BB Contest Awards 5

Ecco arrivato il momento di svelare i risultati della quinta edizione del Bizzarro Bazar Contest!

Anche quest’anno i lavori sono stati numerosi e pieni di fantasia, e ringrazio di cuore tutti i partecipanti: la nostra famiglia di creativi bizzarri diventa sempre più grande ogni anno, e la cosa non può che riempirmi di orgoglio.

Cominciamo!

Sambuco ha immaginato, per il suo componimento molto vintage, «uno strillone intento a tessere, con queste parole, le lodi dell’ipotetica bottega delle meraviglie di Bizzarro Bazar». Non c’è modo migliore per iniziare!

Per tutte le anime
Sazie del mondo
Affascinate
Dall’inesplorato
Alla ricerca
Della meraviglia
Cui il nostro cervello
È disabituato!

Correte affamate
Correte veloci
Per ogni gusto
E personalità
Ci sono storie
Di vita e di morte
Di strane e di macabre
Amenità!

Correte curiose
Correte veloci
Per ogni gusto
E sensibilità
Apre le porte
Della meraviglia
La bottega
Di Bizzarro Bazar!

(Sambuco: Instagram)

Qualsiasi indovino può leggere il futuro riguardo alle classiche domande su salute, amore o lavoro.
Ma la cartomante immaginata da Andrea Kendall Berg risponde solo a domande strane e insolite — grazie all’intercessione dei suoi stravaganti amici ultraterreni.
Unica pecca: la risposta dei tarocchi finisce per essere sempre la stessa…

(Andrea Kendall Berg: Instagram)

Elena Baila, nelle oziose e torride giornate estive, ha realizzato questa piccola animazione che, oltre che rendere omaggio a Bizzarro Bazar, mi sembra anche un’ottima pubblicità sui rischi dell’esposizione prolungata al sole.

(Elena Baila: Instagram, Facebook)

Forse le opere d’arte non andrebbero mai analizzate alla ricerca di metafore letterali, ma nell’autoritratto di Debora Campagnoli sembra quasi che i suoi occhi abbiano deciso di guardare il mondo attraverso la lente del Macabro… con il risultato di far irrompere nella monocromia i colori sgargianti della vita in fiore.

(Debora Campagnoli: Facebook)

ElaGhi ha composto una lirica di tenore romantico e crepuscolare: prestando voce a una statua, i suoi versi ci trasportano nella lugubre, decadente atmosfera di un cimitero vittoriano.
Chi, tra di noi, non vorrebbe passeggiare tra quelle lapidi dissestate sotto un cielo plumbeo?

(ElaGhi: Instagram, Facebook)

Ecco una domanda che chiunque si pone, prima o poi: può una donna scorticata essere ancora bella e sensuale?
Come dite? Non ve lo siete mai chiesto? Siete proprio gente strana.
In ogni caso, Pamela Annunziata ci dimostra che la risposta è inequivocabilmente positiva.

(Pamela Annunziata: Instagram, Facebook)

«Sono vasto, contengo moltitudini», scriveva Walt Whitman.
Il collage surrealista di Eleonora (vincitrice dello scorso Bizzarro Bazar Contest) sembra suggerirci una simile immensità interiore — con quella Venere anatomica dalle cui viscere, come in un’eruzione fantastica, fuoriescono teste frenologiche, arabe fenici, circhi e mongolfiere…

(Eleonora – Lola miniature: Instagram, Facebook)

Astrid, che mi invia il suo lavoro dalla Germania, ha creato questa fiabesca camera delle meraviglie; la soluzione davvero originale è che, per riempirla di oggetti arcani e misteriosi, ha utilizzato un generatore di immagini basato sull’intelligenza artificiale, integrando poi i risultati nel suo dipinto digitale.
Il risultato è una wunderkammer ermetica e indecifrabile!

Riguardo alla sua nuova, splendida creazione, Andrè ElRagno Santapaola scrive: «ho preso spunto da due temi molto cari, che ho scoperto e approfondito proprio grazie a Ivan: i preparati anatomici e le magnifiche fotografie di Witkin.
Ho realizzato questa scultura in silicone utilizzando un calco dal vivo, che poi ho cercato di colorare con tecnica iperrealistica. Essendo il mio primo tentativo con queste tecniche e materiali sono soddisfatto del risultato.
Ho allestito successivamente la fotografia aggiungendo elementi presi dalla mia wunderkammer (il libro è il premio speciale dello scorso anno!); il risultato è un preparato anatomico di una bizzarra, quanto benefica, malattia: la curiosità.»
Se avete bisogno di un artista degli effetti speciali per il vostro prossimo film, ora sapete chi chiamare!

(Andrè ElRagno Santapaola: Instagram, Facebook)

L’illustratore Dimitri Fogolin mi piazza in un singolare contesto tech-noir, in cui si aggirano loschi individui con arti aggiuntivi impiantati sulla schiena, in cui distinte signore indossano maschere antigas, i treni sono ibridi biomeccanici senzienti e misteriose dark lady tramano nell’ombra.
Che poi è è una descrizione piuttosto accurata della mia quotidianità.

(Dimitri Fogolin: Instagram, Facebook, sito web)

Non è un mistero che io abbia un debole per i minuscoli e deliziosi disegni di Elena Simoni a.k.a. Psychonoir, tanto che sopra alla mia scrivania è appeso il ritratto post-mortem che mi ha regalato per il contest dell’anno scorso.
Questa volta Elena ha immaginato un corteo di freak, santi, mummie e mostri (tutti ispirati ad argomenti che ho trattato negli anni), in marcia per sostenere il diritto di essere orgogliosamente weird.
L’unica manifestazione a cui parteciperei volentieri in vita mia.

(Elena Simoni Psychonoir: Instagram, Facebook

VINCITORI

Terzo premio

«C’è un tesoro in ogni dove».
Con questa frase (presa a prestito da un volume di Calvin & Hobbes) Elisa Caviola presenta il suo lavoro, che si aggiudica il terzo posto non solo per l’elegantissima resa grafica, ma soprattutto perché mescola tecniche digitali con un antico e affascinante metodo di stampa ottocentesco: la cianotipia.

Scrive ancora Elisa: «Fortunato chi guarda il mondo con stupore e meraviglia, perché tanta magia e bellezza lo circondano. Soprattutto nei luoghi dove nessuno guarda.» E anche solo guardare il processo chimico compiersi, e il ciano-blu emergere sempre più brillante, è qualcosa di incantevole:

Ed ecco l’opera ultimata:

(Elisa Caviola: InstagramFacebook)

Secondo premio

Chiara Toniolo, classificatasi al secondo posto, ha deciso di ritrarsi in veste di Venere anatomica intenta a leggere il mio libro Mors pretiosa; quello che mi ha colpito, oltre al bellissimo tratto a matita, è l’inedita atmosfera, languida e casalinga, e quella carezza quasi distratta al gatto scheletrico…
Dice Chiara: «avrei potuto raffigurare una delle tante Veneri in cera dei musei anatomici, ma è colpa della mia deformazione professionale da modella di nudo artistico: ci devo mettere la faccia, e questa volta anche le mie budella!»

(Chiara Toniolo: Instagram, Facebook)

Primo premio

Gaberricci aveva partecipato al nostro contest anche un paio di anni fa, aggiudicandosi il terzo premio; quest’anno però si è davvero superato, creando un gustosissimo e incredibile cruciverba bizzarro.
Praticamente TUTTE le definizioni contenute in queste parole crociate sono riferite a qualche articolo o a qualche video pubblicato qui sul blog!
Un vero capolavoro di umorismo e di enigmistica, che richiederà molto impegno per essere risolto ma, possibilmente, vi farà scoprire (o ricordare) una miriade di storie inaspettate e curiose.
Cosa chiedere di meglio?

(Gaberricci: sito web)

Siamo giunti alla fine, e sono come sempre un po’ commosso. Ancora una volta, ringrazio tutti i partecipanti per avermi fatto dono di questi meravigliosi lavori; spero vi siate divertiti anche voi a realizzarli.
Se vi è piaciuta qualche opera in particolare, ricordatevi di mostrare il vostro apprezzamento agli autori nella sezione dei commenti.

Keep The World Weird!

Appuntamenti di settembre

Un corso di cinque settimane sulla rappresentazione della morte attraverso i secoli, un incontro a un curioso festival di cinema, una conferenza su un importante ritrovamento archeologico… ecco gli appuntamenti di settembre!

Parte il 3 settembre, per poi continuare con un appuntamento ogni sabato, il mio corso online di 5 settimane per Morbid Anatomy sull’iconologia della morte dall’antichità ai social network.
Si tratterà di un viaggio riccamente illustrato che attraversa tremila anni, ripercorrendo le variazioni storiche e la ricchezza semantica delle allegorie della morte: dalle raffigurazioni del mondo antico (Egizi, Greci, Romani, Etruschi) alla danse macabre medievale, dai “Trionfi della Morte” alle vanitas fiamminghe, dai cadaveri sezionati nelle illustrazioni anatomiche della prima età moderna alle infatuazioni morbose del Romanticismo ottocentesco, dalle sperimentazioni surrealiste agli artisti contemporanei che includono autentici cadaveri nelle loro opere.
Trovate maggiori informazioni e la possibilità di iscrivervi sulla pagina di Morbid Anatomy; il corso si terrà via Zoom in lingua inglese.

Il 6 settembre sarò ospite al Garofano Rosso, il festival cinematografico “più piccolo e freddo d’Italia” che si terrà a Forme di Massa d’Albe (AQ). Sono passati molti anni da quando questo minuscolo borghetto nel cuore dell’Appennino abruzzese fece da location a La Bibbia (1966) di John Houston e Il deserto dei Tartari (1976) di Valerio Zurlini; ma, grazie alla buona lena di un gruppo di giovani appassionati, una volta all’anno Forme torna a respirare cinema con un programma sorprendentemente ricco di proiezioni ed eventi, tutti gratuiti. Quando mi hanno invitato ho accettato con entusiasmo, perché da una parte una simile iniziativa non può lasciare freddo il mio animo di cinefilo (il cinema è stato, oltre che il mio lavoro per quasi vent’anni, il mio primo amore), e dall’altra è un commovente esempio di impegno e resistenza culturale.

Il 9 settembre, infine, prenderò parte a una conferenza di grande rilievo, in cui verranno resi noti i dettagli di un eccezionale ritrovamento storico.
Nulla si sapeva della collocazione delle spoglie dei marchesi Pallavicino, una delle più importanti casate feudali d’Italia, finché nel 2020 venne scoperta, murata all’interno della Basilica di Cortemaggiore (PC), una cassetta in legno contenente delle ossa umane e riportante i nomi di Gian Lodovico I, Anastasia Torelli, Rolando II e Laura Caterina Landi.


Durante l’incontro (che si terrà alle 21 al Teatro Eleonora Duse di Cortemaggiore) verranno resi noti i risultati delle indagini archeologiche svolte sui resti, e sarò in prestigiosa compagnia: oltre al sottoscritto, interverranno il paleopatologo Dario Piombino-Mascali, la bioarcheologa Alessandra Morrone e lo storico Marco Pellegrini.

Bizzarro Bazar Contest 5

Eccoci arrivati al 13° compleanno di Bizzarro Bazar, e al il 5° Bizzarro Bazar Contest!
Come gli anni scorsi, mi piace celebrare la ricorrenza premiando la fantasia più creepy, macabra e stramba; per partecipare basta attenersi alle regole, che sono sempre le solite:

  1. Creare un contributo originale che faccia riferimento esplicito a Bizzarro Bazar;
  2. Postare il lavoro su Facebook, Instagram o Twitter utilizzando l’hashtag #bizzarrobazarcontest — in alternativa, inviarlo via mail;
  3. La deadline è il 15 Settembre 2022;
  4. Ricordate che l’idea è dare libero sfogo alla vostra creatività weird, e soprattutto divertirci fra amici! Ricordate, l’idea è quella di dare libero sfogo alla vostra creatività più bizzarra in uno spazio protetto, in cui ogni fantasia morbosa è apprezzata e valorizzata — qui siete tra amici!

Per “riferimento esplicito” si intende che Bizzarro Bazar (il sito, il logo, uno dei libri, al limite perfino la mia barbetta) deve essere raffigurato/menzionato/incluso all’interno del contributo. Tenete a mente che pubblicizzare le vostre creazioni dev’essere anche un modo per promuovere questo blog. Così siamo tutti contenti.
Per capire meglio potete dare un’occhiata ai lavori della prima, secondaterza e quarta edizione.

E ora passiamo ai premi:

1° premio: T-shirt a scelta + tazza a scelta dallo store ufficiale + regalo a sorpresa
2° premio: T-shirt a scelta dallo store ufficiale + regalo a sorpresa
3° premio: T-shirt a scelta dallo store ufficiale

I migliori lavori non classificati saranno comunque pubblicati su Bizzarro Bazar con link ai siti/profili degli autori, e diffusi sui social.

Buon divertimento! Keep the World Weird!

Il libro pornografico dell’autore di Bambi

Oggi è l’anniversario del film Bambi, uscito nelle sale 80 anni fa.
Per questo motivo oggi parleremo di… pedopornografia.

Il capolavoro della Disney è infatti un adattamento dell’omonimo libro per bambini di Felix Salten; di questo prolifico (anche se tutto sommato mediocre) autore austriaco, mi pare doveroso su queste pagine ricordare invece un altro romanzo, quel Josefine Mutzenbacher che oggi probabilmente non potrebbe mai vedere la luce.

Pubblicato anonimo nel 1906, il libro racconta in forma di autobiografia le peripezie di una prostituta viennese. Nulla di originale in questo, le memorie di cortigiane, etère e meretrici erano già un filone classico della letteratura erotica; ma il romanzo di Salten si concentra esclusivamente sulle esperienze infantili e adolescenziali della protagonista, concludendosi proprio al momento in cui Josefine, divenuta quattordicenne, decide di fare del suo corpo una fonte di reddito.

Partiamo con il dire che il libro non è certo un capolavoro, ma ha diversi aspetti interessanti dal punto di vista letterario. Rispetto ad altri testi coevi, spesso intrisi di sofisticati rimandi classici, Salten si pone su un livello volutamente “basso”. Non solo perché scrive un libro apertamente pornografico, ma anche perché decide di ambientarlo non in qualche sospesa nostalgia ellenistica, ma nei quartieri proletari di Vienna, quelli dimenticati dalla letteratura aulica, colorando i suoi dialoghi di espressioni dialettali o volgari, e scegliendo il registro della commedia.(1)Cfr. Luigi Reitani, Pedagogia sexualis: Gli anni d’apprendistato di Josephine Mutzenbacher fra commedia popolare ed estetica della trasgressione, in F. Salten, Josephine Mutzenbacher, Edizione CDE, 1991.

Ma quello che ancora oggi può scandalizzare il lettore è la leggerezza gioiosa con cui vengono raccontate le esplorazioni sessuali di questa bambina, sia in compagnia di suoi coetanei che con adulti, nei sobborghi popolari della capitale fin de siècle.

Prima di gridare alla pedofilia, però, è importante tenere a mente il contesto della pubblicazione di una simile opera.

Quelli erano gli anni dei rivoluzionari studi di Freud sulla sessualità infantile, che fino ad allora non era stata minimamente presa in considerazione. Ma era anche l’epoca della sensualità efebica dei dipinti e degli schizzi erotici di Klimt, e di tutta una serie di produzioni letterarie (Schnitzler, Hofmannsthal, Altenberg) in cui la prima adolescenza veniva esaltata come apice del fascino sessuale. (2)Cfr. Scott Messing, Schubert in the European Imagination, vol. 2, University of Rochester Press 2007. Sulla mitizzazione dell’età dei quattordici anni: pp.160-163.

In questa temperie tardo-ottocentesca nasceva il paradigma estetico del Kindweib, cioè la donna-bambina: un mito che in poco tempo divenne onnipresente, tanto da influenzare anche la moda femminile, e sintomatico proprio del peso che il dibattito sulla sessualità assunse in quel tempo. (3)Ricordo en passant che la donna-bambina si riscontra in innumerevoli romanzi, perfino nei più insospettabili: ad esempio il personaggio di Weena ne La macchina del tempo (1985) di H.G. Wells.

Il termine Kindweib fu popolarizzato nel 1907 da Fritz Wittels in un famoso articolo omonimo che circolò diffusamente nei circoli intellettuali viennesi, in cui si affermava:

Sembra che la bellezza femminile sia più attraente per l’uomo di oggi se rinuncia alla maternità e decide di fare l’eterna bambina […]. Le donne appaiono come bambine, con le ginocchia scoperte, i capelli a caschetto, la carnagione morbida, la bocca rotonda e invitante di un’infante e i grandi occhi stupiti, resi artificialmente più grandi e più stupiti come se fossero ancora interessate a guardare il mondo come fa una scolaretta. Imitano un tipo raro in natura, la donna-bambina, che per ragioni costituzionali deve rimanere bambina per tutta la vita […]. La base più o meno patologica della donna-bambina è la comparsa precoce del sex appeal. Quando una bambina è attraente a un’età in cui gli altri bambini stanno ancora saltando la corda, cessa di essere una bambina. Dall’interno nasce una sessualità precocemente risvegliata, e dall’esterno gli sguardi ammirati la infiammano. Essere desiderata è un’idea così assoluta per questa donna, che ella non continua il suo sviluppo. Dobbiamo quindi aggiungere alla nostra osservazione, che essa cessa di essere una bambina, anche il fatto che rimane una bambina per sempre. Questo contrasto all’interno della stessa persona produce il suo fascino.(4)Citato in Messing, op. cit., p.159.

L’ideale della donna-bambina è dunque bifronte fin dal nome: infantile e adulta, innocente e sensuale, narcisista e innocente.
Per certi versi è una figura che esalta come virtù desiderabili in una femmina il candore, la dolcezza, la spensieratezza, contrapponendosi così alle donne che, in quegli anni, pretendono di fare le intellettuali, addirittura di laurearsi, fare carriera o… di votare.
Dall’altra parte, però, la donna-bambina possiede anche una potente carica sovversiva. La sua sensualità radicale, il disinibito poliandrismo, la sua pansessualità sono caratteristiche che la rendono una “forza della natura” capace si spazzare via d’un solo colpo tutte le istituzioni sociali: essa rifiuta la maternità, la famiglia, la fedeltà, la dipendenza dal maschio. È interessata solo a sé stessa e al gioco della seduzione, simbolo dell’istinto che emerge irrefrenabile, facendo crollare gli argini costruiti nei secoli dalla società.

Anche nel romanzo, Josefine vive le sue esperienze senza l’ombra di un vero trauma, e fa esplodere le convenzioni con la disinvoltura d’una bambina che sta “solo” giocando. Per Salten questa sessualità senza freni non rappresenterebbe dunque una minaccia ma una liberazione.

Sì, ma liberazione di chi?
La donna-bambina è un ideale liberatorio per le donne, o per gli uomini?

Secondo Scott Messing, il fatto che in molti casi (come nel romanzo in questione) questa figura sia una prostituta proverebbe quanto il mito del Kindweib fosse essenzialmente una scusa per giustificare le relazioni asimmetriche con giovani adolescenti che diversi artisti intrattenevano all’epoca:

La costruzione di questo tipo di donna contribuì a produrre una teoria seducente per scrittori come Kraus e Altenberg, entrambi i quali sostenevano che la prostituzione fosse un’esperienza liberatoria per chi la praticava, anche se ne ignoravano le conseguenze sociali, e i quali godevano essi stessi di relazioni indiscriminate con scarsa attenzione per il destino delle loro partner. […] La teoria di Wittels accoglieva il richiamo dell’adolescenza femminile e la libertà dal senso di colpa morale in qualsiasi transazione sociale successiva […]. (5)In Messing, id., p.160.

Nel mio ebook gratuito La donna anatomica parlavo di quanto, almeno fin dal Medioevo, la portata distruttrice e minacciosa dell’eros femminile fosse stata riconosciuta (vale a dire: fabbricata) nonché osteggiata; ma anche l’ideale di una femminilità “libera”, quando è plasmato dalla fantasia maschile, può essere altrettanto subdolo.

Josefine Mutzenbacher resterà, se si escludono poche novelle, l’unica incursione di Salten nell’erotismo.

Già pochi anni dopo l’autore diventerà una firma importante del giornalismo, “con un posto fisso sulle colonne della «Neue Freie Presse», il più importante quotidiano austriaco. La svolta conservatrice di Salten si è ormai compiuta, parallelamente al suo ingresso nelle istituzioni culturali. Nel dopoguerra egli conta tra gli uomini di cultura più influenti della Repubblica Austriaca. […] Nel 1923 era anche giunto l’agognato successo letterario, con la pubblicazione di Bambi. Una storia del bosco, a cui faranno seguito altri titoli nel campo della letteratura per l’infanzia. Costretto a emigrare per la sua origine ebrea dopo l’annessione dell’Austria alla Germania nazista (1938), Salten troverà asilo in Svizzera, dove morirà nel 1945 a Zurigo. Tre anni prima Walt Disney aveva reso celebre il soggetto di Bambi con una spettacolare riduzione cinematografica.(6)Luigi Reitani, Op. cit.

Note

Note
1 Cfr. Luigi Reitani, Pedagogia sexualis: Gli anni d’apprendistato di Josephine Mutzenbacher fra commedia popolare ed estetica della trasgressione, in F. Salten, Josephine Mutzenbacher, Edizione CDE, 1991.
2 Cfr. Scott Messing, Schubert in the European Imagination, vol. 2, University of Rochester Press 2007. Sulla mitizzazione dell’età dei quattordici anni: pp.160-163.
3 Ricordo en passant che la donna-bambina si riscontra in innumerevoli romanzi, perfino nei più insospettabili: ad esempio il personaggio di Weena ne La macchina del tempo (1985) di H.G. Wells.
4 Citato in Messing, op. cit., p.159.
5 In Messing, id., p.160.
6 Luigi Reitani, Op. cit.

Creature invisibili nel cielo

Ecco un nuovo video: finora non avevo mai parlato di UFO e argomenti simili, ma stavolta ho fatto un’eccezione, perché… be’, vedendo il video capirete quali sono le mie motivazioni.

E se il cielo che ci sembra vuoto fosse in realtà abitato da esseri invisibili?

Buona visione!

 

Donne scatenate: ricordo di una possessione demoniaca

L’unica volta che ho visto una persona “indemoniata” è stato durante un periodo di lavoro in Tanzania.
Mi trovavo a Dar es Salaam assieme a una scalcagnata troupe, composta per lo più da amici, per realizzare delle riprese televisive nelle residenze più raffinate così come negli slum della città; un progetto privo di senno e di futuro, che ci avrebbe fatto perdere parecchi soldi (complice anche la nostra ignoranza della cultura e della mentalità locale, al momento di accettare l’incarico), ma che ci aveva catapultato in una perfetta dimensione onirica.

Una sera ci trovavamo a riprendere un concerto in una discoteca – che non saprei certo ritrovare dato che molte strade in quella città non hanno alcun nome. A lavoro finito, rimanemmo a bere un drink.
A un certo punto, successe qualcosa. Le giovani ragazze sulla pista da ballo presero a corteggiare i maschi con una sfrenata mapouka. Era successo tutto nel giro di un minuto: una normale sala da ballo si era trasformata di colpo in un serraglio di natiche frementi, bacini ferocemente ondeggianti ed esplicite simulazioni di copula fra donne, durante le quali una delle due ragazze assumeva teatralmente le parti maschili e fingeva di impossessarsi, da dietro, dell’altra.
Tutti gli atletici e bellissimi maschi si erano spostati ai lati, e se ne stavano affacciati alle sbarre che circondavano la pista, mentre le fanciulle cercavano di attirare la loro attenzione con balli incalzanti e via via più osceni. A margine di questa messa in scena, orgiastica e appariscente, squisitamente femminile, che risultava quasi innocente in virtù di una serena disinvoltura erotica, c’eravamo noi bianchi occidentali, osservatori stupiti e del tutto ignorati dai presenti. Quello spettacolo sensuale finì così com’era iniziato, senza preavviso o forse seguendo un segnale che noi non sapevamo cogliere, e le ragazze si rimisero a ballare in maniera più tradizionale.

Qualche ora dopo, tornando a tarda notte con il minivan verso l’hotel, ci fermammo a un incrocio perché sentimmo delle urla. Lì vicino c’era una donna che si contorceva a terra, inarcando il bacino in maniera inumana, mentre un capannello di persone aveva preso forma tutt’attorno. C’era chi cercava di tenerla ferma, confortandola e accarezzandola, ma i suoi sussulti e le sue grida non accennavano a diminuire. Quel dimenarsi forsennato, con le gambe che si allargavano e il petto che si fletteva e si incurvava, aveva una sorta di qualità impudica: una perdita di freni inibitori che rendeva lo spettacolo non certo eccitante, ma sicuramente sconveniente.

Uno dei nostri accompagnatori, un impassibile e indecifrabile sessantenne dalla pelle scurissima, da tutti chiamato “lo Zio”, abbassò il vetro e chiese cosa stesse succedendo. Ricevette di ritorno qualche parola in swahili da uno degli astanti, tirò su il finestrino e ripartimmo in silenzio come se nulla fosse successo. Più tardi chiesi al nostro interprete cosa si fossero detti lo Zio e quell’uomo per strada, e cosa fosse accaduto alla donna che tutti avevamo visto in preda a spasmi convulsi. Era vittima di un sortilegio, era posseduta dagli spiriti, mi disse; quella gente stava aspettando lo sciamano di quartiere che presto sarebbe venuto a “toglierle” i demoni.

Quella notte, tornato in camera, prendere sonno fu impossibile: non mi abbandonava la sensazione di aver presenziato non a uno, ma a due misteri. In qualche modo, nella mia mente, avvertivo che c’era, perfettamente limpida e innegabile, una connessione tra le ragazze che seducevano i maschi fingendo tra di loro l’amplesso, e la donna posseduta che urlava nella polvere senza più controllo. Non avrei potuto dire esattamente quale filo invisibile unisse le due esperienze appena vissute, ma sapevo che c’era.

Negli anni successivi, ci ho riflettuto spesso. Nonostante la situazione dei diritti femminili in Tanzania sia migliorata nel tempo, la società è ancora fortemente patriarcale, e la discriminazione di genere, le violenze, gli abusi e i soprusi a carico delle donne sono ancora molto diffusi.
Quelle a cui avevo assistito erano due episodi in cui la trasgressione – in particolare quella del corpo femminile liberato – era invece consentita, in quanto ben regolamentata.

Il ballo osceno e sconveniente chiamato mapouka (che comportava anche un’inversione di genere, nell’assunzione del ruolo maschile per mimare l’amplesso) era possibile in quanto sancito dal contesto: i confini della discoteca, e i termini temporali convenuti. Si ballava così solo in quel luogo, e per un lasso di tempo specifico.

Allo stesso modo, il fenomeno della possessione – che potrebbe a prima vista sembrare un evento di rottura dell’ordine sociale – ha in realtà norme e funzioni culturali precise.
Come scrive Moreno Paulon,

nessuna società sembra trovarsi impreparata di fronte alla possessione. Se l’esordio spiritico può sconvolgere e marcare l’esistenza di un individuo o di una classe di individui, nessun ordine culturale viene scombinato o entra in crisi quando la possessione si manifesta in uno dei suoi membri. Le culture umane hanno elaborato le più varie convenzioni, come ritualità ben stabilite e interpretazioni simboliche, che accompagnano e guidano l’episodio. Spesso un gruppo eletto è istruito per categorizzare e gestire il fenomeno: cura un malato laddove la possessione è considerata il sintomo di una patologia; interpreta l’oracolo quando l’invasato è un ponte e la sua parola un messaggio dall’oltremondo; esorcizza l’indemoniato se si crede che uno spirito malevolo ne abbia sequestrato il corpo. Ma l’idea che la possessione sia necessariamente legata “al male” e che vi si debba rispondere con un esorcismo è solo una fra le molte costruzioni culturali presenti al mondo. All’interno dell’ordinamento di una società, un culto di possessione può assolvere le più varie funzioni: può confermare o ridiscutere l’equilibrio di potere fra i sessi, consacrare un’identità nazionale, legittimare una famiglia regnante, o ancora esprimere una sofferenza di classe, consolidare un sistema morale, orientare decisioni politiche, indicare alleanze matrimoniali.

(M. Paulon, Sulla possessione spiritica, in AA.VV., Il diavolo in corpo, 2019, Meltemi)

Ecco allora che, nell’arco di una sera, ero stato testimone di due momenti in cui il corpo femminile si era espresso al tempo stesso in modo irregolare e regolamentato. La mapouka e la possessione spiritica, se rapportate a una condizione femminile generalmente oppressa, appaiono come “ribellioni autorizzate”: valvole di sfogo, in superficie, ma nel profondo dispositivi di autodisciplina, microtecniche di controllo del sistema, un po’ come il Carnevale era l’inversione delle gerarchie approvata dalle gerarchie stesse.

Una sessualità scatenata, libera dai vincoli della cultura, non è ammissibile. È l’incubo di qualsiasi potere. In quella torrida notte africana ho presenziato non a uno, ma a due misteri – che forse erano lo stesso: una battaglia millenaria tra impulsi repressivi ed espressivi, un conflitto che sfrutta il linguaggio del mito e dell’estasi, ma che ha luogo sempre e solo sul corpo femminile.

La muffa dei teschi

L’usnea umana — cioè la muffa che cresceva sui teschi — era ritenuto un rimedio farmaceutico straordinario per molti mali.

Ecco un mio nuovo video che ne parla:

Taxiderman

Venerdì 17 giugno sarò a Padova per un evento davvero unico, una serata dedicata interamente alla tassidermia e ai risvolti sociologici, psicologici e culturali dell’arte di imbalsamare gli animali.

Alle ore 21 all’interno del prestigioso Palazzo Zuckermann verrà proiettato Taxiderman, diretto da Rossella Laeng, un documentario incentrato sul lavoro dell’imbalsamatore Alberto Michelon.


Vi avevo parlato di lui cinque anni fa, in questo post: oltre a essere l’unico imbalsamatore in Italia a proporre creazioni tassidermiche “artistiche” (vale a dire non-naturalistiche), Alberto è anche specializzato in tassidermia di animali d’affezione.

Ho sempre trovato molto commovente che specie diverse riescano a creare un rapporto profondo tra di loro, a dispetto (o forse proprio a causa) del freddo del mondo; quando l’affetto tra un essere umano e un altro animale diviene così stretto, è chiaro che l’elaborazione del lutto può risultare difficile e dolorosa. Per questo motivo venerdì si parlerà anche di tassidermia in relazione al pet grief con varie personalità della scienza e della cultura: oltre all’incontro con Alberto Michelon e la regista Rossella Laeng, la serata prevede dunque gli interventi di Anna Cordioli (psicoanalista), Stefania Uccheddu (Responsabile del Servizio di Medicina Comportamentale Clinica S. Marco), Gianni Vitale (giornalista, Presidente Promovies), e del sottoscritto. Io parlerò della storia della tassidermia e dei suoi rapporti con altri tipi di conservazione delle spoglie, come ad esempio le reliquie.

Se volete prenotare il vostro biglietto per la serata, potete farlo su Eventbrite. Vi aspetto!

Il bacio eretico: eros e oscenità nel sabba

Guestpost di Costanza De Cillia

Nella narrativa medievale figura un bacio disgustoso, con cui l’impavido cavaliere riporta ad umane sembianze la bella principessa tramutata per crudele incantesimo in drago o in serpe: è il fier basier, che nel folklore si riaggancia, a ruoli e generi invertiti, alla fiaba del principe ranocchio raccolta e resa celebre dai Grimm.
In queste vicende, il bacio è un atto eroico, con il quale si supera il disgusto suscitato dal contatto con una viscida creatura legata al mondo sotterraneo, acquatico, dalla forte ambivalenza atavica e oscura.

Nell’orrore che suscita, una simile prova richiama un’altra immonda effusione narrata dai testi medievali – i manuali di demonologia, stavolta: l’osculum infame. Questo è il famigerato bacio sotto la coda del Diavolo, o di una delle sue manifestazioni animali (l’asino, il capro, il gatto nero): l’espressione somma dell’oscena adorazione tributata in occasione del sabba al Signore Oscuro nella sua forma corporea, nel modo più umiliante possibile, dai suoi seguaci.

L’osculum infame, pur avendo prima di tutto un valore rituale “giuridico” e contrattuale, come vedremo, rientra anche tra le pratiche sessuali prive di scopo riproduttivo attribuite ai seguaci di Satana, accanto alla sodomia e ai coiti demoniaci, che, come spiega M. Barbezat a proposito della sessualità eretica, costituiscono una presa in giro (mockery) della carità cristiana. Esso è considerato un atto innaturale, legato al mondo dei rapporti promiscui con gli animali, tanto che non a caso richiama il fier basier citato in apertura.
Barbezat nota come nel sabba i novizi si associno alla setta con un rituale inteso a renderli spiritualmente morti e velenosi per il resto del consesso umano: ecco perché prima di tutto baciano il rospo, emblema della sensualità e del decadimento fisico, la cui bava cancella in loro il ricordo della fede cattolica, e poi si uniscono in un amplesso di gruppo considerato un sacro atto di venerazione. Il piacere vuoto che derivano dai rapporti con i demoni e gli altri eretici non produce frutti durevoli, ma solo morte: i bambini così concepiti vengono ridotti in cenere durante crudeli offerte al Diavolo e/o consumati in un pasto cannibalistico.

La copula demoniaca

Il sesso stregonico è la via con cui gli eretici, ridotti a mero corpo, formano un’unità dannata, biologicamente improduttiva, spiritualmente inerte. Come i credenti si fanno uno con e in Cristo, diventando membra del corpo del Risorto in terra cioè della Chiesa, così i dannati si associano nella sua immagine speculare invertita: un corpo diabolico, prigioniero della materia decaduta in vita e dell’Inferno dopo la morte, di cui Satana è il capo. È proprio un’unione letterale, che riflette la riduzione delle capacità cognitive dei partecipanti, dovuta all’allontanamento dallo Spirito Santo. Questa è la materialità bruta dell’eretico medievale, che, pur essendo dotato di anima, l’ha perduta quando ha rinnegato Cristo, condannandosi in vita a mero corpo.

L’attenzione alla sessualità eretica e in particolare stregonesca deriva dalla convinzione di demonologi e inquisitori secondo la quale il corpo umano sarebbe estremamente vulnerabile alla predazione diabolica e agli aberranti fenomeni sessuali ad essa legati. Infatti, come spiega il Malleus Maleficarum, il potere del Diavolo risiede nelle parti intime degli esseri umani, in particolare delle donne, la cui sfrenata lussuria conduce alla stregoneria e alla conoscenza carnale dei demoni.
Questo è un punto saliente dello stereotipo del sabba: la realtà dell’accoppiamento tra i partecipanti alla tregenda e gli spiriti malefici – se non addirittura Satana in persona – è data per assodata, tanto che la copula diabolica costituisce un attribuito fondamentale senza il quale non si è considerati streghe. La conoscenza carnale è inoltre vista come prova irrefutabile dell’esistenza dei demoni – e di conseguenza degli angeli, scrive W. Stephens in Demon Lovers: mentre però gli angeli non interagiscono con i mortali, i demoni si accoppiano con gli esseri umani, come le divinità e le creature mitologiche della Grecia antica, di cui costituiscono la forma diabolica. I demoni femminili, in particolare, ricordano certe creature infere mutaforma dalle caratteristiche vampiresche, quali l’empusa e le sirene. Avide di sperma, latte e sangue, queste figure erano già presenti nella mitologia greca al seguito di Ecate tricefala, dove succhiavano la forza vitale degli uomini – con cui erano in grado di unirsi sessualmente, pur essendo spiriti o spettri di morti, privi dunque di corpo fisico. La demonologia, nel trattarne, attinge alla Genesi (Gen 6,1-4), alla tradizione apocrifa (1 Enoch) e al De civitate Dei di Agostino (XV, 23) che definisce possibile il coito demoniaco ma non la paternità diabolica dato che un simile amplesso è destinato a rimanere infecondo.

In quanto spiriti, i demoni sono incorporei, ma condensando l’aria possono crearsi un corpo provvisorio, di cui riescono addirittura a variare il genere: prendono prima la forma femminile del succubus (“che giace sotto”) per procurarsi il seme di un uomo, che poi immettono in una donna con la quale giacciono in forma di incubus (“che sta sopra”). Questo stratagemma talvolta viene sostituito dall’uso di un cadavere momentaneamente rianimato come veicolo maschile, o dalla collaborazione tra un incubo e un succubo, secondo quei demonologi per cui anche gli spiriti maligni sono sessuati (in tale visione, il numero dei demoni di genere maschile supera nettamente quello dei demoni femminili, proprio a causa della concupiscenza senza fondo delle donne).
Si tratta di una pratica che nella prima fase della demonologia viene spiegata con l’orrore attribuito ai demoni nei confronti della sodomia, per cui agli spiriti maligni risulterebbe impraticabile l’accoppiamento con un essere umano di genere maschile – teoria che verrà poi abbandonata in favore di una sessualità diabolica assolutamente senza limiti. In ogni caso questa attività viene sbrigata con una velocità sovrumana, che fa sì che il fallo demoniaco risulti gelido alle partner umane. Inoltre, tale coito secondo alcuni è estremamente doloroso, a causa delle dimensioni spropositate del membro diabolico, della sua temperatura glaciale e/o della sua biforcazione, finalizzata alla doppia penetrazione simultanea; secondo altri, al contrario, la copula con un demone sarebbe assai più piacevole di quella con un uomo, tanto che il diavolo viene temuto dai mortali anche come rivale sessuale. Sulla scia di Agostino, come abbiamo detto, è un genere di accoppiamento ritenuto propriamente infecondo perché non porta alla nascita di “figli del diavolo” in senso letterale: i bambini, concepiti da donne ingravidate dallo sperma umano che i demoni hanno “rubato”, sono infatti umani anch’essi.

Il bacio infame

Quella di baciare le terga del demonio, di un demone o di un confratello, è un’accusa che compare assai di frequente tra gli atti sacrileghi compiuti dai gruppi ritenuti eretici, tra il XII e il XVII secolo. Dopo essere stata tramandata come parte dei comportamenti scandalosi dei primi cristiani, e prima di essere attribuita ai partecipanti alla “sinagoga” (come venne definita inizialmente la tregenda), l’infamante diceria colpisce dapprima i Catari, poi i Valdesi, i Fraticelli, e i Publicani o “Paterini” francesi. Sono queste congreghe di cristiani ferventi che, proprio perché profondamente coinvolti nel credo cristiano, vengono sospettati di profanarlo, macchiandosi cioè di eresia.
Dopo gli eretici, l’osculum infame sarà utilizzato come capo d’accusa nel processo all’ordine cavalleresco dei Templari (1307-1312), ma anche contro Gilles de Rais: casi famigerati in cui i sospetti di magia si sommano alle voci di disordine sessuale, ai danni di personaggi eminenti resi così vittime di diffamazione e repressione politica. La venerazione satanica mediante bacio osceno verrà poi inserita nello stereotipo del cerimoniale del sabba, ma solo quando la figura della strega passerà da vittima dell’inganno diabolico (come sosteneva il Canon Episcopi) a colpevole complice del Maligno.

La rottura ufficiale è sancita dalla bolla Super illius specula di papa Giovanni XXII (1326-1327), in cui, forgiando l’immagine teologico-giuridica della stregoneria che diverrà poi dominante, si afferma l’esistenza di una nuova setta votata a una turpe schiavitù, alleata con la morte e adoratrice del diavolo. Proprio in quest’ottica cospirazionista, che vede la Cristianità assediata da ogni parte dall’Antichiesa di Satana, si delinea l’idea di una vera e propria società di streghe, intenta a una sistematica distruzione del consorzio umano.
La descrizione delle attività empie e nocive di questa maligna collettività era già stata abbozzata, ma solo a livello locale tedesco, dalla bolla Vox in Rama di papa Gregorio IX (1233); dopo la diffusione del panico collettivo e la crisi successiva alla Peste del 1348, la dottrina demonologica si consolida, delineata ufficialmente dalla bolla Summis desiderantes affectibus di Innocenzo VIII (1484) e poi dal manuale Malleus Maleficarum (1487), vera e propria summa contra maleficas (come la definisce Cardini) che della bolla papale è il commento nonché la messa in atto che avvia la repressione del delitto di stregoneria.

Sorge così la demonologia, scienza “del male” elaborata in opposizione alla magia come scienza “malvagia”: essa diventerà il principale veicolo di trasmissione di conoscenza relativa a tale crimine, mentre i processi giuridici assumeranno la funzione secondaria di convalida di quanto scritto nei manuali.
In questi scritti, grande attenzione si pone ai rituali della congrega, tra i quali spicca appunto il bacio in parti “non nobili” del corpo, umano e non. Nel sabba dunque il fedele, essendosi posto in ginocchio e avendo abiurato la fede cristiana, dapprima bacia un rospo (sull’ano o sulla bocca, leccandone bava e lingua), poi, se ne ha ottenuto il diritto commettendo crimini ed eccessi istigati dal nemico del genere umano, bacia il gatto nero sotto la coda, profana l’ostia consacrata e si abbandona a un’orgia alimentare e sessuale indiscriminata.

Tuttavia, come spiega P. Mazzantini in apertura alla sua eccellente monografia sull’argomento, anche se «una forma di eroticità è comunque presente nell’osculum infame ed è legata all’immagine del connubio tra il diavolo e la strega, o gli eretici, che aveva luogo durante lo svolgimento del sabba», non è l’elemento erotico l’aspetto fondamentale del bacio osceno. Con questo gesto le streghe infatti prima di tutto materializzano il legame che le lega al loro Oscuro Signore, suggellando un rapporto non paritario bensì di soggezione: si tratta quindi di un emblema di affiliazione diabolica, non di un atto sessuale.

Il bacio nel Medioevo infatti deriva la propria valenza dal fatto di essere gesto e simbolo insieme, apposto come conferma dell’efficacia di un atto (sociale, religioso, giuridico), con cui un uomo libero si rendeva spontaneamente “uomo di un altro”, legandosi a lui in una posizione di dipendenza personale con un giuramento di fedeltà. Tuttavia, il bacio possiede anche una certa ambivalenza collegata alla bocca, che fa sì che esso possa essere anche espressione fisica di degradazione o punizione derisoria (che mina l’integrità morale di chi lo dà ma non di chi lo riceve); a seconda della parte baciata, esso indica il grado di parità tra il baciatore e il baciato.
In questo senso, quando è usato da un eretico in omaggio a una creatura anziché al Creatore, in sommo pervertimento della Legge (Es 20,3), il bacio costituisce allora l’estrema offesa a Dio. Ribaltamento blasfemo e grottesco, esso sbeffeggia tanto il culto dell’Agnello quanto l’osculum pacis liturgico, tanto il bacio rituale vassallatico quanto la pax cristiana annunciata dalla pace eucaristica. Opera insomma un’inversione rispetto al bacio “normale”, che era emblema di tutta una serie di riti pubblici, di ordinazione cavalleresca o clericale, nonché segno spirituale dell’unità cristiana.
Il bacio sulle terga è una burla con cui il diavolo tiranno deride i suoi sudditi, richiedendo loro una degradante sottomissione proprio come fa il Signore coi suoi Vassalli.

Il sabba: un rovesciamento fittizio?

D’altronde l’intero cerimoniale del sabba è dominato da una tensione verso il basso – in senso escatologico ma anche scatologico. Questa attenzione alla parte inferiore del corpo (ventre, genitali) e alle sue funzioni (digestive, escretorie, generative) si ricollega al concetto del “basso corporeo” che secondo gli studiosi rivestiva un ruolo dominante in quel realismo grottesco tipico del carnevale e delle parodie medievali (M. Bachtin).

Lo sfintere anale non è che l’equivalente di una bocca che si apre sul “volto alla rovescia”; così il bacio sull’ano è l’opposto di un bacio casto. Quest’idea è coerente con la visione della stregoneria come immagine al negativo della fede cattolica: anche il sabba, nei suoi vari momenti, viene descritto come una “Messa all’incontrario” costruita su una puntuale inversione della liturgia.

Ad aprire le sataniche danze è l’adorazione del Diavolo da parte delle streghe, che in ginocchio rinnovano la propria fedeltà e la rinuncia alla fede cristiana, confessando poi i loro peccati (cioè, specularmente, proprio quelle che i cristiani definirebbero “buone azioni”) e i maleficia commessi per la gloria del loro sovrano infernale. L’antisacramento che suggella il loro voto, confermando l’apostasia rispetto alla fede cristiana, è appunto il bacio, che ciascuna strega tributa a turno (non sempre sul posteriore: talvolta anche sul piede/zoccolo sinistro o sui genitali di colui che presiede l’assemblea).
Questo “crescendo di profanazione” è seguito da un’Eucarestia a base di suola di scarpa nera e liquido nauseabondo, da un banchetto rivoltante (Mazzantini), e infine da un’orgia promiscua.

Tuttavia, il sabba annulla l’ordine sociale solo in apparenza. Certo, la gerarchia celeste viene rovesciata mettendo il diavolo al posto di Dio e i demoni al posto degli angeli, ma la posizione degli uomini rispetto all’Oscuro Signore rimane immutata: come spiega Mazzantini, «i seguaci della stregoneria cambiano religione, diventando i fedeli di un credo che è specchio ribaltato di quello precedente, ma mantengono costante il ruolo di fedeli e soprattutto di servitori».

A dispetto di tutti questi rovesciamenti, insomma, gli uomini sono sempre sudditi.
Per questo la cerimonia del bacio immondo, per quanto vi si possano leggere delle sfumature sessuali, rimane soprattutto la rappresentazione di una dinamica di potere: espressione di una società che, perfino nel descrivere la ribellione più oscena, scandalosa e iconoclasta che la fantasia le consente di immaginare, non riesce a figurarsi se non sottomessa a un volere più grande.

Costanza De Cillia è Dottoressa in Filosofia e Scienze delle Religioni. I suoi principali campi di ricerca sono l’estetica della violenza e l’ antropologia dell’esecuzione capitale. 

Link, curiosità & meraviglie assortite – 26

Benvenuti a questa edizione pasquale della rubrica che raccoglie stupori e leccornie varie da internet. Parlando di feste, qui sopra un anonimo pittore toscano del Seicento ne raffigura una in cui mi sentirei davvero a mio agio.
E si parte subito!

  • Iniziamo con una breve raccolta di ultime parole pronunciate sul palco della ghigliottina.
  • Qui, invece, ecco un ponte di formiche.
  • I lavori per ricostruire la cattedrale di Notre-Dame, dopo l’incendio che l’ha devastata tre anni fa, hanno portato alla luce un misterioso sarcofago di piombo risalente con ogni probabilità al XIV secolo. A breve verrà aperto: chissà se contiene uno scheletro gobbo.
  • Come reagireste se, cercando casa vostra su Google Street View,  vedeste seduti sul portico mamma e papà… che però sono morti da anni?
    Quell’immagine vi angoscerebbe, vi farebbe soffrire? Oppure, al contrario, la guardereste con commozione e affetto, perché quella foto ve li fa sentire ancora vicini? Chiedereste a Google di rimuovere l’immagine, o di mantenerla per sempre, a memoria? Con la crescita di Street View questo genere di cose capita a sempre più persone, ed è solo uno dei molti modi in cui internet sta modificando l’elaborazione del lutto.

  • Il gentleman qui sopra è uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, Gouverneur Morris, che ebbe una vita particolarmente movimentata: all’età di 28 anni venne investito da una carrozza e perse una gamba; in seguito collaborò alla stesura della costituzione, poi venne mandato in Francia dove ebbe una sfilza di amanti e riuscì a scampare illeso dalla Rivoluzione. Tornato negli Stati Uniti, decise finalmente di mettere la testa a posto e di sposare Ann Cary Randolph, la sua governante accusata di infanticidio. Insomma, come poteva chiudere in bellezza la sua esistenza un uomo simile? Nel 1816 Gouverneur Morris, che soffriva di prostata, morì in seguito alle ferite interne causate da intervento chirurgico che si era praticato da solo: nel tentativo di sbloccare il tratto urinario, aveva usato come catetere improvvisato… un osso di balena. (Grazie, Bruno!)
  • Dieci anni fa ho postato qui sul blog un articolo sull’incidente del Passo Dylatov, uno dei misteri storici più longevi. L’anno scorso due ricercatori svizzeri hanno pubblicato su Nature uno studio che sembrerebbe essere, finora, la spiegazione scientificamente più plausibile per la tragedia avvenuta nel 1959: gli alpinisti potrebbero essere stati uccisi da una violenta e anomala valanga. Complice anche la noia del lockdown, questa teoria ha scatenato nuovamente i media, i social, i complottisti, i romantici fan degli abominevoli uomini delle nevi, e chi più ne ha più ne metta. In breve tempo, i due ricercatori si sono trovati sommersi da richieste di interviste e discussioni online. Hanno dunque eseguito tre nuove spedizioni al Dylatov e pubblicato un secondo studio in cui, oltre a confermare i loro precedenti risultati, parlano anche in maniera divertita dell’attenzione mediatica ricevuta.
  • Nell’ottobre scorso a Portland si è svolta un’autopsia davanti a un pubblico pagante. Sui risvolti etici del proporre autopsie pay-per-view è intervenuta lucidamente l’amica Cat Irvin, che è conservatrice delle collezioni anatomiche del Surgeons’ Hall di Edimburgo. (Per inciso, Cat ha anche un bellissimo blog chiamato Wandering Bones, e la trovate su Instagram e Twitter.)
  • Qui sotto, l’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria vestito da mummia per una foto souvenir, (circa 1895). Via Thanatos Archive.

  • Se un albero cade nella foresta e nessuno lo sente, fa rumore? E se un orso suona il piano in una casa vuota?
  • Un tweet che propone una prospettiva inedita (e francamente un po’ schifosa) sul nostro scheletro.
  • Il 22 aprile 1969 al Queen Elizabeth Hall di Londra andò in scena l’opera lirica più allucinata e scioccante di tutti i tempi: Eight Songs for a Mad King, di Peter Maxwell Davies. Il protagonista del dramma è Re Giorgio III, che soffriva di un’acuta malattia mentale: di conseguenza, l’intera composizione vuole essere una raffigurazione della cacofonia schizofrenica che sta dentro la sua testa. I sei musicisti ( flauto, clarinetto, percussioni, pianoforte/clavicembalo, violino e violoncello) suonavano all’interno di gigantesche gabbie da uccello; a interpretare i versi, le grida e i repentini cambi di umore del Re impazzito, un baritono con 5 ottave di estensione (!) vestito con una camicia di forza. L’opera, della durata di mezz’ora, era un assalto del tutto inedito alle regole convenzionali, oltre che all’udito degli spettatori che non avevano certo mai sentito niente di simile: l’atto unico culminava nel momento in cui il sovrano rubava il violino al suonatore e lo spaccava in mille pezzi.
    Se avete 28 minuti e volete cimentarvi con questa disturbante rappresentazione della follia — esempio più unico che raro di musica classica punk — ecco un filmato del 2012 in cui la parte solista è affidata a Kelvin Thomas che, all’epoca delle riprese, aveva ben 92 anni.

Ora, due notizie un po’ più personali.
La prima è che continuano le mie conferenze online (in inglese) per Morbid Anatomy: la prossima sarà il 14 maggio, si intitolerà Suffering Souls e verterà sul culto dei morti a Napoli. Info e biglietti qui.

In secondo luogo, ricordo che è uscito per Odoya l’Almanacco dell’Italia occulta, a cura di Fabrizio Foni e Fabio Camilletti: seguendo la linea del precedente Almanacco dell’orrore popolare, anche questo volume raccoglie numerosi contributi a firma di diversi autori. Se il primo libro però si focalizzava sulla dimensione rurale del nostro paese, questa nuova antologia prende in esame il contesto urbano, esplorandone il volto nascosto, fantastico e “lunare”. Tra i saggi di oltre 20 autori inclusi nell’Almanacco c’è anche un mio studio sulla testata giornalistica più weird, pittoresca e inaspettatamente complessa della storia della stampa italiana: cioè Cronaca Vera, che con i suoi titoli pulp e fantasiosi ha lasciato un segno indelebile nel nostro immaginario.

In conclusione, vi faccio i miei auguri e mi commiato con un meme pasquale.

Alla prossima!