La mandragora: il frutto del patibolo

Guestpost di Costanza De Cillia

Cresce, all’ombra del patibolo, un frutto mostruoso. Si tratta di un prodigioso afrodisiaco, ma funge anche da indispensabile ingrediente nel ricettario della strega — che, secondo la leggenda, lo mescola con il grasso di bambini nati morti creando così un unguento con cui può recarsi in volo al sabba.
Come raccontano Plinio e Dioscoride, questo
anodino naturale era applicato come analgesico prima delle operazioni chirurgiche, per le discrete proprietà soporifere e sedative attribuitegli dalla medicina colta precedente al XVI secolo, che ne faceva uso in varie forme — dall’estratto del frutto, ai semi, alla radice vera e propria.

Innumerevoli sono i malanni che la mandragora si diceva potesse curare: essa era adoperata sia per uso esterno sia per uso interno, sia per guarire dalla sterilità e dall’impotenza (la sua rinomata valenza quale stimolante erotico è attestata persino da uno degli epiteti della dea greca dell’amore, Afrodite Mandragoritis, e, da parte dei più puritani, dai soprannomi che la vedono come mela o addirittura testicolo del diavolo), sia contro i disturbi mestruali, la febbre quartana, l’eccesso di bile nera (la temuta melancholia, causa di numerosi disturbi, anche di natura mentale), le malattie caratterizzate dall’infiammazione di una o più parti del corpo, dagli occhi all’ano, contro gli ascessi, gli indurimenti, e persino i tumori.
La mandragora veniva impiegata secondo i molti usi suggeriti dalla farmacopea premoderna, ma anche come feticcio: era venduta come amuleto dai
root-diggers, una branca di mercanti specializzati nell’estrazione della pianta — che però, pare spacciassero al suo posto radici di brionia o di altre piante comuni, tatticamente intagliate.

Un vegetale all’intersezione con gli altri regni — quello minerale, per la sua origine ctonia, e quello animale, anzi, addirittura umano… — ricercato eppure temuto, mirabile e letale, la mandragora appartiene alla famiglia della famigerata belladonna, associata come la “sorella” alla stregoneria per le proprietà psicoattive dovute all’alta concentrazione di scopolamina, alcaloide tropanico presente soprattutto nelle radici. Essa è una solanacea, le cui intricate radici dalla forma vagamente antropomorfa hanno intrigato sin dall’antichità la fantasia umana, tanto che è stato attribuito loro un sesso (che ne determina la forma e il colore), dei genitali simili a quelli umani e un carattere piuttosto difficile, che la induce per esempio a nascondersi dalle persone impure e lasciarsi addomesticare solo da chi le mostra una croce o la spruzza di sangue mestruale o urina.

Questa sorta di personificazione ha fatto sì che la pianta venisse talvolta trattata come un piccolo individuo, fatto di carne viva: un homunculus, letteralmente, dotato tra l’altro di un potere esiziale. Attorno alla figura di questa pianta prodigiosa, aleggia per secoli, infatti, una fosca leggenda: si dice che essa gridi, se estratta dalla terra, con urla tali da far perdere il senno o addirittura uccidere sul colpo gli incauti “raccoglitori”. Questa micidiale capacità del pregiato bottino rende allora necessari complessi accorgimenti, con cui chi si accinge a cavare la mandragora dal suolo può preservare la propria salute (e sopravviverle).
I più diffusi escamotage seguono uno schema comune: al centro di tutte le varianti, vi è infatti il sacrificio di un
cane (l’unica eccezione è quella che Frazer attribuisce alla tradizione giudaica, in cui si parla di un asino), il più delle volte dal pelo nero; a questo animale prima dell’alba di venerdì — non a caso, il giorno intitolato alla dea dell’amore — viene legata la pianta, delle cui radici un solo filamento viene lasciato ancora interrato. Il cane, appositamente affamato, poi viene fatto correre via con il richiamo di un boccone prelibato; così facendo strappa dal suolo l’intera pianta che prorompe in strilli micidiali i quali, purtroppo, causano la repentina morte dell’ignaro animale. Gli umani presenti – che fino a quel momento hanno tenuto le proprie orecchie ben coperte o persino tappate con cotone sigillato con pece o cera – possono allora avvicinarsi e raccogliere il vegetale che, così “sfogatosi”, è reso ormai inoffensivo.

Un aspetto affascinante della mandragora è la sua origine, secondo la leggenda, che ne fa un letterale frutto dell’impiccagione — il prodotto dell’incrocio tra l’uomo e la terra (Zarcone).
Certe tradizioni anglosassoni e germaniche chiamano questa pianta
gallows man, mad plant e dragon doll, termini che rievocano la provenienza umana e in un certo senso mostruosa della mandragora. Il seme da cui si forma questo favoloso “fior di capestro” sarebbe infatti proprio quello umano, sparso in terra al momento della morte da parte del criminale sottoposto all’esecuzione infamante per antonomasia.

Già salendo i gradini del patibolo il morituro s’immagina sospeso tra cielo e terra, gettato in un limbo da cui solo il perdono divino potrebbe trarlo in salvo, nonché rigettato dalla comunità lì riunita per ammirare voracemente la sua agonia, in tutti i suoi risvolti fisiologici.
La sospensione di cui il condannato era vittima ne avrebbe obliterato il corpo (Tarlow – Battel Lowman), annullandolo in quanto oggetto sociale, ponendolo in esilio in una zona liminale sia dal punto di vista geografico che metaforico (come avveniva d’altronde anche nell’esposizione del cadavere tramite
gibbet); la corda, strumento dell’esecuzione, che pure teoricamente avrebbe dovuto fratturare o dislocare le vertebre cervicali superiori del condannato, portandolo rapidamente alla morte, finiva il più delle volte per strangolarlo, sconvolgendone così le fattezze e provocandogli inevitabili evacuazioni di feci, urina e, a seconda del sesso della vittima, sangue mestruale o liquido seminale.

Non è da trascurare il fatto che, in virtù della teoria magico-medica del trasferimento dell’energia vitale dal morto a chi gli sopravvive, si ricercava avidamente il contatto con il corpo del reo punito, ancora intriso di vitalità (che gli conferiva una preziosissima medical potency). Sono questi i segreti del cadavere, tramandati in una vera e propria letteratura di consumo in cui, come spiega Camporesi, l’occultismo terapeutico si unisce alla farmacopea negromantica e alla magia naturale, per coronare un sogno faustiano di lunga vita ed eterna giovinezza.

Secondo una logica che ritiene la putrefazione una copula nera in grado di rendere il morto una “sorgente di salute”, il vivo può mantenersi in salute predando sul defunto; può trasmettergli persino i propri mali, ricavandone l’energia che gli spiriti, in subbuglio in quegli ultimi attimi, ancora conferiscono al cadavere. Il morto è quindi paradossale dispensatore di vita (Camporesi).
Ecco perché lo
stroke, ovvero il tocco dell’impiccato, era ritenuto curativo: la mano della salma veniva stretta o messa a contatto con le parti del corpo affette da malattie della pelle, inestetismi, gozzi ed escrescenze (dal porro alla verruca alla cisti sebacea), come spiegano magistralmente Davies e Matteoni. Figurarsi dunque quanta potenza può risiedere nell’eredità seminale lasciata dall’impiccato: la mandragora, disumana progenie della forca!

La pianta che accende l’eros e porta la morte, nasce dall’intersezione tra questi due stessi principi, ovvero dal climax raggiunto nella cosiddetta “lussuria angelica”.
Con questo eufemismo si designa il priapismo post mortem osservato sin dall’antichità nel cadavere del giustiziato, specialmente qualora morto per strangolamento. È questo un fenomeno che ha ispirato, oltre a vari saggi di sessuologia e psicologia della devianza, anche grandi romanzieri quali Sade, Musset, Joyce e Burroughs. Parliamo quindi di una “erezione mortale” cui seguiva anche sul patibolo, talvolta, l’eiaculazione, e proprio a questo fenomeno gli antichi erbari riconducevano l’origine della mandragora, sorta dal seme emesso dai condannati nell’attimo del decesso.

La possibilità di esibire un’erezione letteralmente terminale e culminante tra l’altro in un’eiaculazione, era una componente decisiva nella nomea che qualificava questa modalità d’esecuzione quale “morte infamante”. L’impiccagione appare infatti come la più vergognosa delle dipartite nel corso della storia occidentale (e non solo, stando al veterotestamentario Deuteronomio, dove si associa in quest’aura ignominiosa alla crocifissione, altro esempio di morte per sospensione). Sia che fosse considerata degradante perché comminata ai criminali di più umile estrazione e/o spregevole delitto, o al contrario comminata a costoro proprio perché sentita come disonorevole, l’impiccagione era in ogni caso la tipologia di esecuzione più diffusa; secondo la tradizione, era anche la morte degli ultimi e dei peggiori, come ci ricordano le apocrife ultime vicende di Giuda, vittima di un’agonia grottesca e studiatamente umiliante. Tale aura d’infamia è probabilmente il motivo per cui, come nota Owens in Stages of Dismemberment, l’impiccagione è pressoché assente nell’agiografia, e potrebbe essere sorta proprio dai fenomeni fisiologici “imbarazzanti” che accompagnano questa forma di morte particolarmente spettacolare.

Tra questi eventi corporei, l’orgasmo celeste di cui abbiamo già parlato — che nel cadavere femminile ha il suo contrappunto nella possibilità di una perdita di sangue dalla vagina, accompagnata da un’irrorazione di labbra e clitoride, in una mestruazione spontanea causata dall’azione della gravità sull’utero con conseguente prolasso degli organi sessuali — è semplicemente il più “scandaloso” perché riguarda i genitali. Come racconta vividamente Hurren in Dissecting the Criminal Corpse, molti condannati urinavano e/o defecavano, al momento fatale; altri, vittime della suggestione, si macchiavano le vesti di sperma eiaculato; vi erano scambi gassosi provocati dalla digestione del defunto, e il sangue in decomposizione fuoriusciva dalla bocca e dalle narici, in una purgazione resa ancora più sconcertante dal rigor mortis, durante il quale i gas, non potendo uscire interamente dall’ano o dal naso, passavano dalla trachea, dando l’impressione che il cadavere gemesse e gracchiasse come se fosse stato ancora vivo e dolente.

Nonostante la vita, come comunemente intesa, non risiedesse più nelle membra dell’impiccato, restava qualcosa che sembrava sfidare la giustizia che era stata fatta. Dall’erezione invicibile, ossia dalle ultime “lacrime” — come veniva poeticamente chiamata questa eiaculazione in articulo mortis — sparse dal criminale in terra, si sarebbe poi formata, sotto il suo cadavere lasciato appeso, la mandragora.

Questa pianta terapeutica e pericolosa — un vero e proprio pharmakon, rimedio e veleno, nella duplice accezione greca — costituisce insomma, al pari della corda usata per giustiziare il criminale o del tocco risanante della mano dell’impiccato, un altro esempio delle modalità postume mediante le quali il condannato, una volta morto, passa da nefasto a salvifico per la comunità che l’ha espulso. Infatti una volta pentitosi, è come se il criminale venisse reinserito nella comunità tramite la sua stessa esecuzione, passando dallo stato di individuo contaminato e contaminante a quello di elemento “salutare”.

La salma del criminale giustiziato, attraverso le virtù medicamentose dei suoi resti mortali o attraverso la generazione della mandragora, acquista dunque una vita sociale “postuma” tramite la distribuzione delle sue energie, e diviene la sede in cui, in modo tangibile, si verifica la salvezza che risiede nel pentimento.

Costanza De Cillia è Dottoressa in Filosofia e Scienze delle Religioni. I suoi principali campi di ricerca sono l’estetica della violenza e l’ antropologia dell’esecuzione capitale. 

VHS FilmFest, bizzarria cinefila vintage

Ma di cosa parliamo quando parliamo di Lo-fi? È vero che il nastro dei VHS è fatto di un materiale alieno? Perché l’orrore ci piace tanto? Dal declino delle piattaforme resusciterà la sala cinematografica? Harmony Korine è un regista pazzo? Il buio è un luogo amico?

Domenica 5 marzo interverrò a un evento davvero inusuale: la prima edizione del VHS FilmFest, organizzato da Durian Presenta (anomalo progetto dietro cui si nasconde il regista Fulvio Risuleo, di cui ho già parlato un paio di volte qui sul blog).

In un piccolo teatrino non lontano dal parco della Caffarella saranno proiettati alcuni film… in videocassetta originale, su un televisore a tubo catodico!
Dal comunicato stampa:

Dai primi anni ’80 con l’arrivo del VHS comincia l’era dell’home video. Il momento in cui gli spettatori hanno potuto portarsi a casa i loro film preferiti per vederli e rivederli. Per qualcuno è l’inizio della “fine della sala cinematografica”, per altri è la rivoluzione già immaginata da Philip K. Dick e altri autori di fantascienza, per poter finalmente fruire dei film in maniera privata. Il VHS FILMFEST è il modo per portare quell’esperienza in una sala di Roma, quando ormai il supporto a nastro è più che superato. Un rituale solitario che diventa collettivo, simulazione di un passato utile per riflettere sul futuro. Con un totem, al centro: la televisione a tubo catodico 29 pollici. Davanti a esso la scelta: un tappeto su cui sedersi, oppure una platea da trenta posti (più comoda, ma ovviamente più lontana dal totem).

I film sono stati selezionati per creare un percorso che racconti il nastro magnetico sotto diversi punti di vista; per i più feticisti, sarà possibile visionare Trash Humpers (2009), film cult di Harmony Korine, nella versione VHS da lui stesso disegnata e personalizzata.
Qui sotto il programma dettagliato. Come potete vedere, io presenterò l’ultima videocassetta della giornata, ovvero il seminale horror Ringu (1998) di Hideo Nakata.

Non sarà assolutamente un evento improntato su vacue nostalgie e snobismo rétro, ma piuttosto un’occasione per riflettere e confrontarci su come l’evoluzione dei supporti modifichi la nostra fruizione cinematografica — e soprattutto un modo per alimentare la fantasia: sia che siate degli attempati cinefili che ricordano i tempi delle videocassette, sia che non abbiate mai visto un film su VHS, quando vi ricapiterà di fare un’esperienza simile?

Tre appuntamenti milanesi

Sono molto felice di comunicarvi che prossimamente sarò a Milano con tre appuntamenti mensili, organizzati dall’associazione Uno Più Uno Più Uno (Facebook, Instagram) nella storica cornice dei Frigoriferi Milanesi.

Si tratta di un ciclo di tre conferenze dedicate ai diversi modi in cui lo studio dell’anatomia umana si è spinto “oltre” il suo stesso limite, travalicando i confini specifici di disciplina medico-scientifica per assumere un respiro culturale più ampio.

Ogni mio talk sarà arricchito da un intervento a cura di una figura accademica esperta del settore, che offrirà una diversa prospettiva sui temi affrontati nella serata.

Tutti gli appuntamenti sono a ingresso gratuito, ma è consigliabile prenotare tramite Eventbrite (qui sotto trovate i link).
Vi aspetto!

Venerdì 24 Febbraio 2023, ore 19
INGRESSO GRATUITO

Ivan Cenzi
La donna anatomica:
seduzione e dissezione del corpo femminile

Greta Plaitano
Il “vero” ideale: morfologie maschili e femminili
nell’arte tra Ottocento e Novecento

In questo primo appuntamento scopriremo come l’anatomia non fosse storicamente priva di accenti ideologici: in particolare la dissezione del corpo femminile divenne, dal Medioevo in poi, un motivo iconografico e teorico utilizzato per sabotare il potere seduttivo della donna.

A seguire, un intervento di Greta Plaitano, esperta di iconografie del corpo, sull’influenza che i dispositivi fotografici e pre-cinematografici ottocenteschi ebbero sulla visione della figura femminile e di quella maschile nel mondo dell’arte.

Maggiori info & prenotazioni → Link Eventbrite

Venerdì 24 Marzo 2023, ore 19
INGRESSO GRATUITO

Ivan Cenzi
Statue di carne: i pietrificatori di cadaveri

Francesca Monza
L’esposizione dei resti umani tra etica e museologia

Una delle tecniche di conservazione anatomica più sconcertanti è la cosiddetta “pietrificazione”, sviluppata nell’Ottocento da diversi ricercatori, e in grado di far assumere ai tessuti una consistenza lapidea. Fissati virtualmente in eterno, questi reperti sono tra i preparati più straordinari di sempre; così come eccentriche furono le vite dei pietrificatori, figure apparentemente anomale ma in realtà ben calate nella temperie storica e culturale della loro epoca.

A seguire, l’esperta di etica museale Francesca Monza ci introdurrà al dibattito contemporaneo sull’esposizione dei resti umani all’interno delle collezioni anatomiche.

Maggiori info & prenotazioni → Link Eventbrite

Venerdì 21 Aprile 2023, ore 19
INGRESSO GRATUITO

Ivan Cenzi
Surreali anatomie: il sogno del corpo umano

Claudia Manini
Colori, forme e suoni dell’anatomia

In quest’ultimo incontro, seguiremo un sorprendente percorso storico-iconografico sui rapporti tra surrealismo e anatomia, a partire dalla medicina degli albori per approdare ai più interessanti artisti contemporanei.

Infine, l’anatomopatologa Claudia Manini ci farà scoprire come, nelle sale autoptiche e nei laboratori, anche il corpo patologico possa talvolta avere una sua sorprendente, inaspettata bellezza.

Maggiori info & prenotazioni → Link Eventbrite

Cercasi eremita!

La strana moda degli eremiti da giardino.

Se questo video ti piace, iscriviti al canale e… passa parola!

Buon 2023!

Un altro anno è alle spalle, uno nuovo inizia.
Questo può sembrare un evento che ha a che fare con il passare del tempo, ma è relativo allo spazio: l’anno esiste perché ci muoviamo, trasportati dal nostro pianeta-arca lungo la sua traiettoria siderale attorno a un astro infuocato.
Il capodanno insomma ci ricorda che, anche quando ci pare di stare fermi, in realtà siamo sempre in viaggio.

E io da qualche mese ho ricominciato a viaggiare in lungo e in largo per l’Italia, al lavoro su alcuni libri di cui svelerò i dettagli nei prossimi tempi. Spero che il frutto delle mie peregrinazioni possa essere abbastanza invitante da farvi venire voglia di abbandonarvi proprio all’ebbrezza surreale del viaggio!

Per ora vi faccio i miei più sentiti auguri per un 2023 ricco di stranezze e bizzarrie… Keep The World Weird!

Il lutto “esteso”

Pochi giorni dopo la morte di Elisabetta II, una notizia bizzarra ha fatto il giro del mondo: l’apicoltore del Palazzo Reale, John Chapple, avrebbe avvisato le api della morte della Regina.

La strana consuetudine di notificare la morte del padrone anche a questi insetti, come hanno spiegato diversi folkloristi interrogati sulla questione, è una tradizione secolare e nasce dalla superstizione che, se l’evento non venisse comunicato, le api potrebbero morire o abbandonare gli alveari.

In effetti anche nel resto d’Europa questo tipo di annuncio funebre è una tradizione ben documentata, e diversi studi hanno mostrato come esistano delle formule stereotipe per presentare la notizia agli alveari. Talvolta queste formule standard servivano a incitare le api a produrre più cera per le candele da usare durante il funerale, come in questa piccola poesia usata in Navarra:

Piccole api, piccole api,
fate cera!
Il padrone è morto
e c’è bisogno di luce nella chiesa.

C’è da sottolineare che proprio le api hanno sempre goduto di uno statuto speciale, rispetto agli altri animali domestici. Il rapporto uomo-ape è sempre stato intessuto di densi simbolismi che si riflettono nell’importanza sacrale della cera e del miele, e si traducono in tutta una serie di rituali e consuetudini specifiche. In quasi tutte le tradizioni vigono, per esempio, divieti e cautele relativi a come entrare in possesso della prima arnia (si dice che vada rubata, o al contrario assolutamente non rubata, che deve essere un regalo oppure che non può categoricamente esserlo, ecc.). Anche il modo corretto di rivolgersi alle api è codificato, con parole da evitare e formule di rispetto che evitino l’ingiuria.

Le api, però, non sono un caso unico.
Nelle culture contadine, a struttura rurale-pastorale, la vita è spesa a stretto contatto con gli animali, da cui dipende la sussistenza; essi sono dunque al centro delle preoccupazioni quotidiane del nucleo familiare, con il quale condividono, volenti o nolenti, fatiche e vicissitudini. Gli animali da cortile e da stalla divengono così una vera e propria propaggine della famiglia.

Non stupisce dunque che il lutto possa essere “allargato” anche agli altri animali della fattoria, che in qualche misura vengono reputati affettivamente vicini a chi si cura di loro; la cosa più interessante, invece, è come il cordoglio possa venire esteso perfino agli oggetti.

Scrive Di Nola:

Nel territorio lucano, a Latronico (Potenza) e Miglionico (Matera) si usa mettere il nastro nero ai muli e ai cavalli appartenenti alla famiglia del defunto. In Calabria nella zona di Siderno (Reggio Calabria) la striscia rossa che sostiene la campanella delle pecore e dei buoi viene sostituita per trenta giorni o per un anno intero con una striscia nera. A Bagnara Calabra (Reggio Calabria), quando muore il padrone cacciatore, si mette un fazzoletto nero intorno al collo del cane. Se il morto era contadino, lo si pone alle corna delle mucche. È stato anche osservato che il nastro nero si applicava, oltre che agli animali, anche alla bicicletta e al motorino. In alcuni paesi si pone una fascia nera sulla spalliera del letto in cui la persona è morta. La porta della casa colpita da disgrazia viene listata a nero e vi si lascia la fascia nera fino a quando non sia logorata dal tempo e dalle intemperie. In Sicilia nel lutto stretto di alcuni paesi si attaccano nastri e cordelle neri agli animali da soma, si tingono in nero i capestri, i fiocchi e gli altri finimenti. A Ucriva (Messina) si attaccavano strisce di stoffa nera ai gatti e ai cani e alle zampe delle galline, agli asini un fiocco alla cavezza. Ai giorni nostri alcuni lo mettono alle automobili.
Nella Gallura, in Olbia si toglie il collare al cane, e dal campanello che pende dal collo delle bestie (capre, vacche, pecore), guidatrici degli armenti e delle mandrie, è tolto il battaglio. A Calangianus, al cavallo e ai buoi preferiti dell’estinto è legato un nastro nero. Informazioni analoghe risultano dalla maggior parte delle fonti demologiche italiane.

(Alfonso Maria di Nola, La nera signora. Antropologia della morte e del lutto, 2003)

L’abitudine di coprire gli specchi nell’abitazione in cui è appena morto qualcuno, se da una parte è collegata ad alcune credenze popolari (l’anima della persona defunta potrebbe rimanere “intrappolata” nello specchio), dall’altra appare in linea con questo estendersi del lutto agli oggetti della casa, in questo caso particolare andando a proibire una vanità (il rimirarsi) che sarebbe fuori luogo durante un momento sociale in cui è richiesto uno stato di contrizione e dolore.

Simili pratiche sono volte a esprimere un dolore, una mancanza che è tanto grande e irreparabile da colpire per un certo periodo anche tutto ciò che circonda la famiglia luttuosa, tutte quelle cose che in un modo o nell’altro hanno avuto a che fare con la persona defunta. In questo senso, è anche un modo per i parenti di esprimere la portata e la profondità della propria afflizione.

Da una prospettiva più ampia, la relazione tra individuo e società si esplicita non soltanto in vita ma anche nella mancanza, nel posto vacante lasciato dalla persona defunta. C’è qualcosa di terribile e assieme di poetico in tutti questi nastri neri che appaiono, che si moltiplicano su animali e oggetti… in questa immagine della morte che si spande, come una macchia d’olio scurissimo, tutto attorno al luogo da cui “scaturisce” l’assenza.

Il segreto del monaco

Ecco un nuovo mini-video: un’incisione settecentesca nasconde un segreto piccante.

Il fantastico nella scienza

Certi momenti “spartiacque” nelle nostre vite accadono per caso, almeno in apparenza.

Mentre frequentavo l’università a Siena, capitò a un certo punto che alcune lezioni del corso di studi si tenessero non nelle sedi della mia Facoltà, ma dislocate nelle aule dell’Accademia dei Fisiocritici, una delle istituzioni scientifiche più antiche d’Italia.

Un giorno ero dunque in classe lì dentro, e per stemperare il disumano supplizio (nessuno dovrebbe essere sottoposto, senza previo consenso informato, a una lezione di linguistica generale) mi alzai per cercare un bagno. Chiesi al custode come arrivarci, e lui mi indicò una porta specificando che dovevo attraversare tutta la sala perché i servizi si trovavano in fondo.
Quando entrai, gli scuri alle finestre erano socchiusi e ci misi un attimo ad abituare gli occhi alla penombra. Finalmente distinsi, a mezzo metro da me, una sagoma strana… misi a fuoco a fatica, e quello che vidi fu questo:

La mia memoria è solitamente lacunosa e pigra, ma quello shock lo ricordo come fosse cosa di oggi: la scarica di adrenalina mi lasciò traballante. Tutto intorno mi trovai circondato da altri esemplari teratologici, anche se allora non conoscevo nemmeno il termine: oltre alla tassidermia dei vitellini siamesi c’erano scheletri di agnelli toracopaghi, feti malformati e preparati umani.
Avrei potuto cercare una via di fuga, tirare dritto verso i servizi igienici maledicendo il custode che non mi aveva avvertito di cosa mi sarei trovato davanti; invece qualcosa scattò. Rimasi paralizzato per non so quanto tempo, poi lo sgomento si affievolì lasciando il posto alla meraviglia più totalizzante che avessi mai provato.  Precipitato in uno stato paradossale, al tempo stesso ipnotico ed euforico, mi dimenticai del bagno, della lezione.
Non uscii da quella stanza se non quando, un’ora dopo, venne a cercarmi un compagno che mi aveva dato per disperso. Lasciando l’Accademia, inebriato e inebetito, sapevo che quel momento avrebbe definito almeno in parte tutto il resto della mia vita.

Perché quell’esperienza fu una tale epifania?
C’era una qualità allucinatoria in quei corpi difformi, che mi faceva sentire un bambino sperduto, o perlomeno tornare in contatto con un tratto fanciullesco che tende a venire smussato dal tempo: l’incapacità di distinguere in modo netto tra sogno e realtà.
(Ho scritto “incapacità di distinguere”, invece sarebbe meglio dire: la capacità di non distinguere. Ma ci arriviamo.)

Ora che da tanti anni mi occupo proprio di musei anatomici o di storia naturale, e del loro rapporto con il perturbante, comprendo bene perché per me quel momento sia stato così fondante. Senza quella sorpresa, quel brivido inaspettato e crudele, quella orripilazione cutanea, quel trauma primigenio, non sarei arrivato all’approccio che credo informi buona parte del mio lavoro: quello di valorizzare il “fantastico nella scienza”, concetto attorno a cui ho orbitato a lungo pur senza definirlo in maniera esplicita.

La narrativa scientifica e quella fantastica sono contraddittorie solo in apparenza, esattamente come pretestuosa è la contrapposizione tra Fantastico e Realismo.
Se parliamo di cinema, letteratura o arte, un doppio equivoco ha afflitto queste discipline per un bel pezzo: da una parte, il realismo non è che una modalità espositiva, carica di consapevoli scelte e omissioni – dunque una sapiente finzione di verosimiglianza. Dall’altra, sotto la patina allegorica, qualsiasi narrativa fantastica è una meditazione (più o meno cosciente) sulla realtà del proprio tempo.

In altri termini: il realismo è sempre una favola sotto mentite spoglie, mentre un racconto fantastico parla sempre di preoccupazioni concrete e attuali.
La grande differenza tra le due espressioni è simile a quello che in musica viene chiamato il timbro; diversi sono gli strumenti che la suonano, diversi sono i filtri, gli effetti, le distorsioni, le vibrazioni che vengono prodotte, ma la nota può benissimo essere la stessa.

In ambito artistico-letterario, dunque, una simile dialettica non si spinge mai oltre l’epidermide del racconto, ma sono convinto che a un esame serio essa non regga nemmeno tra linguaggio scientifico e dimensione fantastica.
Se siamo abituati a riconoscere i temi scientifici che fanno talvolta da motore, nell’arte o nella letteratura fantastica (basti pensare a Frankenstein), a prima vista risulta meno evidente la presenza di elementi fantastici che percorrono le narrative scientifiche – le quali non sono altro se non un registro realista portato alle estreme conseguenze.

È lo studio dell’anatomia, umana e animale, che ai miei occhi racchiude più di altre discipline una propensione al fantastico.
Da una parte essa è infusa di tutta l’epica degli eroi della scienza, la cartografia pionieristica del corpo come continente vergine da esplorare, la toponomastica e la nomenclatura esoteriche; ma la retorica medica dei case report – nonostante abbia sviluppato una predilezione per il linguaggio asettico, affinato nel corso dei secoli – discende pur sempre dai resoconti di prodigi e di nascite mostruose del Cinquecento. Non è raro incontrare dei paper medici che assomigliano a dei veri e propri racconti brevi.

Pietro da Cortona, Tabulae anatomicae, 1741

Dall’altra parte, mi hanno sempre affascinato le tavole anatomiche (con il loro surrealismo involontario) e soprattutto l’aspetto spettacolare di alcune preparazioni museali – come quelle che mi si sono parate davanti a tradimento all’Accademia dei Fisiocritici.

Proprio nei preparati mostruosi, ma anche in certe dissezioni che dispiegano il corpo in un tripudio di inaspettate distorsioni visuali, vi è un elemento di trasfigurazione della materia che ritengo necessaria perché si possa parlare propriamente di Fantastico.

Honoré Fragonard, Écorché di cavallo e cavaliere (1771), Museo Fragonard, Parigi.

Sezione di teschio umano in 12 parti, preparazione di Ryan Matthew Cohn.

Insomma: se mi si chiedesse di indicare un luogo che rappresenti alla perfezione la mia idea di Fantastico, non penserei ad alcuna radura fiabesca abitata da fate e folletti, né a una diroccata magione infestata da qualche fantasma evanescente. Non mi rivolgerei nemmeno a lontani pianeti ipotetici, popolati da forme di vita inconcepibili.

Indirizzerei l’interlocutore a un museo di anatomia.

Preparato in liquido di gemelli, MUSA, Napoli.

Rintracciare il fantastico nella scienza, poi, ha ripercussioni più ampie e profonde. Significa riconsiderare la distanza tra discipline matematico-scientifiche e artistico-umanistiche.

È diffusa l’idea che l’artista sia prevalentemente irrazionale ed emotivo, ma chiunque si sia cimentato a produrre una qualsiasi forma d’arte sa benissimo che si tratta di un’opera dell’ingegno considerato nel suo insieme inscindibile: serve garantire spazio di intervento all’ignoto per armonizzarlo ed elaborarlo grazie al controllo che la tecnica garantisce.

D’altro canto, il ricercatore o lo scienziato procedono in modo affine — a dispetto del timbro, del registro semiotico e degli strumenti differenti —, ossia in perenne equilibrio tra il descrivibile e l’indescrivibile, mettendo a frutto le proprie facoltà indistintamente, accordando lo scrupolo del ragionamento con quelle vaste aree insondabili da cui scaturiscono l’intuizione e le subitanee illuminazioni.

Eureka!” Archimede nel bagno, xilografia del XVI secolo.

Nessuna ricerca umana, in altre parole, è interamente razionale o irrazionale: perché infine non facciamo che muoverci nel tentativo di districare la selva di simboli che abbiamo ereditato o creato noi stessi, e di superarli. Il poeta e lo scienziato che intendono raggiungere una qualche verità devono tendersi in un costante sforzo contro le trappole del linguaggio, delle categorie, dei preconcetti.
In questo, come dicevo, la capacità del bambino di non fare grosse distinzioni tra sogno e realtà sarebbe una disciplina da coltivare in quanto, all’occorrenza, ci permette di porci al di là delle separazioni tradizionali.
È utile accedere di tanto in tanto a quel punto di vista privilegiato, perché da lì gli stimoli eterogenei che animano il nostro pensiero non vengono più giudicati a priori: e le molteplici correnti, provenienti da tutte le direzioni, che si mischiano a formare mulinelli sotto la nostra chiglia, sono sempre lo stesso oceano.
(Questo post è dedicato a quel custode che a suo tempo non mi avvisò di ciò a cui andavo incontro. Non conosco il suo nome, ma è stato infinitamente più importante per la mia educazione del professore di linguistica.)

BB Contest Awards 5

Ecco arrivato il momento di svelare i risultati della quinta edizione del Bizzarro Bazar Contest!

Anche quest’anno i lavori sono stati numerosi e pieni di fantasia, e ringrazio di cuore tutti i partecipanti: la nostra famiglia di creativi bizzarri diventa sempre più grande ogni anno, e la cosa non può che riempirmi di orgoglio.

Cominciamo!

Sambuco ha immaginato, per il suo componimento molto vintage, «uno strillone intento a tessere, con queste parole, le lodi dell’ipotetica bottega delle meraviglie di Bizzarro Bazar». Non c’è modo migliore per iniziare!

Per tutte le anime
Sazie del mondo
Affascinate
Dall’inesplorato
Alla ricerca
Della meraviglia
Cui il nostro cervello
È disabituato!

Correte affamate
Correte veloci
Per ogni gusto
E personalità
Ci sono storie
Di vita e di morte
Di strane e di macabre
Amenità!

Correte curiose
Correte veloci
Per ogni gusto
E sensibilità
Apre le porte
Della meraviglia
La bottega
Di Bizzarro Bazar!

(Sambuco: Instagram)

Qualsiasi indovino può leggere il futuro riguardo alle classiche domande su salute, amore o lavoro.
Ma la cartomante immaginata da Andrea Kendall Berg risponde solo a domande strane e insolite — grazie all’intercessione dei suoi stravaganti amici ultraterreni.
Unica pecca: la risposta dei tarocchi finisce per essere sempre la stessa…

(Andrea Kendall Berg: Instagram)

Elena Baila, nelle oziose e torride giornate estive, ha realizzato questa piccola animazione che, oltre che rendere omaggio a Bizzarro Bazar, mi sembra anche un’ottima pubblicità sui rischi dell’esposizione prolungata al sole.

(Elena Baila: Instagram, Facebook)

Forse le opere d’arte non andrebbero mai analizzate alla ricerca di metafore letterali, ma nell’autoritratto di Debora Campagnoli sembra quasi che i suoi occhi abbiano deciso di guardare il mondo attraverso la lente del Macabro… con il risultato di far irrompere nella monocromia i colori sgargianti della vita in fiore.

(Debora Campagnoli: Facebook)

ElaGhi ha composto una lirica di tenore romantico e crepuscolare: prestando voce a una statua, i suoi versi ci trasportano nella lugubre, decadente atmosfera di un cimitero vittoriano.
Chi, tra di noi, non vorrebbe passeggiare tra quelle lapidi dissestate sotto un cielo plumbeo?

(ElaGhi: Instagram, Facebook)

Ecco una domanda che chiunque si pone, prima o poi: può una donna scorticata essere ancora bella e sensuale?
Come dite? Non ve lo siete mai chiesto? Siete proprio gente strana.
In ogni caso, Pamela Annunziata ci dimostra che la risposta è inequivocabilmente positiva.

(Pamela Annunziata: Instagram, Facebook)

«Sono vasto, contengo moltitudini», scriveva Walt Whitman.
Il collage surrealista di Eleonora (vincitrice dello scorso Bizzarro Bazar Contest) sembra suggerirci una simile immensità interiore — con quella Venere anatomica dalle cui viscere, come in un’eruzione fantastica, fuoriescono teste frenologiche, arabe fenici, circhi e mongolfiere…

(Eleonora – Lola miniature: Instagram, Facebook)

Astrid, che mi invia il suo lavoro dalla Germania, ha creato questa fiabesca camera delle meraviglie; la soluzione davvero originale è che, per riempirla di oggetti arcani e misteriosi, ha utilizzato un generatore di immagini basato sull’intelligenza artificiale, integrando poi i risultati nel suo dipinto digitale.
Il risultato è una wunderkammer ermetica e indecifrabile!

Riguardo alla sua nuova, splendida creazione, Andrè ElRagno Santapaola scrive: «ho preso spunto da due temi molto cari, che ho scoperto e approfondito proprio grazie a Ivan: i preparati anatomici e le magnifiche fotografie di Witkin.
Ho realizzato questa scultura in silicone utilizzando un calco dal vivo, che poi ho cercato di colorare con tecnica iperrealistica. Essendo il mio primo tentativo con queste tecniche e materiali sono soddisfatto del risultato.
Ho allestito successivamente la fotografia aggiungendo elementi presi dalla mia wunderkammer (il libro è il premio speciale dello scorso anno!); il risultato è un preparato anatomico di una bizzarra, quanto benefica, malattia: la curiosità.»
Se avete bisogno di un artista degli effetti speciali per il vostro prossimo film, ora sapete chi chiamare!

(Andrè ElRagno Santapaola: Instagram, Facebook)

L’illustratore Dimitri Fogolin mi piazza in un singolare contesto tech-noir, in cui si aggirano loschi individui con arti aggiuntivi impiantati sulla schiena, in cui distinte signore indossano maschere antigas, i treni sono ibridi biomeccanici senzienti e misteriose dark lady tramano nell’ombra.
Che poi è è una descrizione piuttosto accurata della mia quotidianità.

(Dimitri Fogolin: Instagram, Facebook, sito web)

Non è un mistero che io abbia un debole per i minuscoli e deliziosi disegni di Elena Simoni a.k.a. Psychonoir, tanto che sopra alla mia scrivania è appeso il ritratto post-mortem che mi ha regalato per il contest dell’anno scorso.
Questa volta Elena ha immaginato un corteo di freak, santi, mummie e mostri (tutti ispirati ad argomenti che ho trattato negli anni), in marcia per sostenere il diritto di essere orgogliosamente weird.
L’unica manifestazione a cui parteciperei volentieri in vita mia.

(Elena Simoni Psychonoir: Instagram, Facebook

VINCITORI

Terzo premio

«C’è un tesoro in ogni dove».
Con questa frase (presa a prestito da un volume di Calvin & Hobbes) Elisa Caviola presenta il suo lavoro, che si aggiudica il terzo posto non solo per l’elegantissima resa grafica, ma soprattutto perché mescola tecniche digitali con un antico e affascinante metodo di stampa ottocentesco: la cianotipia.

Scrive ancora Elisa: «Fortunato chi guarda il mondo con stupore e meraviglia, perché tanta magia e bellezza lo circondano. Soprattutto nei luoghi dove nessuno guarda.» E anche solo guardare il processo chimico compiersi, e il ciano-blu emergere sempre più brillante, è qualcosa di incantevole:

Ed ecco l’opera ultimata:

(Elisa Caviola: InstagramFacebook)

Secondo premio

Chiara Toniolo, classificatasi al secondo posto, ha deciso di ritrarsi in veste di Venere anatomica intenta a leggere il mio libro Mors pretiosa; quello che mi ha colpito, oltre al bellissimo tratto a matita, è l’inedita atmosfera, languida e casalinga, e quella carezza quasi distratta al gatto scheletrico…
Dice Chiara: «avrei potuto raffigurare una delle tante Veneri in cera dei musei anatomici, ma è colpa della mia deformazione professionale da modella di nudo artistico: ci devo mettere la faccia, e questa volta anche le mie budella!»

(Chiara Toniolo: Instagram, Facebook)

Primo premio

Gaberricci aveva partecipato al nostro contest anche un paio di anni fa, aggiudicandosi il terzo premio; quest’anno però si è davvero superato, creando un gustosissimo e incredibile cruciverba bizzarro.
Praticamente TUTTE le definizioni contenute in queste parole crociate sono riferite a qualche articolo o a qualche video pubblicato qui sul blog!
Un vero capolavoro di umorismo e di enigmistica, che richiederà molto impegno per essere risolto ma, possibilmente, vi farà scoprire (o ricordare) una miriade di storie inaspettate e curiose.
Cosa chiedere di meglio?

(Gaberricci: sito web)

Siamo giunti alla fine, e sono come sempre un po’ commosso. Ancora una volta, ringrazio tutti i partecipanti per avermi fatto dono di questi meravigliosi lavori; spero vi siate divertiti anche voi a realizzarli.
Se vi è piaciuta qualche opera in particolare, ricordatevi di mostrare il vostro apprezzamento agli autori nella sezione dei commenti.

Keep The World Weird!

Appuntamenti di settembre

Un corso di cinque settimane sulla rappresentazione della morte attraverso i secoli, un incontro a un curioso festival di cinema, una conferenza su un importante ritrovamento archeologico… ecco gli appuntamenti di settembre!

Parte il 3 settembre, per poi continuare con un appuntamento ogni sabato, il mio corso online di 5 settimane per Morbid Anatomy sull’iconologia della morte dall’antichità ai social network.
Si tratterà di un viaggio riccamente illustrato che attraversa tremila anni, ripercorrendo le variazioni storiche e la ricchezza semantica delle allegorie della morte: dalle raffigurazioni del mondo antico (Egizi, Greci, Romani, Etruschi) alla danse macabre medievale, dai “Trionfi della Morte” alle vanitas fiamminghe, dai cadaveri sezionati nelle illustrazioni anatomiche della prima età moderna alle infatuazioni morbose del Romanticismo ottocentesco, dalle sperimentazioni surrealiste agli artisti contemporanei che includono autentici cadaveri nelle loro opere.
Trovate maggiori informazioni e la possibilità di iscrivervi sulla pagina di Morbid Anatomy; il corso si terrà via Zoom in lingua inglese.

Il 6 settembre sarò ospite al Garofano Rosso, il festival cinematografico “più piccolo e freddo d’Italia” che si terrà a Forme di Massa d’Albe (AQ). Sono passati molti anni da quando questo minuscolo borghetto nel cuore dell’Appennino abruzzese fece da location a La Bibbia (1966) di John Houston e Il deserto dei Tartari (1976) di Valerio Zurlini; ma, grazie alla buona lena di un gruppo di giovani appassionati, una volta all’anno Forme torna a respirare cinema con un programma sorprendentemente ricco di proiezioni ed eventi, tutti gratuiti. Quando mi hanno invitato ho accettato con entusiasmo, perché da una parte una simile iniziativa non può lasciare freddo il mio animo di cinefilo (il cinema è stato, oltre che il mio lavoro per quasi vent’anni, il mio primo amore), e dall’altra è un commovente esempio di impegno e resistenza culturale.

Il 9 settembre, infine, prenderò parte a una conferenza di grande rilievo, in cui verranno resi noti i dettagli di un eccezionale ritrovamento storico.
Nulla si sapeva della collocazione delle spoglie dei marchesi Pallavicino, una delle più importanti casate feudali d’Italia, finché nel 2020 venne scoperta, murata all’interno della Basilica di Cortemaggiore (PC), una cassetta in legno contenente delle ossa umane e riportante i nomi di Gian Lodovico I, Anastasia Torelli, Rolando II e Laura Caterina Landi.


Durante l’incontro (che si terrà alle 21 al Teatro Eleonora Duse di Cortemaggiore) verranno resi noti i risultati delle indagini archeologiche svolte sui resti, e sarò in prestigiosa compagnia: oltre al sottoscritto, interverranno il paleopatologo Dario Piombino-Mascali, la bioarcheologa Alessandra Morrone e lo storico Marco Pellegrini.