Corazze e nudità

Tutti, credo, ricordiamo in modo vivido qual è stata la prima scena di sesso vista in un film che ha colpito la nostra immaginazione. Nel mio caso la pellicola incriminata fu Excalibur (1981) di John Boorman, e più precisamente il congresso carnale che si trova a circa un quarto d’ora dall’inizio. Una sequenza che mi turbò profondamente, lasciandomi in un misto di attrazione e repulsione, senza che io fossi in grado di comprenderne il motivo.

Qui Uther Pendragon, che grazie a un incantesimo di Merlino ha assunto le sembianze del duca Gorlois, possiede violentemente la moglie di quest’ultimo, Igraine (da questo fugace rapporto estorto con l’inganno nascerà Re Artù). La sequenza mostra in montaggio alternato l’amplesso ottenuto con l’inganno e la contemporanea morte del vero duca sul campo di battaglia: eros e thanatos.

Excalibur (1981) di John Boorman

L’elemento che mi colpì maggiormente fu un dettaglio dall’impatto visivo potentissimo: nella scena Uther, in preda alla furia erotica, non si cura di levarsi l’armatura e si avventa sulla donna che, credendolo il marito, si concede al suo impeto. Tralasciando il dubbio realismo della scena (davvero sarebbe possibile fare certe cose con tanto di armatura?), fu il contrasto – il contatto – tra il lucido acciaio e la candida pelle femminile a scolpirsi indelebilmente nella mia fantasia. Dubito sia un caso che, tanti anni dopo, la mia tesi di laurea abbia finito per concentrarsi su Crash di Cronenberg, un altro film in cui carne e metallo si fondono, grazie all’incidente stradale, in una perversa dimensione erotica.

Quando vidi Excalibur per la prima volta non potevo saperlo, ma l’iconografia del cavaliere in armatura e della donna nuda è un tema ricorrente nella storia dell’arte – «troppo frequente, troppo svariato, troppo insistente per esser giudicato casuale», come nota Roger Caillois in Nel cuore del fantastico (1965; Abscondita 2004).

Il motivo si ricollega al più ampio topos della contrapposizione tra figura maschile vestita e figura femminile svestita: su questa nudità unilaterale si basano molti dipinti ottocenteschi, in particolare le rappresentazioni di harem o mercati di schiavi molto alla moda tra i pittori orientalisti, e anche quadri celebri come la Colazione sull’erba di Manet.
Ma, come vedremo, nel caso del cavaliere armato di tutto punto si può individuare un livello di ambiguità molto più interessante.

Ricorda Giuseppe Ferrauto che esiste «tutto un genere di raffigurazioni di belle e nude prigioniere incatenate, destinate ai gusti più o meno scopertamente morbidi di molti signori del passato. […] Ariosto descrisse Angelica incatenata allo scoglio di Ebuda, destinata a essere vittima di un mostro. Di questa scena si impadronirono in molti, da Ingres e Doré, che se ne servì per delle sue illustrazioni per l’Orlando furioso, ad un artista polacco, Chodowiecki, che eseguì anch’egli una serie di incisioni, sempre per l’Orlando furioso, nel 1772, per finire, poi, nel folklore dei fianchi dipinti dei carretti siciliani.» (Arcana, vol. II, Sugar 1969)

Gustave Doré, Ruggero e Angelica, 1879

Daniel Chodowiecki, Ruggero e Angelica, 1772

Jean-Auguste-Dominique Ingres, Ruggero libera Angelica, 1819

I pittori alla ricerca di contesti che si prestassero a questo tipo di rappresentazioni trovarono ovviamente un aneddoto perfetto nell’episodio di Angelica e Ruggero (o nel simile mito classico di Andromeda liberata da Perseo). Uno degli esempi più celebri è il già citato Ruggero libera Angelica di Jean-Auguste-Dominique Ingres (1819), un olio che all’epoca fece scandalo per la rappresentazione della nudità femminile.

Matthias Gerung, L’Allegoria dell’amore (Amor omnia vincit), 1535

Pieter Paul Rubens, Perseo libera Andromeda, 1620

Pieter Paul Rubens, Perseo e Andromeda, 1640

Ma c’erano precedenti illustri e variegati. Nel 1530 Lucas Cranach aveva scelto il giudizio di Paride per mostrare le tre dee nude di fronte al principe troiano, mentre Tintoretto aveva associato il tema alla liberazione di Arsinoe, dove il salvataggio ambientato al Faro di Alessandria diventava lo spunto per mostrare ancora una volta la corazza a contatto con la pelle nuda; da notare inoltre il dettaglio sensuale della catena che, ormai non più stringente, scivola sinuosa sulle parti intime della regina. Come riassume bene Mario Praz, «il contatto delle membra nude con le catene e l’acciaio delle armature sembra fatto apposta per eccitare speciali sensibilità» (Erotismo in arte e letteratura, in I problemi di Ulisse, aprile 1970).

Lucas Cranach il Vecchio, Il giudizio di Paride, ca. 1528

Jacopo Tintoretto, La liberazione di Arsinoe, ca. 1556

Francesco Montelatici detto Cecco Bravo, Ruggero e Angelica, 1660

Michaelis Majeri, Secretioris naturae secretorum scrutinium chymicum, 1687

«Tutto questo – scrive ancora Caillois – dà luogo, non v’è dubbio, a un’emozione in un certo senso naturale, inevitabile, che non deve la sua efficacia all’aneddoto illustrato. André Pieyre de Mandiargues, descrivendo Palazzo Schifanoia, a Ferrara […], riferisce che nel salone del primo piano si svolgevano tornei licenziosi che vedevano appunto scendere in campo fanciulle nude e cavalieri in armi. Se la voce corrisponde al vero, lo strano gioco mi convince soltanto del fatto che la potenza di suggestione di quell’immagine è ancora più grande di quanto immaginassi. Se è invece infondata, il fatto che sia stata ripresa da Mandiargues mi convince quasi altrettanto della segreta e persistente virulenza di quella fantasia.»

William Etty, Britomart Redeems Faire Amoret, ca. 1833

Arthur Hughes, La Belle Dame sans Merci, 1863

Joseph Paul Blanc, La liberazione – Ruggero e Angelica, 1876

Con il passare del tempo il motivo non ebbe nemmeno più gran bisogno di aneddoti storici a cui appoggiarsi. Il Cavaliere errante di Millais non rimanda ad alcun preciso episodio mitologico o letterario – se non, forse, alla ballata La Belle Dame Sans Merci (1819) di John Keats – così come succederà con altre variazioni sul tema ad opera dei Preraffaeliti.

John Everett Millais, The Knight Errant, 1870

Edward Burne-Jones, The Doom Fulfulled, 1885

Charles Napier Kennedy, Perseo e Andromeda, 1890

Arthur Hacker, The Temptation of Sir Percival, ca. 1894

Una delle declinazioni più interessanti è senz’altro quella scelta da Delacroix nel 1852, in cui il cavaliere errante è in realtà una donna: si tratta di Marfisa, ancora una volta un personaggio tratto dall’Ariosto.
Vale la pena riassumere l’antefatto della scena rappresentata nel quadro: la donna-guerriero sul suo destriero sta dando un passaggio al di là del fiume alla strega Gabrina, quando incontrano il cavaliere Pinabello e la sua amante bella ma insolente, che deride la vecchia. Decisa a vendicare l’offesa, Marfisa sconfigge a duello il cavaliere e costringe la donna di Pinabello a spogliarsi delle sue ricche vesti per cederle alla vecchia.

Nel denudare l’amante sfrontata del cavaliere che ha appena vinto, Marfisa sembra parodiare proprio il motivo artistico di cui stiamo parlando. A differenza infatti di tutti i cavalieri corazzati visti finora, che cadono ai piedi della fanciulla in déshabillé, qui l’intrepida guerriera non si fa abbindolare: alla giovane donna (per dipingere la quale, secondo Armando Sodano, Delacroix aveva ritrovato «il lirismo delle odalische della sua giovinezza») Marfisa preferisce la vecchia megera che porta sul suo destriero. Che bella non è di certo, ma intelligente.
Un ironico castigo per la vanità femminile che arriva proprio da una femmina in armatura, un cortocircuito che trovo divertente leggere in senso “metanarrativo”: se sei una donna che non sa andare oltre le apparenze, sembra ammonire Marfisa, allora ti meriti di restare nuda, come succede a tutte le altre donzelle in questo tipo di quadri!

Eugène Delacroix, Marfisa, 1852

Per concludere, torniamo a Excalibur. Negli anni mi sono ritrovato a chiedermi spesso cosa avesse di speciale quella scena, per essersi incisa così prepotentemente nella mia fantasia.

La passione di Uther è crudele, impellente, violenta. Racchiude tutta la tracotanza della ben nota mascolinità incentrata sul possesso: una visione fatta di furia, di diritti arrogati e ottenuti perfino con l’inganno, una visione in cui la donna vagheggiata va presa con la forza. Si potrebbe dire che il personaggio di Uther, se arriva addirittura all’espediente dell’incantesimo pur di soddisfare le sue brame, è “accecato dalla passione”: una locuzione che, assieme al famigerato “raptus”, spesso viene addotta come scusante in stupri e femminicidi. Per questo si tratta di una scena di sesso cupa, disturbante; non a caso viene interpolata da Boorman con le scene del massacro sul campo di battaglia, con le inquadrature della bimba innocente (Morgana) che è testimone del furioso amplesso, mentre la colonna sonora di Trevor Jones, tra archi pulsanti e cori di voci ondivaghe, crea un’atmosfera surreale e mortifera.

Excalibur (1981) di John Boorman

Eppure Igraine non rifugge l’aggressione: forse perché davvero crede che quello sia suo marito — o forse perché vi è un sottile compiacimento nel provocare un furore simile, in qualsiasi amante. Chi dei due è dominante, il cavaliere che aggredisce o la femmina che ha la facoltà di farlo cadere preda della passione?

La scena è dunque sospesa, e il rapporto di potere risulta ambiguo. Questa ambiguità è intrinseca anche del tema artistico di cui abbiamo parlato. Da una parte si esalta il contrasto tra la debolezza e la fragilità muliebri, simboleggiate dalla morbidezza tentatrice delle carni nude, e la mascolinità forte veicolata dal duro aspetto del metallo. Dall’altra, però, quella stessa armatura che dovrebbe essere simbolo di possenza e virilità pare quasi un guscio che rinchiude e costringe ogni impulso.

John William Waterhouse, La Belle Dame sans Merci, 1893

John William Waterhouse, Lamia and the Soldier, ca. 1905

Una simile rappresentazione pone inevitabilmente delle domande: il “machismo” del cavaliere viene amplificato da questo incontro con la bella in costume evitico, oppure ne esce al contrario sbeffeggiato? Vittorioso in innumerevoli battaglie, il guerriero non è forse vinto dall’irresistibile seduzione femminile? La corazza è simbolo di potenza oppure di impotenza (visto che impedisce l’amplesso)? La donna svestita, soffice e inerme, è davvero una preda arrendevole, o è lei che ammalia e conduce il gioco?

Rose O’Neill, La Belle Dame Sans Merci, 1905

L’opposizione tra questi due estremi (la virilità rinchiusa nei paramenti bellici, e la femminilità nuda e seducente) è l’incarnazione di una dialettica tra i sessi che da tanto – troppo – tempo viene tramandata come fosse una verità immutabile. Eppure la dinamica delle relazioni di potere, dominazione e sottomissione, non è mai così univoca come potrebbe sembrare; il meccanismo è delicato, e al suo interno le componenti contrapposte sono in costante tensione verso il capovolgimento.

La forza dell’immagine del cavaliere e della donna nuda risiede proprio nel fatto che, a un livello profondo, il suo equilibrio rimane indecidibile.

Vereker Monteith Hamilton (1856 – 1931), The Rescue

Link, curiosità & meraviglie assortite – 24

  • Indovinello: quale animale è ritratto nella foto? La soluzione alla fine dell’articolo!
  • Quando alcuni operai hanno buttato giù un muro di mattoni all’interno di un convento nel Leicestershire, hanno trovato un paio di scheletri. Si tratta però di preparati anatomici, con le ossa numerate e in alcuni casi ancora articolate tramite fil di ferro. Cosa ci facessero dietro una parete di un convento, è ancora un mistero.
  • Nel 1968 Barbara Mackle, all’epoca ventenne, divenne vittima di uno dei più infami rapimenti della storia. La ragazza venne rinchiusa in una scatola rinforzata ed equipaggiata con due tubi per il ricircolo d’aria, quindi seppellita nel bosco in attesa del riscatto. Qui trovate la lettera che la aspettava al suo risveglio nella bara. Passò più di tre giorni lì dentro prima di essere individuata e portata in salvo.

  • Vedete un bue o un elefante? Quella qui sopra è una delle più antiche illusioni ottiche della storia.
  • “C’è del marcio in Danimarca”: lo pensano alcune voci critiche levatesi contro una serie animata per bambini il cui protagonista è un ometto dal pene lunghissimo e prensile.  Visti gli sforzi contemporanei per cambiare la mentalità machista/fallocentrica non sembra in effetti una trovata di gran gusto, ma secondo altri pareri il cartone animato sarebbe innocuo, scevro di riferimenti sessuali, rispettoso nei confronti delle donne e gentilmente goliardico. Un buon articolo di Il Post riassume lo scandalo e le diverse opinioni, proponendo anche alcune puntate che potete vedere per farvi un’idea. (Grazie, Massimiliano!)

  • Viviamo nel paese che vanta il maggior numero di mummie al mondo, un patrimonio storico e antropologico unico (come spiegavo in questo video). Eppure non siamo capaci di valorizzarlo. Nel maggio 1999 ne sono state rinvenute altre due, in ottimo stato di conservazione naturale e ancora vestite con abiti e gioielli d’epoca, sotto la Chiesa della Santissima Annunziata di Siena. E cos’è successo in seguito a questa eccezionale scoperta? «Il rammarico è che i corpi mummificati siano di nuovo nascosti sotto il pavimento della chiesa, mentre gli abiti del tempo, i monili, medaglie e le monete ritrovate loro addosso non sappiamo ad oggi dove siano, né se siano mai stati restaurati.»
  • «Siete stupidi. E non soltanto siete stupidi, ma siete cattivi.» Così recita una delle lettere arrivate in redazione alla rivista francese Hara-Kiri, fondata nel 1960. Da quel momento il sottotitolo del magazine sarà “Un giornale stupido e cattivo”. Caso editoriale sui generis, Hara-Kiri è una testata satirica, scorretta e in molti casi apertamente oscena, tanto da incorrere nel corso di 29 anni di attività in diversi guai giudiziari (sarà a causa di una di queste interdizioni che il team farà nascere la “costola” editoriale Charlie Hebdo, tristemente famosa per l’attentato terroristico del 2015). Ma l’elemento forse più distintivo di Hara-Kiri rimangono le sue copertine: scioccanti, estreme, volgari, volutamente sgradevoli, pensate per épater les bourgeois. Ecco una raccolta di 45 copertine che si dimostrano ancora oggi un esempio di grafica punk esplosiva, senza freni e senza emuli. (Grazie, Marco!)
  • A proposito, nella mitologia greca anche l’oscenità aveva una sua dea.
  • Mariano Tomatis mi ha segnalato un testo curioso, consultabile gratuitamente online, che espone il metodo ideato a fine Ottocento dal fisioterapista svedese Thure Brandt per curare numerose patologie genitali femminili tramite massaggi, stretching, sollevamenti. Mi dice Mariano che «le curiose figure impiegate sono un tentativo di de-sessualizzarne l’aspetto»; peccato che il risultato assomigli a un manuale di rituali esoterici per alieni.

 

  • La rappresentazione della morte ricorre spesso a strumenti come l’eufemizzazione o la resa simbolica per evitare lo “scandalo” del cadavere, cioè per non risultare oscena. Diverso è il discorso per la fotografia di denuncia, nella quale lo shock è elemento essenziale al fine di veicolare una presa di posizione morale. È il caso della serie di scatti del fotografo ungherese Peter Timar, che tra il 1980 e il 1983 documentò il trattamento irrispettoso e disdicevole che subivano le salme all’Istituto Funerario di Budapest: i cadaveri accatastati l’uno sull’altro, le bare collassate sul pavimento, i corpi allungati anche in coppia sui tavoli autoptici fecero un enorme scalpore quando la galleria Mucsamok di Budapest espose le fotografie di Timar. La mostra venne chiusa dalle autorità pochi giorni dopo l’apertura. Potete vedere la serie Grief a questo link (attenzione, immagini forti).
  • I dopo-sbornia degli antichi Egizi.
  • Gli effetti della tortura su Guy Fawkes, uno dei congiurati delle polveri, emergono dalla sua scrittura: sopra la firma (“Guido”) appena dopo essere stato torturato alla Torre di Londra; sotto, la stessa firma una settimana dopo, quando aveva ripreso le forze.

  • Lee Harper è un’artista di Oxford appassionata degli episodi più oscuri della storia (come quelli di cui spesso parlo qui); nelle sue opere ha deciso di riproporre gli episodi bizzarri che più hanno colpito la sua fantasia, costruendo dei dettagliati diorami. «Tutti i pezzi — dice l’artista stessa — si riferiscono a persone reali, a eventi o costumi esistiti a un certo punto in questo folle mondo.» Si va dai bagni di sangue della Contessa Bathory ai “divoratori di peccato“, dalla Lobotomobile di Freeman ai ladri di cadaveri vittoriani. Ma se le vicende rappresentate non bastassero a farvi rabbrividire deliziosamente, le grottesche scene in miniatura di Lee Harper sono tutte interpretate da piccoli attori scheletrici. Potete vedere le sue creazioni sul sito ufficiale di History Bones e sulla sua pagina Instagram.

  • In questo tweet spiegavo perché secondo me il COVID ha causato la rovina di una delle routine da fachiro più pittoresche. E a questo punto vale la pena rileggersi questo mio vecchio articolo su Melvin Burkhart, il leggendario inventore della performance in oggetto.
  • Ma il COVID si è portato via anche Kim Ki-Duk, uno dei maggiori registi coreani. Se molti lo ricordano per Ferro3, Pietà o Primavera estate…, su queste pagine mi sembra giusto ricordarlo per il suo film più disturbante ed estremo cioè L’isola (2000), che oggi potete recuperare su Prime Video. Una delle migliori recensioni italiane, a cura di Giuseppe Zucco, lo definiva un “film-polveriera”: una visione crudele e al tempo stesso commovente dell’incomunicabilità tra gli esseri umani, che può essere superata soltanto a costo di ferirsi a vicenda, strappando la carne fino ad annullarsi nell’Altro.

  • Storioni che sfondano porte, candele che “tengono il broncio”, gatti in decomposizione sotto al letto, pantere riesumate e degustate… L’ultimo articolo di The LondoNerD su Frank Buckland è un vero tripudio di stranezze.
  • Il Taus è uno strumento musicale indiano cordofono, proveniente dal Punjab. Creato secondo la tradizione dal sesto Guru dei Sikh, Guru Hargobind (1595-1644), è composto da un manico a 20 capotasti e un corpo scolpito a forma di pavone. Spesso allo strumento venivano aggiunte delle vere penne di pavone per completare l’illusione.

  • Per concludere segnalo che l’amica Claudia Crobatia, psicologa certificata nella gestione del lutto e fondatrice del sito A Course In Dying, ha da poco inaugurato un vero e proprio corso online chiamato Get Ahead of Death, il cui obbiettivo è quello di condurre i partecipanti a “affrontare la propria mortalità”: il programma (in inglese) prevede 31 video divisi in 7 moduli, ebook, audio file di meditazione sulla morte e l’accesso alla community del corso per scambiare idee con gli altri studenti.

Soluzione dell’indovinello: l’animale nella foto all’inzio del post è una falena parassitata dal fungo cordyceps. E con questo è tutto, alla prossima!

Buon 2021!

C’è sempre un punto inaspettato, durante una celebrazione, in cui cala per un brevissimo istante un silenzio imbarazzato.
Si apre allora una minuscola crepa di incertezza, in cui i commensali sembrano rendersi conto della futilità della festa stessa. E’ solo un piccolo colpo a tradimento, sotto la cintola dei sorrisi e delle spiritosaggini, un impercettibile tentennamento da cui ci si riprende subito.
Ma da ragazzo detestavo le feste e segretamente godevo di quei momenti di straniamento: “Gli esseri umani fanno festa da secoli, da millenni, ma cosa cavolo avranno da festeggiare? Non lo vedono il cosmo là fuori, com’è spaventoso e algido e terribile?”
Forse, mi dicevo — con l’alterigia tipica dell’adolescente che crede d’essere il primo ad accorgersi di certe cose —, forse è proprio per non vedere il vuoto, per scacciare il pensiero dell’insensatezza, che questi patetici mentecatti ballano e gridano e ridono come forsennati!

Mi ci è voluto un tempo vergognosamente lungo, e un notevole sforzo, per superare questo pensiero. Per ammettere il coraggio colossale necessario all’affermazione della gioia; per comprendere il mistero, ancora vivo oggi, degli antichi furori dionisiaci; per riconoscere che l’urgenza della danza è altrettanto potente del bisogno di poesia.

Quest’anno che la festa ci è negata, la sua importanza cardinale risulta ancora più evidente: è la carne stessa che sembra reclamare il diritto a venire scatenata, liberata.
Il mio augurio, dunque, per chiunque stia leggendo, è di tornare presto a danzare assieme, ognuno seguendo il proprio ritmo — unico, buffo, deviante, sconclusionato, capriccioso, maldestro o irregolare… alla faccia delle convenzioni, ma anche alla faccia di quell’universo che ci figuriamo freddo e inospitale.

Forse, danzare senza motivo è proprio quello che le stelle fanno da sempre.

KEEP THE WORLD WEIRD!

 

Buone feste!

Non ho aggiornato il blog ultimamente, perché è stato un periodo intenso. Assieme al regista Francesco Erba abbiamo completato le riprese della seconda stagione della web serie di Bizzarro Bazar all’interno degli spettacolari Musei Civici di Reggio Emilia, e ora comincia la fase di post-produzione.

Non ho però mancato l’occasione di fare una chiacchierata con The Thinker’s Garden, uno degli spazi più stimolanti della rete: nel corso dell’intervista — in inglese — abbiamo parlato del mio rapporto con Padova (e in particolare di un episodio autobiografico che mi lega al Museo Morgagni), del Master in Death Studies organizzato dalla prof. Ines Testoni, e appunto delle ultime novità riguardo alla serie.

Con questo piccolo aggiornamento, vi auguro buone feste!

 

Due scorticati: una breve riflessione

Questa immagine è forse la mia tavola anatomica preferita di sempre, proveniente dalla Historia de la composicion del cuerpo humano di Valverde, 1556. Dal punto di vista filologico è una di quelle immagini che dimostrano come l’iconografia sacra abbia influenzato l’illustrazione anatomica (il riferimento qui è San Bartolomeo), ma il mio amore per questa figura è motivato da un altro aspetto.
Non solo si tratta di una tavola raffinata, metafisica, surreale, grottesca e impressionante, ma soprattutto è filosoficamente programmatica. L’uomo qui ha il pugnale in mano, dunque si è scorticato da solo: autopsia non solo nel senso etimologico di vedere da sé, guardare con i propri occhi, ma soprattutto autopsia come vedere sé stessi.

Il famoso monito del tempio di Delfi, “conosci te stesso”, comporta un atto di crudeltà: ogni introspezione implica il denudarsi dalle apparenze (la pelle superficiale) e far terra bruciata delle proprie certezze. A volersi guardare dentro con reale sincerità, insomma, tocca scorticarsi da soli, un processo tutt’altro che piacevole.
Il mosaico di San Gregorio a Roma, qui sotto, reca appunto la scritta gnōthi sautón, conosci te stesso: e non è un caso che rappresenti un altro scorticato ante litteram, questa volta utilizzato come memento mori.


Conoscersi significa considerare la propria mortalità, ma ognuno di noi deve decidere: accettare l’impermanenza è la fine di ogni ricerca, o solo l’inizio?

Per una trattazione un po’ più approfondita della figura dell’écorché, lo scorticato delle tavole anatomiche, rimando al video della mia conferenza “La Carne e il Sogno: Anatomia del Surrealismo“.

Ossari e voliere: quando gli uccelli nidificano nei teschi

Guest post a cura di Thomas J. Farrow

Il termine inglese bonehouse, che si riferisce a un ossario dove sono accatastati ed esposti grandi quantità di resti scheletrici riesumati, deriva dall’anglo-sassone beinhaus. Nel suo uso originale questa parola, prima che ad altre strutture, si riferiva al corpo umano come a una “casa delle ossa”. Finché le ossa dei viventi abitano i corpi, e le ossa dei morti abitano gli ossari, ogni distinzione tra la vita e la morte resta chiara e precisa. Tuttavia, l’emergere della vita animale all’interno delle ossa dei morti offre un’inedita svolta, in cui le ossa si mutano in vere e proprie dimore.

I resoconti di uccelli che nidificano nei teschi umani sono sorprendentemente comuni nella letteratura dell’Ottocento e primo Novecento, e all’epoca attirarono l’attenzione sia degli ornitologi vittoriani che dei curiosi. Numerosi casi sono segnalati in libri e riviste popolari del periodo, in cui si racconta di scriccioli che avevano fatto il nido in un cranio lasciato a sbiancare all’aperto da uno studente di anatomia (Blanchan 1907), così come di un altro teschio rinvenuto durante i lavori di costruzione a Hockwold Hall, Norfolk, durante gli anni ’70 dell’Ottocento (Chilvers 1877). In seguito alla sua scoperta, un uomo del posto inchiodò il teschio di Hockwold sul muro di un capanno da giardino, e più tardi rimase sorpreso nello scoprire che uno scricciolo, visto volare dentro e fuori dal cranio, aveva deposto al suo interno quattro o cinque uova.

Sempre a Norfolk, all’inizio del secolo, vennero trovati uccelli che nidificavano nei resti scheletrici di un assassino, esposti pubblicamente. Dopo l’esecuzione, il corpo era stato lasciato a marcire in una gabbia appesa fuori dal villaggio di Wereham, come macabro avvertimento per chiunque avesse avuto intenzione di minacciare la comunità locale. Circa cinque anni dopo, nel 1810 circa, un bambino si arrampicò sul patibolo e scoprì diverse cince blu che vivevano all’interno del cranio (Stevenson 1876).

FIG 1: Sebbene la forca di Wereham non esista più, quella di Rye mostra bene come si sarebbe conservato un teschio al suo interno. (Cartolina postale. Collezione dell’autore.)

Ulteriori racconti punteggiano libri sia antichi che recenti. Quando furono eseguiti degli scavi in un cimitero sassone a Saffron Walden intorno al 1870, un codirosso allevò una nidiata di quattro pulcini nel cranio di uno scheletro esposto (Travis 1876). Più di recente, durante una spedizione a Cape Clear Island, in Irlanda, all’interno di una cappella in rovina l’ornitologo Ronald M. Lockley scoprì un nido di pettirosso in un teschio, presumibilmente caduto da una vecchia tomba di pietra incassata nelle mura (Lockley 1983).

FIG 2: Illustrazione di un nido d’uccello in un teschio umano, c.1906.

I teschi non sono l’unica opzione abitativa per un uccello che abbia il gusto del macabro. Basti pensare all’Upupa cinese, chiamata anche “uccello della bara” per la sua abitudine di nidificare nei sarcofaghi che venivano spesso lasciati fuori terra nella Cina del XIX secolo. Inoltre, si dice che lo zigolo delle nevi, residente nell’Artico, cercasse riparo nelle cavità toraciche di coloro che erano così sfortunati da morire nella tundra (Dixon 1902). Se le rientranze e le fessure presenti nei cimiteri moderni forniscono spesso un utile riparo per i volatili (Smith/Minor 2019), questi siti di nidificazione non sono guidati da alcun meccanismo legato specificamente alla morte. Piuttosto, esprimono la versatile capacità degli uccelli di trovare rifugio ovunque sia possibile.

Gli uccelli possono nidificare in luoghi tutto sommato banali come vasi di fiori e vecchi stivali (Kearton 1895), ma anche nelle carcasse essiccate di animali, e addirittura in quelle di altri uccelli (Armstrong 1955), dimostrando l’indifferente intraprendenza dei nostri amici pennuti. Non sorprende quindi che se i teschi dei morti sono lasciati esposti agli elementi, possono occasionalmente fornire riparo più o meno come qualsiasi altro oggetto idoneo. Poiché cimiteri e ossari hanno storicamente ospitato grandi quantità di tali resti, è naturale che di tanto in tanto abbiano offerto domicilio agli uccelli nidificanti.
In Inghilterra, rimangono solo due grandi ossari. Il primo di questi, presso la chiesa di San Leonardo a Hythe, nel Kent, ospita centinaia di teschi tra cui uno che contiene un nido. Si dice che il nido sia stato costruito a metà del XX secolo, dopo che le finestre della chiesa furono distrutte da una bomba caduta nelle vicinanze durante la Seconda Guerra Mondiale, consentendo così agli uccelli di entrare nella struttura (Caroline 2015).

FIG 3: Il nido d’uccello nel teschio di St. Leonard’s, Hythe.

Il secondo ossario accessibile in Inghilterra si trova nella cripta della Holy Trinity Church a Rothwell, nel Northamptonshire. I giornali nel 1912 riportarono la scoperta di un nido in un teschio, che si credeva fosse stato fatto da un uccello intrufolatosi nella cripta attraverso un buco in un ventilatore (Northampton Mercury 12.7.12). Tuttavia, la mancanza di riferimenti in fonti più recenti suggerisce che il nido non sia sopravvissuto fino ai giorni nostri.
In Austria, l’ossario della Filialkirche St. Michael in der Wachau contiene i resti della popolazione locale e dei soldati morti durante la battaglia di Dürenstein (Engelbrecht) del 1805. Diversi teschi recano fori di proiettili che attestano la morte in combattimento, mentre un teschio privo di una larga porzione di volta cranica è esposto lateralmente in modo da rivelare il nido che contiene.

FIG 4: Il nido presso la Filialkirche St. Michael in der Wachau.

Ulteriori esempi esistono nella regione bretone della Francia nord-occidentale, dove gli ossari erano comuni fino a quando i cambiamenti culturali riguardo all’igiene nel XIX e XX secolo fecero sì che fossero in larga parte svuotati. L’ossario dell’Église Saint-Grégoire a Lanrivain ancora oggi ospita dei resti umani, assieme a un altro esempio di nido all’interno di un teschio.

FIG 5: Nido nell’Ossario di Lanrivain, Bretagna.

Un caso differente è quello dell’ossario di Église Saint-Fiacre. Negli ossari bretoni, era diffusa la pratica di conservare i teschi separatamente rispetto agli altri resti, all’interno di scatole recanti iscrizioni biografiche che registravano il nome del defunto, la data di nascita e morte, insieme a invocazioni e preghiere (Coughlin 2016). Queste scatole erano dotate di finestrelle da cui si potevano vedere i resti, ed avevano anche piccoli tetti spioventi – un dettaglio che spinse i viaggiatori del XIX secolo a descriverle come simili a cucce per cani. La metafora canina non si addice però a quella di Saint-Fiacre, visto che è stata trasformata nella casetta per uccelli più spettrale di sempre.

Ossario di Saint-Fiacre. Fonte: Photos 2 Brehiz.

Gli uccelli non sono nemmeno gli unici animali ad aver trovato una felice dimora tra i resti di un ossario. Nel suo libro A Tour of the Bones, Denise Inge ha descritto un topo che viveva nell’ossario di Hallstatt, in Austria. Più recentemente, lo studio delle ossa di topo ritrovate nell’ossario di Danzica, in Polonia, ha gettato nuova luce sulla diffusione della peste nell’Europa medievale (Morozova et al 2020). Non solo gli animali ma anche le piante hanno un rapporto di lunga data con i cimiteri, tanto che il muschio rimosso dai crani umani veniva storicamente usato nella medicina popolare per curare malattie come attacchi epilettici e sangue dal naso (Gerard 1636).

Fig 7: Muschio medicinale su un teschio umano, incisione di fine XVII secolo.

Se negli ultimi tempi i cimiteri hanno attirato una maggiore attenzione in quanto spazi verdi capaci di ospitare un habitat naturale nella cornice urbana (Quinton/Duinker 2018), lo studio degli ossari come ecosistemi rimane un campo ancora poco studiato ma promettente.
Poiché la maggior parte dei casi qui descritti sono stati scoperti accidentalmente, è inevitabile che il presente elenco rimanga incompleto. La speranza è che riunendo tutte le istanze conosciute in un unico scritto, questo strano fenomeno possa suscitare curiosità, e che altri esempi possano essere segnalati e aggiunti all’elenco.
Tutti sappiamo che la vita trova spesso modi prorompenti per rifiorire nei luoghi dei morti, ma gli uccelli che nidificano nei teschi degli ossari costituiscono un esempio particolarmente spiazzante: dai corpi come “case per le ossa”, alle ossa come “case per i corpi”.

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Thomas J. Farrow (mailTwitter) ha conseguito un Master in Archeologia della morte e della memoria presso l’Università di Chester, Regno Unito. Un precedente articolo sulla storia della carbonizzazione in Inghilterra può essere trovato qui (Farrow 2020), mentre un articolo che affronta gli usi popolari, medici e magici, del muschio di cranio e dei resti scheletrici è in uscita sul prossimo numero di primavera 2021 di The Inquiring Eye.

The Ouija Sessions: Paul Grappe

Nella sesta e ultima puntata di The Ouija Sessions, vi racconto la storia eccezionale di Paul Grappe, che disertò la guerra usando un travestimento insospettabile.

Se la serie vi è piaciuta, iscrivetevi al canale YouTube… presto altre sorprese!

The Ouija Sessions Ep.5: Semiavou

In questa puntata di The Ouija Sessions, una delle più incredibili storie di sopravvivenza di sempre.

Buona visione!

 

The Ouija Sessions Ep.4: Joseph Pujol

Nel nuovo video di The Ouija Sessions vi racconto la strabiliante carriera di Joseph Pujol, il Petomane del Moulin Rouge.

Totentanz

Oggi vi parlo di un progetto davvero fuori dall’ordinario, a cui sono onorato d’aver partecipato. Si tratta di Totentanz, ideato dall’incisore e cartaio Andrea De Simeis.

Una delle raffigurazioni della morte che, dal Medioevo fino al Seicento, conobbe maggiore fortuna è il cosiddetto Trionfo della Morte.
Ne ho parlato su YouTube nel mio video Danzare con la morte: la Nera Regina che, armata di falce, schiaccia sotto le ruote del suo carro tutti indistintamente – villici, pontefici, regnanti – non era solo una raffigurazione pittorica, ma parte concreta delle festività di Carnevale. Tra i carri allegorici carnascialeschi infatti sfilava anche il Trionfo, attorniato da figuranti mascherati da scheletri che deridevano gli spettatori danzando e cantando poesie incentrate sul memento mori.

Questa è la tradizione a cui ha attinto Andrea De Simeis per inventare il suo moderno Trionfo della Morte, un vero e proprio carro musicale che sfilerà attraverso l’Italia e, virus permettendo, in Europa, portando allegria e poesia ma ricordandoci al tempo stesso la nostra finitezza.

Totentanz (“danza macabra” in tedesco) è un grande carillon in legno su ruote; al giro della manovella, la macchina suona un dies irae e mette in moto tre cilindri con diciotto illustrazioni stampate al torchio a stella.

Le immagini di questo carosello sono ispirate alle più celebri danze macabre europee: dal cimitero degli Innocenti di Parigi alle xilografie di Marchant; dalle superbe incisioni di Holbein il Giovane alle magnifiche silhouettes di Melchior Grossek; fino agli ironici scheletri messicani di José Guadalupe Posada, l’inventore dell’iconica Calavera Catrina.

La boîte à musique, alla fine del suo delicato motivo musicale, sorteggia un fascicolo per il suo manovratore: una plaquette illustrata con un breve dialogo, una massima, un aforisma, una poesia.

Ogni prezioso libretto è tirato in soli undici esemplari; le illustrazioni e i testi sono stampati su carta vergata a mano in cellulosa di puro cotone, canapa e fico spontaneo della vegetazione mediterranea.

Gli autori che hanno accolto l’invito a scrivere questi brevi testi sono tanti e prestigiosi; ne potete scoprire alcuni sulla pagina Facebook del progetto.

Tra questi, mi sono cimentato anch’io in una poesiola per accompagnare l’illustrazione intitolata “L’appeso”. Si tratta di un mio piccolo omaggio a François Villon e alla sua Ballade des pendus.

Clicca per ingrandire

La vendita delle pubblicazioni servirà a far viaggiare questo carillon su ruote lungo un percorso di città in città, accompagnato a ogni tappa da un autore, musicista o attore che interpreterà il tema del memento mori. Le iniziative di Totentanz non hanno finalità di lucro, ma servono solo a finanziare questa tournée.
Se l’iniziativa vi affascina, potete sostenerla in molti modi: date un’occhiata a questa pagina per conoscerli.
Nel video promozionale qui sotto potete vedere la fantastica macchina in azione:

Totentanz – Paramusica del Chiarivari: sito ufficiale, pagina Facebook.