O Death! Conferenza-concerto

I love you“: non sorprende che circa 5 milioni di canzoni contengano questa frase. Ma altre tre parole, in modo più inatteso, ricorrono in ben 3 milioni di brani: “When I die“.

Da sempre la musica popolare statunitense (in particolare la cosiddetta “musica delle radici” che include folk, early blues, canti tradizionali e canzoni di chiesa) annovera la morte tra i suoi temi più ricorrenti. Di volta in volta esorcizzata, accettata con rassegnazione o invocata come ingresso nella grazia, essa è una presenza costante tanto da essersi cristallizzata in diversi “filoni” tematici: le murder ballad, le canzoni sugli ultimi istanti dei condannati al patibolo, gli inni che prospettano un aldilà di gioia eterna, e altri ancora.

Il 4 ottobre, ai Frigoriferi Milanesi e grazie all’associazione Uno Più Uno Più Uno, assieme al mio compare Domenico V. Venezia accompagneremo il pubblico in un viaggio musicale che spazia dai Monti Appalachi alle paludi della Louisiana, dalle ballate folk ai blues più cupi, alla ricerca del cuore oscuro della canzone americana.

Domenico è un pianista, polistrumentista e arrangiatore di formazione classica appassionato di musica popolare e del jazz delle origini. Conduce parallelamente all’attività di musicista quella di illustratore e scultore, guidato da un’estetica rétro unita a un particolare gusto per il macabro e l’oscurità, pur senza tralasciare una imprescindibile dose d’ironia.
Il complice ideale per una serata in cui la Morte sarà la protagonista, assieme alla musica.

Vi aspettiamo!

Le oscene copertine di Hara-Kiri

Il il 7 gennaio 2015 a Parigi, due affiliati di Al-Qaeda, mascherati e armati di AK-47 entrarono negli uffici del giornale satirico Charlie Hebdo e aprirono il fuoco sui dipendenti. Il bilancio fu di dodici morti e undici feriti. La testata era famosa in Francia per le sue vignette e articoli che sbeffeggiavano politica e religione, con particolare ferocia.

All’indomani della strage, sulla rete abbiamo assistito da una parte a espressioni di solidarietà (riassunte nello slogan “Je suis Charlie”), e dall’altra a una serie infinita di disquisizioni sulla satira, sulla libertà di parola, su ciò che è lecito o non lecito pubblicare.
In Italia gran parte delle critiche contro il giornale si riducevano all’opinione che le vignette non facessero ridere ma che fossero semplicemente offensive.

Senza entrare troppo nel merito, è chiaro a chiunque abbia un minimo di dimestichezza con l’argomento che lo scopo della satira – dagli antichi Romani in poi – non è affatto quello di “far ridere”, ma di rendere ridicolo il bersaglio attraverso il registro grottesco. La comicità non è necessaria per fare satira, è sufficiente l’ironia.
La cosa che più saltava agli occhi, però, è che la maggioranza delle polemiche erano avanzate da persone che in tutta evidenza non avevano mai sentito parlare di Charlie Hebdo fino al giorno prima.

Eppure anche solo il modo in cui nacque Charlie Hebdo è un dettaglio significativo. Si tratta infatti della reincarnazione di una rivista che era se possibile ancora più radicale: Hara-Kiri.
Nel novembre 1970 Charles De Gaulle morì nella sua residenza privata a Colombey. Dieci giorni prima nella stessa cittadina un incendio in una sala da ballo aveva provocato 146 vittime, ma ovviamente la morte dello statista occupò tutte le prime pagine, facendo passare quella tragedia in secondo piano. Quindi Hara-Kiri, per sottolineare questa ingiustizia mediatica, titolò: “Tragico ballo a Colombey – un morto“.
Il Ministero dell’Interno bloccò la pubblicazione, e fu così che per continuare a uscire in edicola la rivista cambiò nome in Charlie Hebdo.

Inaugurato nel 1960, Hara-Kiri era un mensile satirico che si proponeva di essere “stupido e cattivo” («bête et méchant»). Sotto l’egida del suo creatore, Georges Bernier alias Professeur Choron, si erano raccolte grandi firme della controcultura e dell’illustrazione, come Topor, Fred, Reiser, Gébé, Wolinski, Cabu. Gli ultimi due rimasero fedeli alla linea tanto da trovare la morte nell’attentato a Charlie Hebdo.

L’elemento che colpiva più duro, in Hara-Kiri, erano le copertine. Qui voglio mostrarne alcune (molte!), per dare l’idea dell’esplosività ineguagliata di questa pubblicazione politicamente ultra-scorretta. Alcune immagini sono troppo disturbanti perfino per una fanzine punk, e queste erano distribuite nelle edicole.
Vi lascio gustarvi le copertine, ricordando soltanto una cosa. La satira sfacciata di Hara-Kiri (e, successivamente, di Charlie Hebdo) può repellerci o indignarci, ma forse è proprio questo il suo scopo: lo shock serve anche a creare un momento di discussione, dialettica e negoziazione. Ed è anche maledettamente divertente.

Buon anno!

Speciale Scat

Disoccupati! Allevate delle api!

Cosa diventano i cuccioli di foca scampati al massacro? Diventano delle grosse foche coglione

Ci si può abbronzare senza sole?

La Santa Vergine: Ho abortito!

Il pelo è osceno?

Il servizio militare vi dà lavoro

Educazione: bisogna essere severi?

No, il raffreddore non è contagioso

Napoleone era un ubriacone?

Studenti-poliziotti antisommossa: la grande riconciliazione d’ottobre

Ecco Titina, la primavera!

I ricchi in vacanza

Cosa vogliono i giovani? Mangiare i vecchi

Eutanasia: bisogna uccidere i tacchini di Natale handicappati?

Per una pena di morte più umana: la sega elettrica

I giochi da cretino del Professor Choron

Il vino sarà buono quest’anno

Demistificazione, il sesso: non è che questo

Buona Pasqua!

Buon Natale!

Imparate a praticare la digestione artificiale

Educazione sessuale: bisogna dire tutto ai bambini?

Natale! Pensare ai non amati: invitate un poliziotto!

Manviate dei velati!

Mangiate delle barbabietole!

Non sono ricca, ma riesco a nutrirmi

No all’aborto: lasciateli vivere!

Volete sapere cosa mi è successo?

Concorso foto vacanze: primo premio, categoria Incidenti causati dalle eliche delle barche

…e questo vi fa ridere?

Buon anno shesshantanove!

Jackie (Kennedy) si asciuga le lacrime

Pesce d’aprile!

Volevo abbandonarlo ma lui non ha voluto

L’ultimo drink del fuorilegge

Un luogo del mito

Esiste un posto, sperduto nel deserto settentrionale dell’Arizona, che rappresenta perfettamente la parte oscura dell’epica statunitense: Canyon Diablo.

Oggi di questo stanziamento rimane poco o nulla — le rovine di una cisterna e di un emporio, una lapide, e decine di lattine arrugginite disseminate sul terreno screpolato — ma non è quello che c’è o c’è stato a essere importante; la realtà non ha potere qui, perché Canyon Diablo vive nella leggenda.

Quando la ferrovia della Atlantic and Pacific Railroad arrivò qui nel 1880, si rese necessaria la costruzione di un ponte che attraversasse il grande crepaccio. L’operazione sarebbe durata diversi mesi, quindi i lavoratori si accamparono nei pressi e l’insediamento prese il nome del canyon stesso.
La minuscola città era costituita principalmente da baracche con due file di edifici che si fronteggiavano lungo l’unica strada, chiamata (in modo molto appropriato) Hell Street; eppure vi trovavano posto ben quattordici saloon, dieci case da gioco, quattro bordelli e due sale da ballo. Tutti questi esercizi operavano per 24 ore al giorno, senza chiudere mai.

Dal momento che le forze dell’ordine più vicine si trovavano a decine di miglia di distanza, in breve tempo la cittadina si guadagnò la fama di essere selvaggia e pericolosa, riparo per vagabondi, fuorilegge e giocatori d’azzardo. Le rapine erano all’ordine del giorno, e i nuovi arrivati venivano derubati appena messo piede in città; sparatorie e omicidi quotidiani riempirono presto il piccolo cimitero locale, tanto che si cominciò a seppellire i corpi lì dove cadevano.
Il primo sceriffo ad arrivare a Canyon Diablo venne appuntato alle 3 di pomeriggio, e seppellito alle 8 di sera. Altri cinque uomini provarono a portare la legge nel remoto villaggio ma nessuno durò più di un mese prima di finire in una cassa.

Questo affresco a tinte forti fa parte della più tipica mitopoiesi del Far West. Di quanto avete letto in questa descrizione (riportata da innumerevoli siti e ripetuta perfino sulla pagina Wiki), nulla è mai probabilmente successo: tutta la leggenda di Canyon Diablo come “cittadina dimenticata da Dio” proviene da un prolifico autore di romanzi western, Gladwell Richardson, che ne scrisse quasi 80 anni dopo che l’insediamento era stato abbandonato. Nonostante negli archivi storici non esista praticamente alcun documento riguardante Canyon Diablo, Richardson sembra conoscere non solo i nomi dei saloon e dei bordelli, ma perfino di alcuni coloriti personaggi come Keno Harry o “Annie dal piede equino”. Nella realtà la cittadina venne quasi del tutto abbandonata dopo i sei mesi necessari a costruire il ponte, e nonostante non fosse certo il luogo più idilliaco del mondo non era nemmeno la mean town dipinta dalla fantasia di Richardson.
Ma, come dicevamo, spesso la realtà è meno interessante della leggenda.

Un singolare e macabro episodio, però, accadde davvero a Canyon Diablo.

Quindici uomini sulla cassa del morto

La notte del 7 aprile 1905 a Winslow, Arizona, due ragazzi poco più che ventenni di nome William Evans e John Shaw entrarono nel Wigwam Saloon vestiti con i loro abiti migliori. Ordinarono un whiskey al bancone, ma prima ancora di averlo bevuto si girarono verso un tavolo dove sette uomini stavano giocando a poker ed estrassero le pistole. Dopo aver “alleggerito” i giocatori di qualche centinaia di dollari in monete d’argento, Evans e Shaw scapparono dall’entrata principale senza nemmeno sparare un colpo.

Il proprietario del saloon, però, era anche il vicesceriffo della Contea; allertato il suo superiore, i due uomini di legge si misero subito sulle tracce dei fuggitivi. Grazie ad alcune segnalazioni, si diressero proprio a Canyon Diablo che all’epoca era già una città fantasma, abitata da pochissimi residenti. Arrivati nel villaggio al tramonto, gli sceriffi cominciarono a interrogare il proprietario dell’emporio quando proprio in quel momento Evans e Shaw sbucarono da dietro un angolo.
Come nel più classico dei film western, le due coppie rimasero per qualche interminabile secondo a fronteggiarsi immobili, poi di colpo tutti estrassero le pistole.


La sparatoria fu un lampo: nel giro di pochi secondi vennero esplosi ventuno proiettili. Quando il fumo si diradò, Evans giaceva a terra ferito a una gamba e alla spalla, e Shaw era morto raggiunto da un colpo alla testa.

Il corpo del bandito venne seppellito sul posto, subito dopo la sparatoria, in una fossa poco profonda per via del terreno estremamente roccioso. Evans invece venne portato all’ospedale di Winslow e dopo essersi ripreso scontò nove anni in carcere.

La notte successiva, la notizia della sparatoria era giunta al Wigwam Saloon.
Alcuni cowboy, intenti a parlare dell’accaduto e decisamente alticci, si resero conto di una grave ingiustizia: Shaw, il fuorilegge rimasto ucciso, era morto senza nemmeno bere il whiskey che aveva pagato la sera della rapina!
Uno dei cowboy — evidentemente infervorato in egual misura dall’alcol e dal senso di pietas — propose di riesumare il cadavere del bandito per offrirgli il drink che non aveva consumato.
Immediatamente una quindicina di presenti si offrirono volontari per l’impresa.

Saltati sul primo treno diretto a ovest, il gruppo di cowboy raggiunse Canyon Diablo all’alba del 10 aprile 1905. Dopo essersi fatti un altro giro di bevute alla stazione, si diressero verso la tomba di Shaw con dei badili e una bottiglia di whiskey. Avevano recuperato anche una macchina fotografica Kodak per immortalare l’evento per i posteri.

Gli uomini disseppellirono la cassa e due cowboy sollevarono il cadavere di Shaw. Le fotografie li mostrano mentre appoggiano il corpo al recinto che circondava un’altra tomba e gli tengono dritta la testa.

C’era qualcosa però che fece rabbrividire tutti: sul volto di Shaw era stampato un orribile ghigno. Ci fu chi cominciò a piangere, chi si mise a pregare. Dopo aver dato alla salma un’abbondante sorsata di whiskey, gli uomini la rimisero nella bara assieme alla bottiglia mezza vuota e riseppellirono la cassa.

La sparatoria di Canyon Diablo, e il whiskey offerto al morto, entrarono a buon diritto nel folklore nazionale; le foto dell’ultimo drink di Shaw rimasero appese in bella mostra alle pareti del Wigwam Saloon fino agli anni ’40, quando l’edificio venne demolito.

Malèfici

Il 20 luglio alle 17 sarò a Bologna al Palazzo Pallavicini nell’ambito della mostra Stregherie.

Come annunciato già dalla tagline — “Iconografia, fatti e scandali delle sovversive della storia” — la mostra propone un percorso espositivo pensato prevalentemente in prospettiva femminile. Il mio talk invece cercherà di ampliare lo spettro della conversazione: nella storiografia dei processi per stregoneria c’è infatti una sorta di zona d’ombra, spesso liquidata in maniera frettolosa, e cioè tutti quei casi in cui a finire al rogo o al patibolo furono streghe maschi.

Dal comunicato:

L’immaginario relativo ai processi per stregoneria, occorsi nell’arco di circa tre secoli tra Medioevo ed età moderna, si è solidificato nel tempo in ottica quasi esclusivamente femminile, ed è stato cristallizzato da una storiografia che fa della “caccia alle streghe” una “caccia alle donne”.

Eppure in larga misura gli imputati nei processi (in alcune regioni europee, la maggioranza di essi) erano maschi. Cosa avevano di simile o di diverso rispetto alle loro controparti femminili? Accanto a questi casi di vero e proprio commercio satanico, compaiono nelle cronache e negli atti processuali altre forme soprannaturali principalmente maschili che si diffondono in maniera epidemica soprattutto nel Seicento, come il vampirismo o la licantropia. Da queste molteplici declinazioni demoniache, che affiancano e integrano la visione della “strega-come-donna”, emerge tutta la complessità del fenomeno storico dei processi per stregoneria: non soltanto strumenti di violenta oppressione patriarcale, ma anche di definizione sociale e politica, in cui si affermavano i confini tra uomo e natura, eresia e ortodossia, maschile e femminile, sesso e genere.

L’evento è gratuito per chi ha il biglietto della mostra: vi aspetto per chiacchierarne assieme!

Link, curiosità & meraviglie assortite – 29

Tutti pronti per la rinfrescante versione estiva della raccolta di link bizzarri!

E partiamo subito con un quiz: che cos’è l’oggetto misterioso nella foto qui sotto?
(La risposta alla fine del post).

  • Il Podcast della morte è un bel progetto messo in piedi da alcuni ex-studenti del Master in Death Studies dell’Università di Padova: i ragazzi intervistano in ogni puntata un docente del master (la chiacchierata con il sottoscritto è nel secondo episodio) e gli argomenti sono davvero ad ampio spettro, confermando ancora una volta che parlare di morte è parlare di vita, con tutte le sue infinite sfaccettature.
  • Un altro consiglio, se vi interessano questi temi, è quello di iscrivervi alla newsletter Appuntamento con la morte, creata dalla bravissima Sofia: con approfondimenti scientifici e medici molto accurati si parla di avvelenamenti, trapianti di testa, rigor mortis, “cani da cadavere” e molto altro.
  • Due delizie per gli amanti di Edgar Allan Poe: Il Corvo illustrato da Gustave Doré, e alcuni dei suoi racconti letti da Iggy Pop, Jeff Buckley, Christopher Walken e Marianne Faithful.

  • La chiesa di Abuna Yemata Guh, qui sopra, dona un significato letterale al concetto di vertigine mistica: per accedervi bisogna scalare per due ore una ripida parete di roccia. Qui uno spettacolare video.
  • Un paio di link a tema animali & natura: in questo video scopriamo l’incredibile Euryalina, una specie di Cthulhu in miniatura.
  • Ecco l’animale-guida per le persone insofferenti della routine e a cui sta stretto rimanere sempre in uno stesso posto: il pesce-gatto corazzato, a cui ogni tanto parte la fregola di… attraversare un deserto!
  • Infine, qui sotto, una Nephentes attenboroughii infligge a un ratto la peggiore delle pene capitali:

  • Le sunken lane, o vie incavate, sono dei sentieri o delle strade sprofondate naturalmente più in basso del livello del suolo circostante. Alcune sono molto antiche, altre si formano anche solo nel giro di una ventina d’anni; diverse teorie sono state proposte per spiegarne l’origine (erosione, acqua, passaggio di mandrie ecc.) ma nessuna è del tutto convincente. L’unica cosa certa è che i tunnel creati dalla vegetazione sono meravigliosi, come potete vedere in queste foto.
  • Altro mistero archeologico irrisolto: le sfere di pietra della Costa Rica.
  • Anche le formiche nel loro piccolo s’inguaiano. (Grazie, Roberto!)
  • Se volete piangere, ecco la lettera che il celebre fisico Richard Feynman scrisse alla moglie morta; una prova che anche la mente più incline alla razionalità è capace di poesia e sentimento.

  • Come ci si guadagna l’appellativo di Bulgaroctono, cioè “Massacratore di Bulgari?” Si prendono prigionieri 14.000 soldati, li si divide in gruppi di 100, li si dispone in fila indiana legati con una corda; poi, per ogni gruppo, si cavano entrambi gli occhi a 99 uomini e un occhio solo al capofila, e si rimanda tutti quanti indietro in patria, con tanti omaggi allo Zar.
  • Avete affrontato qualche dieta per superare la famigerata “prova costume”? Avete trangugiato barrette, studiato piani alimentari, pesato carboidrati e proteine, eroicamente rinunciato al gelato? Pffft. Qualsiasi privazione abbiate sopportato impallidisce a confronto della dieta imposta al re Sancho I detto il Grasso!
    Dalla pagina Wiki: «
    Il medico divenne allora ancora più stringente: privando Sancho della propria libertà lo fece rinchiudere nella sua stanza legato mani e piedi, e per assicurarsi che non potesse più mangiare cibo in eccesso gli fece cucire la bocca, lasciando tra le labbra spazio appena sufficiente per l’inserimento di una cannuccia con cui bere. Questo trattamento estremo si rivelò tuttavia efficace, anche a causa dei violenti rigetti che Sancho spesso faceva del cibo somministratogli, che lo portavano quindi a perdere ancora più peso. Veniva inoltre costretto a passeggiate sempre più lunghe nel cortile del palazzo del califfo, spesso venendo trascinato con una corda; doveva inoltre fare bagni caldi e saune per stimolare la sudorazione e ricevere dolorosi massaggi per favorire il riassorbimento della pelle in eccesso». (Grazie Roberto!)
  • Il contrappasso dell’alchimista sbruffone.
  • Pubblicato un paio di anni fa, questo di Valentina Tanni rimane uno dei più esaustivi articoli sulla mitologia internettiana delle Backroom, inquietanti spazi liminali in cui realtà e simulacro si fondono.
  • Gli oggetti da museo che ci piacciono: dildo settecentesco con pompetta per simulare l’eiaculazione.
  • Bellissimo articolo sui primi androidi parlanti e sui pionieri del linguaggio artificiale meccanico.

In chiusura, come promesso, ecco la risposta al quiz: l’oggetto misterioso contiene una Pietra di Goa.
Ma cos’è esattamente?

Sicuramente tra di voi c’è chi conosce i bezoari, quelle palle di cibo o pelo solidificato e pietrificato che si ritrovano nel tratto intestinale di alcuni mammiferi. Un tempo si pensava che i bezoari fossero una panacea in grado di curare tutti i mali: si indossavano come talismani, si strofinavano, si grattuggiavano, se ne facevano decotti.

Qui una foto che ho scattato di un bezoario pronto per essere immerso nella tisana delle cinque:

Ma i bezoari scarseggiavano. Per fortuna ecco spuntare la più classica inventiva italica, vale a dire l’arte del tarocco.
A metà del Cinquecento un gesuita fiorentino, che si trovava a Goa (India), si inventò dal nulla queste pietre miracolose mischiando capelli, denti fossili, conchiglie, resina e gemme frantumate. In poco tempo il business decollò, e per due secoli i Gesuiti detennero il monopolio delle Pietre di Goa.

È tutto, buone e bizzarre vacanze!

La Fata Siciliana

Il 12 aprile 1824 nella sua residenza di Westminster, la Carlton House, Re Giorgio IV stava ricevendo visite. Ecco che a un tratto, introdotta dal famoso medico Sir Everard Home, al cospetto del Re si fece avanti una minuscola figurina, vestita in un abito riccamente ricamato: una bambina di 9 anni, ma non più alta di 50cm.
La sua voce acuta e le sembianze così straordinarie meravigliarono non poco il sovrano, che “espresse un grande piacere per la sua apparizione”.

I giornalisti, altrettanto stupefatti, non riuscirono a parlare della bambina se non affidandosi al registro fantastico, descrivendola come una sorta di folletto:

Immaginate solo una creatura grande circa la metà di un neonato; perfetta in tutte le parti e i lineamenti, che pronuncia parole con una voce strana e ultraterrena, che capisce ciò che dite e risponde alle vostre domande; immaginate, dico, questa figura di circa diciannove pollici di altezza e cinque chili di peso, e avrete un’idea di questo fenomeno straordinario. [… ] Il suo effetto sullo spettatore è profondamente inquietante. Il suo aspetto è così sorprendente che egli non riesce a credere a ciò che vede: sfida sia le aspettative logiche che l’indagine razionale. […] Le sue dimensioni sono talmente fuori dalle categorie di umanità che non possono essere classificate come tali. È […] in qualche modo non del tutto reale: una “bambola di dimensioni tollerabili”, una “creatura” perfetta in tutte le parti e i lineamenti, che pronuncia parole con una strana voce ultraterrena. Ecco la fata delle vostre superstizioni, ma nella vita reale […]. Il pigmeo dell’antica mitologia portato ai giorni nostri.

(Sights of London, Literary Gazette, 1824)

La “Fata Siciliana” (questo il soprannome che le era stato assegnato) si chiamava in realtà Caroline Crachami.
Sir Everard Home l’aveva vista per la prima volta pochi giorni prima, presentata alla curiosità del pubblico per uno scellino – due, se si voleva salire sul palco per esaminarla da vicino e giocare un poco con lei.

Home, in quanto chirurgo e anatomista, era molto interessato a Caroline da un punto di vista scientifico, dunqueaveva fatto ritorno più volte allo spettacolo. Il medico era stato subito notato dall’individuo che esibiva la bambina, un certo Dr. Gilligan, il quale non aveva perso tempo a circuirlo; sfruttando le conoscenze altolocate del collega era in breve tempo riuscito a presentare la sua Fata Siciliana a corte. Fu proprio questa brama di successo (e dei guadagni che avrebbe portato) a decretare la rovina di Gilligan e, purtroppo, a sigillare anche il fato della piccola Caroline.

L’appuntamento al Carlton Palace aveva infatti fatto scalpore, e la stampa londinese cominciò a interessarsi alla “nana più piccola mai vista al mondo”. Tutta questa attenzione, però, non giocò a favore di Gilligan: i giornalisti cominciarono ad accorgersi che qualcosa non quadrava.

Il dottore sosteneva di essere il padre della bimba, millantando origini italiane; peccato che avesse un pesante accento irlandese. Già qualcuno nel pubblico l’aveva smascherato, gridandogli “per caso la Palermo in cui dici di essere nato sta nella Contea di Cork?”

Quando anche sui giornali si cominciò a mettere in dubbio la paternità di Gilligan, questi si vide costretto a pubblicare un pamphlet intitolato Memorie di Miss Crachami, la celebrata Nana Siciliana.
Secondo questa pubblicazione, Caroline era nata a Palermo il 15 novembre 1815, da genitori di statura normale. Alla nascita pesava solo una libbra (450 g) e misurava tra i 18 e i 20 cm di lunghezza. Il padre, Luigi Emanuele Crachami, era un musicista di teatro come sua moglie. La coppia aveva altri tre figli adulti, tutti di dimensioni normali; una volta nata Caroline, l’avevano mostrata alla Duchessa di Parma e ad altri nobili, per cercare un supporto finanziario, ma senza fortuna. In ogni caso, si erano sempre rifiutati di esibirla per denaro. Si erano poi trasferiti in Irlanda, dove avevano avuto un altro figlio di altezza normale.

Il pamphlet sorvolava bellamente sul ruolo equivoco del Dr. Gilligan: come mai adesso lui esibiva Caroline a Londra? Cosa c’entrava? Come aveva ottenuto il permesso dei genitori?

In ogni caso la folla che desiderava vedere quest’ultima strabiliante novità si faceva sempre più numerosa, e i turni per la povera bimba divennero estenuanti. Ogni giorno, nonostante lo stato di salute cagionevole, Caroline sedeva su un piccolo trono, vestita di pizzi e merletti come una bambola; doveva soddisfare la curiosità degli spettatori che cercavano di ottenere una sua reazione porgendole oggetti luccicanti o incitandola a ballare.

Il 3 giugno 1824, dopo aver ricevuto più di 200 spettatori in una sola sera, Caroline Crachami morì di stenti durante il tragitto in carrozza verso il suo alloggio di Duke Street.
Ma la sua triste storia non finì affatto quel giorno.

Quando sulla stampa venne pubblicata la notizia della sua scomparsa, l’oscuro segreto dietro la “Fata Siciliana” venne infine alla luce. Luigi Crachami, il padre della bimba che lavorava al Theatre Royal a Dublino, venne a sapere della morte di sua figlia proprio dai giornali.
Tempo addietro, vista la salute precaria di Caroline, l’aveva fatta visitare a Dublino dal Dr. Gilligan; il dottore gli aveva consigliato di portare la bambina a Londra dove il clima, a detta sua, era migliore. I Crachami però non avevano i mezzi per trasferirsi; il Dr. Gilligan si era mostrato così interessato alla salute della piccola da offrirsi di accompagnarla lui stesso, gratuitamente, fino alla metropoli. Per coprire le spese, aveva ottenuto il consenso dei genitori a esporre Caroline saltuariamente, e soltanto per il breve soggiorno previsto.
In realtà Gilligan, a insaputa dei genitori, aveva organizzato una vera e propria tournée, portando Caroline prima a Liverpool, poi a Birmingham e Oxford per approdare infine a Londra.

A pochi giorni dalla morte di Caroline giunse dunque nella capitale Luigi Crachami, sconvolto dal dolore e dalla rabbia ma deciso a riprendersi il cadavere di sua figlia e riportarlo in Irlanda per la sepoltura. Si rivolse ai magistrati per capire come reclamare la salma e impedire che venisse dissezionata ed esposta in qualche collezione anatomica; l’impresa si rivelò però più ardua del previsto, visto che il giudice non fu in grado di emettere un’ordinanza al riguardo.

Nel mentre, il Dr. Gilligan si dava da fare per spremere gli ultimi soldi da quel corpicino: caricatolo su un calesse, si era recato presso tutte le più importanti scuole di medicina. In lotta contro il tempo, anche Luigi Crachami cominciò a fare il giro di tutte le università, ma evidentemente era in ritardo: ogni volta si sentiva dire che Gilligan era stato lì il giorno prima cercando di vendere il corpo della bambina.

Crachami arrivò infine alla porta di Sir Everard Home. Non sapendo chi aveva di fronte, Home si lasciò subito sfuggire “Ah, siete qui per il corpo della nana!”. Una volta realizzato che quell’italiano era il padre della bambina, Sir Everard evidentemente si sentì in colpa, perché era stato proprio lui a indirizzare il Dr. Gilligan al Royal College of Surgeons.
Diede all’affranto Crachami un assegno di 10 sterline per tranquillizzarlo, e un lasciapassare per il Museo. Una volta accorso lì, però, il padre scoprì che era troppo tardi: gli anatomisti e gli allievi del Collegio erano così ansiosi di esaminare il corpo che avevano già iniziato.
Stando ai giornali, la dissezione era già a buon punto, e “il corpo della sua amata progenie maciullato nel modo più terribile”. Gli articoli si dilungarono (alla maniera sensazionalistica e fantasiosa dell’epoca) nel descrivere la scena del padre distrutto che, piangendo lacrime amare, si aggrappava al piccolo cadaverino smembrato mentre gli amici cercavano di convincerlo a lasciar andare i resti.
Fatto sta che a Luigi Crachami venne impedito di riportare a casa la salma, e il padre fece ritorno a Dublino a mani vuote. Del Dr. Gilligan non si seppe più nulla, anche se si vociferava che fosse scappato in Francia dopo aver ricavato dall’intera impresa (quando Caroline era viva, e poi vendendo il suo cadavere) un totale di 1.500 guinee.

Annotazione relativa all’acquisizione delle spoglie della Fata siciliana nel Libro delle donazioni del Museo Hunterian.

Nemmeno a quel punto il corpo della bambina cessò di essere esibito come una curiosità della natura.
Dopo aver realizzato dei calchi del viso, del braccio, della caviglia e del piede sinistro, la Fata venne preparata dagli anatomisti del Collegio. Il suo scheletro minuto e fragile fino a qualche tempo fa era ancora esposto allo Hunterian Museum in una teca di vetro, in mezzo a quelli dei giganti Charles Freeman e Charles Byrne.

La storia di Caroline Crachami riserva un’ultima sorpresa, se possibile ancora più straziante.
Dall’analisi dentale e ossea del teschio, è stato stabilito che all’epoca della sua morte la bambina non aveva nove anni, ma soltanto tre. Gilligan aveva dunque mentito anche sull’età di Caroline: il pubblico sarebbe stato meno impressionato dalla sua statura, se avesse saputo che era così giovane.

Mostrato per uno scellino
sarebbe la tua uccisione.
Pensa alla misera durata di Crachami!
Non c’è cornice più piccola in cui la minuscola scintilla potesse dimorare
di quella in cui lei cadde.
Ma quando si sentì messa in mostra, cercò di
rimpicciolirsi agli occhi del mondo, povera nana, e morì!

(Thomas Hood, Ode To The Great Unknown, 1825)

Circo & Morte

Venerdì 17 maggio sarò a Milano, presso i Frigoriferi, per un evento davvero imperdibile organizzato da Uno Più Uno Più Uno: una chiacchierata assieme all’artista internazionale di burlesque circense Janet Fischietto!

Dal comunicato:

Un bel giorno, come per incanto, ecco che il tendone appare al limitare della città. La voce squillante di un imbonitore invita gli astanti a entrare in quell’arena che promette inaudite meraviglie e spettacoli strabilianti: non crederete ai vostri occhi!

Il circo è da sempre uno spazio marginale e di frontiera, impero del difforme in cui le regole del quotidiano vengono sovvertite, dimensione onirica e multicolore dove ci si fa beffe perfino della morte.
Il trapezista che volteggia nell’aria, il funambolo che avanza sul filo a vertiginosa altezza, il domatore che pone la testa tra le fauci del leone, il lanciatore di coltelli, il mangiaspade, il mangiafuoco: tra i più classici numeri circensi, quelli che mantengono il pubblico con il fiato sospeso hanno sempre un elemento di superamento dei limiti umani e di spettacolare sfida mortale.

In questo dialogo aperto e personale Janet Fischietto, performer che coniuga le arti circensi alle suggestioni del burlesque, e Ivan Cenzi, studioso del bizzarro e del macabro, raccontano le motivazioni che hanno portato entrambi a confrontarsi con la morte e a rimanere conquistati dall’intramontabile fascino del circo.

Janet è un’artista davvero unica, che unisce il burlesque a discipline circensi quali la manipolazione del fuoco o il trapezio fisso. Laureata alla NABA di Milano, ha poi continuato il suo percorso formativo presso BCM e Los Angeles Circus School. Insegna tecniche di Retro Make-Up e organizza workshop di burlesque; ha posato per Rolling Stone, GQ, FHM, Playboy.
Oltre a esibirsi sui palchi di mezzo mondo, ha una storia di vita stupefacente, come avremo modo di scoprire.

Il contributo per l’evento è di 5€ (un drink incluso) +5€ di tessera, se non ce l’avete già: potete fare domanda di associazione a questo link.

Vi aspettiamo!

Graveyard Bound

Sono estremamente emozionato di annunciare un progetto che a prima vista potrebbe sembrare distante dal mio ambito usuale: il 15 marzo uscirà Graveyard Bound, l’album a cui ho lavorato nel corso dell’ultimo anno.

In realtà, la musica per me è sempre stata un aspetto fondamentale dell’indagine personale che ha ispirato anche questo blog. Chi conosce il mio lavoro ritroverà in Graveyard Bound alcune delle ossessioni e delle passioni che alimentano da sempre le mie ricerche: l’estasi, l’ombra, la violenza sacra, la malinconia, le atmosfere d’altri tempi, lo sposalizio di crudeltà e bellezza, la morte.

Graveyard Bound vuole essere una sorta di strana miscela di swamp blues, psych rock, suoni etnici e gotico americano. L’album è stato concepito inizialmente, durante l’isolamento per la pandemia, come un esperimento di registrazione a distanza, dato che i musicisti (miei antichi complici musicali fin da quando eravamo imberbi) hanno eseguito le loro parti sparsi in diverse città d’Europa. Questo ha portato a un suono imperfetto, a volte traballante, fragile, scricchiolante, ma paradossalmente più vivo che se avessimo registrato in studio. Abbiamo poi mixato presso la Casa di Produzione di Milano, e il mastering finale è stato eseguito attraverso un mixer analogico SSL per dare alle tracce un suono ancora più vintage. Infine, non potevo sperare di meglio per la copertina del disco della meravigliosa illustrazione firmata dal grande artista svizzero Thomas Ott.

L’album uscirà su tutte le principali piattaforme streaming, anche se di preferenza suggerisco Bandcamp che, per filosofia e missione, è un po’ il suo habitat naturale, e dove è possibile anche consultare il testo di ogni brano: l’album sarà disponibile a partire dal 15 marzo seguendo questo link.
Su Bandcamp sarà anche possibile sostenere il mio lavoro in due modi: scaricare la versione digitale dell’album in alta qualità, ottenendo così anche una bonus track intitolata Ring-A-Round The Rosie; oppure ordinare l’edizione limitata dell’album in 33 giri su BioVinyl, un tipo di vinile ecologico, con i testi stampati sulla custodia interna.
Con l’occasione ho anche aperto il mio profilo Instagram dedicato esclusivamente alla musica (potete seguirlo cliccando qui), in modo da tenere separate l’attività del blog e quella musicale.

Appuntamento al 15, dunque: sono curiosissimo di sapere cosa ne pensate. Buon ascolto!

Link, curiosità & meraviglie assortite – 28

Ecco una nuova raccolta di curiosità e stranezze per iniziare bene l’anno; buona lettura!

La paziente è una ragazza di 15 anni che lavora in un bar locale. È stata ricoverata in ospedale dopo una lotta a colpi di coltello che ha coinvolto lei, un ex amante e un nuovo fidanzato. Non è chiaro chi abbia accoltellato esattamente chi, ma tutti e tre i partecipanti alla piccola guerra sono stati ricoverati con ferite da coltello. La ragazza ha riportato alcune piccole lacerazioni alla mano sinistra e una singola ferita da taglio nella parte superiore dell’addome.

La laparotomia evidenziò due buchi nello stomaco, risultanti da una sola coltellata; lo stomaco era vuoto e non fu notato versamento di liquidi gastrici nell’addome, quindi i medici suturarono la ferita e la giovane paziente si riprese del tutto nel giro di 10 giorni.
La brutta vicenda sembrava risolta quando, precisamente 278 giorni dopo, la ragazza si ripresentò in ospedale per degli acuti dolori all’addome, e appena la videro i medici compresero subito che la giovane era gravida e stava per partorire. Esaminandola meglio, però, ecco la sorpresa: nonostante l’utero si contraesse normalmente e la cervice fosse quasi completamente dilatata, la paziente non aveva una vagina. Tra le piccole labbra, al di sotto del meato uretrale, c’era solo una fossetta cutanea poco profonda. Il bimbo, un maschio in perfetta salute, venne fatto nascere con parto cesareo, ma a quel punto

la curiosità non poteva essere più contenuta e la paziente venne intervistata con l’aiuto di una empatica sorella infermiera. La storia non divenne completamente chiara durante quel giorno ma, con alcune indagini successive, emerse l’intera saga.
La paziente era ben consapevole di non avere una vagina e aveva iniziato a fare esperimenti orali dopo i deludenti tentativi di rapporti convenzionali. Poco prima di essere pugnalata all’addome, aveva praticato una fellatio al suo nuovo fidanzato ed era stata colta sul fatto dall’ex amante. Ne era seguita la lotta con i coltelli. [In seguito] si era preoccupata per l’aumento delle dimensioni dell’addome, ma non riusciva a credere di essere incinta, anche se l’idea le era venuta sempre più spesso, man mano che la sua circonferenza aumentava e che le persone intorno a lei insinuavano che fosse incinta. […] La giovane madre, la sua famiglia e il probabile padre si adattarono rapidamente alla nuova situazione e alcuni capi di bestiame cambiarono di mano per dimostrare che non c’erano rancori. […] Una spiegazione plausibile per questa gravidanza è che gli spermatozoi abbiano avuto accesso agli organi riproduttivi attraverso il tratto gastrointestinale danneggiato. È noto che gli spermatozoi non sopravvivono a lungo in un ambiente con un pH basso, ma è anche noto che la saliva ha un pH elevato e che una persona a stomaco vuoto non produce acido in circostanze normali. […] Il fatto che il figlio assomigliasse al padre esclude un concepimento ancora più miracoloso.

  • Katharina Detzel (qui sopra) fu internata nel 1907 in un ospedale psichiatrico per aver praticato aborti e aver sabotato una linea ferroviaria per protesta politica. Mentre era chiusa in manicomio, costruì un pupazzo a grandezza naturale di fattezze maschili, utilizzando la paglia del materasso. La bambola le forniva sfogo e conforto: la prendeva a pugni quando era arrabbiata e ci ballava assieme quando si sentiva felice.
  • Ad Atlantic City fino agli anni ’70 c’era uno show, pericoloso e crudele, che andava fortissimo: i tuffi in mare da 18 metri di altezza con i cavalli. (Grazie, Roberto!)
  • Notizia flash: abbiamo due nasi.

  • L’espressione facciale che stanno facendo queste signorine si chiama ahegao, e molti di voi sapranno che deriva dagli hentai giapponesi in cui occhi ribaltati/strabici, lingua fuori e arrossamento delle gote sono usati per rappresentare l’apice dell’eccitazione sessuale. Questa posa, allusiva pur senza essere esplicitamente pornografica, è passata dai fumetti al mondo di internet in breve tempo, diventando un fenomeno diffuso sui social. L’aspetto interessante è che, ripercorrendo la storia dell’ahegao face, si scopre che deve tutta la sua fortuna alla censura giapponese.
  • Rimaniamo nella terra del Sol Levante: nel 1803 una specie di strana navicella, simile a un UFO, galleggiò fino ad arenarsi sulle coste del Giappone. Al suo interno c’era una bellissima adolescente dai capelli rossi, vestita con strani abiti e incapace di parlare giapponese. Gli abitanti, convinti che potesse essere una principessa di un paese lontano, e volendo evitare grane con le autorità locali, decisero… di ributtarla in mare. Verità o leggenda?
  • Una risorsa incredibile per tutti gli artisti, e non solo: l’Enciclopedia Iconografica di J.G. Heck, pubblicata tra il 1849 e il 1851, è stata digitalizzata in una nuova forma interattiva che include più di 13.000 illustrazioni spettacolari. (In ogni sezione, il pulsante “Plates only” in alto vi permette di escludere il testo.)

  • Quello qui sopra è uno dei piccoli robot che appaiono nel film di fantascienza 2002: la seconda odissea (1972), capaci di muoversi in maniera buffa e quasi umana. Un articolo molto approfondito svela il loro “segreto”: erano in realtà delle specie di costumi azionati da attori senza gambe. Il regista Douglas Trumbull, accusato di essere insensibile nel servirsi di persone disabili, ricorda in alcune interviste che in realtà i quattro ragazzi si divertirono tantissimo e vennero pagati profumatamente.
  • Sempre parlando di cinema, ecco il genio totale. A partire dagli anni ’30 il regista Melton Barker girò lo stesso film, The Kidnappers Foil, per più di 130 volte, utilizzando la stessa sceneggiatura e in gran parte le medesime inquadrature. Il soggetto era basico: una ragazzina di nome Betty Davis viene rapita il giorno del suo compleanno; i bambini della città, attratti dalla ricompensa messa in palio dal padre della scomparsa, organizzano diverse squadre di ricerca; riescono infine a salvarla, e nel finale esplode una grande festa in cui i bambini si esibiscono in balli e numeri musicali.
    Qual era dunque la trovata di Barker? Il film era interpretato esclusivamente dai ragazzini residenti nella cittadina in cui egli si trovava in quel momento. I genitori pagavano volentieri una piccola tariffa affinché i loro figli fossero immortalati su pellicola; a qualche settimana dalla fine delle riprese, il film era pronto per essere proiettato nelle sale del cinema locale, per la delizia di tutti gli abitanti.
    In questo modo, spostandosi di città in città attraverso tutti gli Stati Uniti, Melton Barker riuscì a sostentarsi per 40 anni. Nel 2012 le poche copie sopravvissute di The Kidnappers Foil furono aggiunte al National Film Registry per essere conservate in quanto storicamente significative; potete vedere alcune versioni del film su questo sito.
  • A Leopoli, durante l’occupazione nazista, molti intellettuali polacchi riuscirono a evitare i campi di concentramento e a ricevere razioni di cibo aggiuntive intraprendendo un lavoro singolare: l’alimentatore di pidocchi. (Grazie, Roberto!)

  • La storia della gamba di Santa Anna — politico, combattente, dittatore e presidente messicano — è avventurosa quasi quanto quella del suo proprietario. Il Generalisimo era stato ferito nel 1838 da un colpo di cannone durante una battaglia contro i francesi, e aveva subito un’amputazione sotto il ginocchio sinistro. Inizialmente aveva seppellito la gamba nella sua proprietà di Vera Cruz. Una volta diventato nuovamente presidente del Messico nel 1842, aveva riesumato la gamba per portarla, a bordo di una lussuosa carrozza ornata, a Città del Messico; lì aveva approntato un elaborato funerale di Stato per il suo arto amputato, seppellendolo in una piccola bara di vetro. Due anni dopo, il governo di Santa Anna venne rovesciato e una folla di rivoltosi, oltre a distruggere le statue del presidente, dissotterrarono la sua gamba e la trascinarono per le strade finché non ne rimase nulla.
    Dopo aver ripreso il potere, durante la battaglia di Cerro Gordo nel 1847, Santa Anna venne assaltato di sorpresa mentre stava pranzando. Scappato in fretta e furia, egli lasciò indietro la sua gamba di legno: venne raccolta come trofeo dai soldati della fanteria americana. Ecco perché la protesi nella foto sopra si trova ancora oggi al Museo Militare di Stato dell’Illinois.
  • E parliamo di animali: in Brasile, nella piccola cittadina marittima di Laguna, da 140 anni gli abitanti e i delfini uniscono le forze per pescare. Solo che c’è il dubbio che siano i delfini ad aver ammaestrato gli umani.
  • Notizia dell’anno scorso ma che per qualche ragione trovo commovente: alcuni archeologi stanno andando a caccia della tomba di Nancy, una elefantessa scappata da un circo itinerante nel 1891.
  • E infine ecco a voi il ragno che fa la ruota (via Bestiale):

È tutto, alla prossima!

Buon 2024!

 

In maniera forse un po’ snob, ho sempre dato poco peso alle feste stabilite o alle suddivisioni convenzionali del continuum in mesi, giorni, minuti; eppure oggi, dato che mi trovo in una fase di rinnovamento, sono grato che i miei simili abbiano inventato il capodanno!
Infatti il mutamento, il voltare pagina, il concetto del nuovo inizio che il capodanno incarna — tutte queste idee sono particolarmente confortanti  quando ci si trova in un momento di passaggio.
E si riparte davvero: l’anno appena incominciato si preannuncia impegnativo, ma densissimo di iniziative di cui sono entusiasta. Tra i numerosi progetti all’orizzonte, molti dei quali già in corso d’opera, ce n’è uno che mi sta a cuore in maniera speciale e che annuncerò a brevissimo giro.

Si riparte davvero, e si riparte assieme: lo stimolo fondamentale mi arriva come sempre dall’affetto e dall’entusiasmo che quotidianamente mi dimostrate con messaggi, commenti, mail e quant’altro, ed è la fantastica community creatasi negli anni, che riunisce tutti noi strambi ed eclettici cercatori di meraviglie, la vera spinta a continuare.
E dato che ci siamo, non è una cosa che dico spesso, però se trovate interessante il mio lavoro e desiderate offrirmi un caffè oppure supportarmi in modo più concreto potete considerare l’idea di una donazione libera via PayPal. Le spese infatti sono sempre onerose, anche solo per la gestione di questo sito che è soggetto a picchi di traffico notevoli e necessita dunque di grosse risorse per restare in piedi; ogni aiuto è apprezzato.

Detto questo, desidero ringraziarvi e augurarvi un weirdissimo 2024: il nostro consueto appuntamento è al limitare del risaputo, per scoprire altre strane, disturbanti, sorprendenti meraviglie… sapete dove trovarmi!