Exxagon e il cinema di confine

Questo articolo parla di un libro di recensioni di film.

Di questo libro, che ritengo eccezionale, avrei potuto a mia volta scrivere una semplice recensione. Ma il titolo in questione, in virtù delle pellicole di cui si occupa, da un lato rifugge proprio il risaputo. Dall’altro, si intreccia con il mio vissuto, cioè con una parte fondamentale della mia cinefilia; l’amore incondizionato per il cinema weird, estremo, di confine.

Quindi lasciate che la prenda un po’ alla lontana, perché certe passioni sono inscindibili dal contesto in cui sono nate.
Lasciate che inizi con un po’ di sana polemica.

Ci si divertiva con poco, signora mia

«Ai nostri tempi ci si sbucciava le ginocchia giocando in cortile… si doveva cercare un gettone per telefonare dalla cabina… per leggere si andava in biblioteca… [inserire ad libitum altre banalità sulla falsariga, intercalate da puntini], MA ERAVAMO FELICI.»
Queste litanie che, ahimè, diversi miei coetanei fanno circolare su internet, mi fanno venire l’orticaria come poche altre cose al mondo.

Dico questo perché, allo stesso modo, non nutro alcuna nostalgia nei confronti di quell’epoca a detta di molti “eroica” in cui per procurarsi la VHS di un oscuro horror giapponese mai distribuito in Italia, bisognava nell’ordine: 1) scovare qualcuno che in Giappone c’era stato; 2) che l’aveva acquistata; 3) convincerlo a scambiarla con un altro film introvabile o, peggio, pagarla a peso d’oro; 4) se il proprietario della VHS stava in un’altra città, com’era probabile, toccava effettuare lo scambio via posta; 5) aspettare e pregare il cielo che non arrivasse la classica “sòla”, in questo caso probabilmente una cassetta copiata mille volte – immagine spappolata, sonoro gracchiante, lingua originale senza sottotitoli.

Insomma, a quel tempo (parlo della metà degli anni ’90) essere cinefili era un investimento non indifferente, c’era da sbattersi un sacco: ma alla retorica del più-sudi-per-avere-una-cosa-più-avrà-valore non abbocco più, anche a seguito di ripetute fregature.
L’accessibilità e la comodità che conosciamo oggi per certi versi ci rendono perfino più obbiettivi e insegnano un’arte diversa: l’abilità di selezionare, di filtrare i diamanti dal ciarpame.
Fine della parte polemica, inizio della parte bella.

I nerd del cinema bizzarro

In realtà, lo ammetto. Per un appassionato di visioni non convenzionali quel periodo fu davvero entusiasmante, per un motivo preciso: sopravviveva ancora un cinema nascosto, lontano dai canali mainstream, e contemporaneamente iniziavano a nascere i mezzi per accedere a tutte queste pellicole proibite e non allineate.
Spuntavano i primi newsgroup, forum, bacheche virtuali cerco/offro, e uscivano allo scoperto i primi collezionisti: ragazzi invidiabili che nella loro cameretta ospitavano già una cineteca mirabolante, un delirante Eldorado di budella esplose, soft porno ambientati nei lager, lupi mannari in lotta contro i camorristi, cannibali impalati e spadaccini dagli occhi a mandorla che svolazzavano in brumose foreste.
Roba che ci si sognava nei film proiettati in sala.

Qualche anno ancora, e grazie ai programmi di file sharing saremmo diventati tutti trafficanti. “Pirateria”, si chiamava, quindi aveva un che di romantico, da filibustiere.
In più, per chi si appassionava di cinema estremo, c’era quel sottile piacere di procurarsi in segreto l’ultima efferatezza di Hong Kong, mentre la mamma era in salotto a riguardarsi I ponti di Madison County.

Fu più o meno in questo periodo che comparvero le prime guide per orientarsi nel caleidoscopico universo del cinema “off”. Una delle migliori era un sito di recensioni cinematografiche davvero unico in Italia: si chiamava eXXagon, e rimase attivo dal 2004 al 2015.
Prima di parlarvi di questo sito, però, permettetemi un ultimo piccolo approfondimento.

La controcultura dei filmacci

Uno degli aspetti più importanti dell’esperienza cinematografica è la sua dimensione comunitaria, e non mi riferisco solo al buio di una sala gremita. La misura collettiva continua anche fuori, nelle discussioni tra amici, al tavolo di un bar così come online, e nella capacità quasi sovrannaturale che hanno certe sequenze di incidersi nell’immaginario popolare.

Ma il cinema è comunitario anche prima, fin dal momento della sua realizzazione. Per fare un film è necessaria la convergenza miracolosa di una moltitudine di pensieri creativi: regista, sceneggiatori, direttore della fotografia, scenografi, costumisti, make up artist, SFX, senza contare poi lo sforzo di maestranze, tecnici, organizzatori, e tutto il resto della filiera produttiva e distributiva. «Lo scrittore lavora con la penna – riassumeva Orson Welles – il regista deve lavorare con un esercito.»
Un film è quindi un testo creato da una collettività di persone, affinché venga fruito da un’altra collettività di persone.

Voglio dire che se il cinema di serie B, C o Z, è esistito davvero e ha avuto una sua fortuna è perché rispecchiava i gusti di un insieme piuttosto vasto di individui: cinefili fuori dal coro, certo, ma anche chi questo cinema-bis lo realizzava. Era tutto un rincorrersi e un influenzarsi a vicenda, un ammiccamento tra iniziati, un riequilibrio continuo tra domanda e offerta, elementi che formavano a poco a poco un’estetica e un immaginario condivisi.
Si trattava di una vera e propria controcultura, sebbene non fosse politica e nemmeno organica, accomunata dall’entusiasmo per il cinema bizzarro, trasgressivo, trash e camp. Ma soprattutto era una scena underground che riportava al centro del dibattito un elemento dimenticato sia dai grandi autori che dai critici blasonati: il lato infantile dell’amore per il cinema.

Un tizio fa volare pezzi di zombi ovunque affettandoli con un tagliaerba, in tripudio di sangue e interiora; una coppia comincia una relazione a tre con un cadavere putrefatto; una bevanda fa sciogliere in orrende pozzanghere colorate chiunque la beva; un preservativo prende vita e comincia ad azzannare chi lo utilizza; a una festa eccentrica, uno spogliarellista fa “cantare” il suo sfintere anale al ritmo di Surfin’ Bird dei Trashmen.

La jouissance insita questo tipo di immagini (e di intrecci) non è forse analoga all’emozione liberatoria del bambino che salta in una pozzanghera, quando gli hanno detto che non sta bene farlo?

Le cose stanno così anche nel nuovo millennio: basta guardare al successo di una pellicola come The Human Centipede, il cui richiamo risiede pressoché tutto in un concept capace di diventare un’esperienza di sfida virale, alla stregua dell’infame e coeva clip 2 Girls 1 Cup che inaugurò una gara collettiva e globale di resistenza ai conati.

Tutto il cinema scandaloso è fatto da, e per, eterni bambini insofferenti alle regole. Bambini che vogliono guardare proprio quello che non sta bene guardare.

eXXagon è morto, viva eXXagon!

Torniamo a eXXagon.
L’autore del sito, Alessandro Pedrazzi, si proponeva di mappare una galassia di film e generi diversissimi tra loro eppure quasi tutti accomunati da un elemento preciso: la liminalità, cioè il loro porsi ai margini della storia del cinema o, meglio, del gusto dominante. Dai poliziotteschi agli horror underground più truculenti, dalle provocazioni trasversali dell’exploitation ai classici dimenticati del cinema muto, da Cronenberg ai mondo movies.

Oggi il papà di eXXagon ha deciso di recuperare dall’oblio virtuale il mastodontico lavoro che aveva condotto sul sito, per consegnarlo alla posterità pubblicando eXXagon: note al margine di un cinema al limite.

Un’opera monumentale in due volumi contenente ben 2100 recensioni, prezioso tesoro di consultazione, esplorazione e approfondimento che riflette senz’altro le preferenze, squisitamente personali, dell’autore. Eppure seguendo il filo di questo lunghissimo rosario di perle “eretiche”, unendo i punti di una mappa apparentemente caotica, formata da centinaia e centinaia di film weird, eXXagon traccia la storia parallela di un cinema periferico.

Poco sopra, nel parlare della controcultura dei B-Movie, ho usato i verbi al tempo passato perché oggi questo elemento un po’ esclusivo ha perso di significato. Vuoi per la facilità nel reperire anche il titolo più esoterico, vuoi perché l’ibridazione e il pastiche sono entrati nella quotidianità – non solo del cinema mainstream, ma della dimensione online: memetica, mash-up, ecc. –, oppure ancora perché l’asticella dell’osceno si è alzata sempre più fino a generare indifferenza. In ogni caso adesso non ha più molto senso parlare di “cinema di genere” né di “cinema estremo”.

Un libro come eXXagon, quindi, con i suoi due enciclopedici volumi densi di pellicole folli e coraggiose, da una parte ricostruisce un’epoca che forse è definitivamente chiusa; ma dall’altra è tutto fuorché nostalgico.

Mi pare, infatti, di leggervi in filigrana un messaggio più profondo.
Se questo tipo di cinema brutto sporco e cattivo ci ha mai insegnato qualcosa, è questo: infischiatevene delle categorie, spernacchiate il buongusto, sovvertite le prospettive comuni, date valore all’esotico e al bizzarro; ma soprattutto, quando si tratta di cinema, fidatevi sempre del bambino che è in voi… e che vi sta sussurrando di saltare in quella disdicevole, irresistibile pozzanghera.

eXXagon: note al margine di un cinema al limite di Alessandro Pedrazzi è disponibile su Amazon (Vol. 1 e Vol. 2, ebook Vol.1 e Vol. 2).

Amore oltre la morte (S02E04)

In questo episodio della stagione 2 di Bizzarro Bazar, prodotta in collaborazione con i Musei Civici di Reggio Emilia: una macabra vicenda di ossessione e morte; una meravigliosa vetrina di coralli appartenuta a Lazzaro Spallanzani; uomini e donne a cui crescono le corna.

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L’incanto degli occhiali

A 18 anni mi operai agli occhi, liberandomi così delle lenti che portavo fin da bambino.
Ma tanti anni passati tra libri e computer, per dodici ore al giorno, cominciano a esigere il loro tributo, e ora sono tornato a inforcare nuovamente gli occhiali. Ho così riscoperto un incanto che avevo quasi dimenticato.

Portare gli occhiali ha un duplice vantaggio: si può metterli, e toglierli.
Si possono guardare le cose con chiarezza, quando serve. Se invece levo gli occhiali e non mi sforzo di mettere a fuoco, anzi rilasso il più possibile i muscoli intorno agli occhi, la realtà diviene un quadro impressionista. I dettagli più minuscoli o lontani si confondono in forme esoteriche, la cui identità mi diletto a indovinare o a inventare, cercando le soluzioni più implausibili (so che quella macchia indistinta affacciata alla finestra là in alto non può essere la testa di un cavallo, ma se lo fosse?). Mentre passeggio nel parco, potrei perfino fingermi esploratore d’un mondo alieno, con la visiera del casco appannata!
Nella penombra, poi, ogni stanza diviene misteriosa. La mia stessa collezione – poiché cambio spesso posto ai vari pezzi – non mi è così familiare se la guardo da una certa distanza. Non ricordo più cos’ho messo sulla mensola, ma c’è un oggetto che appare come una tenue e incerta spennellata lattiginosa… basterebbe rimettere gli occhiali per sapere esattamente cos’è, basta non farlo per continuare a compiacersi delle suggestioni della fantasticheria.

Eppure non è solo un gioco. Avere a disposizione questi due sensi della vista regala l’accesso a due diverse realtà sensibili. Una è definita, e consente d’essere navigata in sicurezza; l’altra è di una bellezza imperfetta e vacillante, come fosse illuminata da una tremula candela. Una è secca, l’altra morbida. Una è sottile e precisa, l’altra densa di sfumature.
Sono prospettive, anche filosofiche, complementari: vedere tutto in maniera nitida è utile ma triste, come essere sempre sobri; vedere sfocato dà accesso alla particolare poesia dell’incompiuto ma è inabilitante, come essere sempre ebbri.

Nel suo Libro d’ombra, Jun’ichirō Tanizaki scriveva:

Troppo presto il brodo servito in una tazza di porcellana bianca svela i suoi segreti. Sollevato il coperchietto, si sa subito che colore ha il liquido e cosa contiene. È cosa straordinariamente bella, invece, sollevare il coperchio di una ciotola in legno laccato; mentre ci accingiamo ad accostarla alla bocca, contempliamo per un istante il brodo, che ha una sfumatura non molto diversa da quella del recipiente, stagnare nell’oscurità impenetrabile del fondo. Difficile capire cosa si trovi laggiù. Le mani che tengono la ciotola sentono l’agitarsi quasi impercettibile del liquido. Gocciole minutissime imperlano l’orlo del recipiente. Attraverso il vapore, abbiamo un vago presentimento del cibo: esso si annunzia a noi, prima di toccare il palato. Una emozione così profonda, e intima, certo non può essere paragonata a ciò che si prova davanti a un brodo servito in un piatto di bianca porcellana occidentale. V’è, in essa, qualcosa di mistico […].

E infine c’è un’ultima meraviglia: senza occhiali, posso osservare il mio stesso guardare. Posso concentrarmi cioè sul “filtro”, quel leggero blur che si frappone tra me e la realtà e rende la mia visione così indecifrabile. Mi è concesso contemplare come cambia il modo in cui il mondo si presenta: a seconda della luce, della mia stanchezza, delle disposizioni del mio cuore.

Questo filtro è il dono che mi ha fatto il tempo, scivolando sulle mie palpebre e depositandovi la patina del passato.

Le nozze dei nani (S02E03)

In questo episodio della stagione 2 di Bizzarro Bazar, prodotta in collaborazione con i Musei Civici di Reggio Emilia: il segreto dietro al grottesco matrimonio organizzato dallo Zar Pietro il Grande; la storia di un cucciolo di capodoglio spiaggiatosi in Italia negli anni ’30; la marea nera che invase un quartiere di Boston nel 1919.

Regia & Animazioni di Francesco Erba.

Le terribili operazioni del Dr. Cotton (S02E02)

In questo episodio della stagione 2 di Bizzarro Bazar, prodotta in collaborazione con i Musei Civici di Reggio Emilia: un medico che voleva risolvere i disturbi psichiatrici con le tenaglie da dentista; uno strano e mostruoso pesce appartenuto a Lazzaro Spallanzani; le prostitute goth della Roma antica.

Regia & Animazioni di Francesco Erba.

Jack & Jackie, babbuini straordinari (S02E01)

Ecco finalmente la prima puntata della nuova stagione di Bizzarro Bazar, prodotta in collaborazione con i Musei Civici di Reggio Emilia.

In questo episodio: le incredibili imprese di due babbuini sudafricani; un antico e spettacolare erbario; una bizzarra leggenda riguardo le fotografie post-mortem.

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Inventarium

In questo strano periodo dominato da un senso di distanza, assieme alla mia associazione L’Arca degli Esposti abbiamo deciso di dare il via a un sogno collettivo e condiviso: chiamo dunque a raccolta tutti gli artisti, creativi, letterati, poeti, musici, surrealisti e patafisici che seguono questo blog!

Il nostro nuovo progetto si chiama Inventarium, vero e proprio Dizionario illustrato multimediale della Gnosi Fantastica, firmato da artisti contemporanei invitati a coniare un termine, definirlo e fornirne una rappresentazione iconica e/o audiovisiva.

Una surreale raccolta di neologismi figurati, di binomi fantastici ed evocative sinestesie che, sulla scorta del Codex Seraphinianus (fantaenciclopedia scritta in caratteri asemici e illustrata da Luigi Serafini negli anni Settanta, largamente apprezzata da notevoli autori quali Italo Calvino, Federico Fellini, Tim Burton, etc.), intende cartografare un vero e proprio mondo alternativo sognato e composto, tassello dopo tassello, dagli artisti.

Un’impresa visionaria che prenderà la forma di una mostra/enciclopedia collettiva permanente e in continua evoluzione, consultabile online sui canali social dell’associazione e, in chiave organica, sul sito dell’associazione.

Inventarium al momento comprende le seguenti sezioni tematico/oniriche:

ETNOGRAFIA
Usanze impraticabili, Dizionario di Moda Chimerica, Culinaria Patafisica
NATURA
Bestiario fantastico, Erbario magico, Antologia di Fossili e Minerali inesistenti
SIMBOLOGIA & PSEUDOSCIENZE
Fisiognomica insurrezionale, Anatomia capricciosa, Alchimia dell’etere contemporaneo
GEOGRAFIA
Atlante delle Città metafisiche

A fianco degli artisti invitati dai curatori, sono benvenute le autocandidature provenienti da ogni area geografica.
I contributi andranno sottoposti all’indirizzo mail: [email protected]

Quindi fatevi sotto, scatenate la fantasia, inventate parole nuove e date loro vita tramite le vostre opere; e se volete condividere il progetto in maniera semplice e completa, potete cliccare sull’immagine qui sotto e scaricarla.

La Stagione 2 di Bizzarro Bazar è in arrivo!

Il 21 marzo 2021 ritorna sul mio canale YouTube la web serie di divulgazione storico-scientifica Bizzarro Bazar, con 10 nuovi episodi prodotti in collaborazione con i prestigiosi Musei Civici di Reggio Emilia.
Le puntate, come per la prima stagione, saranno pubblicate a cadenza bisettimanale.

Ormai sapete cosa aspettarvi: strani esperimenti scientifici, eccentrici personaggi, meraviglie umane, storie al limite dell’impossibile — in breve, tutto il classico repertorio di Bizzarro Bazar.
Come al solito la regia e le fantastiche animazioni sono state curate da Francesco Erba, ma questa volta abbiamo realizzato le parti live all’interno delle eccezionali collezioni storiche del Palazzo dei Musei: in ogni puntata, nella rubrica Show & Tell, uno dei conservatori aprirà in esclusiva per noi le teche per consentirci di scoprire gli oggetti e i pezzi più emblematici e curiosi.

Ecco un assaggino per alleggerire l’attesa, e a tra poco!

Corazze e nudità

Tutti, credo, ricordiamo in modo vivido qual è stata la prima scena di sesso vista in un film che ha colpito la nostra immaginazione. Nel mio caso la pellicola incriminata fu Excalibur (1981) di John Boorman, e più precisamente il congresso carnale che si trova a circa un quarto d’ora dall’inizio. Una sequenza che mi turbò profondamente, lasciandomi in un misto di attrazione e repulsione, senza che io fossi in grado di comprenderne il motivo.

Qui Uther Pendragon, che grazie a un incantesimo di Merlino ha assunto le sembianze del duca Gorlois, possiede violentemente la moglie di quest’ultimo, Igraine (da questo fugace rapporto estorto con l’inganno nascerà Re Artù). La sequenza mostra in montaggio alternato l’amplesso ottenuto con l’inganno e la contemporanea morte del vero duca sul campo di battaglia: eros e thanatos.

Excalibur (1981) di John Boorman

L’elemento che mi colpì maggiormente fu un dettaglio dall’impatto visivo potentissimo: nella scena Uther, in preda alla furia erotica, non si cura di levarsi l’armatura e si avventa sulla donna che, credendolo il marito, si concede al suo impeto. Tralasciando il dubbio realismo della scena (davvero sarebbe possibile fare certe cose con tanto di armatura?), fu il contrasto – il contatto – tra il lucido acciaio e la candida pelle femminile a scolpirsi indelebilmente nella mia fantasia. Dubito sia un caso che, tanti anni dopo, la mia tesi di laurea abbia finito per concentrarsi su Crash di Cronenberg, un altro film in cui carne e metallo si fondono, grazie all’incidente stradale, in una perversa dimensione erotica.

Quando vidi Excalibur per la prima volta non potevo saperlo, ma l’iconografia del cavaliere in armatura e della donna nuda è un tema ricorrente nella storia dell’arte – «troppo frequente, troppo svariato, troppo insistente per esser giudicato casuale», come nota Roger Caillois in Nel cuore del fantastico (1965; Abscondita 2004).

Il motivo si ricollega al più ampio topos della contrapposizione tra figura maschile vestita e figura femminile svestita: su questa nudità unilaterale si basano molti dipinti ottocenteschi, in particolare le rappresentazioni di harem o mercati di schiavi molto alla moda tra i pittori orientalisti, e anche quadri celebri come la Colazione sull’erba di Manet.
Ma, come vedremo, nel caso del cavaliere armato di tutto punto si può individuare un livello di ambiguità molto più interessante.

Ricorda Giuseppe Ferrauto che esiste «tutto un genere di raffigurazioni di belle e nude prigioniere incatenate, destinate ai gusti più o meno scopertamente morbidi di molti signori del passato. […] Ariosto descrisse Angelica incatenata allo scoglio di Ebuda, destinata a essere vittima di un mostro. Di questa scena si impadronirono in molti, da Ingres e Doré, che se ne servì per delle sue illustrazioni per l’Orlando furioso, ad un artista polacco, Chodowiecki, che eseguì anch’egli una serie di incisioni, sempre per l’Orlando furioso, nel 1772, per finire, poi, nel folklore dei fianchi dipinti dei carretti siciliani.» (Arcana, vol. II, Sugar 1969)

Gustave Doré, Ruggero e Angelica, 1879

Daniel Chodowiecki, Ruggero e Angelica, 1772

Jean-Auguste-Dominique Ingres, Ruggero libera Angelica, 1819

I pittori alla ricerca di contesti che si prestassero a questo tipo di rappresentazioni trovarono ovviamente un aneddoto perfetto nell’episodio di Angelica e Ruggero (o nel simile mito classico di Andromeda liberata da Perseo). Uno degli esempi più celebri è il già citato Ruggero libera Angelica di Jean-Auguste-Dominique Ingres (1819), un olio che all’epoca fece scandalo per la rappresentazione della nudità femminile.

Matthias Gerung, L’Allegoria dell’amore (Amor omnia vincit), 1535

Pieter Paul Rubens, Perseo libera Andromeda, 1620

Pieter Paul Rubens, Perseo e Andromeda, 1640

Ma c’erano precedenti illustri e variegati. Nel 1530 Lucas Cranach aveva scelto il giudizio di Paride per mostrare le tre dee nude di fronte al principe troiano, mentre Tintoretto aveva associato il tema alla liberazione di Arsinoe, dove il salvataggio ambientato al Faro di Alessandria diventava lo spunto per mostrare ancora una volta la corazza a contatto con la pelle nuda; da notare inoltre il dettaglio sensuale della catena che, ormai non più stringente, scivola sinuosa sulle parti intime della regina. Come riassume bene Mario Praz, «il contatto delle membra nude con le catene e l’acciaio delle armature sembra fatto apposta per eccitare speciali sensibilità» (Erotismo in arte e letteratura, in I problemi di Ulisse, aprile 1970).

Lucas Cranach il Vecchio, Il giudizio di Paride, ca. 1528

Jacopo Tintoretto, La liberazione di Arsinoe, ca. 1556

Francesco Montelatici detto Cecco Bravo, Ruggero e Angelica, 1660

Michaelis Majeri, Secretioris naturae secretorum scrutinium chymicum, 1687

«Tutto questo – scrive ancora Caillois – dà luogo, non v’è dubbio, a un’emozione in un certo senso naturale, inevitabile, che non deve la sua efficacia all’aneddoto illustrato. André Pieyre de Mandiargues, descrivendo Palazzo Schifanoia, a Ferrara […], riferisce che nel salone del primo piano si svolgevano tornei licenziosi che vedevano appunto scendere in campo fanciulle nude e cavalieri in armi. Se la voce corrisponde al vero, lo strano gioco mi convince soltanto del fatto che la potenza di suggestione di quell’immagine è ancora più grande di quanto immaginassi. Se è invece infondata, il fatto che sia stata ripresa da Mandiargues mi convince quasi altrettanto della segreta e persistente virulenza di quella fantasia.»

William Etty, Britomart Redeems Faire Amoret, ca. 1833

Arthur Hughes, La Belle Dame sans Merci, 1863

Joseph Paul Blanc, La liberazione – Ruggero e Angelica, 1876

Con il passare del tempo il motivo non ebbe nemmeno più gran bisogno di aneddoti storici a cui appoggiarsi. Il Cavaliere errante di Millais non rimanda ad alcun preciso episodio mitologico o letterario – se non, forse, alla ballata La Belle Dame Sans Merci (1819) di John Keats – così come succederà con altre variazioni sul tema ad opera dei Preraffaeliti.

John Everett Millais, The Knight Errant, 1870

Edward Burne-Jones, The Doom Fulfulled, 1885

Charles Napier Kennedy, Perseo e Andromeda, 1890

Arthur Hacker, The Temptation of Sir Percival, ca. 1894

Una delle declinazioni più interessanti è senz’altro quella scelta da Delacroix nel 1852, in cui il cavaliere errante è in realtà una donna: si tratta di Marfisa, ancora una volta un personaggio tratto dall’Ariosto.
Vale la pena riassumere l’antefatto della scena rappresentata nel quadro: la donna-guerriero sul suo destriero sta dando un passaggio al di là del fiume alla strega Gabrina, quando incontrano il cavaliere Pinabello e la sua amante bella ma insolente, che deride la vecchia. Decisa a vendicare l’offesa, Marfisa sconfigge a duello il cavaliere e costringe la donna di Pinabello a spogliarsi delle sue ricche vesti per cederle alla vecchia.

Nel denudare l’amante sfrontata del cavaliere che ha appena vinto, Marfisa sembra parodiare proprio il motivo artistico di cui stiamo parlando. A differenza infatti di tutti i cavalieri corazzati visti finora, che cadono ai piedi della fanciulla in déshabillé, qui l’intrepida guerriera non si fa abbindolare: alla giovane donna (per dipingere la quale, secondo Armando Sodano, Delacroix aveva ritrovato «il lirismo delle odalische della sua giovinezza») Marfisa preferisce la vecchia megera che porta sul suo destriero. Che bella non è di certo, ma intelligente.
Un ironico castigo per la vanità femminile che arriva proprio da una femmina in armatura, un cortocircuito che trovo divertente leggere in senso “metanarrativo”: se sei una donna che non sa andare oltre le apparenze, sembra ammonire Marfisa, allora ti meriti di restare nuda, come succede a tutte le altre donzelle in questo tipo di quadri!

Eugène Delacroix, Marfisa, 1852

Per concludere, torniamo a Excalibur. Negli anni mi sono ritrovato a chiedermi spesso cosa avesse di speciale quella scena, per essersi incisa così prepotentemente nella mia fantasia.

La passione di Uther è crudele, impellente, violenta. Racchiude tutta la tracotanza della ben nota mascolinità incentrata sul possesso: una visione fatta di furia, di diritti arrogati e ottenuti perfino con l’inganno, una visione in cui la donna vagheggiata va presa con la forza. Si potrebbe dire che il personaggio di Uther, se arriva addirittura all’espediente dell’incantesimo pur di soddisfare le sue brame, è “accecato dalla passione”: una locuzione che, assieme al famigerato “raptus”, spesso viene addotta come scusante in stupri e femminicidi. Per questo si tratta di una scena di sesso cupa, disturbante; non a caso viene interpolata da Boorman con le scene del massacro sul campo di battaglia, con le inquadrature della bimba innocente (Morgana) che è testimone del furioso amplesso, mentre la colonna sonora di Trevor Jones, tra archi pulsanti e cori di voci ondivaghe, crea un’atmosfera surreale e mortifera.

Excalibur (1981) di John Boorman

Eppure Igraine non rifugge l’aggressione: forse perché davvero crede che quello sia suo marito — o forse perché vi è un sottile compiacimento nel provocare un furore simile, in qualsiasi amante. Chi dei due è dominante, il cavaliere che aggredisce o la femmina che ha la facoltà di farlo cadere preda della passione?

La scena è dunque sospesa, e il rapporto di potere risulta ambiguo. Questa ambiguità è intrinseca anche del tema artistico di cui abbiamo parlato. Da una parte si esalta il contrasto tra la debolezza e la fragilità muliebri, simboleggiate dalla morbidezza tentatrice delle carni nude, e la mascolinità forte veicolata dal duro aspetto del metallo. Dall’altra, però, quella stessa armatura che dovrebbe essere simbolo di possenza e virilità pare quasi un guscio che rinchiude e costringe ogni impulso.

John William Waterhouse, La Belle Dame sans Merci, 1893

John William Waterhouse, Lamia and the Soldier, ca. 1905

Una simile rappresentazione pone inevitabilmente delle domande: il “machismo” del cavaliere viene amplificato da questo incontro con la bella in costume evitico, oppure ne esce al contrario sbeffeggiato? Vittorioso in innumerevoli battaglie, il guerriero non è forse vinto dall’irresistibile seduzione femminile? La corazza è simbolo di potenza oppure di impotenza (visto che impedisce l’amplesso)? La donna svestita, soffice e inerme, è davvero una preda arrendevole, o è lei che ammalia e conduce il gioco?

Rose O’Neill, La Belle Dame Sans Merci, 1905

L’opposizione tra questi due estremi (la virilità rinchiusa nei paramenti bellici, e la femminilità nuda e seducente) è l’incarnazione di una dialettica tra i sessi che da tanto – troppo – tempo viene tramandata come fosse una verità immutabile. Eppure la dinamica delle relazioni di potere, dominazione e sottomissione, non è mai così univoca come potrebbe sembrare; il meccanismo è delicato, e al suo interno le componenti contrapposte sono in costante tensione verso il capovolgimento.

La forza dell’immagine del cavaliere e della donna nuda risiede proprio nel fatto che, a un livello profondo, il suo equilibrio rimane indecidibile.

Vereker Monteith Hamilton (1856 – 1931), The Rescue

Link, curiosità & meraviglie assortite – 24

  • Indovinello: quale animale è ritratto nella foto? La soluzione alla fine dell’articolo!
  • Quando alcuni operai hanno buttato giù un muro di mattoni all’interno di un convento nel Leicestershire, hanno trovato un paio di scheletri. Si tratta però di preparati anatomici, con le ossa numerate e in alcuni casi ancora articolate tramite fil di ferro. Cosa ci facessero dietro una parete di un convento, è ancora un mistero.
  • Nel 1968 Barbara Mackle, all’epoca ventenne, divenne vittima di uno dei più infami rapimenti della storia. La ragazza venne rinchiusa in una scatola rinforzata ed equipaggiata con due tubi per il ricircolo d’aria, quindi seppellita nel bosco in attesa del riscatto. Qui trovate la lettera che la aspettava al suo risveglio nella bara. Passò più di tre giorni lì dentro prima di essere individuata e portata in salvo.

  • Vedete un bue o un elefante? Quella qui sopra è una delle più antiche illusioni ottiche della storia.
  • “C’è del marcio in Danimarca”: lo pensano alcune voci critiche levatesi contro una serie animata per bambini il cui protagonista è un ometto dal pene lunghissimo e prensile.  Visti gli sforzi contemporanei per cambiare la mentalità machista/fallocentrica non sembra in effetti una trovata di gran gusto, ma secondo altri pareri il cartone animato sarebbe innocuo, scevro di riferimenti sessuali, rispettoso nei confronti delle donne e gentilmente goliardico. Un buon articolo di Il Post riassume lo scandalo e le diverse opinioni, proponendo anche alcune puntate che potete vedere per farvi un’idea. (Grazie, Massimiliano!)

  • Viviamo nel paese che vanta il maggior numero di mummie al mondo, un patrimonio storico e antropologico unico (come spiegavo in questo video). Eppure non siamo capaci di valorizzarlo. Nel maggio 1999 ne sono state rinvenute altre due, in ottimo stato di conservazione naturale e ancora vestite con abiti e gioielli d’epoca, sotto la Chiesa della Santissima Annunziata di Siena. E cos’è successo in seguito a questa eccezionale scoperta? «Il rammarico è che i corpi mummificati siano di nuovo nascosti sotto il pavimento della chiesa, mentre gli abiti del tempo, i monili, medaglie e le monete ritrovate loro addosso non sappiamo ad oggi dove siano, né se siano mai stati restaurati.»
  • «Siete stupidi. E non soltanto siete stupidi, ma siete cattivi.» Così recita una delle lettere arrivate in redazione alla rivista francese Hara-Kiri, fondata nel 1960. Da quel momento il sottotitolo del magazine sarà “Un giornale stupido e cattivo”. Caso editoriale sui generis, Hara-Kiri è una testata satirica, scorretta e in molti casi apertamente oscena, tanto da incorrere nel corso di 29 anni di attività in diversi guai giudiziari (sarà a causa di una di queste interdizioni che il team farà nascere la “costola” editoriale Charlie Hebdo, tristemente famosa per l’attentato terroristico del 2015). Ma l’elemento forse più distintivo di Hara-Kiri rimangono le sue copertine: scioccanti, estreme, volgari, volutamente sgradevoli, pensate per épater les bourgeois. Ecco una raccolta di 45 copertine che si dimostrano ancora oggi un esempio di grafica punk esplosiva, senza freni e senza emuli. (Grazie, Marco!)
  • A proposito, nella mitologia greca anche l’oscenità aveva una sua dea.
  • Mariano Tomatis mi ha segnalato un testo curioso, consultabile gratuitamente online, che espone il metodo ideato a fine Ottocento dal fisioterapista svedese Thure Brandt per curare numerose patologie genitali femminili tramite massaggi, stretching, sollevamenti. Mi dice Mariano che «le curiose figure impiegate sono un tentativo di de-sessualizzarne l’aspetto»; peccato che il risultato assomigli a un manuale di rituali esoterici per alieni.

 

  • La rappresentazione della morte ricorre spesso a strumenti come l’eufemizzazione o la resa simbolica per evitare lo “scandalo” del cadavere, cioè per non risultare oscena. Diverso è il discorso per la fotografia di denuncia, nella quale lo shock è elemento essenziale al fine di veicolare una presa di posizione morale. È il caso della serie di scatti del fotografo ungherese Peter Timar, che tra il 1980 e il 1983 documentò il trattamento irrispettoso e disdicevole che subivano le salme all’Istituto Funerario di Budapest: i cadaveri accatastati l’uno sull’altro, le bare collassate sul pavimento, i corpi allungati anche in coppia sui tavoli autoptici fecero un enorme scalpore quando la galleria Mucsamok di Budapest espose le fotografie di Timar. La mostra venne chiusa dalle autorità pochi giorni dopo l’apertura. Potete vedere la serie Grief a questo link (attenzione, immagini forti).
  • I dopo-sbornia degli antichi Egizi.
  • Gli effetti della tortura su Guy Fawkes, uno dei congiurati delle polveri, emergono dalla sua scrittura: sopra la firma (“Guido”) appena dopo essere stato torturato alla Torre di Londra; sotto, la stessa firma una settimana dopo, quando aveva ripreso le forze.

  • Lee Harper è un’artista di Oxford appassionata degli episodi più oscuri della storia (come quelli di cui spesso parlo qui); nelle sue opere ha deciso di riproporre gli episodi bizzarri che più hanno colpito la sua fantasia, costruendo dei dettagliati diorami. «Tutti i pezzi — dice l’artista stessa — si riferiscono a persone reali, a eventi o costumi esistiti a un certo punto in questo folle mondo.» Si va dai bagni di sangue della Contessa Bathory ai “divoratori di peccato“, dalla Lobotomobile di Freeman ai ladri di cadaveri vittoriani. Ma se le vicende rappresentate non bastassero a farvi rabbrividire deliziosamente, le grottesche scene in miniatura di Lee Harper sono tutte interpretate da piccoli attori scheletrici. Potete vedere le sue creazioni sul sito ufficiale di History Bones e sulla sua pagina Instagram.

  • In questo tweet spiegavo perché secondo me il COVID ha causato la rovina di una delle routine da fachiro più pittoresche. E a questo punto vale la pena rileggersi questo mio vecchio articolo su Melvin Burkhart, il leggendario inventore della performance in oggetto.
  • Ma il COVID si è portato via anche Kim Ki-Duk, uno dei maggiori registi coreani. Se molti lo ricordano per Ferro3, Pietà o Primavera estate…, su queste pagine mi sembra giusto ricordarlo per il suo film più disturbante ed estremo cioè L’isola (2000), che oggi potete recuperare su Prime Video. Una delle migliori recensioni italiane, a cura di Giuseppe Zucco, lo definiva un “film-polveriera”: una visione crudele e al tempo stesso commovente dell’incomunicabilità tra gli esseri umani, che può essere superata soltanto a costo di ferirsi a vicenda, strappando la carne fino ad annullarsi nell’Altro.

  • Storioni che sfondano porte, candele che “tengono il broncio”, gatti in decomposizione sotto al letto, pantere riesumate e degustate… L’ultimo articolo di The LondoNerD su Frank Buckland è un vero tripudio di stranezze.
  • Il Taus è uno strumento musicale indiano cordofono, proveniente dal Punjab. Creato secondo la tradizione dal sesto Guru dei Sikh, Guru Hargobind (1595-1644), è composto da un manico a 20 capotasti e un corpo scolpito a forma di pavone. Spesso allo strumento venivano aggiunte delle vere penne di pavone per completare l’illusione.

  • Per concludere segnalo che l’amica Claudia Crobatia, psicologa certificata nella gestione del lutto e fondatrice del sito A Course In Dying, ha da poco inaugurato un vero e proprio corso online chiamato Get Ahead of Death, il cui obbiettivo è quello di condurre i partecipanti a “affrontare la propria mortalità”: il programma (in inglese) prevede 31 video divisi in 7 moduli, ebook, audio file di meditazione sulla morte e l’accesso alla community del corso per scambiare idee con gli altri studenti.

Soluzione dell’indovinello: l’animale nella foto all’inzio del post è una falena parassitata dal fungo cordyceps. E con questo è tutto, alla prossima!