Un fascino selvaggio (parte seconda)

Nella prima parte di questo speciale abbiamo parlato di cannibali, ma anche più genericamente del concetto del Selvaggio, oggetto di disprezzo e fascinazione nel XIX secolo.
Abbiamo analizzato un racconto di finzione e sottolineato come gli indigeni vennissero spesso usati come puri espedienti letterari per titillare il voyeurismo del lettore. Il tono di superiorità è peraltro lo stesso che si ritrova in molti resoconti di autentiche spedizioni dell’epoca.

Se questo approccio è oggi scomparso, almeno dalle narrative più evidenti, rimane almeno in parte la presunzione di una certa supremazia occidentale rispetto alla supposta arretratezza delle società tradizionali. A poco vale cercare di «sfatare il mito che nelle “società primitive” viga un’economia di sussistenza che a fatica riesce ad assicurare il minimo necessario per garantire la sopravvivenza della società»(1)La citazione viene questo interessante articolo di Andrea Staid sulle società cosiddette “primitive”, estratto dal suo libro Contro la gerarchia e il dominio. Potere, economia e debito nelle società senza Stato (Meltemi 2018).; permane anche l’idea che queste comunità vivano in maniera più “naturale”.
Questo aggettivo può sembrare positivo, addirittura un ammirato apprezzamento, ma sappiamo che il contrapporre la Natura alla Cultura – uno dei principi fondanti del pensiero occidentale – spesso concettualmente serve a separare la civiltà (nostra) dalla barbarie (degli altri).

Come dicevamo, le tribù in cui resistono elementi tradizionali sono ancora oggetto di enorme curiosità. Io stesso ne ho parlato estesamente su queste pagine, anche se ho cercato di descrivere i loro costumi in modo circostanziato.
Una cosa che non molti sanno, però, è che oggi si organizzano numerosi tour in zone remote del globo, per chi se li può permettere, alla scoperta (cito da una brochure) degli “ultimi sistemi di tribù, clan e rituali ancora intatti al mondo”.

È forse uno dei pochi brividi rimasti nella grande macchina del turismo globale, l’estrema frontiera dell’esotismo. Gite esclusive a sfondo più o meno marcatamente etnologico, i cui partecipanti però non sono antropologi ma turisti: e a voler essere cinici viene il dubbio che l’appeal risieda nei selfie con gli indigeni, o nelle danze tradizionali inscenate dalle tribù a beneficio delle fotocamere dell’uomo occidentale.

Però non bisogna fare l’errore di giudicare (o, peggio ancora, indignarsi) sulla base di qualche foto trovata su internet. Cosa si fa davvero in questi tour, come sono organizzati, quali attività propongono? Qual è la filosofia che ne sta alla base? Chi vi partecipa, e perché?

Marco è un lettore di Bizzarro Bazar, e uno di questi viaggi organizzati l’ha provato proprio quest’anno. Dopo aver seguito con interesse il resoconto della sua avventura sui social, gli ho chiesto di raccontarcene i risvolti in maniera più approfondita. L’intervista che mi ha concesso è dunque un’occasione unica per trovare una risposta a questi interrogativi.
(Nota: da questo punto in poi tutte le bellissime foto che vedrete sono opera sua.)

Ci puoi dire in poche parole che tipo di persona sei, di cosa ti occupi, quali sono le tue passioni?

Mi chiamo Marco Mottura, ho trentasei anni e sono di Busto Arsizio. Nella vita di tutti i giorni faccio il grafico, e come secondo lavoro (o, per meglio dire, come hobby pagato) il giornalista videoludico. Proprio i videogiochi sono ovviamente da sempre una delle mie più grandi passioni, insieme ai giochi da tavolo, all’horror a 360°, alla musica crossover e alla mia adorata Juventus.

Mi affascina tutto ciò che è strano, oscuro e macabro. Sono un ateo convinto. Mi vesto sempre di nero o di grigio. Cannibal Holocaust è il mio film preferito di sempre. Sono ossessionato da Il Giardino delle Delizie Terrene di Hieronymus Bosch.

Come sei venuto a conoscenza della possibilità di fare questo viaggio?

La colpa in realtà è indirettamente proprio tua, Dottor Cenzi. Grazie a Bizzarro Bazar qualche anno fa ho scoperto The Last Tuesday Society di Londra, e dopo aver visitato la wunderkammer di Viktor Wynd durante uno dei miei viaggi nella capitale inglese non ho potuto fare a meno di seguire l’eccentrico milionario su Instagram. Un annetto fa ho visto alcuni suoi post mentre era in Papua Nuova Guinea ad assistere alla cerimonia di passaggio in cui i giovani delle tribù del fiume Sepik si trasformano in Uomini-Coccodrillo. Gli ho fatto alcune domande su un riturale così inusuale e cruento, e alla fine della chiacchierata la risposta di Wynd è stata: “Nel 2019 comunque ritornerò da queste parti, se vuoi puoi venire con me.” Lui era serio, io pure… e quindi sono partito per davvero.

Quali erano le opzioni di viaggio?

Si potevano scegliere due diversi viaggi da undici giorni ciascuno, oppure il pacchetto completo (impensabile per quanto mi riguardava, per motivi di budget). La prima parte era incentrata maggiormente sulla natura, con birdwatching ed escursioni a tema floreale, mentre la seconda metà era senza dubbio più estrema, e culminava con la visita alle remotissime mummie di Aseki. Inutile specificare per quale delle due abbia optato io.

Cosa ti aspettavi da questa esperienza? Qual è stata la motivazione che ti ha spinto a decidere di imbarcarti per questa avventura?

Mi sono trovato in una fase particolare della mia vita, in un momento di profonda crisi personale legata a un periodo di depressione e difficoltà di vario genere. Spinto anche dalla mia ragazza, ho deciso di fare qualcosa esclusivamente “per me stesso”: inseguendo l’esotismo estremo che tanto mi affascina (tutti quei Mondo movies visti durante l’adolescenza devono aver lasciato un segno), ho pensato proprio a un viaggio fuori dagli schemi, avventuroso e sì, anche potenzialmente rischioso. Perché nella peggiore delle ipotesi quella che sembrava un po’ la trama di un film horror di serie B mi pareva un finale potenzialmente perfetto per il tipo di esistenza che ho sempre cercato di vivere.

La prospettiva di evadere dalla mia quotidianità, l’idea di guardare in faccia un universo sconosciuto e lontanissimo e di vivere sulla mia pelle uno shock culturale mi affascinavano. Prima di questa esperienza non ero neppure mai stato in campeggio!

Raccontaci brevemente come si è svolto il viaggio: quanti eravate, quali tappe avete fatto, ecc.

La spedizione era aperta a dieci persone provenienti da tutto il mondo, più i due leader. Il primo capogruppo era il già citato Viktor Wynd, l’eccentrico dandy e artista inglese(2)A Viktor Wynd e alla sua wunderkammer londinese ho dedicato un capitolo della mia guida London Mirabilia. presidente della Last Tuesday Society, mentre il secondo era Stewart McPherson, un naturalista tra i massimi esperti al mondo in materia di piante carnivore: un’autorità nel suo campo, con 35 specie scoperte e 25 libri pubblicati sull’argomento.

Otto dei partecipanti erano uomini, quattro le donne: in totale otto Inglesi, due Americani, una Sudafricana e io a rappresentare l’Italia. La più giovane aveva ventotto anni, il più vecchio quarantacinque.

Ci siamo incontrati all’aeroporto della capitale, Port Moresby, e da lì siamo subito partiti per le isole Trobriand. Abbiamo trascorso tre notti da quelle parti, poi ci siamo spostati a Lae, quindi siamo andati in jeep verso la regione delle mummie (facendo tappa a Bulolo, un’isolata città di minatori, e trascorrendo una notte in un villaggio sperduto fra le montagne insieme ai locali). Quindi ritorno di nuovo Lae e poi dritti verso Madang, dove si è concluso il viaggio. In definitiva, una marea di chilometri percorsi – spesso su sentieri quasi impraticabili –, quattro voli aerei interni e tantissimi paesaggi e culture differenti incontrati sul cammino, per quella che è la nazione con maggiore biodiversità sulla Terra.

Quali sono state le esperienze e i dettagli che ti hanno colpito di più?

Difficile riassumere un’avventura del genere in pochi elementi: a colpirti è la poderosa sensazione di trovarti fuori dal tempo e dallo spazio a cui sei abituato. Il buio assoluto della notte nella foresta, una volta celeste così luminosa e mozzafiato da non sembrare nemmeno il tuo stesso cielo, i colori del tramonto, le peculiari capanne che si vedono qua e là. Ma anche gli attimi di puro orrore – come la tartaruga di mare che abbiamo visto pescare e squartare direttamente sul molo appena arrivati alle Trobriand (laggiù c’è un’economia di sussistenza, quel che si cattura si mangia e si usa per fare artigianato) o il ragno gigantesco che mi è sgattaiolato la primissima sera in camera – mi hanno subito scaraventato nell’atmosfera che mi aspettavo dalla Papua Nuova Guinea.

Un momento decisamente magico è stato vedere i “chiamatori” di squali del villaggio di Kaibola, che nel giro di cinque minuti con un sonaglio di cocco hanno letteralmente attirato a sé gli squali, per poi catturarli usando una semplice lenza riavvolta a mani nude. Solo poche decine di persone al mondo sono ancora capaci di eseguire quello strano ed efficacissimo rituale, entrando in completa comunione con il mare per ammaliare la preda. Tornando a riva siamo stati circondati da un branco di delfini giocherelloni, abbiamo mangiato lo squalo appena pescato, e poi esplorato una grotta sotterranea fino ad arrivare a una fonte d’acqua dolce. Il tutto nel giro di un paio di ore.

Ovviamente per me rimangono indimenticabili anche le mummie, così come la già menzionata notte passata in un villaggio nella regione di Aseki, all’interno di una capanna senza elettricità, senza acqua corrente e senza nulla (ma con parecchio alcool portato dalle compagne inglesi!).

C’è stata una differenza culturale che ti ha sorpreso più di altre?

Sicuramente vedere gli effetti che ha noce di Betel sulle condizioni della bocca nei locali. Lì chiunque, dai 6 ai 99 anni, è abituato a masticare il nocciolo di questo frutto verde, delle dimensioni di un’albicocca, mischiandolo con una pianta di senape e con una polvere di conchiglie bruciate che chiamano lime. La combinazione di questi tre elementi determina una reazione chimica fortemente alcalina, che macchia denti e gengive di un color rosso sangue molto intenso… oltre a corrodere tutto l’interno della bocca, con esiti spesso cancerogeni. Nonostante ciò, continuano ad assumere la noce di Betel per i suoi effetti energizzanti e non solo: ho provato anch’io il nocciolo, dal sapore pessimo, i cui effetti sono a metà strada tra l’alcool e le anfetamine, con tanto di potenziale hangover.

Altra grande particolarità sta nei diversi costumi, nel modo di approcciarsi agli altri. Un esempio per tutti: per molti abitanti di villaggi sperduti, lavarsi i denti è una pratica inusuale e incomprensibile. Mentre avevo uno spazzolino in bocca mi è capitato di ritrovarmi fissato da una ventina di persone, radunatesi a pochi metri da me per osservare il mio strano rituale: in quel momento mi sono sentito come un animale allo zoo.

C’è stato qualche episodio spiacevole durante il viaggio?

Assolutamente nessuno. Anzi, la gentilezza della gente è stata spiazzante e commovente. Persone che non hanno letteralmente NULLA e che pure non lesinano mai un sorriso, una cortesia, un gesto di buon cuore. Così, per puro senso dell’ospitalità, senza aspettarsi assolutamente niente in cambio: solo e soltanto felici di incontrare qualcuno di diverso da loro, di strano, di proveniente da chissà dove, accogliendolo a casa con tutta la naturalezza del mondo. Capita che la gente si metta in fila per stringerti la mano, o che persone di ogni età interrompano qualsiasi attività per inseguire di qualche metro il nostro furgoncino.

Sono situazioni che fanno riflettere perfino un convinto nichilista come me, ormai senza più alcuna speranza per il presente e per il futuro: ti confrontano con un contesto abissalmente diverso da quello a cui siamo abituati nella nostra società “civilizzata”.

Qual è stato il rapporto, tuo e dei tuoi compagni di viaggio, con i nativi che hai incontrato? E qual era il loro atteggiamento nei vostri confronti? Sei mai stato a disagio in qualche situazione?

La Papua Nuova Guinea è un paese gigantesco, in cui si parlano 850 lingue, stracolmo di comunità microscopiche e dai mezzi estremamente limitati, ma non è in generale il luogo rimasto all’età della pietra che forse ci si potrebbe immaginare. Per capirci, anche sulle montagne di Aseki, nel bel mezzo della foresta a diverse ore di macchina dalla città, può capitare di imbattersi in qualche sporadica capanna che espone cartelli pubblicitari della Coca Cola o della compagnia di telecomunicazioni Digicel.

Certo, permangono zone particolarmente inaccessibili e popolazioni magari rimaste in qualche modo isolate, ma non era certo nostra intenzione avventurarci alla ricerca di chissà che (anche perché sarebbe stato idiota, irrispettoso e irresponsabile). Detto ciò, fa comunque sorridere sentire gli abitanti delle isole Trobriand parlare di “esplosione del turismo nel 2019” alla luce di un totale di ben settanta persone (noi inclusi) arrivate da quelle parti dall’inizio dell’anno.

Per il resto, mi ha stupito vedere quanto i locali fossero assai poco interessati alla nostra tecnologia: tutti sanno cosa sia uno smartphone o una macchina fotografica, e per quanto vedere la propria immagine catturata susciti ancora un minimo di interesse, nessuno è parso molto attratto dai nostri gingilli hi-tech. Per assurdo, il già citato spazzolino da denti ha fatto di certo più colpo di uno smartwatch.

L’unico momento di disagio, o per meglio dire un momento in cui ho avvertito un leggero senso di non avere il controllo della situazione, è stato al nostro arrivo alle Trobriand: ci siamo ritrovati sulla via principale dell’imbarcadero e tutta la popolazione locale si è ovviamente incuriosita ed è corsa a vedere da vicino i dimdim (gli stranieri). In un baleno ci siamo visti accerchiati da qualche centinaio di persone che cercavano di attirare la nostra attenzione per venderci cibo e manufatti, invadendo un po’ quello che è il nostro concetto di spazio personale. Niente di minaccioso, sia chiaro, ma mentirei se affermassi di non aver provato almeno in minima parte la sensazione che la cosa potesse degenerare da un momento all’altro. In realtà la tensione credo fosse solo nella nostra testa, visti i modi davvero squisiti degli abitanti di quella provincia.

Passiamo alla parte critica. Ne abbiamo parlato, e sai che ho parecchie riserve riguardo a questo tipo di viaggi organizzati. Mi sembrano un po’ la versione, aggiornata al late capitalism, dei colonialismi otto-novecenteschi: certo, abbiamo messo da parte moschetti e fruste, ma è difficile allontanare il sospetto che stiamo ancora “prendendo per la gola” le zone povere, mascherando questo sfruttamento con narrative esotiche e vendendo il pacchetto come “avventura da brivido” per turisti occidentali annoiati. Tu cosa ne pensi?

Non prendiamoci in giro: l’esotismo esasperato, l’elemento di rischio e la fascinazione per i paradisi perduti (senza tralasciare l’immaginario horror) fanno innegabilmente parte dell’equazione. Mentirei spudoratamente se dicessi che sarebbe stata la stessa identica cosa con una destinazione alternativa; il particolare culto dei morti della regione di Aseki, le mummie, l’idea di potercisi avvicinare e volendo anche di toccarle, sono tutti fattori che mi hanno spinto verso questo viaggio. Quindi sì, una sfumatura di dark tourism c’è, non ha senso girarci attorno.

Detto questo, più che una squallida revisione di certe pseudo-imprese colonialiste credo si tratti di una cosa legata più a un’indole da inguaribile thrill-seeker: nessun indigeno è stato “preso per la gola”, anzi al contrario credo che in alcune circostanze siamo stati noi occidentali a venire un po’ fregati! Per poter accedere al sito in cui stavano le mummie del villaggio di Angapena, dopo estenuanti trattative abbiamo dovuto pagare, nell’ordine: 3000 dollari in contanti, un generatore di corrente, due Samsung Galaxy e dosi non trascurabili di viveri. Insomma, le tribù locali non sono certo fatte di sprovveduti pronti ad essere sfruttati, e anzi sembrano aver compreso alla grande come fare affari.

Be’, appunto, gli smartphone scambiati per le mummie degli antenati mi sembrano proprio un esempio di quella logica — Mark Fisher l’aveva battezzata “realismo capitalista”(3)«Il potere del realismo capitalista deriva in parte dal modo in cui il capitalismo sussume e consuma tutta la storia pregressa: è un effetto di quella “equivalenza” che riesce ad assegnare un valore monetario a qualsiasi oggetto culturale, si tratti di icone religiose, pornografia, o Il Capitale di Marx. Provate a passeggiare per il British Museum: vedrete oggetti privati di ogni vitalità riassemblati come sul ponte di qualche astronave alla Predator, e potrete così godervi una potente rappresentazione di questo processo. Nella conversione di pratiche e rituali in puri oggetti estetici, gli ideali delle culture precedenti diventano strumento di un’ironia oggettiva e si ritrovano trasformati in artefatti.» (Mark Fisher, Realismo capitalista, 2018, p. 30). — in cui tutto diventa monetizzabile e perfino il sacro viene trasformato in un semplice prodotto. E d’altronde questa cosa non stupisce se, come sottolineavi tu, la pubblicità della Coca-Cola è arrivata perfino nel fitto della giungla.
Riguardo alla vostra presenza lì, qual era l’approccio degli organizzatori?

Ti assicuro che l’approccio era di rigoroso e indiscusso rispetto per le popolazioni, per le culture e per la flora e la fauna locali (su questi aspetti McPherson, in quanto naturalista, è stato davvero estremamente attento e solerte): non si è mai nemmeno accennato al famigerato cannibalismo, e il termine “cannibale” non è mai stato pronunciato da nessuno. Perché va bene cercare le emozioni forti, o subire il fascino di tradizioni macabre o cruente; ma la realtà in Papua Nuova Guinea non necessita certo di ulteriori forzature. Per fare un esempio, l’uccisione a colpi di bastonate sulla testa di un povero maiale in un villaggio è stata ai limiti del tollerabile, impossibile da comprendere per noi. Non c’era bisogno di aggiungerci storie di cannibalismo.

A giudicare da quanto scrivevi sui social, sei partito convinto che il viaggio potesse essere molto pericoloso. Hai addirittura fatto testamento! Retrospettivamente, secondo te c’era davvero questo elemento di pericolo o il viaggio era più sicuro di quanto ti aspettassi?

Volare da quelle parti è oggettivamente molto più pericoloso che altrove, per via delle condizioni climatiche. Si tratta più in generale di un’esperienza forte e in alcuni passaggi fisicamente stressante (seppur mai davvero impossibile); certamente non sarà un’impresa folle come scalare l’Everest, ma optare per una destinazione simile significa volersi mettere alla prova. Per quanto mi riguarda era tutto preventivato, e personalmente avrei accettato con grande serenità anche un esito tragico. Il fatto di non essere certo di tornare si legava a certe mie tendenze autodistruttive che non voglio negare.

Ritornato a casa sano e salvo, posso affermare che il viaggio si sia rivelato infinitamente meno pericoloso del previsto. Ma d’altronde Stewart McPherson e la sua organizzazione non hanno mai presentato il viaggio come un biglietto di sola andata per aspiranti suicidi. A fare dell’autentico terrorismo psicologico, alimentando falsi miti, sono state semmai altre parti in causa, come ad esempio il sito dell’unità di Crisi della Farnesina, Viaggiare Sicuri: la Papua Nuova Guinea sarà anche un paese povero e pieno di problemi, ma sconsigliare qualsiasi tipo di viaggio non necessario e parlare apertamente di “paese pericoloso ovunque” significa descrivere una realtà esasperata e ben diversa dal contesto che ho avuto modo di vedere con i miei occhi.

Qual è la cosa più bella che ti ha regalato questa esperienza? E più in generale quale sentimento ti ha lasciato?

Un’esperienza simile è piuttosto difficile da spiegare a chi non l’ha vissuta. Ho voluto fare un salto nel buio, ma alla fine sono tornato con un bagaglio di emozioni, di ricordi, di sensazioni che mi hanno davvero stravolto la vita. Certe situazioni ti fanno fare i conti con i tuoi limiti, ti fanno uscire a schiaffoni dalla tua comfort zone, ti legano alle persone che hai vicino: è spiazzante trovarti ad avere a che fare con un universo che è sempre il tuo, ma al tempo stesso non è il tuo. Da un viaggio simile non puoi tornare uguale a com’eri prima di partire: certe cose ti entrano dentro, ti guardano in faccia, ti ribaltano e ti cambiano. E alla fine puoi scoprire che di momenti così, un po’ come succede con la noce di Betel, non ne hai mai abbastanza.

Questa chiacchierata fornisce a mio avviso interessanti spunti di riflessione: in una realtà globalizzata, nulla rimane davvero “intatto”. Ha senso crucciarsene, o fa parte di un processo di cambiamento inarrestabile? Questi tour contribuiscono ad avvicinare la nostra sensibilità a quella di popoli distanti, riducendo così pregiudizi e disinformazione — oppure perpetuano una visione essenzialmente etnocentrista occidentale?

Lascio al lettore il compito di formarsi una sua idea. Da parte mia ringrazio ancora Marco per la sua gentilezza e disponibilità (potete seguirlo su Twitter e Instagram).

Note   [ + ]

1. La citazione viene questo interessante articolo di Andrea Staid sulle società cosiddette “primitive”, estratto dal suo libro Contro la gerarchia e il dominio. Potere, economia e debito nelle società senza Stato (Meltemi 2018).
2. A Viktor Wynd e alla sua wunderkammer londinese ho dedicato un capitolo della mia guida London Mirabilia.
3. «Il potere del realismo capitalista deriva in parte dal modo in cui il capitalismo sussume e consuma tutta la storia pregressa: è un effetto di quella “equivalenza” che riesce ad assegnare un valore monetario a qualsiasi oggetto culturale, si tratti di icone religiose, pornografia, o Il Capitale di Marx. Provate a passeggiare per il British Museum: vedrete oggetti privati di ogni vitalità riassemblati come sul ponte di qualche astronave alla Predator, e potrete così godervi una potente rappresentazione di questo processo. Nella conversione di pratiche e rituali in puri oggetti estetici, gli ideali delle culture precedenti diventano strumento di un’ironia oggettiva e si ritrovano trasformati in artefatti.» (Mark Fisher, Realismo capitalista, 2018, p. 30).

La seduzione del primitivo: due insoliti “selvaggi”

Nel 1929, per i tipi della Knopf di New York, apparve il libro Lobagola: An Africa Savage’s Own Story. La notevole autobiografia, scritta da Bata Kindai Amgoza ibn LoBagola, raccontava la vita avventurosa e bizzarra di uno “straniero nel XX secolo“.
Bata LoBagola era nato nell’Africa orientale, in una regione del Dahomey (oggi Benin) così remota da non essere ancora stata raggiunta dall’uomo bianco. Bata ebbe il primo incontro con gli europei negli ultimi anni dell’800 quando, assieme ad altri membri della sua tribù, si spinse fino alla costa e vide una nave pronta a salpare. Raggiuntala in canoa, i “selvaggi” furono benvenuti a bordo dai mercanti, che per un’ora circa li accompagnarono ad esplorare l’imbarcazione; ma quando la nave lasciò la sponda senza preavviso, impauriti, tutti i compagni di Bata si gettarono in acqua, finendo divorati dagli squali. Bata, che era stato trattenuto sottocoperta, scampò quel destino ma dovette partire per le sconosciute terre di un diverso continente. Aveva soltanto sette anni.

Arrivò dunque in Scozia, dove visse per tutta l’adolescenza sotto la protezione di un generoso benefattore e venne educato fra Edimburgo e Glasgow. Quasi per caso, scoprì che poteva guadagnare qualche soldo nel mondo dello spettacolo, semplicemente raccontando del suo paese d’origine e del suo popolo. Cominciò quindi ad esibirsi nei vaudeville e in piccoli show itineranti, rispondendo alle domande del pubblico e mostrando alcune danze tradizionali. Essendo colto e intelligente, oltre che un ottimo oratore, divenne presto più di una semplice attrazione da sideshow, e cominciò ad essere richiesto anche da etnologi e antropologi. Viaggiando di continuo fra Europa e Stati Uniti, LoBagola tenne lezioni all’Università della Pennsylvania e a quella di Oxford, diventando una sorta di “ambasciatore culturale” dell’Africa occidentale e dei costumi e tradizioni del suo popolo.

Lobagola1
Per comprendere quanto il pubblico fosse affascinato da questo “selvaggio”, bisogna calarsi nella realtà del tempo. Nella seconda metà dell’800 l’intensificarsi del colonialismo aveva portato alla scoperta di numerose popolazioni primitive, e in contemporanea era nata la nuova antropologia scientifica. A livello popolare, i romanzi d’avventura incentrati sull’esplorazione di terre vergini erano fra le pubblicazioni di maggior successo. E l’insaziabile desiderio di esotismo si mescolava al diffuso e aperto razzismo, alla curiosità di vedere l’arretrato primitivo con i propri occhi; tanto che quando fu invitato a Philadelphia nel 1911 LoBagola si guadagnò la definizione di “esemplare più interessante dell’intero Museo“. Come recitava il suo pamphlet promozionale, sembrava davvero “troppo raffinato per la primitiva rozzezza della sua tribù, e troppo selvaggio per la società sofisticata“.

Bata LoBagola era ormai diventato una piccola celebrità, in costante tour come informatore culturale nelle scuole e le università, ma purtroppo la sua vita prese una brutta piega. Bata aveva problemi con l’alcol e la tendenza a farsi coinvolgere in risse di poco conto, ma la vera spada di Damocle sul suo capo era la sua omosessualità. Arrestato più volte per sodomia e altri reati minori, finì in carcere una volta per tutte nel 1931 per piccoli furti e crimini sessuali. L’anno successivo il Bureau of Naturalization, ai cui ufficiali evidentemente sembrava che qualcosa non quadrasse, strinse la morsa attorno a LoBagola, costringendolo infine a confessare una realtà che nessuno aveva sospettato fino ad allora.
Bata Kindai Amgoza ibn LoBagola si chiamava in realtà Joseph Howard Lee, ed era nato a Baltimora, nel Maryland.

Non tutto, nel suo libro, era inventato: Joseph Lee era probabilmente stato a Glasgow da giovane, visto che dalle sue pagine si evince una certa conoscenza della città, e secondo diverse testimonianze egli aveva un leggero accento scozzese. Ma di certo la sua infanzia non era trascorsa tra leoni ed elefanti — e altrettanto sicuro è che leoni ed elefanti non si “alleavano”, come raccontato in una fantasiosa pagina del libro, per dare la caccia agli uomini.
Se alcuni lettori, che avevano familiarità con l’Africa occidentale, già alla pubblicazione della sua falsa autobiografia si erano accorti che le descrizioni di quei luoghi erano di pura invenzione, il dubbio non era invece mai sorto nella mente dei professori universitari. Fatto ancora più curioso se si pensa che nello stesso libro viene candidamente suggerita l’idea che agli uomini bianchi si possa raccontare qualsiasi cosa sull’Africa nera, ed essi ci crederanno.
La discriminazione razziale, a cui si accennava prima, può essere considerata uno dei fattori dietro la falsa identità di LoBagola: fin dal 1907, fingersi un primitivo gli aveva permesso di accedere a una serie di privilegi e di aiuti che paradossalmente non avrebbe mai ottenuto in qualità di afroamericano. Morì nel 1947 nel carcere di massima sicurezza di Attica, dove erano detenuti i più pericolosi criminali del tempo.

La sua strana truffa aveva però un precedente eccellente.


George Psalmanazar era apparso a Londra nel 1703, dichiarandosi nativo di Formosa (Taiwan), un’allora lontana isola di cui si conosceva molto poco. Psalmanazar aveva abitudini strabilianti: mangiava soltanto carne cruda speziata con cardamomo, dormiva seduto dritto su una sedia, metteva in scena complessi rituali quotidiani in onore del Sole e della Luna, seguiva un calendario sconosciuto. E i racconti della sua terra natìa erano favolosi e crudeli — in particolare le descrizioni dei sacrifici rituali di 18.000 ragazzi all’anno che culminavano nel cannibalismo.
George Psalmanazar venne invitato a parlare della cultura di Formosa nei più importanti circoli intellettuali, e si esibì in una lezione addirittura di fronte alla Royal Society.
Nel 1704 pubblicò il volume An Historical and Geographical Description of Formosa, an Island subject to the Emperor of Japan, che conobbe immediatamente un successo clamoroso e numerose ristampe. Ovunque non si parlava che di Formosa: lettori e intellettuali erano affascinati dalle descrizioni di questi selvaggi che indossavano soltanto una placca d’oro per coprire i genitali, abitavano sottoterra nutrendosi di serpenti, e occasionalmente si cibavano di carne umana. Oltre agli usi e costumi di Formosa, Psalmanazar ne riportava nel dettaglio anche il linguaggio e l’alfabeto, in maniera talmente convincente che molte grammatiche tedesche continuarono a riportare queste informazioni anche decenni dopo che l’inganno era stato confessato.

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Infatti nel 1706, di fronte al crescente scetticismo e ai resoconti di chi Formosa l’aveva raggiunta davvero, Psalmanazar aveva dovuto calare la maschera: era in realtà originario della Francia, educato dai Gesuiti, e le sue uniche doti erano un’enorme cultura e una geniale attitudine per le lingue. Tanto da riuscire a costruirne una dal nulla, per corroborare le sue menzogne, e raggiungere la fama.
Prima di morire nel 1763, scrisse un secondo libro di memorie, pubblicato postumo, in cui raccontava i retroscena della sua truffa. Ma nemmeno in quest’ultima autobiografia rivelava il suo vero nome, che rimane ancora oggi un mistero.

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Eppure, nonostante la conversione religiosa nei suoi ultimi anni di vita e il pentimento per la messinscena, l’opera di Psalmanazar rimane un piccolo capolavoro di inventiva. Oltre che una lingua precisa, alla sua Formosa l’autore aveva dato una storia, dei culti e tradizioni, perfino diverse monete di conio e minuziosi abiti cerimoniali, tanto che oggi il suo affresco sembra precorrere, per cura maniacale del dettaglio, certe costruzioni letterarie più moderne (si pensi alle appendici tolkieniane su genealogia, linguistica, botanica, ecc. della sua immaginaria Terra di Mezzo).
Ma c’è di più, come scrive lo storico Benjamin Breen:

Mentre divoravo l’immensa creatività mostrata in Description of Formosa, compresi che Psalmanazar stava anche raccontandoci qualcosa di fondamentale sulle origini della modernità. Il mondo di marinai, mercanti, schiavi e criminali deportati che aveva dato vita agli imperi europei oltreoceano, era costruito su finzioni elaborate, dal Prete Gianni a Jonathan Swift. Nonostante la scala e la singolarità del suo inganno l’avesse reso unico, Psalmanazar era anche rappresentativo: mentre stava inventando storie di cannibalismo formosano, i suoi pari scrivevano storie falsificate di utopie piratesche, resoconti parodistici di isole popolate da cavalli super-intelligenti, e sincere descrizioni di sacrifici demoniaci.
Queste opere sollevavano domande profonde sulla natura della verità e della finzione. L’atto di viaggiare è anche un atto autoriale, l’invenzione di una realtà che tutti noi filtriamo attraverso i nostri preconcetti individuali? Come possiamo capire dei mondi che differiscono dal nostro così fondamentalmente da sembrarci quasi altri pianeti?

(B. Breen, Made in Taiwan?: An Eighteenth-Century Frenchman’s Fictional Formosa)

Per la storia di LoBagola, la fonte primaria è un maginifico podcast di Futility Closet. L’autobiografia di LoBagola è disponibile su Amazon. La vicenda di George Psalmanazar è invece splendidamente raccontata in La follia di Banvard, e l’opera Description of Formosa è disponibile sull’Internet Archive.

Viaggi spaziali

L’esplorazione spaziale, iniziata in modo pionieristico alla fine degli anni ’60, ha conosciuto un momento “morto” negli ultimi decenni, ma oggi sta tornando ad essere parte integrante dei progetti delle grandi agenzie aerospaziali. Gli Stati Uniti hanno pianificato i primi viaggi su Marte per la metà degli anni 2030; ESA, Russia e Cina sembra abbiano in progetto missioni similari. Ma al di là dello stimolo che questi salti nell’ignoto regalano alla nostra fantasia, ci sono dei lati oscuri con cui fare i conti (che sono poi quelli che ci interessano, qui a Bizzarro Bazar!).

Innanzitutto, teniamo presente che le enormi distanze da superare pongono diversi grattacapi. Prendiamo ad esempio una missione su Marte. Il vero problema, sostengono i professori della NASA, sarebbe il costo del “biglietto” di ritorno. Far decollare una nave spaziale dalla Terra richiede già una quantità di carburante inimmaginabile, e dotare il mezzo di una quantità di combustibile tale da permettere il viaggio di rientro è al momento pura utopia. Questo significa che il volo verso Marte sarebbe di sola andata. I primi pionieri dovrebbero divenire dei veri e propri coloni, disposti non soltanto ad esplorare il nuovo pianeta, ma a fondarvi una comunità. Dovrebbero essere scelte coppie in grado di riprodursi, per dar vita alla prima vera colonia marziana che comprenda bambini nati e cresciuti sul Pianeta Rosso. Quanti di voi non esiterebbero un attimo a lasciarsi tutto alle spalle per iniziare una nuova vita su Marte? Quale uomo accetterebbe di partire sereno, sapendo che non farà mai più ritorno, che non vedrà mai più il mare, i suoi famigliari, gli uccelli nel cielo?

Parecchi, a quanto sembra. Da quando il Journal of Cosmology ha indetto il “sondaggio”, almeno 500 volontari si sono presentati all’appello. Persone per cui l’avventura, la curiosità e la gloria valgono più di ogni altra cosa; persone che non hanno più nessun legame; persone che sognano un’epopea spaziale da quando hanno 10 anni. Forse sarà proprio questo il bacino al quale gli scienziati attingeranno, in un prossimo futuro, per selezionare gli equipaggi di questa epocale “invasione”.

Ma i viaggi spaziali sono anche lunghi, e il lato più cupo della nostra personalità può prendere il sopravvento. Lo spazio può diventare una gabbia fatta di paranoie, illusioni e depressione, fatto da cui gli scrittori di fantascienza ci mettono in guardia da molti anni. Innanzitutto, la solitudine. Una solitudine inimmaginabile. Finora i viaggi sono stati troppo brevi per una qualche manifestazione psicologica in questo senso. Ma la NASA continua a ponderare gli effetti dannosi dell’isolamento per lunghi periodi di tempo, tanto da investire 1,74 milioni di dollari nella Virtual Space Station, una sorta di “psicologo-robot” che dovrebbe aiutare e dare consigli agli astronauti depressi dalla profonda solitudine. Nel 2008, uno studio condotto al NHC HealthCare in Maryland Heights ha indicato che un cane robotico si è rivelato un ottimo rimedio per la solitudine dele persone anziane, quasi quanto un cucciolo reale… anche se l’immagine di un astronauta solo nello spazio, che parla e coccola un cane-robot non è delle più confortanti.

Nello spazio, un posto che a torto riteniamo “vuoto”, si spargono radiazioni di vario tipo. Senza la protezione dell’atmosfera, queste radiazioni possono essere pericolose. E non si tratta qui soltanto delle temibili esplosioni di raggi gamma (evento talmente raro da essere trascurabile), ma anche semplicemente delle più comuni radiazioni cosmiche: alcuni esperimenti hanno dimostrato che l’esposizione a questi raggi può causare alterazioni nell’ippocampo, l’area del cervello responsabile della creazione di nuove cellule cerebrali e ritenuta responsabile dell’apprendimento e degli stati di umore. Proteggere con scudi appropriati gli astronauti potrebbe significare ridurre i danni cerebrali e la depressione di un viaggio al di fuori dell’orbita terrestre.

Un altro problema dei viaggi astrali è la fornitura e la purificazione dell’aria. Molti studi condotti sugli scalatori di alta quota hanno dimostrato come uno scarso approvvigionamento di ossigeno porti a un calo di attenzione, di capacità cognitiva e di riconoscimento linguistico. In situazioni ancora più estreme, a ridotto apporto di ossigeno, si verificano danni permanenti al cervello. Per questo si stanno dotando le astronavi di potenti rilevatori, in grado di accorgersi in largo anticipo di un cambio nell’aria della capsula. Vengono sviluppati anche dei software in grado di “misurare” la coerenza delle risposte degli astronauti a determinate domande, per prevenire eventuali danni psichici.

Aggiungete a questo quadro lo stress del lavoro di un astronauta, costantemente vigile e attento, che deve tenere sott’occhio i parametri della missione, controllare l’equipaggiamento, sapendo che soltanto un po’ di lamiera lo protegge dall’agghiacciante vuoto siderale. Molte persone, in situazioni molto meno stressanti, si imbottiscono di psicofarmaci. L’uso e l’abuso di tali sostanze (già oggi utilizzate a bordo delle stazioni spaziali) sarà un ennesimo grattacapo da risolvere. E pensate anche solo per un momento a questa situazione: non siete voi a impazzire nello spazio, ma il vostro collega. Se nella vostra giornata quotidiana c’è sempre un orario di fine lavoro, che vi permette di staccare la spina, beh, su una navicella spaziale non esiste. Per quanto professionali gli astronauti si possano dimostrare, dovranno anche essere addestrati a far fronte a qualsiasi imprevisto, persino il crollo psicologico di uno dei membri dell’equipaggio.

Ed arriviamo infine alla questione più spinosa e difficile. Cosa fare quando un astronauta muore nello spazio?

La mitica Mary Roach, giornalista scientifica autrice dell’imperdibile Stecchiti (2005), ha da poco scritto un libro sui viaggi spaziali. Con la sua consueta scrupolosa curiosità, ha indagato anche il problema della morte nello spazio. E ci ha illuminato sulle ultime tendenze della NASA al riguardo.

La morte, già di per sé destabilizzante, diviene ancora più insostenibile in un ambiente estremo come il cosmo. Nessuno sa come un piccolo gruppo isolato nello spazio possa reagire di fronte alla scomparsa di un membro: sentimenti di paura, perdita di controllo, rabbia, colpa o attribuzione di colpa possono instaurarsi. Di fronte a un decesso che colpisce inaspettatamente un membro dell’equipaggio durante una missione, il tempo per preparare il corpo sarà soltanto di 24 ore, per prevenire infezioni. Ad ogni astronauta verrà chiesto di riempire un diario in cui annotare e sfogare le proprie emozioni al riguardo.  Il corpo, dopo una cerimonia funebre che ricordi quelle terrestri (che serva da guida per la difficile situazione e riaffermi i valori che ci accomunano), verrà deposto in un modulo apposito, studiato per eseguire la cosiddetta Promession: si tratta di un “compostaggio” ecologico dei resti umani, per mezzo del quale il corpo viene completamente congelato, poi scosso violentemente fino a ridurre la salma in una fine polverina. La capsula contenente il cadavere polverizzato verrà poi estromessa dall’astronave, là dove nessuno può vederla, trattenuta da un braccio meccanico, e lì resterà fino a quando l’astronave non rientrerà sulla Terra (ritraendosi poco prima dell’impatto con l’atmosfera); una volta atterrata potrà finalmente avere degna sepoltura. Una particolare attenzione verrà mantenuta sui “sopravvissuti”, per evitare crolli psicologici e follia.

Ecco l’articolo di Mary Roach in cui viene spiegata l’intera procedura (in inglese).

Il sogno di “fare l’astronauta” non ha mai perso il suo fascino. Ma oggi, quando questa fantasia sta quasi per diventare realtà, gli scienziati continuano a interrogarsi su quali siano le vere barriere con cui dovremo fare i conti. E pare che i mostri più pericolosi, gli alieni più letali, prenderanno corpo nella nostra stessa mente.

L’esploratore cieco

Nato nel 1786, James Holman era cresciuto con un unico desiderio: il suo grande sogno era viaggiare per il mondo. Sfortunatamente, il padre non aveva esattamente gli stessi piani per lui. All’età di 13 anni venne spedito nella Marina Reale Britannica, nel pieno delle Guerre Napoleoniche, e vi rimase per 12 anni. Nello svolgimento delle sue funzioni a bordo della flotta, però, venne colpito da una misteriosa malattia che gli procurava dolori insostenibili e che, con il passare del tempo, lo portò alla cecità completa.

James aveva solo 25 anni. Le medaglie all’onore di guerra che si era guadagnato gli interessavano poco, se non poteva riavere la vista. Visto che i medici non sapevano aiutarlo, se ne andò a Edimburgo a studiare medicina per conto suo. Resosi conto che la cecità era davvero irreversibile, il giovane James se ne fece una ragione. Ma non si piegò all’idea che la sua vita fosse finita lì.

L’unica cosa che lo spingesse avanti, l’unica che tenesse a bada la depressione, era per lui trovarsi in un luogo completamente sconosciuto. Grazie ai suoi altri sensi, che aveva imparato ad acuire, e a una sua personale tecnica di ecolocazione (pare sia stato fra i primi a utilizzare il battito del bastone per determinare il perimetro di un’area), James cominciò a viaggiare. Prima in Europa. Poi in Russia. Poi, in qualunque continente ancora poco esplorato.

James viaggiava sempre esclusivamente da solo. Non conosceva lingue straniere, era praticamente senza soldi, e l’unico attrezzo che portava con sé era una sorta di rudimentale macchina da scrivere. Ma aveva dalla sua una memoria prodigiosa, e un fascino personale unico. E così partì per anni e anni di viaggi e avventure.

Venne catturato in Siberia dalle autorità che lo sospettavano una spia (non potevano credere che la sua cecità fosse autentica); cercò di lanciare una ribellione contro la tratta di schiavi in Africa; cacciò elefanti selvatici a Ceylon; in Cina fu uno dei pochi occidentali a lanciare moniti sulla crescente conflittualità sociale che sarebbe poi sfociata nella ribellione di Taiping; cartografò buona parte dell’Australia allora inesplorata; e i suoi resoconti sulle popolazioni indigene di Zanzibar, Seychelles e Madagascar sono ancora oggi apprezzati dagli antropologi.

Il “viaggiatore cieco”, così veniva chiamato, divenne presto uno scrittore best-seller; poi, scemata la novità, la gente se ne dimenticò. Lui, però, continuò a viaggiare: soltanto un costante cambio di aria e scenario potevano risollevarlo dalla malattia. Sempre senza un soldo, sempre senza grosse conoscenze linguistiche, ma armato di un’incrollabile fiducia nella benevolenza del prossimo, James Holman visitò i quattro angoli del globo fino alla morte, avvenuta a 70 anni. Rimase, fino a buona parte del XX secolo, l’uomo che aveva maggiormente viaggiato della storia. Ancora oggi, in Africa, scorre il fiume Holman, così chiamato in suo onore.

In un’epoca in cui alla gente cieca si dava in mano una ciotola per mendicare, perché venivano considerati totalmente disabili, la figura solitaria di Holman che batteva il suo bastone da passeggio esplorando il continenti più selvaggi e pericolosi doveva avere un’aura quasi soprannaturale; e anche oggi le sue imprese hanno mantenuto un fascino unico.

Per chi conosce l’inglese, la biografia di riferimento è A Sense of The World, di Jason Roberts.