcuni antropologi (tra cui Marvin Harris) sarebbero stati i fattori ambientali a far prediligere un certo cibo a un determinato popolo. Il tabù della carne di maiale per ebrei e musulmani nel Medioriente deriverebbe dalla difficoltà nell’allevare questo animale, che è tendenzialmente stanziale e abbisogna di ombra e acqua: permettere il consumo di carne di maiale avrebbe significato mettere in pericolo l’identità stessa della tradizione nomade.

Secondo altri antropologi (come ad esempio Steven Pinker) il tabù alimentare sarebbe alla base stessa della nostra identità. Nel primo periodo di vita di un bambino sarebbe assente la distinzione fra cibi buoni e cibi disgustosi: così, proprio nel periodo cruciale in cui si apprende a preferire dei cibi piuttosto che altri (fino ai 4 anni), i genitori escludono dalla dieta del bambino alcuni alimenti, e questo basta affinché i bambini crescano trovandoli disgustosi. La tattica, poi, si perpetua da sé: i figli, crescendo, diventano dei genitori che non danno da mangiare cibi disgustosi ai propri figli.

Nelle tribù è talmente importante questo elemento aggregativo (il pasto comunitario, le regole interne per la consumazione del cibo), che si è notato come la maggior parte dei tabù alimentari proibiscano proprio il cibo preferito dalla tribù nemica.

Oggi, nel mondo, esistono ancora fortissimi tabù alimentari. Quello che è buono e appetibile per alcuni, per altri è disgustoso e detestabile. Insetti, cavallette e lombrichi sono cibi prelibati per milioni di persone; ben quarantadue popolazioni mangiano ratti, mentre sono molte le popolazioni che non berrebbero mai un bicchiere di latte, in quanto secreto dalle ghiandole animali, come la saliva o il sudore. Per non parlare del formaggio, che altro non è se non latte andato a male. Un americano inorridisce in una nostra macelleria se gli viene proposta carne equina, e noi facciamo lo stesso di fronte a una zuppa cinese in cui galleggiano due zampe di cane. E come reagireste se in un ristorante sushi tradizionale in Giappone, vi servissero un pesce spellato e tagliuzzato, ma ancora vivo?

Praticamente tutti gli animali sono commestibili e vengono mangiati, in tutto il mondo.

L’entomofagia (il mangiare insetti) è fra le pratiche globalmente più diffuse. Questo signore ha provato ad importare questa tradizione culinaria “adattandola” ai gusti occidentali, proponendo un menu interamente a base di insetti:

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In tutto il sud-est asiatico, invece, uno dei cibi più apprezzati è il balut: si tratta di uova di anatra fecondate, che contengono cioè l’embrione quasi completamente formato del pulcino: lo stadio di sviluppo al quale sia preferibile consumare questa prelibatezza è strettamente questione di gusti personali.

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In Papua Nuova Guinea i pipistrelli si fanno arrosto:

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Anche da noi sono considerate commestibili le cosce della rana; ma ne mangereste il cuore ancora pulsante?

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Forse l’unico tabù fondamentale condiviso dalla maggior parte delle popolazioni al mondo è il divieto di mangiare carne umana; eppure perfino il cannibalismo è stato accettato, in certe culture, nonostante fosse regolato da precise condizioni, e rigidamente motivato all’interno di un determinato quadro simbolico e tradizionale.