Due scorticati: una breve riflessione

Questa immagine è forse la mia tavola anatomica preferita di sempre, proveniente dalla Historia de la composicion del cuerpo humano di Valverde, 1556. Dal punto di vista filologico è una di quelle immagini che dimostrano come l’iconografia sacra abbia influenzato l’illustrazione anatomica (il riferimento qui è San Bartolomeo), ma il mio amore per questa figura è motivato da un altro aspetto.
Non solo si tratta di una tavola raffinata, metafisica, surreale, grottesca e impressionante, ma soprattutto è filosoficamente programmatica. L’uomo qui ha il pugnale in mano, dunque si è scorticato da solo: autopsia non solo nel senso etimologico di vedere da sé, guardare con i propri occhi, ma soprattutto autopsia come vedere sé stessi.

Il famoso monito del tempio di Delfi, “conosci te stesso”, comporta un atto di crudeltà: ogni introspezione implica il denudarsi dalle apparenze (la pelle superficiale) e far terra bruciata delle proprie certezze. A volersi guardare dentro con reale sincerità, insomma, tocca scorticarsi da soli, un processo tutt’altro che piacevole.
Il mosaico di San Gregorio a Roma, qui sotto, reca appunto la scritta gnōthi sautón, conosci te stesso: e non è un caso che rappresenti un altro scorticato ante litteram, questa volta utilizzato come memento mori.


Conoscersi significa considerare la propria mortalità, ma ognuno di noi deve decidere: accettare l’impermanenza è la fine di ogni ricerca, o solo l’inizio?

Per una trattazione un po’ più approfondita della figura dell’écorché, lo scorticato delle tavole anatomiche, rimando al video della mia conferenza “La Carne e il Sogno: Anatomia del Surrealismo“.