I draghi delle Alpi

Articolo a cura del guestblogger Giovanni Savelli

In una montagna sempre più civilizzata, antropizzata e turisticamente affollata, si fa fatica a trovare il bizzarro. I mostri si sono ritirati verso luoghi ancora inaccessibili. Una migrazione teratologica che ha riguardato le Alpi, ancor prima di zone di confine come i Carpazi o le catene montuose della Norvegia settentrionale; dove ancora qualche sparuto gruppo di troll sopravvive a stento di fronte all’allargarsi dell’areale umano, temporaneo o stanziale che sia.

Eppure per secoli, e comunque fino a metà del Settecento, la più imponente e grandiosa catena montuosa d’Europa è stata un oggetto naturale da osservare a distanza. Se possibile una distanza commisurata alla potenza di binocoli o di osservazioni naturali che non implicassero un pericoloso avvicinamento all’oggetto osservato. La passione moderna per le altezze, e l’ancora più recente accanimento a mettere piede sulle cime più alte del mondo, non interessava affatto né i viaggiatori né i naturalisti dell’epoca. Nel bel mezzo della civilizzata Europa, le Alpi e le sue cime più elevate erano osservate con una certa indifferenza dagli esploratori, e con totale diffidenza da parte di chi, con quelle cime, doveva farci i conti ogni sacrosanto giorno.

Una vicinanza scomoda e foriera di guai per chi abitava le valli di Chamonix o il vicino villaggio di Courmayeur nel corso della Piccola Era glaciale, quando le lingue dei ghiacciai si erano fatte più invadenti e insidiose.
Questa percezione di pericolo e paura è confermata dalla stessa toponomastica con i suoi nomi tutt’altro che rassicuranti, Maudit o Dolant, a indicare oggetti naturali che suscitavano nel migliore dei casi diffidenza, nel peggiore un cieco terrore.

Incisione di H. G. Willink – Wilderwurm Gletscher (1892)

Come ci ricorda Elisabetta Dall’Ò (I draghi delle Alpi. Cambiamenti climatici, in Antropocene e immaginari di ghiaccio), la ragione è da ricercarsi nel progressivo allungamento, a partire dal XV secolo, delle lingue glaciali fino a ridosso dei villaggi alpini, con conseguenze spesso fatali per gli abitanti. Il distaccamento di giganteschi blocchi di ghiaccio provocava frequenti e letali ostruzioni dei corsi d’acqua con conseguenti allagamenti. La progressiva estensione dei ghiacciai sottraeva terreno fertile per l’agricoltura e pascoli per l’allevamento. È in questo contesto ecologico e socio-economico che prendono forma e si delineano le leggende di draghi e mostri. Un folklore che affonda le sue radici nell’etimologia stessa della parola drago associata all’acqua: sia nella sua forma liquida che solida. I draghi delle Alpi affollano l’immaginario alpino come mostri capaci di distruggere in una sola notte interi villaggi. I ghiacciai che scendono a valle diventano lingue di drago minacciose e imprevedibili. Imprevedibili tanto per il superstizioso abitante dei villaggi alpini, quanto per scienziati e naturalisti che fino alla fine del Seicento si sono ben guardati da mettere piede sulle fredde lande alpine. Meglio dedicarsi all’esplorazione di isole esotiche e sperdute: meteorologicamente più accoglienti.

Draghi e acqua, dicevamo; ed ecco che qua e là nelle Alpi incontriamo il termine dragonàre col significato (in epoca napoleonica) di allagare, oppure la parola dracare come sinonimo di grossa nevicata. La faccenda dei draghi nelle Alpi è comunque storia vecchia, visto che anche le regioni pedemontane conservano tracce di draghi nel loro ciclo fondativo. È un drago a minacciare l’antica Augusta Taurinorum ed è un toro (rosso) a sconfiggerlo. È sempre un drago a mettere in pericolo la sopravvivenza del vallone di Loo (siamo in Val d’Aosta) ed è ancora un torello a metterlo in fuga.

Ma torniamo ai draghi propriamente alpini, che è l’argomento che ci interessa. Così come, per un certo periodo, ha interessato fior fiore di naturalisti e studiosi settecenteschi che hanno raccolto nel corso della loro carriera più di una testimonianza di avvistamenti di draghi. Ce ne dà una sommaria classificazione Edward Topsell, chierico inglese vissuto a cavallo tra Seicento e Settecento nella sua opera The History of Serpents. Nella sezione dedicata ai draghi leggiamo infatti che:

Vi sono draghi che hanno ali e nessuna zampa, altri hanno sia zampe che ali, e altri ancora né zampe né ali, ma sono distinti dal tipo comune di serpenti unicamente in virtù della cresta che cresce sulle loro teste, e dalla barba sotto le loro guance.

“Consulente” scientifico di Topsell, fu un certo Conrad Gessner, guarda caso originario della regione alpina; nato in Svizzera, a Zurigo nel 1516, e autore di alcuni dei disegni che compaiono nell’opera. Il fatto che Topsell credesse davvero nell’esistenza di queste creature sembra poco probabile, ma ciò che conta è la bizzarra e, per nostra fortuna, attenta descrizione di animali (reali), accanto a mostri e bizzarrie naturalistiche che si traducono, in altri luoghi, nella realizzazione delle wunderkammer.

Il fatto che Edward Topsell non abbia mai messo un piede sulle Alpi lo rende, nella nostra storia dei draghi alpini, se non sospetto, perlomeno poco attendibile; almeno rispetto a naturalisti ed esploratori come Johann Jakob Scheuchzer che vanta un’affinità con il panorama alpino ben più stringente. Nato e cresciuto in terra elvetica, fu membro della Royal Society e intraprese i primi viaggi scientifici delle Alpi a partire dal 1693. Non esente da cantonate colossali, come la sua attribuzione dei fossili a resti del Diluvio Universale, fu comunque esploratore attento e curioso che nella sua ricerca non mancò di annotare i terribili e pittoreschi racconti dei draghi che all’epoca popolavano le Alpi.
A riprova di questo troviamo nella sua opera del 1723 (Itinera per Helvetiae alpinas regiones) una serie di curiose e intriganti rappresentazioni di draghi montani che mostrano indubbie somiglianze con la classificazione dracologica presente nell’opera di Topsell. È lo stesso Scheuchzer a parlarci nel suo libro dei due draghi più comuni, stando alle testimonianze raccolte, dell’arco alpino: il Tatzelwurm e il Lindworm.

A meno che non siate esperti di draghi, può essere utile ricapitolare le morfologie dragonesche affrontate finora:

  • Tatzelwurm: corpo di serpente, lunga coda, due o quattro zampe;
  • Lindworm: serpe drago con due zampe e senza ali;
  • Iaculo: corpo di serpente e due ali;
  • Viverna: corpo di serpente con ali e due zampe;
  • Anfittero: drago alato e senza zampe.

I primi due sembrano essere, in base alle testimonianze orali raccolte, i più comuni nell’arco alpino; gli altri tre li trovate localizzati nei film di Hayao Miyazaki, nei libri di George R. R. Martin e ai piedi dei colli bolognesi nel libro di Ulisse Aldrovandi Serpentum et Draconum historiae libri duo, pubblicato a Bologna nel 1604. Se non avete mai sentito parlare dell’Aldrovandi, vale la pena dare un’occhiata all’articolo a lui dedicato su Bizzarro Bazar, scritto da Dario Carere. Se volete vedere il famoso drago di Bologna da lui descritto, seguite questo link (la creatura in questione è a pagina 404).

E visto che Ulisse Aldrovandi non è certo tipo che si risparmia nel rappresentare figure mostruose e straordinarie, sempre nel suo Serpentum ed Draconum historiae, ci regala una serie di quattro disegni di draghi alati, bipedi e non.

Ulisse Aldrovandi è figura tipica del Seicento, in cui la curiosità scientifica si unisce a un più ampio interesse per tutto ciò che è bizzarro, mostruoso e stupefacente. Un’attitudine da cui appare anni luce distante il naturalista e scienziato svizzero Horace Bénédict de Saussure che, infatti, nelle sue numerose esplorazioni delle montagne alpine, di draghi non ne vide neppure uno. È a partire dalla seconda metà del Settecento che l’immaginario alpino, in fatto di draghi, subisce un lento e inesorabile impoverimento. Là dove un tempo fiorivano mostri e temibili lingue di drago pronte a inghiottire interi villaggi, la curiosità scientifica del de Saussure incontra solo oggetti naturali e fenomeni che devono essere compresi, studiati e, se possibile, spiegati.
Curiosità scientifica che si accompagna alle prime incursioni turistiche verso uno dei più grandi e temibili draghi delle Alpi: il ghiacciaio di Chamonix. È all’estate del 1741 che possiamo far risalire la scoperta della Mer de Glace, nell’avventurosa ascesa di un drappello di scapestrati inglesi che dopo ore di cammino giungono in vista di un ghiacciaio che fino a pochi anni prima era popolato da draghi e demoni. Gli stessi descritti negli anni venti del Settecento da Jakob Scheuchzer.

È l’inizio del turismo glaciologico che avrebbe, nei decenni a venire, resa celebre la località francese di Chamonix tra gli appassionati della montagna. I draghi delle Alpi si ritirano, lasciando spazio poco a poco alle folle di turisti e ai primi alpinisti, e assistono, a distanza, alla nascita di alberghi, funivie e strutture ricettive. Certo, il loro territorio fa ancora paura, suscitando terrore e meraviglia in chi capita da quelle parti. Sul ghiacciaio della Mer de Glace, Mary Shelley, che lo visitò in compagnia del marito nel 1816, avrebbe ambientato una scena del suo Frankestein. Ma è un fascino paragonabile, con le dovute proporzioni, a quello suscitato dalla funivia del Monte Bianco in chi osservi l’imponente ghiacciaio dall’alto delle sue cabine. Ben diverso dall’imprevedibile paura di ciò che non può essere spiegato e neppure controllato.
Nell’arco di un secolo il territorio alpino sarebbe mutato così radicalmente che oggi si fatica anche solo a pensare come un tempo quei luoghi fossero popolati da draghi e demoni. Naturale far coincidere a questo punto il ritiro dei draghi con le condizioni attuali in cui versano i ghiacciai alpini. Naturale, certo, ma anche necessario, perché immaginare il Monte Bianco senza neve può servire a comprendere dove siano andati a finire i temibili draghi delle Alpi. È così che folklore, leggende e tradizioni si legano all’ecologia di un territorio che, mutando, muta anche la rappresentazione che i suoi abitanti ne fanno.
I draghi, dalle Alpi, sono scomparsi; e non solo loro.

Speciale: Innocenzo Manzetti

Sarebbe bello pensare che il progresso scientifico proceda in maniera limpida, con l’esclusivo ausilio della ricerca e del metodo, e che l’importanza di uno studioso venga riconosciuta sulla base dei suoi risultati. Eppure, come succede per tutte le vicende umane, nel successo o meno di una teoria o di una scoperta possono intervenire imprevedibili fattori esterni – fattori umani, s’intende, sociali, politici, commerciali: insomma, che poco o nulla hanno a che vedere con la scienza.

Ci sono buone possibilità che non abbiate mai sentito parlare di Innocenzo Manzetti, nonostante egli sia stato uno tra i più fertili e vulcanici geni italiani. E se per lui le cose fossero andate diversamente, meno di un mese fa, il 29 giugno per l’esattezza, avremmo celebrato il 150° anniversario della sua invenzione di maggiore impatto sulla storia e sulle nostre vite: il telefono.

Ma, a causa di tutta una serie di eventi di cui leggerete più sotto, la paternità del primo congegno per la trasmissione a distanza del suono è stata attribuita ad altri. Si tratta di una vicenda che si svolge in un periodo di fertile cambiamento, nel bel mezzo di una corsa internazionale all’innovazione teconologica, una lotta senza esclusione di colpi per il primato sul brevetto definitivo: in questa battaglia, fra inventori in buona fede, spie, dibattimenti legali e mosse strategiche, c’è chi inevitabilmente rimane tagliato fuori. Magari perché vive in una regione particolarmente isolata, o perché non è facoltoso come i suoi avversari. Oppure semplicemente perché, da inguaribile idealista, le dispute lo interessano meno della ricerca.

La figura di Innocenzo Manzetti fa parte di quella eterogenea famiglia di innovatori, scienziati e pensatori che, per queste o altre ragioni, la Storia ha relegato a un immeritato oblio. Eppure la sua creatività e il suo ingegno furono tutto fuorché ordinari.

cache_1434810

Nato ad Aosta il 17 marzo 1826, Innocenzo era il quarto di otto figli. Da sempre appassionato di fisica e meccanica, ottenne il diploma di geometra a Torino, per poi stabilirsi definitivamente nella sua città natale. La vita di Manzetti si divise quindi fra il lavoro di impiegato al genio civile (all’epoca una sorta di soprintendenza per le opere pubbliche), e la sua vera passione: gli esperimenti di fisica da una parte, e la progettazione e costruzione di apparecchi meccanici dall’altra.

Gli interessi di Innocenzo Manzetti spaziavano in ogni direzione, e la sua mente fervida non conosceva riposo. Nel 1849 presentò al pubblico il suo “suonatore di flauto”: un automa in ferro e acciaio, ricoperto di pelli di camoscio, con tanto di occhi in porcellana. L’uomo meccanico era in grado di muovere le braccia, togliersi il cappello, parlare ed eseguire fino a dodici arie diverse con il suo strumento. Un risultato straordinario, che grazie a un contributo comunale Manzetti riuscì ad esibire perfino all’Esposizione Universale di Londra nel 1851; ma destinato, come tante altre sue invenzioni, a non ottenere la sperata risonanza.

cache_17300897

cache_17300898

Il suo amore per gli ingranaggi automatici lo portò a realizzare anche un pappagallo meccanico volante e un carillon con pupazzo animato. Ma al di là di queste pur brillanti invenzioni, che si proponevano di meravigliare gli spettatori e di far sfoggio di un’eccezionale perizia meccanica, Manzetti ideò anche soluzioni di enorme utilità pratica: mise a punto una nuova calce idraulica, costruì una pompa idrovora utilizzata per prosciugare gli allagamenti nelle miniere di Ollomont, ma anche una macchina per la pasta, i sistemi di filtraggio dell’acqua potabile cittadina, il pantografo con cui riuscì a incidere un medaglione con l’immagine di Pio IX su di un grano di riso.

Estratto dal brevetto della macchina per la pasta di Manzetti.

cache_1789372

Ricostruzione 3D della macchina per la pasta.

cache_1880520

Ricostruzione 3D del velocipede a tre posti.

cache_6123713

Ricostruzione 3D dell’autovettura a vapore.

Nel corso degli anni, i valdostani impararono a rimanere sbalorditi dalle invenzioni dell’eccentrico personaggio.
Ma fu nel 1865 che Manzetti presentò i due prototipi che avrebbero potuto, almeno sulla carta, garantirgli fama e successo: un’automobile a combustione interna, la prima vettura stradale a vapore dotata di un sistema sterzante maneggevole; e soprattutto il “telegrafo vocale”, vero e proprio antesignano del telefono – con sei anni di anticipo su Antonio Meucci (che ne depositò l’idea nel 1871) e ben undici su Alexander Graham Bell (1876).

Allora perché, se rimane celebre la battaglia legale fra questi due ultimi inventori sulla paternità del telefono, il nome di Manzetti non viene quasi mai menzionato? Quali sono le ragioni per cui questo precursore non figura in posizione di rilievo nella storia delle telecomunicazioni? E quanto c’è di vero nelle voci che lo vorrebbero vittima di un complesso caso di spionaggio internazionale?

I fattori che condannano uno scienziato, anche brillante, alle retrovie della storia possono essere molteplici.
Abbiamo deciso di parlarne con uno dei massimi esperti della vita e dell’opera di Manzetti, Mauro Caniggia Nicolotti, autore assieme a Luca Poggianti di una serie di libri biografici sull’inventore valdostano. Quella che segue è la trascrizione dell’interessante conversazione telefonica avuta con Mauro.

A cavallo fra ‘800 e ‘900 si assiste a una serie di straordinarie innovazioni tecnologiche, che generano altrettante spettacolari battaglie di brevetti – non prive di colpi bassi – per assicurarsi i diritti di sfruttamento delle rivoluzionarie invenzioni: dalla radio al cinema, dall’automobile al telefono.
In effetti, diversi studiosi, fisici, ingegneri, inventori in diverse parti del globo arrivano negli stessi anni a conclusioni simili, e il più delle volte a vincere sulla lunga distanza non è tanto la novità del progetto in sé, quanto magari un piccolo perfezionamento che ne decreta il successo rispetto agli avversari.
Com’era l’atmosfera in quel periodo di grandi cambiamenti tecnologici? Il fermento era avvertito anche in Italia? Nella poca fortuna e nella marginalizzazione di Manzetti ha giocato un ruolo anche la condizione economica e culturale della Valle d’Aosta all’epoca dell’unità d’Italia?

Quello che hai detto credo ricalchi ciò che avviene in quasi tutti i contesti di “invenzione”. È come se ci fossero mille pezzi sparsi nel cielo, e soltanto qualcuno è in grado di afferrare quelli giusti.
La Valle d’Aosta era isolatissima. Pensa che le strade maggiori hanno compiuto o stanno compiendo un secolo oggi. Aosta era quello che all’epoca si definiva cul de sac, il fondo del sacco, un vicolo cieco. Manzetti opera in questo contesto “fuori mano”, ricco culturalmente a livello locale ma non troppo avanzato tecnologicamente. Le prime testate giornalistiche valdostane nascono proprio in quel periodo, e offrono notizie riprese da altri quotidiani internazionali; Manzetti assorbe tutte le invenzioni di cui legge sui giornali. Lui è una specie di Archimede Pitagorico di Topolino. In poche parole, un genio. In tutti i campi, non soltanto quelli prettamente scientifici: è un fine cesellatore, viene chiamato come calligrafo in Svizzera, ha interessi a tutto tondo.
Nel suo “laboratorio delle meraviglie” cerca di risolvere innanzitutto i problemi della città, come l’illuminazione pubblica, oppure quelli di approvvigionamento idrico dal torrente Buthier, la cui acqua è, come diciamo noi, bourbeuse, cioè non è limpida, e quindi realizza dei filtri… prova a perfezionare alcune soluzioni che apprende dai giornali, oppure inventa cose originali. È un assorbitore, un miglioratore e un realizzatore.
Quindi pur in un contesto limitato Manzetti è un’esplosione di inventiva. I giornali locali ripetono che dovrebbe vivere altrove, il Comune gli paga il viaggio per l’Esposizione di Londra, quindi in realtà il suo talento viene anche riconosciuto, ma per tutta la vita è costretto a operare con mezzi poverissimi.

La mente di Manzetti era senza dubbio prolifica: la sua carriera sarebbe stata diversa se egli avesse goduto di un maggiore acume imprenditoriale? Era una persona integrata nel tessuto sociale del suo tempo? Come veniva visto dai concittadini?

Certamente Manzetti non è imprenditore di se stesso. Io penso che sia stato tutto sommato un sognatore: pur essendo povero, non ha mai cercato denaro. Ha provato invece a rendersi utile, tanto che poi è stato eletto all’ufficio che oggi chiameremmo di assessore ai lavori pubblici. Quindi sì, in un certo senso era socialmente integrato.
Di recente però ho scovato un articolo d’epoca (che non abbiamo pubblicato sul nuovo libro) in cui un viaggiatore, parlando dei valdostani, utilizza un termine dispregiativo: li chiama “buzzurri”, racconta che sono ignoranti e mal vestiti. Sempre in questo articolo l’autore precisa che, escluso il vescovo che veniva da Ivrea (la sede era vacante in quel periodo) e che dunque doveva sembrare un alieno, l’unico altro cittadino elegantemente vestito era Manzetti. Quindi la sensazione è che venisse visto non dico come un corpo estraneo, ma comunque come una persona una spanna sopra agli altri.

cache_1780662

cache_1783774

cache_1783773

Nel 1865 Innocenzo Manzetti presentò il suo “telegrafo vocale”, dopo averlo progettato alla fine del 1843 e aver speso più di una quindicina d’anni in esperimenti e perfezionamenti. Qualche anno prima (1860-62) Johann Philipp Reis aveva dimostrato l’utilizzo del suo telefono sperimentale, forse in parte basato sulle ricerche di Charles Bourseul: questo apparecchio però era pensato come un prototipo, utile per ulteriori studi, e non era pienamente funzionale. In cosa differiva la versione di Manzetti? Ho letto che il suo telegrafo risentiva di alcune imperfezioni, in particolare nella resa delle consonanti: è vero?

È vero, nei primi esperimenti di trasmissione sonora di Manzetti la voce non è limpida. Bisogna però tenere conto che mancavano i filtri a carbone e tutto quello che è arrivato dopo. Il primo tentativo avviene con dei mezzi, se non proprio di fortuna, certamente non di pregio. D’altronde anche il tanto celebrato automa aveva al suo interno alcuni pezzi di qualità scadente, e a tratti smetteva di funzionare.
Il vero problema è che chi ha sperimentato il telegrafo vocale è l’amico di Manzetti, il canonico Édouard Bérard: e Bérard è un perfezionista, perfino un po’ pignolo.
Per questo motivo egli non riporta soltanto la notizia della trasmissione del suono ma, invece di cedere all’eccitazione di essere stato il primo uomo in grado di sentire una voce a distanza, ci tiene a precisare che la resa sonora “non è chiara”. Visto a posteriori, è come lamentarsi del fatto che il primo aereo sia in grado di volare soltanto per qualche centinaio di metri.

Perché Manzetti non brevettò la sua invenzione?

Non la brevettò per tutta una serie di motivi. Primo, i brevetti costavano davvero moltissimo e Manzetti non poteva permettersi la spesa. Le uniche cose che ha brevettato sono quelle che potevano portare un po’ di denaro subito: la macchina per la pasta, che di fatto ancora oggi è un suo brevetto, e la calce idraulica che sembrava promettente.
Il telefono gli è stato stroncato fin dall’inizio.
Fra luglio e agosto del 1864 viene riportata la visita in Val d’Aosta del Ministro Matteucci, che vede il telefono di Manzetti: quindi c’è stata una presentazione ufficiosa, un anno prima di quella pubblica. Il Ministro però affronta apertamente Manzetti, e il succo del suo discorso è a grandi linee questo: “Sei matto? Abbiamo appena unito l’Italia, ci sono stati i moti rivoluzionari… l’ufficiale del telegrafo oggi è in grado di trasmettere un messaggio, ma al contempo controllarlo. Una telefonata fra due persone, senza intermediari, senza alcun controllo, potrebbe essere di pericolo per lo Stato”. Anche alcuni giornali di Firenze si chiedono a chi possa tornare utile una simile invenzione: forse ai fidanzatini che si vogliono dare la buonanotte? C’è, insomma, tutta una critica su di lui e su questo strumento che non sarebbe mai servito a niente e a nessuno.

Poi bisogna anche ricordare che all’inizio Manzetti non ha esattamente in testa tutti gli sviluppi che potrebbe avere la sua invenzione: la progetta semplicemente come espediente per far parlare il suo automa. Tanto che i primi giornalisti chiamano l’apparecchio “bocca”, in quanto per l’appunto era adattato all’automa. Non credo che lui abbia capito subito che cosa aveva inventato. Sono gli amici a fargli comprendere che il suo congegno potrebbe servire ad altro.

cache_1781348

Lettera del fratello di Innocenzo che racconta dei primi esperimenti risalenti al 1843.

cache_1786758

cache_1786759

Alexander Graham Bell brevetta ufficialmente il telefono il 14 febbraio 1876. Un anno dopo, il 15 marzo 1877, Manzetti si spegne ad Aosta, dimenticato e in povertà. E qui le acque cominciano a intorbidirsi, perché si scatena la disputa fra Bell e Meucci sulla paternità del telefono: conoscevano entrambi Manzetti? Dalle tue ricerche, emergono elementi che portino a pensare a un caso di spionaggio industriale? E quale attendibilità hanno?

Nella battaglia per la paternità del telefono ci sono due momenti. Il primo è tutto italiano, nel senso che Manzetti presenta nel giugno 1865 il suo “telegrafo vocale” (dopo che finalmente gli amici l’hanno convinto); la notizia viaggia per il mondo, e ad agosto arriva a New York sul giornale italo-americano L’eco d’Italia. Meucci si trova là come “esule”, e apprende di questa notizia. Controbatte con una serie di articoli in cui afferma di aver inventato anche lui qualcosa del genere, descrive il suo apparecchio – che però è limitato rispetto a quello di Manzetti, perché al posto della cornetta ha una lamina, cioè un conduttore che si tiene fra i denti per trasmettere le parole tramite vibrazione. Gli articoli si concludono con l’invito a Manzetti, da parte di Meucci, di collaborare assieme. Non si sa se Manzetti abbia mai letto questa serie di articoli, dunque la questione è chiusa fino al 1871, quando Meucci deposita un caveat, cioè una specie di pre-brevetto, della sua rudimentale invenzione, che non è ancora esattamente un telefono.

In un secondo momento avviene la disputa fra Meucci e Bell. Quest’ultimo frequenta la stessa compagnia presso la quale Meucci ha depositato la sua invenzione, e guarda caso appena il caveat di Meucci scade, Bell deposita il suo brevetto nel 1876. Negli anni ’80 poi ci sono tutta una serie di processi, perché spuntano fuori come funghi inventori, precursori o presunti tali. Quando si screma il tutto, rimangono in piedi Bell e Meucci che si confrontano.

Infine c’è la questione dell’ “intrigo americano”. I giornali di Aosta riportano nel 1865 il viaggio di alcuni “meccanici” (leggi: scienziati) inglesi che arrivano ad Aosta per assistere alla presentazione del telegrafo di Manzetti, e forse per carpirne i segreti: secondo alcuni, fra loro ci sarebbe anche lo stesso Bell, all’epoca ancora sconosciuto, visto che Manzetti dirà in seguito di aver conservato il suo biglietto da visita.
Preciso che non siamo sicuri al 100% che sia stato proprio Bell a venire ad Aosta nel ’65, per quanto le carte mai rese pubbliche sembrerebbero corroborare questa ipotesi (ed essendo questi documenti degli appunti privati, non ci sarebbe stato motivo di mentire).

Ma è molto tempo dopo che accade qualcosa di ancora più “scandaloso”. Il 19 dicembre 1879 si presenta da Bell un certo Horace H. Eldred che è direttore dei telegrafi a NY: si fa nominare presidente della Bell Telephone Company del Missouri, e intraprende immediatamente un viaggio verso l’Europa. Ad Aosta arriva il 6 febbraio, si reca da un notaio, incontra la vedova Manzetti e acquista tutti i diritti relativi al telegrafo vocale: l’intesa è quella che egli si farà promotore presso la Corte Suprema degli Stati Uniti per riconoscere Manzetti come il vero inventore del telefono. Ovviamente non le dice che è un emissario di Bell.
Forse Bell aveva calcolato che acquistando i diritti esclusivi di Manzetti, ormai appurato come primo inventore, avrebbe messo in scacco tutti gli altri che gli stavano dando battaglia.

Eldred dunque si porta via i progetti, tutto.
Ad un certo punto però credo che Eldred si sia reso conto di quello che aveva comprato. Capisce che ciò che ha nelle mani è una miglioria del telefono e infatti rientra subito, il 14 aprile. In barba a Bell, brevetta il perfezionamento a suo nome. Come si può immaginare, segue una controversia fra Bell e lui: vince Eldred, apre una bella fabbrica in Front Street a New York, pubblicizza il suo telefono avanzato, diventa vicepresidente dei telefoni in America e rappresentante in Europa. Insomma, abbandona Bell ma fa una carriera folgorante.

cache_17715870

manzetti_placca_1886

Secondo te, Innocenzo Manzetti è destinato a rimanere all’interno di quella grande galleria di personaggi dal talento prodigioso – ma sconfitti proprio sulla soglia della gloria – di cui è disseminata la storia del progresso, oppure e ci potrà essere un tardivo risarcimento e una riscoperta della sua figura? Avete in programma qualche iniziativa per l’anniversario?

Abbiamo lanciato il “centocinquantenario dimenticato” con un piccolo incontro – d’altronde qui da noi sono stati tutti abbagliati da un altro centocinquantenario, quello dell’ascesa del Cervino, festeggiato con tanto di Freccie Tricolori. Per quanto riguarda Manzetti non c’è riconoscimento alcuno; io ho intenzione di ripetere gli incontri a luglio e ad agosto, ma tanto so già che i risultati saranno anche peggiori. Non interessa a nessuno, Amministrazione compresa. Abbiamo dovuto combattere tanti anni soltanto per avere un minuscolo museo di sei metri e mezzo per sette e mezzo, nella sagrestia di una chiesa, dove c’è l’automa e alcuni pannelli digitali… nessuno ha intenzione di crederci veramente.

Nemo propheta in patria: in Valle d’Aosta, finché siamo soltanto io e Luca ad attivarci, veniamo considerati quasi come dei visionari. Magari, se si cominciasse a interessarsi a Manzetti dall’esterno le cose cambierebbero, perché quando la voce arriva da “fuori Valle”, ha sempre tutto un altro peso. Se poi addirittura si formasse un po’ di letteratura anglosassone sull’argomento… ma ci vuole tempo.
Da parte mia, io al bicentenario conto di esserci, anche se avrò quasi cent’anni. Sarò un vecchio rimbambito, ma ci sarò!

cache_17300900

cache_17300903

cache_17300901

cache_17300905

cache_17300904

Per approfondire la vita e le invenzioni di Manzetti, incluse le intriganti vicende relative allo “spionaggio americano”, è online il museo virtuale Manzetti, curato per l’appunto da Mauro Caniggia Nicolotti e Luca Poggianti.

Ringraziamo anche la nostra lettrice Elena.