Buon 2023!

Un altro anno è alle spalle, uno nuovo inizia.
Questo può sembrare un evento che ha a che fare con il passare del tempo, ma è relativo allo spazio: l’anno esiste perché ci muoviamo, trasportati dal nostro pianeta-arca lungo la sua traiettoria siderale attorno a un astro infuocato.
Il capodanno insomma ci ricorda che, anche quando ci pare di stare fermi, in realtà siamo sempre in viaggio.

E io da qualche mese ho ricominciato a viaggiare in lungo e in largo per l’Italia, al lavoro su alcuni libri di cui svelerò i dettagli nei prossimi tempi. Spero che il frutto delle mie peregrinazioni possa essere abbastanza invitante da farvi venire voglia di abbandonarvi proprio all’ebbrezza surreale del viaggio!

Per ora vi faccio i miei più sentiti auguri per un 2023 ricco di stranezze e bizzarrie… Keep The World Weird!

Il lutto “esteso”

Pochi giorni dopo la morte di Elisabetta II, una notizia bizzarra ha fatto il giro del mondo: l’apicoltore del Palazzo Reale, John Chapple, avrebbe avvisato le api della morte della Regina.

La strana consuetudine di notificare la morte del padrone anche a questi insetti, come hanno spiegato diversi folkloristi interrogati sulla questione, è una tradizione secolare e nasce dalla superstizione che, se l’evento non venisse comunicato, le api potrebbero morire o abbandonare gli alveari.

In effetti anche nel resto d’Europa questo tipo di annuncio funebre è una tradizione ben documentata, e diversi studi hanno mostrato come esistano delle formule stereotipe per presentare la notizia agli alveari. Talvolta queste formule standard servivano a incitare le api a produrre più cera per le candele da usare durante il funerale, come in questa piccola poesia usata in Navarra:

Piccole api, piccole api,
fate cera!
Il padrone è morto
e c’è bisogno di luce nella chiesa.

C’è da sottolineare che proprio le api hanno sempre goduto di uno statuto speciale, rispetto agli altri animali domestici. Il rapporto uomo-ape è sempre stato intessuto di densi simbolismi che si riflettono nell’importanza sacrale della cera e del miele, e si traducono in tutta una serie di rituali e consuetudini specifiche. In quasi tutte le tradizioni vigono, per esempio, divieti e cautele relativi a come entrare in possesso della prima arnia (si dice che vada rubata, o al contrario assolutamente non rubata, che deve essere un regalo oppure che non può categoricamente esserlo, ecc.). Anche il modo corretto di rivolgersi alle api è codificato, con parole da evitare e formule di rispetto che evitino l’ingiuria.

Le api, però, non sono un caso unico.
Nelle culture contadine, a struttura rurale-pastorale, la vita è spesa a stretto contatto con gli animali, da cui dipende la sussistenza; essi sono dunque al centro delle preoccupazioni quotidiane del nucleo familiare, con il quale condividono, volenti o nolenti, fatiche e vicissitudini. Gli animali da cortile e da stalla divengono così una vera e propria propaggine della famiglia.

Non stupisce dunque che il lutto possa essere “allargato” anche agli altri animali della fattoria, che in qualche misura vengono reputati affettivamente vicini a chi si cura di loro; la cosa più interessante, invece, è come il cordoglio possa venire esteso perfino agli oggetti.

Scrive Di Nola:

Nel territorio lucano, a Latronico (Potenza) e Miglionico (Matera) si usa mettere il nastro nero ai muli e ai cavalli appartenenti alla famiglia del defunto. In Calabria nella zona di Siderno (Reggio Calabria) la striscia rossa che sostiene la campanella delle pecore e dei buoi viene sostituita per trenta giorni o per un anno intero con una striscia nera. A Bagnara Calabra (Reggio Calabria), quando muore il padrone cacciatore, si mette un fazzoletto nero intorno al collo del cane. Se il morto era contadino, lo si pone alle corna delle mucche. È stato anche osservato che il nastro nero si applicava, oltre che agli animali, anche alla bicicletta e al motorino. In alcuni paesi si pone una fascia nera sulla spalliera del letto in cui la persona è morta. La porta della casa colpita da disgrazia viene listata a nero e vi si lascia la fascia nera fino a quando non sia logorata dal tempo e dalle intemperie. In Sicilia nel lutto stretto di alcuni paesi si attaccano nastri e cordelle neri agli animali da soma, si tingono in nero i capestri, i fiocchi e gli altri finimenti. A Ucriva (Messina) si attaccavano strisce di stoffa nera ai gatti e ai cani e alle zampe delle galline, agli asini un fiocco alla cavezza. Ai giorni nostri alcuni lo mettono alle automobili.
Nella Gallura, in Olbia si toglie il collare al cane, e dal campanello che pende dal collo delle bestie (capre, vacche, pecore), guidatrici degli armenti e delle mandrie, è tolto il battaglio. A Calangianus, al cavallo e ai buoi preferiti dell’estinto è legato un nastro nero. Informazioni analoghe risultano dalla maggior parte delle fonti demologiche italiane.

(Alfonso Maria di Nola, La nera signora. Antropologia della morte e del lutto, 2003)

L’abitudine di coprire gli specchi nell’abitazione in cui è appena morto qualcuno, se da una parte è collegata ad alcune credenze popolari (l’anima della persona defunta potrebbe rimanere “intrappolata” nello specchio), dall’altra appare in linea con questo estendersi del lutto agli oggetti della casa, in questo caso particolare andando a proibire una vanità (il rimirarsi) che sarebbe fuori luogo durante un momento sociale in cui è richiesto uno stato di contrizione e dolore.

Simili pratiche sono volte a esprimere un dolore, una mancanza che è tanto grande e irreparabile da colpire per un certo periodo anche tutto ciò che circonda la famiglia luttuosa, tutte quelle cose che in un modo o nell’altro hanno avuto a che fare con la persona defunta. In questo senso, è anche un modo per i parenti di esprimere la portata e la profondità della propria afflizione.

Da una prospettiva più ampia, la relazione tra individuo e società si esplicita non soltanto in vita ma anche nella mancanza, nel posto vacante lasciato dalla persona defunta. C’è qualcosa di terribile e assieme di poetico in tutti questi nastri neri che appaiono, che si moltiplicano su animali e oggetti… in questa immagine della morte che si spande, come una macchia d’olio scurissimo, tutto attorno al luogo da cui “scaturisce” l’assenza.

Il segreto del monaco

Ecco un nuovo mini-video: un’incisione settecentesca nasconde un segreto piccante.

Il fantastico nella scienza

Certi momenti “spartiacque” nelle nostre vite accadono per caso, almeno in apparenza.

Mentre frequentavo l’università a Siena, capitò a un certo punto che alcune lezioni del corso di studi si tenessero non nelle sedi della mia Facoltà, ma dislocate nelle aule dell’Accademia dei Fisiocritici, una delle istituzioni scientifiche più antiche d’Italia.

Un giorno ero dunque in classe lì dentro, e per stemperare il disumano supplizio (nessuno dovrebbe essere sottoposto, senza previo consenso informato, a una lezione di linguistica generale) mi alzai per cercare un bagno. Chiesi al custode come arrivarci, e lui mi indicò una porta specificando che dovevo attraversare tutta la sala perché i servizi si trovavano in fondo.
Quando entrai, gli scuri alle finestre erano socchiusi e ci misi un attimo ad abituare gli occhi alla penombra. Finalmente distinsi, a mezzo metro da me, una sagoma strana… misi a fuoco a fatica, e quello che vidi fu questo:

La mia memoria è solitamente lacunosa e pigra, ma quello shock lo ricordo come fosse cosa di oggi: la scarica di adrenalina mi lasciò traballante. Tutto intorno mi trovai circondato da altri esemplari teratologici, anche se allora non conoscevo nemmeno il termine: oltre alla tassidermia dei vitellini siamesi c’erano scheletri di agnelli toracopaghi, feti malformati e preparati umani.
Avrei potuto cercare una via di fuga, tirare dritto verso i servizi igienici maledicendo il custode che non mi aveva avvertito di cosa mi sarei trovato davanti; invece qualcosa scattò. Rimasi paralizzato per non so quanto tempo, poi lo sgomento si affievolì lasciando il posto alla meraviglia più totalizzante che avessi mai provato.  Precipitato in uno stato paradossale, al tempo stesso ipnotico ed euforico, mi dimenticai del bagno, della lezione.
Non uscii da quella stanza se non quando, un’ora dopo, venne a cercarmi un compagno che mi aveva dato per disperso. Lasciando l’Accademia, inebriato e inebetito, sapevo che quel momento avrebbe definito almeno in parte tutto il resto della mia vita.

Perché quell’esperienza fu una tale epifania?
C’era una qualità allucinatoria in quei corpi difformi, che mi faceva sentire un bambino sperduto, o perlomeno tornare in contatto con un tratto fanciullesco che tende a venire smussato dal tempo: l’incapacità di distinguere in modo netto tra sogno e realtà.
(Ho scritto “incapacità di distinguere”, invece sarebbe meglio dire: la capacità di non distinguere. Ma ci arriviamo.)

Ora che da tanti anni mi occupo proprio di musei anatomici o di storia naturale, e del loro rapporto con il perturbante, comprendo bene perché per me quel momento sia stato così fondante. Senza quella sorpresa, quel brivido inaspettato e crudele, quella orripilazione cutanea, quel trauma primigenio, non sarei arrivato all’approccio che credo informi buona parte del mio lavoro: quello di valorizzare il “fantastico nella scienza”, concetto attorno a cui ho orbitato a lungo pur senza definirlo in maniera esplicita.

La narrativa scientifica e quella fantastica sono contraddittorie solo in apparenza, esattamente come pretestuosa è la contrapposizione tra Fantastico e Realismo.
Se parliamo di cinema, letteratura o arte, un doppio equivoco ha afflitto queste discipline per un bel pezzo: da una parte, il realismo non è che una modalità espositiva, carica di consapevoli scelte e omissioni – dunque una sapiente finzione di verosimiglianza. Dall’altra, sotto la patina allegorica, qualsiasi narrativa fantastica è una meditazione (più o meno cosciente) sulla realtà del proprio tempo.

In altri termini: il realismo è sempre una favola sotto mentite spoglie, mentre un racconto fantastico parla sempre di preoccupazioni concrete e attuali.
La grande differenza tra le due espressioni è simile a quello che in musica viene chiamato il timbro; diversi sono gli strumenti che la suonano, diversi sono i filtri, gli effetti, le distorsioni, le vibrazioni che vengono prodotte, ma la nota può benissimo essere la stessa.

In ambito artistico-letterario, dunque, una simile dialettica non si spinge mai oltre l’epidermide del racconto, ma sono convinto che a un esame serio essa non regga nemmeno tra linguaggio scientifico e dimensione fantastica.
Se siamo abituati a riconoscere i temi scientifici che fanno talvolta da motore, nell’arte o nella letteratura fantastica (basti pensare a Frankenstein), a prima vista risulta meno evidente la presenza di elementi fantastici che percorrono le narrative scientifiche – le quali non sono altro se non un registro realista portato alle estreme conseguenze.

È lo studio dell’anatomia, umana e animale, che ai miei occhi racchiude più di altre discipline una propensione al fantastico.
Da una parte essa è infusa di tutta l’epica degli eroi della scienza, la cartografia pionieristica del corpo come continente vergine da esplorare, la toponomastica e la nomenclatura esoteriche; ma la retorica medica dei case report – nonostante abbia sviluppato una predilezione per il linguaggio asettico, affinato nel corso dei secoli – discende pur sempre dai resoconti di prodigi e di nascite mostruose del Cinquecento. Non è raro incontrare dei paper medici che assomigliano a dei veri e propri racconti brevi.

Pietro da Cortona, Tabulae anatomicae, 1741

Dall’altra parte, mi hanno sempre affascinato le tavole anatomiche (con il loro surrealismo involontario) e soprattutto l’aspetto spettacolare di alcune preparazioni museali – come quelle che mi si sono parate davanti a tradimento all’Accademia dei Fisiocritici.

Proprio nei preparati mostruosi, ma anche in certe dissezioni che dispiegano il corpo in un tripudio di inaspettate distorsioni visuali, vi è un elemento di trasfigurazione della materia che ritengo necessaria perché si possa parlare propriamente di Fantastico.

Honoré Fragonard, Écorché di cavallo e cavaliere (1771), Museo Fragonard, Parigi.

Sezione di teschio umano in 12 parti, preparazione di Ryan Matthew Cohn.

Insomma: se mi si chiedesse di indicare un luogo che rappresenti alla perfezione la mia idea di Fantastico, non penserei ad alcuna radura fiabesca abitata da fate e folletti, né a una diroccata magione infestata da qualche fantasma evanescente. Non mi rivolgerei nemmeno a lontani pianeti ipotetici, popolati da forme di vita inconcepibili.

Indirizzerei l’interlocutore a un museo di anatomia.

Preparato in liquido di gemelli, MUSA, Napoli.

Rintracciare il fantastico nella scienza, poi, ha ripercussioni più ampie e profonde. Significa riconsiderare la distanza tra discipline matematico-scientifiche e artistico-umanistiche.

È diffusa l’idea che l’artista sia prevalentemente irrazionale ed emotivo, ma chiunque si sia cimentato a produrre una qualsiasi forma d’arte sa benissimo che si tratta di un’opera dell’ingegno considerato nel suo insieme inscindibile: serve garantire spazio di intervento all’ignoto per armonizzarlo ed elaborarlo grazie al controllo che la tecnica garantisce.

D’altro canto, il ricercatore o lo scienziato procedono in modo affine — a dispetto del timbro, del registro semiotico e degli strumenti differenti —, ossia in perenne equilibrio tra il descrivibile e l’indescrivibile, mettendo a frutto le proprie facoltà indistintamente, accordando lo scrupolo del ragionamento con quelle vaste aree insondabili da cui scaturiscono l’intuizione e le subitanee illuminazioni.

Eureka!” Archimede nel bagno, xilografia del XVI secolo.

Nessuna ricerca umana, in altre parole, è interamente razionale o irrazionale: perché infine non facciamo che muoverci nel tentativo di districare la selva di simboli che abbiamo ereditato o creato noi stessi, e di superarli. Il poeta e lo scienziato che intendono raggiungere una qualche verità devono tendersi in un costante sforzo contro le trappole del linguaggio, delle categorie, dei preconcetti.
In questo, come dicevo, la capacità del bambino di non fare grosse distinzioni tra sogno e realtà sarebbe una disciplina da coltivare in quanto, all’occorrenza, ci permette di porci al di là delle separazioni tradizionali.
È utile accedere di tanto in tanto a quel punto di vista privilegiato, perché da lì gli stimoli eterogenei che animano il nostro pensiero non vengono più giudicati a priori: e le molteplici correnti, provenienti da tutte le direzioni, che si mischiano a formare mulinelli sotto la nostra chiglia, sono sempre lo stesso oceano.
(Questo post è dedicato a quel custode che a suo tempo non mi avvisò di ciò a cui andavo incontro. Non conosco il suo nome, ma è stato infinitamente più importante per la mia educazione del professore di linguistica.)

BB Contest Awards 5

Ecco arrivato il momento di svelare i risultati della quinta edizione del Bizzarro Bazar Contest!

Anche quest’anno i lavori sono stati numerosi e pieni di fantasia, e ringrazio di cuore tutti i partecipanti: la nostra famiglia di creativi bizzarri diventa sempre più grande ogni anno, e la cosa non può che riempirmi di orgoglio.

Cominciamo!

Sambuco ha immaginato, per il suo componimento molto vintage, «uno strillone intento a tessere, con queste parole, le lodi dell’ipotetica bottega delle meraviglie di Bizzarro Bazar». Non c’è modo migliore per iniziare!

Per tutte le anime
Sazie del mondo
Affascinate
Dall’inesplorato
Alla ricerca
Della meraviglia
Cui il nostro cervello
È disabituato!

Correte affamate
Correte veloci
Per ogni gusto
E personalità
Ci sono storie
Di vita e di morte
Di strane e di macabre
Amenità!

Correte curiose
Correte veloci
Per ogni gusto
E sensibilità
Apre le porte
Della meraviglia
La bottega
Di Bizzarro Bazar!

(Sambuco: Instagram)

Qualsiasi indovino può leggere il futuro riguardo alle classiche domande su salute, amore o lavoro.
Ma la cartomante immaginata da Andrea Kendall Berg risponde solo a domande strane e insolite — grazie all’intercessione dei suoi stravaganti amici ultraterreni.
Unica pecca: la risposta dei tarocchi finisce per essere sempre la stessa…

(Andrea Kendall Berg: Instagram)

Elena Baila, nelle oziose e torride giornate estive, ha realizzato questa piccola animazione che, oltre che rendere omaggio a Bizzarro Bazar, mi sembra anche un’ottima pubblicità sui rischi dell’esposizione prolungata al sole.

(Elena Baila: Instagram, Facebook)

Forse le opere d’arte non andrebbero mai analizzate alla ricerca di metafore letterali, ma nell’autoritratto di Debora Campagnoli sembra quasi che i suoi occhi abbiano deciso di guardare il mondo attraverso la lente del Macabro… con il risultato di far irrompere nella monocromia i colori sgargianti della vita in fiore.

(Debora Campagnoli: Facebook)

ElaGhi ha composto una lirica di tenore romantico e crepuscolare: prestando voce a una statua, i suoi versi ci trasportano nella lugubre, decadente atmosfera di un cimitero vittoriano.
Chi, tra di noi, non vorrebbe passeggiare tra quelle lapidi dissestate sotto un cielo plumbeo?

(ElaGhi: Instagram, Facebook)

Ecco una domanda che chiunque si pone, prima o poi: può una donna scorticata essere ancora bella e sensuale?
Come dite? Non ve lo siete mai chiesto? Siete proprio gente strana.
In ogni caso, Pamela Annunziata ci dimostra che la risposta è inequivocabilmente positiva.

(Pamela Annunziata: Instagram, Facebook)

«Sono vasto, contengo moltitudini», scriveva Walt Whitman.
Il collage surrealista di Eleonora (vincitrice dello scorso Bizzarro Bazar Contest) sembra suggerirci una simile immensità interiore — con quella Venere anatomica dalle cui viscere, come in un’eruzione fantastica, fuoriescono teste frenologiche, arabe fenici, circhi e mongolfiere…

(Eleonora – Lola miniature: Instagram, Facebook)

Astrid, che mi invia il suo lavoro dalla Germania, ha creato questa fiabesca camera delle meraviglie; la soluzione davvero originale è che, per riempirla di oggetti arcani e misteriosi, ha utilizzato un generatore di immagini basato sull’intelligenza artificiale, integrando poi i risultati nel suo dipinto digitale.
Il risultato è una wunderkammer ermetica e indecifrabile!

Riguardo alla sua nuova, splendida creazione, Andrè ElRagno Santapaola scrive: «ho preso spunto da due temi molto cari, che ho scoperto e approfondito proprio grazie a Ivan: i preparati anatomici e le magnifiche fotografie di Witkin.
Ho realizzato questa scultura in silicone utilizzando un calco dal vivo, che poi ho cercato di colorare con tecnica iperrealistica. Essendo il mio primo tentativo con queste tecniche e materiali sono soddisfatto del risultato.
Ho allestito successivamente la fotografia aggiungendo elementi presi dalla mia wunderkammer (il libro è il premio speciale dello scorso anno!); il risultato è un preparato anatomico di una bizzarra, quanto benefica, malattia: la curiosità.»
Se avete bisogno di un artista degli effetti speciali per il vostro prossimo film, ora sapete chi chiamare!

(Andrè ElRagno Santapaola: Instagram, Facebook)

L’illustratore Dimitri Fogolin mi piazza in un singolare contesto tech-noir, in cui si aggirano loschi individui con arti aggiuntivi impiantati sulla schiena, in cui distinte signore indossano maschere antigas, i treni sono ibridi biomeccanici senzienti e misteriose dark lady tramano nell’ombra.
Che poi è è una descrizione piuttosto accurata della mia quotidianità.

(Dimitri Fogolin: Instagram, Facebook, sito web)

Non è un mistero che io abbia un debole per i minuscoli e deliziosi disegni di Elena Simoni a.k.a. Psychonoir, tanto che sopra alla mia scrivania è appeso il ritratto post-mortem che mi ha regalato per il contest dell’anno scorso.
Questa volta Elena ha immaginato un corteo di freak, santi, mummie e mostri (tutti ispirati ad argomenti che ho trattato negli anni), in marcia per sostenere il diritto di essere orgogliosamente weird.
L’unica manifestazione a cui parteciperei volentieri in vita mia.

(Elena Simoni Psychonoir: Instagram, Facebook

VINCITORI

Terzo premio

«C’è un tesoro in ogni dove».
Con questa frase (presa a prestito da un volume di Calvin & Hobbes) Elisa Caviola presenta il suo lavoro, che si aggiudica il terzo posto non solo per l’elegantissima resa grafica, ma soprattutto perché mescola tecniche digitali con un antico e affascinante metodo di stampa ottocentesco: la cianotipia.

Scrive ancora Elisa: «Fortunato chi guarda il mondo con stupore e meraviglia, perché tanta magia e bellezza lo circondano. Soprattutto nei luoghi dove nessuno guarda.» E anche solo guardare il processo chimico compiersi, e il ciano-blu emergere sempre più brillante, è qualcosa di incantevole:

Ed ecco l’opera ultimata:

(Elisa Caviola: InstagramFacebook)

Secondo premio

Chiara Toniolo, classificatasi al secondo posto, ha deciso di ritrarsi in veste di Venere anatomica intenta a leggere il mio libro Mors pretiosa; quello che mi ha colpito, oltre al bellissimo tratto a matita, è l’inedita atmosfera, languida e casalinga, e quella carezza quasi distratta al gatto scheletrico…
Dice Chiara: «avrei potuto raffigurare una delle tante Veneri in cera dei musei anatomici, ma è colpa della mia deformazione professionale da modella di nudo artistico: ci devo mettere la faccia, e questa volta anche le mie budella!»

(Chiara Toniolo: Instagram, Facebook)

Primo premio

Gaberricci aveva partecipato al nostro contest anche un paio di anni fa, aggiudicandosi il terzo premio; quest’anno però si è davvero superato, creando un gustosissimo e incredibile cruciverba bizzarro.
Praticamente TUTTE le definizioni contenute in queste parole crociate sono riferite a qualche articolo o a qualche video pubblicato qui sul blog!
Un vero capolavoro di umorismo e di enigmistica, che richiederà molto impegno per essere risolto ma, possibilmente, vi farà scoprire (o ricordare) una miriade di storie inaspettate e curiose.
Cosa chiedere di meglio?

(Gaberricci: sito web)

Siamo giunti alla fine, e sono come sempre un po’ commosso. Ancora una volta, ringrazio tutti i partecipanti per avermi fatto dono di questi meravigliosi lavori; spero vi siate divertiti anche voi a realizzarli.
Se vi è piaciuta qualche opera in particolare, ricordatevi di mostrare il vostro apprezzamento agli autori nella sezione dei commenti.

Keep The World Weird!

Appuntamenti di settembre

Un corso di cinque settimane sulla rappresentazione della morte attraverso i secoli, un incontro a un curioso festival di cinema, una conferenza su un importante ritrovamento archeologico… ecco gli appuntamenti di settembre!

Parte il 3 settembre, per poi continuare con un appuntamento ogni sabato, il mio corso online di 5 settimane per Morbid Anatomy sull’iconologia della morte dall’antichità ai social network.
Si tratterà di un viaggio riccamente illustrato che attraversa tremila anni, ripercorrendo le variazioni storiche e la ricchezza semantica delle allegorie della morte: dalle raffigurazioni del mondo antico (Egizi, Greci, Romani, Etruschi) alla danse macabre medievale, dai “Trionfi della Morte” alle vanitas fiamminghe, dai cadaveri sezionati nelle illustrazioni anatomiche della prima età moderna alle infatuazioni morbose del Romanticismo ottocentesco, dalle sperimentazioni surrealiste agli artisti contemporanei che includono autentici cadaveri nelle loro opere.
Trovate maggiori informazioni e la possibilità di iscrivervi sulla pagina di Morbid Anatomy; il corso si terrà via Zoom in lingua inglese.

Il 6 settembre sarò ospite al Garofano Rosso, il festival cinematografico “più piccolo e freddo d’Italia” che si terrà a Forme di Massa d’Albe (AQ). Sono passati molti anni da quando questo minuscolo borghetto nel cuore dell’Appennino abruzzese fece da location a La Bibbia (1966) di John Houston e Il deserto dei Tartari (1976) di Valerio Zurlini; ma, grazie alla buona lena di un gruppo di giovani appassionati, una volta all’anno Forme torna a respirare cinema con un programma sorprendentemente ricco di proiezioni ed eventi, tutti gratuiti. Quando mi hanno invitato ho accettato con entusiasmo, perché da una parte una simile iniziativa non può lasciare freddo il mio animo di cinefilo (il cinema è stato, oltre che il mio lavoro per quasi vent’anni, il mio primo amore), e dall’altra è un commovente esempio di impegno e resistenza culturale.

Il 9 settembre, infine, prenderò parte a una conferenza di grande rilievo, in cui verranno resi noti i dettagli di un eccezionale ritrovamento storico.
Nulla si sapeva della collocazione delle spoglie dei marchesi Pallavicino, una delle più importanti casate feudali d’Italia, finché nel 2020 venne scoperta, murata all’interno della Basilica di Cortemaggiore (PC), una cassetta in legno contenente delle ossa umane e riportante i nomi di Gian Lodovico I, Anastasia Torelli, Rolando II e Laura Caterina Landi.


Durante l’incontro (che si terrà alle 21 al Teatro Eleonora Duse di Cortemaggiore) verranno resi noti i risultati delle indagini archeologiche svolte sui resti, e sarò in prestigiosa compagnia: oltre al sottoscritto, interverranno il paleopatologo Dario Piombino-Mascali, la bioarcheologa Alessandra Morrone e lo storico Marco Pellegrini.

Bizzarro Bazar Contest 5

Eccoci arrivati al 13° compleanno di Bizzarro Bazar, e al il 5° Bizzarro Bazar Contest!
Come gli anni scorsi, mi piace celebrare la ricorrenza premiando la fantasia più creepy, macabra e stramba; per partecipare basta attenersi alle regole, che sono sempre le solite:

  1. Creare un contributo originale che faccia riferimento esplicito a Bizzarro Bazar;
  2. Postare il lavoro su Facebook, Instagram o Twitter utilizzando l’hashtag #bizzarrobazarcontest — in alternativa, inviarlo via mail;
  3. La deadline è il 15 Settembre 2022;
  4. Ricordate che l’idea è dare libero sfogo alla vostra creatività weird, e soprattutto divertirci fra amici! Ricordate, l’idea è quella di dare libero sfogo alla vostra creatività più bizzarra in uno spazio protetto, in cui ogni fantasia morbosa è apprezzata e valorizzata — qui siete tra amici!

Per “riferimento esplicito” si intende che Bizzarro Bazar (il sito, il logo, uno dei libri, al limite perfino la mia barbetta) deve essere raffigurato/menzionato/incluso all’interno del contributo. Tenete a mente che pubblicizzare le vostre creazioni dev’essere anche un modo per promuovere questo blog. Così siamo tutti contenti.
Per capire meglio potete dare un’occhiata ai lavori della prima, secondaterza e quarta edizione.

E ora passiamo ai premi:

1° premio: T-shirt a scelta + tazza a scelta dallo store ufficiale + regalo a sorpresa
2° premio: T-shirt a scelta dallo store ufficiale + regalo a sorpresa
3° premio: T-shirt a scelta dallo store ufficiale

I migliori lavori non classificati saranno comunque pubblicati su Bizzarro Bazar con link ai siti/profili degli autori, e diffusi sui social.

Buon divertimento! Keep the World Weird!

Il libro pornografico dell’autore di Bambi

Oggi è l’anniversario del film Bambi, uscito nelle sale 80 anni fa.
Per questo motivo oggi parleremo di… pedopornografia.

Il capolavoro della Disney è infatti un adattamento dell’omonimo libro per bambini di Felix Salten; di questo prolifico (anche se tutto sommato mediocre) autore austriaco, mi pare doveroso su queste pagine ricordare invece un altro romanzo, quel Josefine Mutzenbacher che oggi probabilmente non potrebbe mai vedere la luce.

Pubblicato anonimo nel 1906, il libro racconta in forma di autobiografia le peripezie di una prostituta viennese. Nulla di originale in questo, le memorie di cortigiane, etère e meretrici erano già un filone classico della letteratura erotica; ma il romanzo di Salten si concentra esclusivamente sulle esperienze infantili e adolescenziali della protagonista, concludendosi proprio al momento in cui Josefine, divenuta quattordicenne, decide di fare del suo corpo una fonte di reddito.

Partiamo con il dire che il libro non è certo un capolavoro, ma ha diversi aspetti interessanti dal punto di vista letterario. Rispetto ad altri testi coevi, spesso intrisi di sofisticati rimandi classici, Salten si pone su un livello volutamente “basso”. Non solo perché scrive un libro apertamente pornografico, ma anche perché decide di ambientarlo non in qualche sospesa nostalgia ellenistica, ma nei quartieri proletari di Vienna, quelli dimenticati dalla letteratura aulica, colorando i suoi dialoghi di espressioni dialettali o volgari, e scegliendo il registro della commedia.(1)Cfr. Luigi Reitani, Pedagogia sexualis: Gli anni d’apprendistato di Josephine Mutzenbacher fra commedia popolare ed estetica della trasgressione, in F. Salten, Josephine Mutzenbacher, Edizione CDE, 1991.

Ma quello che ancora oggi può scandalizzare il lettore è la leggerezza gioiosa con cui vengono raccontate le esplorazioni sessuali di questa bambina, sia in compagnia di suoi coetanei che con adulti, nei sobborghi popolari della capitale fin de siècle.

Prima di gridare alla pedofilia, però, è importante tenere a mente il contesto della pubblicazione di una simile opera.

Quelli erano gli anni dei rivoluzionari studi di Freud sulla sessualità infantile, che fino ad allora non era stata minimamente presa in considerazione. Ma era anche l’epoca della sensualità efebica dei dipinti e degli schizzi erotici di Klimt, e di tutta una serie di produzioni letterarie (Schnitzler, Hofmannsthal, Altenberg) in cui la prima adolescenza veniva esaltata come apice del fascino sessuale. (2)Cfr. Scott Messing, Schubert in the European Imagination, vol. 2, University of Rochester Press 2007. Sulla mitizzazione dell’età dei quattordici anni: pp.160-163.

In questa temperie tardo-ottocentesca nasceva il paradigma estetico del Kindweib, cioè la donna-bambina: un mito che in poco tempo divenne onnipresente, tanto da influenzare anche la moda femminile, e sintomatico proprio del peso che il dibattito sulla sessualità assunse in quel tempo. (3)Ricordo en passant che la donna-bambina si riscontra in innumerevoli romanzi, perfino nei più insospettabili: ad esempio il personaggio di Weena ne La macchina del tempo (1985) di H.G. Wells.

Il termine Kindweib fu popolarizzato nel 1907 da Fritz Wittels in un famoso articolo omonimo che circolò diffusamente nei circoli intellettuali viennesi, in cui si affermava:

Sembra che la bellezza femminile sia più attraente per l’uomo di oggi se rinuncia alla maternità e decide di fare l’eterna bambina […]. Le donne appaiono come bambine, con le ginocchia scoperte, i capelli a caschetto, la carnagione morbida, la bocca rotonda e invitante di un’infante e i grandi occhi stupiti, resi artificialmente più grandi e più stupiti come se fossero ancora interessate a guardare il mondo come fa una scolaretta. Imitano un tipo raro in natura, la donna-bambina, che per ragioni costituzionali deve rimanere bambina per tutta la vita […]. La base più o meno patologica della donna-bambina è la comparsa precoce del sex appeal. Quando una bambina è attraente a un’età in cui gli altri bambini stanno ancora saltando la corda, cessa di essere una bambina. Dall’interno nasce una sessualità precocemente risvegliata, e dall’esterno gli sguardi ammirati la infiammano. Essere desiderata è un’idea così assoluta per questa donna, che ella non continua il suo sviluppo. Dobbiamo quindi aggiungere alla nostra osservazione, che essa cessa di essere una bambina, anche il fatto che rimane una bambina per sempre. Questo contrasto all’interno della stessa persona produce il suo fascino.(4)Citato in Messing, op. cit., p.159.

L’ideale della donna-bambina è dunque bifronte fin dal nome: infantile e adulta, innocente e sensuale, narcisista e innocente.
Per certi versi è una figura che esalta come virtù desiderabili in una femmina il candore, la dolcezza, la spensieratezza, contrapponendosi così alle donne che, in quegli anni, pretendono di fare le intellettuali, addirittura di laurearsi, fare carriera o… di votare.
Dall’altra parte, però, la donna-bambina possiede anche una potente carica sovversiva. La sua sensualità radicale, il disinibito poliandrismo, la sua pansessualità sono caratteristiche che la rendono una “forza della natura” capace si spazzare via d’un solo colpo tutte le istituzioni sociali: essa rifiuta la maternità, la famiglia, la fedeltà, la dipendenza dal maschio. È interessata solo a sé stessa e al gioco della seduzione, simbolo dell’istinto che emerge irrefrenabile, facendo crollare gli argini costruiti nei secoli dalla società.

Anche nel romanzo, Josefine vive le sue esperienze senza l’ombra di un vero trauma, e fa esplodere le convenzioni con la disinvoltura d’una bambina che sta “solo” giocando. Per Salten questa sessualità senza freni non rappresenterebbe dunque una minaccia ma una liberazione.

Sì, ma liberazione di chi?
La donna-bambina è un ideale liberatorio per le donne, o per gli uomini?

Secondo Scott Messing, il fatto che in molti casi (come nel romanzo in questione) questa figura sia una prostituta proverebbe quanto il mito del Kindweib fosse essenzialmente una scusa per giustificare le relazioni asimmetriche con giovani adolescenti che diversi artisti intrattenevano all’epoca:

La costruzione di questo tipo di donna contribuì a produrre una teoria seducente per scrittori come Kraus e Altenberg, entrambi i quali sostenevano che la prostituzione fosse un’esperienza liberatoria per chi la praticava, anche se ne ignoravano le conseguenze sociali, e i quali godevano essi stessi di relazioni indiscriminate con scarsa attenzione per il destino delle loro partner. […] La teoria di Wittels accoglieva il richiamo dell’adolescenza femminile e la libertà dal senso di colpa morale in qualsiasi transazione sociale successiva […]. (5)In Messing, id., p.160.

Nel mio ebook gratuito La donna anatomica parlavo di quanto, almeno fin dal Medioevo, la portata distruttrice e minacciosa dell’eros femminile fosse stata riconosciuta (vale a dire: fabbricata) nonché osteggiata; ma anche l’ideale di una femminilità “libera”, quando è plasmato dalla fantasia maschile, può essere altrettanto subdolo.

Josefine Mutzenbacher resterà, se si escludono poche novelle, l’unica incursione di Salten nell’erotismo.

Già pochi anni dopo l’autore diventerà una firma importante del giornalismo, “con un posto fisso sulle colonne della «Neue Freie Presse», il più importante quotidiano austriaco. La svolta conservatrice di Salten si è ormai compiuta, parallelamente al suo ingresso nelle istituzioni culturali. Nel dopoguerra egli conta tra gli uomini di cultura più influenti della Repubblica Austriaca. […] Nel 1923 era anche giunto l’agognato successo letterario, con la pubblicazione di Bambi. Una storia del bosco, a cui faranno seguito altri titoli nel campo della letteratura per l’infanzia. Costretto a emigrare per la sua origine ebrea dopo l’annessione dell’Austria alla Germania nazista (1938), Salten troverà asilo in Svizzera, dove morirà nel 1945 a Zurigo. Tre anni prima Walt Disney aveva reso celebre il soggetto di Bambi con una spettacolare riduzione cinematografica.(6)Luigi Reitani, Op. cit.

Note

Note
1 Cfr. Luigi Reitani, Pedagogia sexualis: Gli anni d’apprendistato di Josephine Mutzenbacher fra commedia popolare ed estetica della trasgressione, in F. Salten, Josephine Mutzenbacher, Edizione CDE, 1991.
2 Cfr. Scott Messing, Schubert in the European Imagination, vol. 2, University of Rochester Press 2007. Sulla mitizzazione dell’età dei quattordici anni: pp.160-163.
3 Ricordo en passant che la donna-bambina si riscontra in innumerevoli romanzi, perfino nei più insospettabili: ad esempio il personaggio di Weena ne La macchina del tempo (1985) di H.G. Wells.
4 Citato in Messing, op. cit., p.159.
5 In Messing, id., p.160.
6 Luigi Reitani, Op. cit.

Creature invisibili nel cielo

Ecco un nuovo video: finora non avevo mai parlato di UFO e argomenti simili, ma stavolta ho fatto un’eccezione, perché… be’, vedendo il video capirete quali sono le mie motivazioni.

E se il cielo che ci sembra vuoto fosse in realtà abitato da esseri invisibili?

Buona visione!

 

Donne scatenate: ricordo di una possessione demoniaca

L’unica volta che ho visto una persona “indemoniata” è stato durante un periodo di lavoro in Tanzania.
Mi trovavo a Dar es Salaam assieme a una scalcagnata troupe, composta per lo più da amici, per realizzare delle riprese televisive nelle residenze più raffinate così come negli slum della città; un progetto privo di senno e di futuro, che ci avrebbe fatto perdere parecchi soldi (complice anche la nostra ignoranza della cultura e della mentalità locale, al momento di accettare l’incarico), ma che ci aveva catapultato in una perfetta dimensione onirica.

Una sera ci trovavamo a riprendere un concerto in una discoteca – che non saprei certo ritrovare dato che molte strade in quella città non hanno alcun nome. A lavoro finito, rimanemmo a bere un drink.
A un certo punto, successe qualcosa. Le giovani ragazze sulla pista da ballo presero a corteggiare i maschi con una sfrenata mapouka. Era successo tutto nel giro di un minuto: una normale sala da ballo si era trasformata di colpo in un serraglio di natiche frementi, bacini ferocemente ondeggianti ed esplicite simulazioni di copula fra donne, durante le quali una delle due ragazze assumeva teatralmente le parti maschili e fingeva di impossessarsi, da dietro, dell’altra.
Tutti gli atletici e bellissimi maschi si erano spostati ai lati, e se ne stavano affacciati alle sbarre che circondavano la pista, mentre le fanciulle cercavano di attirare la loro attenzione con balli incalzanti e via via più osceni. A margine di questa messa in scena, orgiastica e appariscente, squisitamente femminile, che risultava quasi innocente in virtù di una serena disinvoltura erotica, c’eravamo noi bianchi occidentali, osservatori stupiti e del tutto ignorati dai presenti. Quello spettacolo sensuale finì così com’era iniziato, senza preavviso o forse seguendo un segnale che noi non sapevamo cogliere, e le ragazze si rimisero a ballare in maniera più tradizionale.

Qualche ora dopo, tornando a tarda notte con il minivan verso l’hotel, ci fermammo a un incrocio perché sentimmo delle urla. Lì vicino c’era una donna che si contorceva a terra, inarcando il bacino in maniera inumana, mentre un capannello di persone aveva preso forma tutt’attorno. C’era chi cercava di tenerla ferma, confortandola e accarezzandola, ma i suoi sussulti e le sue grida non accennavano a diminuire. Quel dimenarsi forsennato, con le gambe che si allargavano e il petto che si fletteva e si incurvava, aveva una sorta di qualità impudica: una perdita di freni inibitori che rendeva lo spettacolo non certo eccitante, ma sicuramente sconveniente.

Uno dei nostri accompagnatori, un impassibile e indecifrabile sessantenne dalla pelle scurissima, da tutti chiamato “lo Zio”, abbassò il vetro e chiese cosa stesse succedendo. Ricevette di ritorno qualche parola in swahili da uno degli astanti, tirò su il finestrino e ripartimmo in silenzio come se nulla fosse successo. Più tardi chiesi al nostro interprete cosa si fossero detti lo Zio e quell’uomo per strada, e cosa fosse accaduto alla donna che tutti avevamo visto in preda a spasmi convulsi. Era vittima di un sortilegio, era posseduta dagli spiriti, mi disse; quella gente stava aspettando lo sciamano di quartiere che presto sarebbe venuto a “toglierle” i demoni.

Quella notte, tornato in camera, prendere sonno fu impossibile: non mi abbandonava la sensazione di aver presenziato non a uno, ma a due misteri. In qualche modo, nella mia mente, avvertivo che c’era, perfettamente limpida e innegabile, una connessione tra le ragazze che seducevano i maschi fingendo tra di loro l’amplesso, e la donna posseduta che urlava nella polvere senza più controllo. Non avrei potuto dire esattamente quale filo invisibile unisse le due esperienze appena vissute, ma sapevo che c’era.

Negli anni successivi, ci ho riflettuto spesso. Nonostante la situazione dei diritti femminili in Tanzania sia migliorata nel tempo, la società è ancora fortemente patriarcale, e la discriminazione di genere, le violenze, gli abusi e i soprusi a carico delle donne sono ancora molto diffusi.
Quelle a cui avevo assistito erano due episodi in cui la trasgressione – in particolare quella del corpo femminile liberato – era invece consentita, in quanto ben regolamentata.

Il ballo osceno e sconveniente chiamato mapouka (che comportava anche un’inversione di genere, nell’assunzione del ruolo maschile per mimare l’amplesso) era possibile in quanto sancito dal contesto: i confini della discoteca, e i termini temporali convenuti. Si ballava così solo in quel luogo, e per un lasso di tempo specifico.

Allo stesso modo, il fenomeno della possessione – che potrebbe a prima vista sembrare un evento di rottura dell’ordine sociale – ha in realtà norme e funzioni culturali precise.
Come scrive Moreno Paulon,

nessuna società sembra trovarsi impreparata di fronte alla possessione. Se l’esordio spiritico può sconvolgere e marcare l’esistenza di un individuo o di una classe di individui, nessun ordine culturale viene scombinato o entra in crisi quando la possessione si manifesta in uno dei suoi membri. Le culture umane hanno elaborato le più varie convenzioni, come ritualità ben stabilite e interpretazioni simboliche, che accompagnano e guidano l’episodio. Spesso un gruppo eletto è istruito per categorizzare e gestire il fenomeno: cura un malato laddove la possessione è considerata il sintomo di una patologia; interpreta l’oracolo quando l’invasato è un ponte e la sua parola un messaggio dall’oltremondo; esorcizza l’indemoniato se si crede che uno spirito malevolo ne abbia sequestrato il corpo. Ma l’idea che la possessione sia necessariamente legata “al male” e che vi si debba rispondere con un esorcismo è solo una fra le molte costruzioni culturali presenti al mondo. All’interno dell’ordinamento di una società, un culto di possessione può assolvere le più varie funzioni: può confermare o ridiscutere l’equilibrio di potere fra i sessi, consacrare un’identità nazionale, legittimare una famiglia regnante, o ancora esprimere una sofferenza di classe, consolidare un sistema morale, orientare decisioni politiche, indicare alleanze matrimoniali.

(M. Paulon, Sulla possessione spiritica, in AA.VV., Il diavolo in corpo, 2019, Meltemi)

Ecco allora che, nell’arco di una sera, ero stato testimone di due momenti in cui il corpo femminile si era espresso al tempo stesso in modo irregolare e regolamentato. La mapouka e la possessione spiritica, se rapportate a una condizione femminile generalmente oppressa, appaiono come “ribellioni autorizzate”: valvole di sfogo, in superficie, ma nel profondo dispositivi di autodisciplina, microtecniche di controllo del sistema, un po’ come il Carnevale era l’inversione delle gerarchie approvata dalle gerarchie stesse.

Una sessualità scatenata, libera dai vincoli della cultura, non è ammissibile. È l’incubo di qualsiasi potere. In quella torrida notte africana ho presenziato non a uno, ma a due misteri – che forse erano lo stesso: una battaglia millenaria tra impulsi repressivi ed espressivi, un conflitto che sfrutta il linguaggio del mito e dell’estasi, ma che ha luogo sempre e solo sul corpo femminile.