Ossari e voliere: quando gli uccelli nidificano nei teschi

Guest post a cura di Thomas J. Farrow

Il termine inglese bonehouse, che si riferisce a un ossario dove sono accatastati ed esposti grandi quantità di resti scheletrici riesumati, deriva dall’anglo-sassone beinhaus. Nel suo uso originale questa parola, prima che ad altre strutture, si riferiva al corpo umano come a una “casa delle ossa”. Finché le ossa dei viventi abitano i corpi, e le ossa dei morti abitano gli ossari, ogni distinzione tra la vita e la morte resta chiara e precisa. Tuttavia, l’emergere della vita animale all’interno delle ossa dei morti offre un’inedita svolta, in cui le ossa si mutano in vere e proprie dimore.

I resoconti di uccelli che nidificano nei teschi umani sono sorprendentemente comuni nella letteratura dell’Ottocento e primo Novecento, e all’epoca attirarono l’attenzione sia degli ornitologi vittoriani che dei curiosi. Numerosi casi sono segnalati in libri e riviste popolari del periodo, in cui si racconta di scriccioli che avevano fatto il nido in un cranio lasciato a sbiancare all’aperto da uno studente di anatomia (Blanchan 1907), così come di un altro teschio rinvenuto durante i lavori di costruzione a Hockwold Hall, Norfolk, durante gli anni ’70 dell’Ottocento (Chilvers 1877). In seguito alla sua scoperta, un uomo del posto inchiodò il teschio di Hockwold sul muro di un capanno da giardino, e più tardi rimase sorpreso nello scoprire che uno scricciolo, visto volare dentro e fuori dal cranio, aveva deposto al suo interno quattro o cinque uova.

Sempre a Norfolk, all’inizio del secolo, vennero trovati uccelli che nidificavano nei resti scheletrici di un assassino, esposti pubblicamente. Dopo l’esecuzione, il corpo era stato lasciato a marcire in una gabbia appesa fuori dal villaggio di Wereham, come macabro avvertimento per chiunque avesse avuto intenzione di minacciare la comunità locale. Circa cinque anni dopo, nel 1810 circa, un bambino si arrampicò sul patibolo e scoprì diverse cince blu che vivevano all’interno del cranio (Stevenson 1876).

FIG 1: Sebbene la forca di Wereham non esista più, quella di Rye mostra bene come si sarebbe conservato un teschio al suo interno. (Cartolina postale. Collezione dell’autore.)

Ulteriori racconti punteggiano libri sia antichi che recenti. Quando furono eseguiti degli scavi in un cimitero sassone a Saffron Walden intorno al 1870, un codirosso allevò una nidiata di quattro pulcini nel cranio di uno scheletro esposto (Travis 1876). Più di recente, durante una spedizione a Cape Clear Island, in Irlanda, all’interno di una cappella in rovina l’ornitologo Ronald M. Lockley scoprì un nido di pettirosso in un teschio, presumibilmente caduto da una vecchia tomba di pietra incassata nelle mura (Lockley 1983).

FIG 2: Illustrazione di un nido d’uccello in un teschio umano, c.1906.

I teschi non sono l’unica opzione abitativa per un uccello che abbia il gusto del macabro. Basti pensare all’Upupa cinese, chiamata anche “uccello della bara” per la sua abitudine di nidificare nei sarcofaghi che venivano spesso lasciati fuori terra nella Cina del XIX secolo. Inoltre, si dice che lo zigolo delle nevi, residente nell’Artico, cercasse riparo nelle cavità toraciche di coloro che erano così sfortunati da morire nella tundra (Dixon 1902). Se le rientranze e le fessure presenti nei cimiteri moderni forniscono spesso un utile riparo per i volatili (Smith/Minor 2019), questi siti di nidificazione non sono guidati da alcun meccanismo legato specificamente alla morte. Piuttosto, esprimono la versatile capacità degli uccelli di trovare rifugio ovunque sia possibile.

Gli uccelli possono nidificare in luoghi tutto sommato banali come vasi di fiori e vecchi stivali (Kearton 1895), ma anche nelle carcasse essiccate di animali, e addirittura in quelle di altri uccelli (Armstrong 1955), dimostrando l’indifferente intraprendenza dei nostri amici pennuti. Non sorprende quindi che se i teschi dei morti sono lasciati esposti agli elementi, possono occasionalmente fornire riparo più o meno come qualsiasi altro oggetto idoneo. Poiché cimiteri e ossari hanno storicamente ospitato grandi quantità di tali resti, è naturale che di tanto in tanto abbiano offerto domicilio agli uccelli nidificanti.
In Inghilterra, rimangono solo due grandi ossari. Il primo di questi, presso la chiesa di San Leonardo a Hythe, nel Kent, ospita centinaia di teschi tra cui uno che contiene un nido. Si dice che il nido sia stato costruito a metà del XX secolo, dopo che le finestre della chiesa furono distrutte da una bomba caduta nelle vicinanze durante la Seconda Guerra Mondiale, consentendo così agli uccelli di entrare nella struttura (Caroline 2015).

FIG 3: Il nido d’uccello nel teschio di St. Leonard’s, Hythe.

Il secondo ossario accessibile in Inghilterra si trova nella cripta della Holy Trinity Church a Rothwell, nel Northamptonshire. I giornali nel 1912 riportarono la scoperta di un nido in un teschio, che si credeva fosse stato fatto da un uccello intrufolatosi nella cripta attraverso un buco in un ventilatore (Northampton Mercury 12.7.12). Tuttavia, la mancanza di riferimenti in fonti più recenti suggerisce che il nido non sia sopravvissuto fino ai giorni nostri.
In Austria, l’ossario della Filialkirche St. Michael in der Wachau contiene i resti della popolazione locale e dei soldati morti durante la battaglia di Dürenstein (Engelbrecht) del 1805. Diversi teschi recano fori di proiettili che attestano la morte in combattimento, mentre un teschio privo di una larga porzione di volta cranica è esposto lateralmente in modo da rivelare il nido che contiene.

FIG 4: Il nido presso la Filialkirche St. Michael in der Wachau.

Ulteriori esempi esistono nella regione bretone della Francia nord-occidentale, dove gli ossari erano comuni fino a quando i cambiamenti culturali riguardo all’igiene nel XIX e XX secolo fecero sì che fossero in larga parte svuotati. L’ossario dell’Église Saint-Grégoire a Lanrivain ancora oggi ospita dei resti umani, assieme a un altro esempio di nido all’interno di un teschio.

FIG 5: Nido nell’Ossario di Lanrivain, Bretagna.

Un caso differente è quello dell’ossario di Église Saint-Fiacre. Negli ossari bretoni, era diffusa la pratica di conservare i teschi separatamente rispetto agli altri resti, all’interno di scatole recanti iscrizioni biografiche che registravano il nome del defunto, la data di nascita e morte, insieme a invocazioni e preghiere (Coughlin 2016). Queste scatole erano dotate di finestrelle da cui si potevano vedere i resti, ed avevano anche piccoli tetti spioventi – un dettaglio che spinse i viaggiatori del XIX secolo a descriverle come simili a cucce per cani. La metafora canina non si addice però a quella di Saint-Fiacre, visto che è stata trasformata nella casetta per uccelli più spettrale di sempre.

Ossario di Saint-Fiacre. Fonte: Photos 2 Brehiz.

Gli uccelli non sono nemmeno gli unici animali ad aver trovato una felice dimora tra i resti di un ossario. Nel suo libro A Tour of the Bones, Denise Inge ha descritto un topo che viveva nell’ossario di Hallstatt, in Austria. Più recentemente, lo studio delle ossa di topo ritrovate nell’ossario di Danzica, in Polonia, ha gettato nuova luce sulla diffusione della peste nell’Europa medievale (Morozova et al 2020). Non solo gli animali ma anche le piante hanno un rapporto di lunga data con i cimiteri, tanto che il muschio rimosso dai crani umani veniva storicamente usato nella medicina popolare per curare malattie come attacchi epilettici e sangue dal naso (Gerard 1636).

Fig 7: Muschio medicinale su un teschio umano, incisione di fine XVII secolo.

Se negli ultimi tempi i cimiteri hanno attirato una maggiore attenzione in quanto spazi verdi capaci di ospitare un habitat naturale nella cornice urbana (Quinton/Duinker 2018), lo studio degli ossari come ecosistemi rimane un campo ancora poco studiato ma promettente.
Poiché la maggior parte dei casi qui descritti sono stati scoperti accidentalmente, è inevitabile che il presente elenco rimanga incompleto. La speranza è che riunendo tutte le istanze conosciute in un unico scritto, questo strano fenomeno possa suscitare curiosità, e che altri esempi possano essere segnalati e aggiunti all’elenco.
Tutti sappiamo che la vita trova spesso modi prorompenti per rifiorire nei luoghi dei morti, ma gli uccelli che nidificano nei teschi degli ossari costituiscono un esempio particolarmente spiazzante: dai corpi come “case per le ossa”, alle ossa come “case per i corpi”.

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Thomas J. Farrow (mailTwitter) ha conseguito un Master in Archeologia della morte e della memoria presso l’Università di Chester, Regno Unito. Un precedente articolo sulla storia della carbonizzazione in Inghilterra può essere trovato qui (Farrow 2020), mentre un articolo che affronta gli usi popolari, medici e magici, del muschio di cranio e dei resti scheletrici è in uscita sul prossimo numero di primavera 2021 di The Inquiring Eye.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 9

Iniziamo con qualche veloce aggiornamento.

Mancano soltanto tre giorni alla fine del Bizzarro Bazar Contest. Sono arrivati moltissimi contributi fantastici, che scoprirete la settimana prossima quando saranno annunciati i vincitori. Quindi se siete fra i ritardatari dateci dentro, senza dimenticare una ripassatina alle linee guida: questo blog deve essere esplicitamente menzionato/raffigurato nel vostro lavoro.

Il 1 ottobre sarò al Teatro Bonci di Cesena nell’ambito nel CICAP Fest 2017. Visto che l’edizione di quest’anno è tutta incentrata sul tema delle bufale e della post-verità, l’amico Massimo Polidoro mi ha chiesto di portare un po’ di meraviglie dalla mia wunderkammer — nello specifico alcuni oggetti che si situano sul confine tra vero e falso, tra realtà e immaginazione. E, giusto per fare un po’ il “ribelle”, parlerò di bufale creative e di complotti fruttuosi.

Già che stiamo parlando della mia collezione, volevo condividere con i lettori il mio entusiasmo per uno degli ultimi arrivi: questa straordinaria opera d’arte.

Direte, “Be’, che avrà di così particolare?“. Si vede che non capite proprio niente di arte moderna!
Il quadro, del 2008, è stato dipinto dal celebre artista Jomo.

Ecco Jomo:

Ecco Jomo immortalato in una statua di bronzo, acquisita assieme al quadro.

Esatto, l’avrete indovinato: d’ora in poi potrò sperimentare sui miei ignari ospiti la vecchia beffa di Pierre Brassau.
Sono anche contento che i proventi della vendita del dipinto del gorilla siano andati al personale dello zoo di Toronto, che quotidianamente accudisce questi magnifici primati. Per inciso, lo Zoo di Toronto è membro attivo del North American Gorilla Species Survival Plan e lavora anche in Africa per salvare i gorilla che rischiano l’estinzione (a causa, ho scoperto, dei nostri cellulari).

E ora via con la nostra usuale selezione di link:

  • La poesia che vi favorisco qui sopra è di Igino Ugo Tarchetti, esponente della Scapigliatura, la corrente letteraria più bizzarra, gotica e maudit che l’Italia abbia conosciuto. (Il prossimo libro della Collana Bizzarro Bazar tratterà, seppure marginalmente, anche degli scapigliati.)

  • E passiamo alle averle, deliziosi uccellini dell’ordine dei Passeriformes.
    Deliziosi sì, ma carnivori: il nome della loro famiglia, Laniidae, deriva dal latino per “macellaio” e in effetti, essendo così piccoli, devono ricorrere a un’astuzia piuttosto crudele. Dopo aver attaccato le loro prede (insetti ma anche piccoli vertebrati), le averle le impalano su spine, rametti, rovi o fili spinati, al fine di immobilizzarle e poi sbranarle con comodo, spesso ancora vive, pezzetto dopo pezzetto — facendo sembrare Vlad Tepes un vero novellino.

  • Sempre in tema di animali, le balene (come molti altri mammiferi) piangono i loro morti. Ecco un articolo del National Geographic sul lutto nei cetacei.
  • Cambiamo argomento e parliamo un po’ di sex toys. L’amico sexpert Ayzad ha compilato la lista definitiva dei giocattoli erotici da NON comprare: gli accessori di pessimo gusto, completamente demenziali e perfino inquietanti sono talmente numerosi che ha dovuto dividere il tutto in tre articoli, uno, due e tre. Preparatevi per una discesa nella parte più schizofrenica e aberrante del consumismo sessuale (ovviamente alcune foto sono NSFW).
  • E arriviamo ai feticisti della cultura: le persone che si definiscono “sapiosessuali”, ovvero attratte sessualmente dall’intelligenza e dall’erudizione di un individuo, sono il miraggio di ogni nerd e di ogni introverso topo di biblioteca.
    Però, suggerisce questo articolo, scegliere un partner intelligente non è poi una gran trovata: fa già parte delle strategie evolutive da milioni di anni. Dunque chi si autodefinisce sapiosessuale sui social network fa la figura del vanitoso e finisce per sembrare stupido. Facendo così scappare a gambe levate chi ha un minimo di intelligenza. Ah, l’ironia.

Finalmente qualcuno ha pensato ad aggiustare le giraffe.

Piccioni surreali

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Generalmente, i piccioni sono un fastidio.
Sporcano, imbrattano, rovinano i monumenti, veicolano una sessantina di malattie attraverso i loro escrementi sia freschi che secchi (salmonellosi, criptococcosi, istoplasmosi, ornitosi, aspergillosi, candidosi, clamidosi, coccidiosi, encefalite, tubercolosi, ecc.), ma soprattutto ci lasciano dei simpatici “ricordini” quando meno ce lo aspettiamo.
Eppure questi uccelli possono riservare sorprese insospettabili.

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I colombi sono stati validi alleati dell’uomo per lunghissimo tempo: i primi vennero probabilmente addomesticati ben 10.000 anni fa. Da questi antenati, che persero l’attitudine alla migrazione, provengono centinaia di razze diverse, utilizzate attraverso i secoli soprattutto come messaggeri. I piccioni viaggiatori erano infatti capaci di orientarsi e di percorrere enormi distanze trasportando così messaggi anche per 800 km di distanza. Nel caso ve lo steste chiedendo, i piccioni viaggiatori volano sempre e soltanto in una direzione, quella della loro piccionaia: quindi una delegazione che fosse partita da un castello portando con sé dei colombi, poteva mandare indietro dei dispacci ma non poteva ovviamente riceverne.

Alcune particolari razze di piccioni poi furono (e sono) allevate per la loro carne: diffusa dall’antico Egitto al Medio Oriente, all’Europa medievale, e considerata un tempo alimento dei poveri, oggi la carne di certi tipi di colombi appositamente allevati è proposta come pietanza raffinata, dal delicato gusto che si aggira fra la quaglia e il pollo.

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Ma i piccioni da allevamento più straordinari e affascinanti sono quelli che gli inglesi chiamano fancy pigeon, per i quali esistono concorsi di bellezza proprio come per i gatti e i cani, in cui vengono premiati gli incroci meglio riusciti. Si tratta di colombi selezionati nell’arco degli ultimi 500 anni in modo da mantenere le caratteristiche peculiari di ogni razza utilizzata… fino ad ottenere degli uccelli fantastici che sembrano usciti da un dipinto surrealista di Dalì o da un bestiario medievale.

Se non avete mai pensato che un piccione potesse regalarvi un attimo di meraviglia, ecco alcune foto che vi faranno cambiare idea.

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Per maggiori informazioni su qualità e caratteristiche di alcune di queste razze, ecco un articolo su Mental_Floss; e qui trovate la pagina (inglese) di Wiki sui fancy pigeon.

Il Lago Natron

Nel giro di due giorni ci sono arrivate una dozzina di segnalazioni riguardo alcune bellissime foto che, evidentemente, sono diventate virali proprio in queste settimane: quelle degli animali “pietrificati” del Lago Natron. Sembra esserci anche un po’ di confusione sull’argomento, e per questo ci siamo decisi a trattarlo qui.

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Primo chiarimento: gli animali ritratti nelle foto non sono pietrificati, ma ovviamente mummificati. Il Lago Natron, in Tanzania, è un lago salino di bassa profondità, la cui concentrazione di sodio è tale da rendere l’acqua viscosa al tocco: non solo, attira colonie di cianobatteri responsabili per la caratteristica colorazione rossa-arancione delle sue acque.

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Il lago prende il suo nome dal natron, il carbonato idrato di sodio, un sale minerale che nell’antico Egitto veniva utilizzato proprio per imbalsamare le mummie. Gli egiziani lo raccoglievano dal letto dei laghi alcalini ormai secchi, e lo utilizzavano per le sue proprietà prosciuganti ed antibatteriche: se immergete un corpo nel natron, esso ne risucchierà tutti i liquidi e, contemporaneamente, i microorganismi responsabili della decomposizione saranno mantenuti a distanza.

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Secondo chiarimento: gli uccelli ritratti nelle foto non sono morti così, sono stati messi in posa. Dovrebbe essere superfluo specificare una cosa tanto ovvia, ma molti sembrano aver frainteso il lavoro del fotografo Nick Brandt e hanno immaginato che il Lago Natron sia un qualche tipo di trappola mortale per qualsiasi animale vi si avvicini. In realtà gli animali, morti per cause naturali, sono caduti nelle acque del lago e sono stati preservati per diversi mesi dai sali che esse contengono. Brandt li ha “ripescati”, e posizionati per ottenere esattamente l’effetto voluto.

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La cosa forse più interessante della nicchia ambientale del Lago Natron è che, nonostante esso sia piuttosto inospitale per la maggior parte delle forme di vita, non è affatto disabitato: sulle rive, infatti, dove sorgenti minerali calde moderano la salinità dell’acqua, proliferano alcuni tipi di alghe; queste alghe sono un cibo particolarmente ricercato da una specie di tilapia – un pesce tropicale – che vive nei pressi delle sorgenti, e dai fenicotteri.

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Infatti, a dispetto di quello che suggeriscono le fotografie, il Lago Natron è uno dei luoghi di nidificazione principali per i fenicotteri. Questi ultimi non soltanto riescono a filtrare, con il becco, le alghe dall’acqua salata, ma addirittura sfruttano a loro vantaggio l’ambiente poco confortevole: costruiscono i loro nidi fangosi vicini alla riva, in modo che la poca acqua che li circonda (viscosa, imbevibile, dall’odore nauseabondo) costituisca un efficace deterrente per i predatori.

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Il lago, con i suoi microorganismi, batteri, alghe, piccoli pesci e fenicotteri è dunque piuttosto vivo – eppure anche i suoi giorni sono contati. Alle alte temperature africane, il bacino ha una grandezza che varia in continuazione, a seconda del carico di acqua piovana che vi si riversa, ma il suo destino inevitabile è quello di prosciugarsi del tutto. Come altri laghi alcalini prima di lui, una volta secco si trasformerà in una bella distesa di erba e piante che spuntano dal suolo ricchissimo di sali minerali.

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(Grazie a tutti coloro che ci hanno scritto!)

Piogge di animali



Igor: “Potrebbe esser peggio.”

Dr. Frankenstein: “E come?”

Igor: “Potrebbe piovere.”

(Frankenstein Junior, 1974)

Nel film di Mel Brooks, appena pronunciate queste battute si scatenava un temporale spaventoso. Eppure, nel mondo reale, potrebbe essere ancora peggio… potrebbero piovere animali.

Il mondo scientifico è stato a lungo scettico riguardo alle precipitazioni meteorologiche che riguardavano animali in caduta libera dal cielo, e vi ha letto per secoli un retaggio di superstizioni magico-religiose: dopotutto le storie che raccontavano di incredibili piogge di migliaia di pesci o rane o altri animali avevano il sapore apocalittico delle piaghe descritte nella Bibbia (in particolare nel libro dell’Esodo).

Con l’avvento della stampa moderna, però, le testimonianze di questi eventi straordinari sono divenute sempre più certe e affidabili, la scienza ha dovuto ammettere di fronte alla mole sempre crescente di dati che il fenomeno è quantomai reale e ha dunque rivisto con occhio più attento anche tutti i resoconti di piogge anomale che ci sono arrivati fin dal dall’antichità e dal Medioevo.

In cerca di una spiegazione per questo strano comportamento meteorologico, si sono analizzate con più cura le informazioni a nostra disposizione. Innanzitutto, le piogge di animali coinvolgono per una grossa percentuale pesci; al secondo posto, statisticamente, si piazzano le rane e i rospi; poi vengono le piogge di uccelli morti. Meno frequenti le piogge di altri tipi di animali: serpenti, gamberetti, topi, girini, e via dicendo; ancora meno frequenti le piogge di materiale organico, ossia sangue e carne fatta a pezzi.

La teoria prevalente oggi è che le piogge possano essere il risultato di un tornado. Sappiamo che alcuni di questi vortici possono generare venti di 500 km/h, capaci di risucchiare un piccolo lago, e tutto quello che contiene, in pochi minuti. Una tromba d’aria simile solleverebbe tutti i pesci e gli altri animali che vivono nelle acque tranquille di questo ipotetico specchio d’acqua,  li trasporterebbe oltre le nubi, dove gli animali verrebbero a raggrupparsi, per poi spostarsi – grazie anche alle correnti orizzontali – a decine o centinaia di chilometri di distanza dal punto di “prelievo”, e infine ricadere in massa in un’area circoscritta. Questo spiegherebbe perché gli animali che piovono dal cielo sono tutti di piccola taglia, abbastanza leggeri da subire questo crudele trattamento atmosferico.

La teoria del tornado però, nonostante sia proposta dai vari documentari naturalistici come la spiegazione ultima e certa del fenomeno, è in realtà molto dibattuta in quanto non riesce ancora a spiegare appieno alcuni dettagli. Il primo dilemma è che normalmente gli animali che cadono durante una pioggia sono tutti della stessa specie. Come farebbe il tornado a separare, per esempio, i pesci dai ciottoli, dalle alghe e dagli altri esseri viventi che ha sollevato dall’acqua? E ancora, perché quegli stessi ciottoli, alghe, fango e detriti vari non ci risulta che piovano mai dal cielo? Secondo alcuni, il vento riuscirebbe a “distinguere” e riunire i corpi di massa affine; ma come? Molte cose in un lago potrebbero avere le stesse dimensioni: i piccoli pesci potrebbero avere una massa simile ad alcuni sassi oppure alle raganelle; come mai non cadono mai assieme?

Un altro problema è costituito dal fatto che le piogge non sono tutte identiche: talvolta si verificano in concomitanza con un temporale, altre volte con tempo perfettamente sereno; non soltanto, in alcuni casi gli animali sono arrivati a terra ancora vivi e in salute, in altri decisamente morti, in altri ancora fatti a pezzi o addirittura congelati (dettaglio che farebbe sospettare una permanenza prolungata ad alte quote).

Per quanto riguarda le piogge di uccelli (piccioni, storni, merli, tortore, anatre, ecc.), avvenute anche di recente nel Gennaio 2011 in varie parti del mondo, fra cui in Italia a Faenza, gli esperti che hanno esaminato i corpi dei poveri pennuti hanno determinato che la morte è avvenuta in seguito a emorragie interne dovute a choc fisici. Secondo gli ornitologi, quando gli uccelli si muovono in stormi non è raro che un momento di panico nel gruppo possa portare a immediate e numerose collisioni mortali in aria.

Come potete immaginare, eventi simili hanno dato origine a una ridda di speculazioni pseudo-scientifiche, esoteriche o paranormali, che spaziano dai wormhole agli esperimenti alieni. Soluzioni fantasiose e divertenti che, come sempre, invece di provare a spiegare l’enigma ne aggiungono altri cento.

Le piogge di animali non hanno ancora trovato un’esauriente spiegazione scientifica, anche a causa della difficoltà di studio e verifica, vista l’impossibilità di prevedere dove e quando si manifesteranno. Rimangono quindi uno dei più affascinanti misteri meteorologici, e ci ricordano che conosciamo ancora soltanto una minima parte del nostro incredibile pianeta.

(Grazie, Repapuci!)

Il mercato dei feticci

Lomé, capitale del Togo, ospita uno dei mercati più particolari al mondo: si chiama Akodessewa, ed è conosciuto anche come “il mercato dei feticci”.

Il mercato è una specie di “farmacia” tradizionale, dove i guaritori e gli sciamani del luogo possono trovare tutto quello che serve per le loro pozioni voodoo. Stiamo parlando del voodoo originario, sviluppatosi nell’Africa occidentale ben prima che gli schiavi lo trapiantassero anche in America.

Mentre vi aggirate per i banchetti, vedrete in esposizione decine e decine di teste essiccate di coccodrilli, cani, gatti, scimmie… ma anche camaleonti, cobra, pesci palla… civette, avvoltoi, pappagalli e altri uccelli, corna di antilope o cervo, e addirittura qualche rarissimo “pezzo” di elefante o leopardo.

Secondo la ricetta tradizionale, le teste vengono macinate assieme alle erbe medicinali e poste sul fuoco finché il tutto non si riduce a una polvere nera. Dopo aver tagliato per tre volte il petto o la schiena della persona malata, il guaritore sparge la polvere curativa sulla pelle e la spinge all’interno delle ferite.

Ci sono rimedi per tutti i tipi di problemi: coppie che non riescono ad avere un figlio, vecchi con problemi alle articolazioni, donne possedute dai demoni, sportivi e atleti che cercano una “marcia in più”. Triturando insieme una mano di scimpanzé e una di gorilla, ad esempio, si ottiene una polvere che garantisce ai portieri di calcio una presa di ferro. Se si vuole correre una maratona, invece, è consigliabile utilizzare testa, cuore e gambe di un cavallo: la sua potenza, resistenza e velocità passeranno, per mezzo di uno scrupoloso rituale, al corpo dell’atleta. Le ossa più grandi, invece, sono perfette per difendere la propria casa dai demoni e dalla cattiva sorte. Ogni anno gli sciamani girano di villaggio in villaggio preparando questi feticci di protezione.

La medicina tradizionale non si impara da un giorno all’altro. È una conoscenza che si tramanda di padre in figlio, e ci vogliono dagli 8 ai 10 anni di studio ed esperienza per poter dominare tutti i segreti di questa arte.

Quello di Akodessewa è forse il mercato di feticci più grande del mondo. Le parti di animali provengono da tutta l’Africa occidentale, Ghana, Costa d’Avorio, Burkina Faso e Nigeria. A sentire i venditori, il governo del Togo ne è perfettamente a conoscenza e controlla accuratamente questo macabro commercio. “Non uccidiamo nessun animale con le nostre mani, è tutto regolare”, si premurano di far sapere, anche se più di qualche dubbio resta.

Questa strana farmacia voodoo, ormai famosa, attira non soltanto africani di tutte le regioni, ma anche turisti. “Ai turisti vendiamo quelle piccole statuine là”, dicono con un bel sorriso i commercianti, semisepolti fra teste in decomposizione, code appese che sventolano e ossa impolverate. In fondo, sono lì soltanto per aiutare chiunque abbia bisogno di loro.

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[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=MvjXBzPtWcs&feature=related]

Tutte le splendide fotografie presenti nell’articolo sono state realizzate da Grete Howard, che ci ha gentilmente concesso in esclusiva l’autorizzazione a pubblicarle.

Uccelli da palcoscenico

Pensate di sfondare nel mondo dello spettacolo perché siete in grado di imitare qualche personaggio famoso? Il menura vi batte su tutti i fronti. Durante la stagione degli amori, questo uccello australiano si cimenta in un richiamo canoro dall’incredibile complessità. Sa imitare il verso di oltre 20 specie di uccelli, e lo fa con tanta precisione da ingannare anche loro. Ma il suo numero più strabiliante è l’imitazione dei suoni prodotti dall’uomo che ha potuto sentire nella foresta. Spari, esplosioni, lo scattare di macchine fotografiche, l’avviamento di un motore o la sirena d’allarme di una macchina… e, soprattutto, le motoseghe dei boscaioli.

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In Sud America vive invece il manachino delizioso, che è pronto a sbaragliare chiunque nel campo della danza. Questo piccolo uccello si muove a una velocità tale che la maggior parte dei suoi movimenti non possono essere percepiti dall’occhio umano. Con l’aiuto di videocamere ad alta velocità (capaci di registrare 5000 fotogrammi al secondo) i ricercatori hanno scoperto che il fischio acuto che emette non parte dalla sua gola, ma dallo sfregamento delle sue ali, che il manachino batte alla frequenza record di 1500 hertz. Ma le sue abilità non finiscono qui. Ecco il manachino che si esibisce nella sua specialità: il moonwalk.

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E, per finire, vi presentiamo il MacGyver degli uccelli. I corvi sono ritenuti una delle famiglie ornitologiche più intelligenti del mondo per la loro spiccata capacità adattiva, la memoria di ferro e, come si vede nel video, l’abilità nella creazione e nell’utilizzo di strumenti.

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Sculture tassidermiche – II

Continuiamo la nostra panoramica (iniziata con questo articolo) sugli artisti contemporanei che utilizzano in modo creativo e non naturalistico le tecniche tassidermiche.

Jane Howarth, artista britannica, ha finora lavorato principalmente con uccelli imbalsamati. Avida collezionista di animali impagliati, sotto formalina e di altre bizzarrie, le sue esposizioni mostrano esemplari tassidermici adornati di perle, collane, tessuti pregiati e altre stoffe. Jane è particolarmente interessata a tutti quegli animali poveri e “sporchi” che la gente non degna di uno sguardo sulle aste online o per strada: la sua missione è manipolare questi resti “indesiderati” per trasformarli in strane e particolari opere da museo, che giocano sul binomio seduzione-repulsione. Si tratta di un’arte delicata, che tende a voler abbellire e rendere preziosi i piccoli cadaveri di animali. La Howarth ci rende sensibili alla splendida fragilità di questi corpi rinsecchiti, alla loro eleganza, e con impercepibili, discreti accorgimenti trasforma la materia morta in un’esibizione di raffinata bellezza. Bastano qualche piccolo lembo di stoffa, o qualche filo di perla, per riuscire a mostrarci la nobiltà di questi animali, anche nella morte.

Pascal Bernier è un artista poliedrico, che si è interessato alla tassidermia soltanto per alcune sue collezioni. In particolare troviamo interessante la sua Accidents de chasse (1994-2000, “Incidenti di caccia”), una serie di sculture in cui animali selvaggi (volpi, elefanti, tigri, caprioli) sono montati in posizioni naturali ma esibiscono bendaggi medici che ci fanno riflettere sul valore della caccia. Normalmente i trofei di caccia mostrano le prede in maniera naturalistica, in modo da occultare il dolore e la violenza che hanno dovuto subire. Bernier ci mette di fronte alla triste realtà: dietro all’esibizione di un semplice trofeo, c’è una vita spezzata, c’è dolore, morte. I suoi animali “handicappati”, zoppi, medicati, sono assolutamente surreali; poiché sappiamo che nella realtà, nessuno di questi animali è mai stato medicato o curato. Quelle bende suonano “false”, perché quando guardiamo un esemplare tassidermico, stiamo guardando qualcosa di già morto. Per questo i suoi animali, nonostante l’apparente serenità,  sembrano fissarci con sguardo accusatorio.

Lisa Black, neozelandese ma nata in Australia nel 1982, lavora invece sulla commistione di organico e meccanico. “Modificando” ed “adattando” i corpi degli animali secondo le regole di una tecnologia piuttosto steampunk, Lisa Black si pone il difficile obiettivo di farci ragionare sulla bellezza naturale confusa con la bellezza artificiale. Crea cioè dei pezzi unici, totalmente innaturali, ma innegabilmente affascinanti, che ci interrogano su quello che definiamo “bello”. Una tartaruga, un cerbiatto, un coccodrillo: di qualsiasi animale si tratti, ci viene istintivo trovarli armoniosi, esteticamente bilanciati e perfetti. La Black aggiunge a questi animali dei meccanismi a orologeria, degli ingranaggi, quasi si trattasse di macchine fuse con la carne, o di prototipi di animali meccanici del futuro. E la cosa sorprendente è che la parte meccanica nulla toglie alla bellezza dell’animale. Creando questi esemplari esteticamente raffinati, l’artista vuole porre il problema di questa falsa dicotomia: è davvero così scontata la “sacrosanta” bellezza del naturale rispetto alla “volgarità” dell’artificiale?

Restate sintonizzati: a breve la terza parte del nostro viaggio nel mondo della tassidermia artistica!